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Caro Accasetteventicinque

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di Giuseppe Carlotti

bu.jpg Caro Accasetteventicinque,

ti allego una missiva che domattina alle ore 9.30
provvederò ad inviare via corriere espresso TRACO 10
al Presidente degli Stati Uniti George W. Bush Jr.

Ti prego di farmi pervenire eventuali commenti (specie
riguardo quel Post Scriptum che ti sta tanto a cuore)
entro e non oltre la nottata, eventualmente anche per
via telepatica.

In bocca al lupo per quel test dell’AIDS,

Daniele

La parlantina #2

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di Antonio Moresco

Caneslitta.jpgGli scrittori americani (gran parte di loro, perlomeno) hanno una inconfondibile e inarrestabile facoltà meccanica di parlare e affabulare, e a volte anche di intortare, che possiamo chiamare, con parole nostre, “parlantina”. Non che la parlantina sia di per sé una cattiva cosa. Può essere anche un’ottima cosa, dipende. Può mettere al mondo nuove strutture mentali, linguaggi…
La parlantina può derivare da molte cose. Nel caso degli americani deriva forse dal fatto di avere dei canoni narrativi e figure e topos collaudatissimi e reiterabili e miti comunicativi e sociali che possono essere ingenui e freschi, elementari e potenti, ma che possono generare e cristallizzare a volte anche superficialità e conformismo. Io non disprezzo tutto questo né difendo un’idea che si vorrebbe “europea” di letteratura specialistica e terminale, culturalistica e suppurata. Né mi sembra che il problema sia –come è emerso anche da una recente discussione in rete – che gli americani, con la loro letteratura, sarebbero creatori di miti (mitopoietici) mentre noi europei saremmo invece solo capaci dell’esercizio sterile della critica e della distruzione neghittosa dei miti (mitoclastici). Le cose in realtà non viaggiano così separate e normalizzate: prima la costruzione e poi la distruzione, oppure il contrario. Perché costruzione e distruzione sono un movimento unico e la costruzione di miti avviene a volte proprio attraverso la distruzione di miti, e viceversa (basti pensare al Don Chisciotte oppure a Moby Dick, il campione stesso della grande letteratura americana, non a caso rifiutato a lungo dal proprio stesso paese e dal proprio tempo).

La parlantina #1

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di Antonio Moresco

quijot3.gifÈ passato un anno. Sono di nuovo in Argentina con Giovanni. A Buenos Aires abbiamo trovato di nuovo Laura e Nic, che erano qui già da un mese. Ci siamo fermati alcuni giorni per assorbire il cambio di stagione e il fuso orario, prima di scendere nella Terra del Fuoco. Siamo tornati nel solito hotelito. Adesso, nell’ingresso, hanno messo una grande fotografia di Gardel vicino al solito quadro del Sacro Cuore col muscolo cardiaco in mano. C’è anche quest’anno il solito vecchietto piegato in due e semiparalizzato che si sposta girato di fianco, a passettini, lo stesso che avevamo sorpreso l’anno scorso a culo nudo, una notte, mentre cercava di adescare alcuni ragazzi fermi a confabulare sul ballatoio. Si vede che vive qui tutto l’anno. Gira ancora in mutande, col pentolino del mate in mano. Ci ha riconosciuto immediatamente. Quando ci ha visti passare con gli zaini la sua faccia sofferente e grinzosa si è deformata per un istante in un sorriso. Adesso sta quasi tutto il tempo coricato sul letto, come morto, con gli occhi chiusi, stecchito, respirando a fatica, con una coperta di lana, da cavallo, tirata su fino al mento nonostante il caldo di fine estate. Si vede spuntare la sua testa irrigidita, quando si passa di fronte alla sua camera dalla porta perennemente aperta per far circolare l’aria. Ha cercato anche di attaccare bottone con me, un pomeriggio, mentre stavo seduto fuori dalla mia porta, su una sedia di plastica. «Habla español?» ha buttato lì fermandosi un momento per tirare fiato.

