Spaesamento

9 luglio 2010
Pubblicato da

di Alessandra Sarchi

Giorgio Vasta, Spaesamento , Editori Laterza, Bari 2010

“L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”. La tappa finale del viaggio in Italia di Goethe (1786-7) fu ricca di rivelazioni; a Palermo, in seguito a una visita all’Orto Botanico Goethe cominciò a formulare la teoria di quell’Urpflanze , la pianta matrice di tutte le altre, la pianta archetipale, che avrebbe sviluppato nella pubblicazione “Metamorfosi delle piante” (1790) ed esteso al mondo delle attività umane, come idea che esiste un inizio, potenzialmente in grado di tenere in sé ogni possibile conseguenza e derivazione.
Desiderio sorpresa, scoperta e conferma, sono i motori del viaggio di Goethe e non è un caso che in una Sicilia vista in termini quasi esclusivamente magno-greci Goethe trovi la spiegazione finale, l’arché di tutto quello che osservato ed esperito fino a quel momento e che questa scoperta prenda la doppia forma del dato culturale, antropologico, e di quello biologico. Goethe è convinto di aver trovato la matrice, qualcosa di antichissimo e che continuamente si rinnova dando forma al presente: al volto dei luoghi, al comportamento di chi li abita.
Che oggi, a più di due secoli di distanza, l’Italia sia a malapena, e di certo non solo, “il paese dove fioriscono i limoni”, per citare il famoso verso dello scrittore di Weimar, è cosa nota. Se Pasolini poteva ancora permettersi qualche residuo di ‘sehnsucht’, di nostalgia per un mondo rurale presto devastato e umanamente impoverito da un’industrializzazione feroce, oggi, anno 2010, anche quella sembra preistoria. E per chi si muovesse spinto dalla ricerca di un principio generatore, dall’idea che i paesi devono essere conoscibili, perché in questo sta la loro essenza, avere caratteristiche definite, riconducibili a una dinamica di interazione tra l’uomo e l’ambiente, di un certo uomo e di un certo ambiente? Quel paese risulterebbe introvabile. Questo è il ribaltamento sconcertante che porta a “Spaesamento” l’ultimo libro di Giorgio Vasta, (Editori Laterza Bari), racconto di un mini viaggio a Palermo, sua città natale. Lo schema del riconoscimento tra le forme esteriori dei luoghi e la volontà di chi in quei luoghi vive viene infranto e deluso fin dalla prima pagina, dove il narratore-esploratore sbarcato all’aereoporto di Palermo si stupisce di come la tecnologia del riciclo dei rifiuti si sia imposta nella forma dei raccoglitori della spazzatura, ubbidendo a un imperativo (o a una moda) di civiltà e di etica, salvo poi venire indistintamente utilizzati da chi getta la spazzatura in un’unica “specie di composto detritico ancestrale.”
Questo scollamento tra la forma delle cose e la logica che presiede al loro uso, tra l’imposizione di un aspetto moderno, commercialmente allargato, e la resistenza sorda a capirne e farne proprie le ragioni è il dato costante che Vasta rileva nelle settantadue ore trascorse a Palermo, un dato schiacciante e contagioso, una sorta di passività, di ‘rabbia bianca’ davanti ai tanti cambiamenti che lo scrittore osserva: la chiusura di bar ‘storici’ e l’apertura di improbabili outlet di vestiti, il rifacimento tecno-patinato degli interni dei caffé, la morìa delle palme divorate da dentro dal punteruolo rosso. Cambiamenti a cui non corrisponde un mutamento vero, una risposta dal profondo, piuttosto un passivo adeguamento, un mimetismo che non ha memoria di niente altro. Gli uomini nei bar parlano di Berlusconi in un dialetto che esclude chiunque altro non capisca quella lingua, riconducendo le sue vicende – che sono vicende del paese che governa – a loro vicende personali, la ragazzina incontrata in un vicolo ripete gesti di scherno arcaici come lo sputo e la maledizione, i bambini in spiaggia mimano la violenza dei grandi imponendo il pagamento virtuale di un ‘pizzo’ per l’accesso all’acqua della fontanella, i post-punk emo che stazionano nelle piazze si lasciano insultare senza reagire, perfino l’unica apparizione di desiderio – e il desiderio radica ai luoghi – la donna sulla spiaggia, con il corpo salvaguardato dal tempo da uno strenuo sforzo cosmetico, risulta inafferrabile, una divinità dell’immaginazione presto degradata dal dialetto rozzo e incomprensibile con cui la madre le si rivolge. Ma è legittimo pensare di capire un luogo dalla visuale di una spiaggia (Mondello), sotto un cielo spietatamente azzurro, o dentro un bar appena rifatto? Sì, perché l’anima dei luoghi è largamente antropologica e “il problema non sta nella rivendicazione di una bellezza che prima c’era e adesso non c’è più, perché prima non c’era nessuna bellezza (prima, forse, non c’era il problema della bellezza). Il problema riguarda il processo di cambiamento, l’assenza di un’alternativa reale, l’inevitabilità di questa metamorfosi, la sua rapidità e la sua perentorietà, e la sensazione che il prodotto di questa metamorfosi si costituisca adesso come nuova matrice e come unica origine. E allora la mancanza che sento è di un passato. Perché non sento più il tempo, non sento la storia; l’asse piastrellatura-marmo-neon Palermo-Torino-Roma- Milano mi mortifica appiattendomi su un presente infinito e senza scampo”.
Dunque è la mancanza di storia, del senso della storia, del vedere dietro le cose altre cose, prospettive e intrecci, come Goethe vedeva nei limoni altro dai limoni, il sentimento nichilista che inchioda il narratore alla fine dei suoi ‘carotaggi’ a una realtà che si lascia attraversare senza resistenze e dunque da un capo all’altro del paese, nord-sud, produce una sommatoria che è pari zero. C’è scampo a questo scenario dove si finisce per accettare tutto, maleducazione sopruso miseria? Nella parte conclusiva del libro, dove i vari personaggi-apparizioni vengono richiamati come per un inchino finale in un teatro interiore che viaggia di metafora in metafora, la donna-cosmetica (quasi una Beatrice dantesca: “Qui, adesso, parliamo in altro modo”) fornisce l’unico ammaestramento possibile: non si può vivere nell’indistinzione che caratterizza la materia biologica, pre-storica, pre-culturale, pre-morale, quella in cui sprofonda l’intero paese Italia. Bisogna affrontare la storia e farsi carico delle proprie responsabilità individuali e sociali, a partire dal basso, molto basso, dalla stanza, ad esempio, in cui il narratore prova con tenacia e umiltà a smontare, rimontare, e far funzionare un vecchio ventilatore.

