di Piero Ciampi
Il lavoro? Ancora non lo so.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so,
non lo so, non lo so, non lo so,
non lo so, non lo so.
di Piero Ciampi
Il lavoro? Ancora non lo so.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so,
non lo so, non lo so, non lo so,
non lo so, non lo so.
di Francesco Forlani – pubblicata su Lipperatura il 21/3/2007, dove è anche possibile commentare.
Da qualche giorno mi chiedo se lui fosse al corrente della cosa, dello scandalo che mi ha fatto sacrificare sull’altare della letteratura il tempo a disposizione per la presentazione di Sud a Galassia Gutenberg, e dedicarlo, quel tempo a una difesa agguerrita dell’opera di Anna Maria Ortese.
di Cristina Babino
Immaginate un mare che, sedizioso d’ogni (m)argine e limine, inondi la pianura padana con cadenze di lune regolari, con pronostici intervalli di maree.
Cosa resterebbe di quella terra fertile e operosa? Chi l’abiterebbe, ritiratesi le acque in una tregua provvisoria, in attesa di futuri, sicuri cataclismi? E quali venture ci si potrebbe per quei sopravvissuti figurare?
I quattro racconti di Maurizio Rossi (Piacenza, 1950) muovono da questo presupposto inaudito, da un Mare Padanum che, prorompente e incurante, ridisegna, ad ogni ritorno di marea, un sur-realtà magica e comica, parossistica e fuori misura, e che restituisce però, in lampi e squarci, un’immagine di quel lembo vitale d’Italia inaspettatamente credibile, paradossalmente reale. E per questo tanto più inquietante.
da Armi, acciaio, malattie (Einaudi 1998 e 2000), cap. XIV: dall’uguaglianza alla cleptocrazia
Cosa deve fare un’élite per avere il consenso popolare e nello stesso tempo mantenere il suo stile di vita? Nei secoli, le soluzioni preferite sono state quattro:
di Stefano Savella
Coltivando tranquilla l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
F. De Andrè
Tatiana è stata trovata morta, uccisa, la mattina di lunedì 19 febbraio 2007, nelle campagne alla periferia di Trani. Viveva in città da una decina d’anni Tatiana, transessuale brasiliana, e pare la conoscessero in molti. La notizia di un omicidio, in una città “tranquilla”, in una “perla del Sud”, appassiona sempre molto i giornalisti locali di nera, megafoni dei comunicati e delle conferenze stampa delle forze dell’ordine, ma in questo caso è calato dopo pochissimi giorni un ininterrotto silenzio; del resto, Tatiana incarnava alcuni tipici requisiti del reietto: transessuale, prostituta, in un luogo frequentato anche da omosessuali, immigrata (pur se «in Italia con regolare permesso di soggiorno», ci tengono a sottolineare i giornali).
di Monica Viola
Le mani con le dita aperte a corolla, le punte ricurve, appoggiate alla porta; il collo avvitato nelle spalle incassate. Un altro giro di chiave per essere sicura che non sarebbe entrato.
di Paolo Pecere
In seguito alla scelta del silenzio, come era inevitabile, Ricci venne lentamente dimenticato. Eppure la sua dimora è ancora lì da qualche parte, e alcuni allevatori ladakhi occasionalmente lo incontrano, e gli donano dei vestiti per sostituire i suoi ridotti a stracci bagnati. Non si parla più da anni di Ricci, ma io – scusate l’espressione – ho deciso di andarlo a cercare. Il che non poteva che richiedere molto tempo. La cosa potrà apparire strana, tanto più se si pensa che all’epoca ero fidanzato con una ragazza splendida e dolcissima, che voleva avere dei bambini, e che ho dovuto lasciare, perché non sapevo se sarei tornato.
di Paolo Pecere
Stefano Ricci è il medico che, fino al 1982, ha sostanzialmente rivoluzionato gli studi di immunologia virale e oncogenesi, ponendo le basi teoriche per le più promettenti ricerche sulla realizzazione di nuovi vaccini per affezioni virali nell’uomo come l’epatite B e l’AIDS. Gli studi sulla sua opera scientifica, bruscamente interrotta nel 1983, sono numerosi, e si distinguono nettamente, come capita di consueto, dagli scritti agiografici sulla sua vita successiva. Questi ultimi sono pochi, scarsamente documentati, inclini alla mitologia da quattro soldi. L’attenzione per la figura di Ricci è cominciata alla fine degli anni ‘80, in un periodo in cui il bisogno di eroi credibili non corrispondeva più da tempo all’offerta culturale. E dato che, sempre per una sola volta, molti continuavano ad avere quindici anni, si raschiava il barile dei cantanti drogati (forse perché il rantolo disarticolato era l’espressione più diretta dell’ansia sgangherata di quegli anni).