In riunione

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Di Andrea Inglese

Ambiente: stanza per riunioni, con tavolo ovale, poltroncine girevoli, quattro persone eleganti, di cui è impossibile scorgere il volto. Sul tavolo: cartellette plastificate, fogli zeppi di equazioni, tomi di filosofia e scienza, bloc-notes scarabocchiati, portacenere, pacchetti di sigarette, occhiali, calcolatrici, bottiglie d’acqua. Le voci si diffondono anodine. Le persone che stanno lavorando si chiamano A, B, C, D. Sono quattro demiurghi.

La palma

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di Dario Voltolini

palmaTante cose succedono. Uno cambia opinioni, modifica il proprio quadro percettivo, il gusto. Aggiunge cose, ne dimentica altre. Anche la vita mentale è movimento.

Oggi però pensavo che sempre, in ogni momento della mia vita, da quando l’ho incontrata per la prima volta qualche anno fa, Of Mere Being di Wallace Stevens mi colpisce e mi fa fermare davanti a sé (al suo cospetto) con la stessa forza.

L’immagine che racchiude rimane intoccabile, irraggiungibile, nonostante sia veramente davanti agli occhi. Come è possibile?

Non lo so.

Ecco il testo e la traduzione di Bacigalupo.

Carla Accardi

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di Elena Volpato

Il Macro, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, offre una personale a Carla Accardi artista ormai ottuagenaria che ha fatto la storia della pittura astratto-concreta in Italia. Era poco più che ventenne quando sottoscrisse il manifesto di Forma 1 nel marzo del ’47 con il quale la giovane generazione di artisti incominciava a prendere a spallate il linguaggio pittorico tradizionale nell’immediato secondo dopo-guerra. Il segno fortemente grafico della Accardi è al centro di un lettura critica che lo vuole di volta in volta figlio spudorato di un’intuizione non sua, ma piuttosto del collega e marito Sanfilippo, oppure espressione totalmente diversa da quello e innovativamente volta verso una tensione ottica capace di giungere sino al limite dell’ambiguità percettiva.

Tabù da infrangere preferibilmente entro… (vedi la data di scadenza)

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di Günther Anders

anders.gifDa tempo ho il sospetto che ciò che nella letteratura è definito “appassionante”, debba questa sua caratteristica al tabù. È questo il motivo del ruolo centrale dell’assassino nella tragedia. L’angoscia dell’incesto eccita lo spettatore di Edipo. La tensione subentra perché all’orizzonte affiora l’inquietante possibilità della violazione di un tabù. Quando il tabù che sta alla base di un dramma ha perso la sua capacità terrifica e quando non è più compreso, allora il dramma cessa di essere appassionante.

Colazione al Fiorucci Store (Milano)

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fiorucci.jpgdi Gemma Gaetani

I thought I was someone else, someone good
Lou Reed

1. Dopo il primo bacio in discoteca, venti minuti che lo conoscevo, tre rum e coca che avevo bevuto, le affinità elettive percepite, tra le reciproche salivazioni.

La mia più grande fantasia erotica
è che qualcuno di cui mi innamori,
per una magica alchimia robotica,
anche di me. Così. Lui si innamori.

Dimensione Follia

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di Elena Volpato

Ha aperto alla Galleria d’Arte Contemporanea di Trento una mostra curata da Roberto Pinto intitolata Dimensione Follia. Inevitabile la perplessità iniziale sulla scelta tematica. Leggi “follia” e ti si rovesciano addosso pagine e pagine di letteratura critica, dalle prime letture psicanalitiche dell’arte fino all’Art Brut. Sembra proprio di non poter sostenere di nuovo, all’interno di una mostra, tutta la mitologia del folle genio artistico che, dall’ottocento romantico in poi, non riusciamo, nonostante i molti tentativi, ad allontanare. Ma proprio quando tutte le premesse sembrano allontanarci da un progetto, l’intelligenza del curatore e il valore delle opere in mostra ci fanno incredibilmente ricredere.