Lunedì 26 marzo 2007 – ore 21
LETTURE INDIANE
RETE
a cura di Nazione Indiana
Nazione Indiana è uno dei più importanti blog letterari italiani, ed è attivo dal 2003. Nel giro di poco tempo è diventato un punto di riferimento per chi fa cultura, in rete e fuori dalla rete. Al momento su Nazione Indiana sono disponibili oltre duemila articoli, tra racconti, poesie, recensioni, reportage e saggi brevi. Nazione Indiana è una struttura mobile, priva di un centro statico, composta da una ventina di redattori sparsi per tutta Italia e anche all’estero. I redattori di Nazione Indiana sono romanzieri, poeti, critici, saggisti, scienziati, artisti e videomakers. Ogni redattore pubblica i propri interventi e ha facoltà di pubblicare anche interventi di autori che non fanno parte della redazione, creando una rete che supera le classiche barriere disciplinari ed editoriali.
È su questo tema, “Rete”, che si incentra l’incontro che Nazione Indiana ha organizzato presso il Circolo dei Lettori di Torino per lunedì 26 marzo alle ore 21.
Interverranno con letture, performance canore e teatrali Andrea Bajani, Francesco Forlani, Marco Rovelli e Antonio Sparzani, presentati da Giorgio Vasta.
di Franco Arminio
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per E.
non sono mai riuscito a dimenticare
che già qualche mese prima della fine
mia nonna mi chiedeva di prendere un fiammifero
e darle fuoco sulla schiena.
sono vedovo.
ho due figli maschi e una femmina.
dieci anni fa sono tornato dalla svizzera.
oggi compio sessant’anni e non lo sa nessuno.
Di Alberto Casadei
III
Viareggio, Pineta di Levante (h. 21.46 del 2 luglio 2005)
Il rosso, il verde, l’azzurro, l’arancio
formano un bruco
scavato. Sussistono
urli e silenzi, giochi
infantili.
Il bambino fa uno slalom
tra sacchi di gomma colorata.
Il pino è bloccato fra le
plastiche modellate, pezzo antico
nell’oggi.
La via della terra
è azzurra puntinata
con cuori
a rilievo.
Si attende solo
il fischio di chiusura.
Franz Krauspenhaar intervista Valter Binaghi
Un romanzo inquietante sulla contemporaneità che qualcuno potrebbe con leggerezza chiamare semplicemente thriller ma che è decisamente qualcosa di più. “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”, Sironi, pagg.406, euro 17,00, è un romanzo che sfugge alle catalogazioni, è una sorta di viaggio post-iniziatico alla ricerca del male pervadente la società e le anime che di questa società sono in svariatissimo modo latrici.
Diego Zucca
Essere linguaggio discorso – Aristotele filosofo dell’ordinario
Mimesis Edizioni, 2006
euro 29, pagg.391
Se è vero che nella sua svolta linguistica la filosofia contemporanea ha ricondotto con forza la realtà e l’esperienza della realtà al linguaggio, giungendo talora a tassonomie altamente specializzate, scientifiche, dimenticando però che il punto di partenza è sempre la “vulgaere Verstaendnis” – così pare suggerire Luigi Ruggiu nella prefazione -, allora recuperare Aristotele e comprenderne passo passo categorie, punti di omologia o collisione con i contemporanei e i predecessori (Socrate, Platone, i monisti, i sofisti) potrebbe non essere un’operazione anacronistica o gratuita.
Per definire un Aristotele “filosofo dell’ordinario” Zucca ha quindi provato a ripercorrere con rigore filologico e coraggio sinottico il metodo dialettico aristotelico, evidenziandone l’importante ricaduta non solo sul linguaggio ordinario ma anche sul discorso scientifico.

Sono un po’ stanco, dormo poco ultimamente. Fa freddo a Milano, ma c’è un bel sole. E’ primavera. Anzi: sono quattro primavere ormai. Venerdì porto la famiglia sull’isola di Sant’Erasmo. A me basta davvero poco per sentirmi felice.
Anche una frase banale, come: “vi voglio bene”.
microfestival contemporaneo d’arte
dal 24 al 31 marzo
chiesa sconsacrata S. Giorgio
Jerago (Varese)
ingresso libero
PROGRAMMA
Di Damiano Zerneri
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(pratica di campionamento e remix su brani/momenti tratti
dai primi due capitoli di Der Prozeß di Franz Kafka)
Certo non ci si poteva credere. Come fai a pensare che c’è gente che va in giro bardata dentro certe tenute attillate che stanno nel mezzo tra la giubba da pesca e la guaina/guttaperca dell’incursore acquatico. Senza distintivo, questi due attillati mi mangiano la colazione. Li mando a fare in culo per niente affabile e loro neanche una piega. Mostratemi le credenziali, gli dico. Loro mi mettono davanti al naso un foglio imperial-regio con sopra l’ologramma dell’Inquirenza. Allora a malincuore mi tocca di rispondere, prego, accomodatevi. Sto con le brache del sonno, ma accomodatevi. Non glielo dovevo comunicare che mi chiamo Jozef K.?
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Tre poesie
Storie da raccontare
nel silenzio delle notti bugiarde.
Storie da scrivere col sangue
e con le parole,
su questo bianco muro del Sud,
vivo da sempre e cancellato da tutti.
Da sempre, il vento ha mietuto
nella notte i fiori
dal grido vivo.
Storie da raccontare ancora
di pianto silenzioso, minuscolo,
che si nasconde in noi,
dietro di noi, lontano da noi,
vicino come un palpito
e cerca tra queste pietre
un grido, un sorriso perduto,
una parola cancellata,
un brivido di vita.
di Alessandra Galetta
…
Io ho ammazzato un uomo. Non gli ho messo le mani al collo e ho stretto fino a fargli schizzare via la vita insieme agli occhi e nemmeno gli ho strappato il cuore.
In effetti ora che lo racconto mi accorgo che ammazzare non è la parola esatta.
Dal libro di diritto che ho letto nella biblioteca di Padre Riotta posso dire che la colpa di cui mi sono macchiato porta il nome di omissione di soccorso (e c’è stata anche un’appropriazione indebita date le circostanze) che la legge punisce anche se con pene meno severe di un assassinio.
di Christian Raimo
Paola ha il volo fra tre ore, ha già raccolto tutta la sua roba, ha ritirato il passaporto alla reception e all’improvviso si è spogliata e si è buttata a peso morto sul letto e ha aspettato che anch’io facessi la stessa cosa. In questa stanza d’albergo che sa di colla da carta da parati e deodoranti d’ambiente e una specie di odore accumulato che sono le reliquie olfattive dei clienti che furono, respiriamo per minuti e minuti, stanchi della giornata e dei nostri occhi e di noi, e ognuno non vorrebbe più essere se stesso e neanche l’altro.
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My Generation – The Who – 1965
People try to put us d-down (Talkin’ ‘bout my generation)
Just because we get around (Talkin’ ‘bout my generation)
Things they do look awful c-c-cold (Talkin’ ‘bout my generation)
I hope I die before I get old (Talkin’ ‘bout my generation)
This is my generation
This is my generation, baby
La gente cerca di metterci sotto (parlando della mia generazione)
Solo perché noi gli stiamo intorno (parlando della mia generazione)
Le cose che loro fanno sembrano terribilmente fredde, (parlando della mia generazione)
Spero di morire prima di diventare vecchio (parlando della mia generazione)
Questa è la mia generazione,
questa è la mia generazione, baby
di Gianni Biondillo
Andrea Di Consoli, Il padre degli animali, Rizzoli, 2007
Libro difficile quello di Andrea Di Consoli. Non certo per la scrittura, che, certo, non ammette sconti, è alta, nobile, per nulla sciatta ma che, allo stesso tempo, si distende senza mai davvero essere autoreferenziale. Il Padre degli animali è un romanzo difficile per la durezza, per la sensibilità, per la crudele onestà degli enunciati. È un libro sulla maledizione del ritorno. Il nostos greco, la sua inevitabilità e, perciò, il suo essere intimamente tragico.