Coetzee e le euforiche esequie del reading

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di Sergio Garufi

coetzee.jpg

Che avesse ragione Pontiggia, quando sosteneva che i reading letterari sono delle euforiche esequie sulle cui poltrone educatamente s’attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media (G. Giudici)?

Pinochet: ingiurie

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di Henri Deluy (n. 1931)

I

Una faccia
Di topo
In bocca,
Rode.

Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi #3

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di Tiziano Scarpa

kamikaze2.jpgCon questa minuscola sillaba ti sposo

Nel diario non si fa soltanto rappresentazione. La rappresentazione è un’altra delle acquisizioni meschine che molti critici si aspettano dagli scrittori. Rappresentare, rappresentare, rappresentare sempre. Il tipico, il generico, la storia emblematica, la classe sociale, l’Italia di oggi, il paesaggio antropologico…

Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi #2

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di Tiziano Scarpa

cartelloStrad.jpgIl diario è una bomba nucleare fatta in casa

Io non tengo un diario soltanto per ricordare eventi. Scrivo il mio diario anche per sviluppare idee, annotare intuizioni, progetti di libri da scrivere. Nel redigere quello che mi è successo, io faccio uso del mio passato.

Penso che il diario sia una delle potenzialità più esplosive della letteratura attuale e futura.

Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi #1

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di Tiziano Scarpa

bomba.jpgIo non ricordo quasi niente di quello che faccio. Quando penso al mio passato, non so bene che cosa dire. Le cose mi vengono in mente per categorie, per somiglianze, non per sequenze temporali. Le connessioni del mio cervello non sono narrative. Non riesco a riassumere decentemente un film, però mi ricordo nei dettagli alcune scene che mi hanno colpito, ma che non saprei ricollocare dentro il flusso del prima e del dopo. Non so ricostruire l’intreccio di un romanzo, ma ricordo con precisione quando è comparsa la parola “caffettiera”: mi ricordo bene la posizione nella pagina, a che altezza era la riga.

L’impero e i sensi

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Conflitto permanente: cronaca dei modi che il cinema propone per aggirare l’Impero: Venezia 2004

di Sparajurij/Pan

biennale.gif In questo scorcio d’arte cinematografica d’autunno e di Festival di Venezia 2004, era volgare, i temi conduttori, con singolari rimandi tra film e cinematografie diverse, sembrerebbero essere in ordine sparso:
la ricerca del corpo giovane, l’irrazionalità della storia e della vita ai tempi dell’Impero dallo sperma, al feto, all’aborto, al tavolo anatomico, con un occhio particolare alle disabilità e all’ipotesi dell’eutanasia.

La Terra del Fuoco # 2

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di Antonio Moresco

Tierra del Fuego 2.jpgE’ passato un giorno. Il tempo è cambiato, come succede qui, che cambia continuamente anche all’interno di una stessa giornata. Adesso piove, fa freddo. C’è una luce plumbea, lunghe striscie grigie di nubi tagliano in due le montagne. Siamo nel Parco Nazionale, con le sue foreste fredde, le sue lagune e le sue baie, i faggi che qui si sono modificati e sono diventati dei sempreverdi, gli altri alberi tra i cui rami ci sono grandi sfere di vischio, dai tronchi ricoperti di licheni, attaccati da cancri ed esplosi qua e là per un’abnorme produzione di ormoni. Ce ne sono dappertutto. Grandi escrescenze esplose di legno e tutt’ intorno distese di alberi morti, scortecciati o ricoperti di licheni, perché anche gli alberi muoiono e se non vengono tolti rimangono in mezzo ai vivi. E poi ci sono i castori, che qui sono più grandi del normale, sono lunghi un metro, e portano la morte dappertutto, sono un vero flagello per queste foreste. Perché le zone dove si fermano e scavano le loro tane e costruiscono le loro dighe presentano dopo un po’ un impressionante spettacolo di morte vegetale. Distese di cadaveri verticali di alberi in mezzo agli altri alberi che qui crescono lentamente per il freddo. Ci vogliono 80 anni perché riesca a crescere un albero di dimensioni medio-piccole. Figurarsi quanti ce ne vogliono per gli alberi grandi! Si vedono ancora le zone con i mozziconi degli alberi abbattuti dagli ergastolani, quelli tagliati raso terra durante l’estate e quelli tagliati a un metro d’altezza durante l’inverno, in mezzo alla neve.

La Terra del Fuoco # 1

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di Antonio Moresco

Tierra del Fuego.jpgSono a Ushuaia, la città più australe del pianeta Terra, la fine del mondo. Cinquecento chilometri più in giù c’è l’Antartide. Poco prima di atterrare sulla striscia di terra circondata dal mare, e che l’areo planasse a lungo sull’acqua prima di toccare la pista, ho visto dall’alto le montagne ricoperte di foreste fredde e le nevi sopra le cime. Qui c’è una strana luce. Il cielo è quasi completamente coperto da un gran numero di nuvole bianche eppure il bagliore è così forte che bisogna stringere gli occhi. Giovanni misura con l’esposimetro la sua intensità. “Questa è la fabbrica della luce!” mi dice.

Lungo la banchina del porto è in corso la festa dei pescatori fueghini. C’è molta gente, uomini e donne con la pelle scura, dall’aspetto un po’ indio. Sotto un grande tendone un gruppo di bambine in grembiule bianco, annunciato come “Coro Voces Jovenes del Fin del Mundo”, canta una canzoncina sulle “Malvinas argentinas”. Tutt’intorno ci sono dei capanni di legno dove cucinano ed espongono grandi pesci e quegli enormi granchi rossi di nome centollas che ci sono qui. E’ il primo anno che fanno questa festa e pare che sia venuta gente anche da altre zone della Terra del Fuoco, da Santa Cruz e persino da Puerto Williams, la base militare cilena dall’altra parte del Canale Beagle, sull’isola di Navarino

RI(S)CATTO

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di Giovanni Maderna

Ho seguito, come tutti, la vicenda delle volontarie rapite e poi rilasciate in Iraq.
Ho alcune perplessità, per la verità un po’ angoscianti, che vorrei condividere con questa comunità.
Si tratta soprattutto del rapporto emotivo, direi addirittura affettivo, che si può instaurare o meno nei confronti di questo nostro paese.

Razione funebre

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di Andrea Bajani

Che brutta morte che ti hanno organizzato, in questa chiesa romana con le impalcature dentro e l’odore acre di vernice e i calcinacci. Quei pochi che c’erano stavano un po’ in piedi e un po’ seduti nelle poche file di panche che ci avevano lasciato i muratori. Te ti hanno spedito col furgone, dopo averti inchiodato alla bara dentro casa e averti lasciato in consegna all’operosa e nerboruta burocrazia delle pompe funebri.

Sentenza del Tribunale di Torino

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REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI TORINO
SEZIONE IV CIVILE

II giudice istruttore Antonio Carbone, in funzione di giudice unico, ha pronunciato la seguente sentenza nella causa civile iniziata con atto di citazione notificato in data 26.8.02, promossa da:

PEDULLÀ Walter (parte attrice)
contro
BENEDETTI Carla e BOLLATI BORINGHIERI EDITORE s.r.l. (convenuti)

Oggetto: diffamazione a mezzo stampa.

L’origine del male

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di Niccolò Ammaniti

train.jpg.gifIn Train dello scrittore americano Pete Dexter ho trovato un mucchio di cose che mi piacciono: una esaltante descrizione del mondo criminale nella Los Angeles degli anni Cinquanta, una storia d’amore silenziosa, un’amicizia disperata tra un pugile suonato e un caddy e una figura di detective così convincente che mi ha rimesso in pace con la categoria degli investigatori.

Da un po’ di tempo ho maturato un forte fastidio verso i detective, i poliziotti, i medici legali, gli antropologi forensi che infestano i gialli e i thriller e in special modo quelli che arrivano dagli Stati Uniti.