[l’illustrazione originale della copertina si trova qui]

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24 Responses to Spaesamento

  1. Massimo Bonifazio il 9 luglio 2010 alle 10:22

    La recensione ha fatto il suo lavoro – mi ha incuirosito. Come non sentirsi in un ‘presente infinito e senza scampo’? . Mi procurerò al più presto il libro di Vasta. E lui per NI non scrive?

  2. véronique vergé il 9 luglio 2010 alle 11:21

    Una prefigurazione del libro. La riflessione sulla metamorfosi della Sicilia da un antiquo ricordo d’infanzia a un ritorno lucido. Mi piace l’analisi della traccia ancestrale mescolata alla modernità.

    Prima non era la bellezza, ma forse il colore porpora della lingua omerica, prima non era la bellezza del limone, ma la sua forma solare come un pensiero mero, prima era il caffè antiquo, luogo delle anime modellate alla sagezza, prima era il dialetto, il cuore imparato da piccolo, il dialetto lustrale.

    Sicilia come chiave del paese, direi paesi del sud, sempre delimitati con la parola sud, che nella sua matiera dà un senso ai nostri pregiudizi sulla bellezza e il rimpianto. Portiamo tutti un’immagine del sud. Falsa. Nel cammino di Giorgio Vasta si apre una memoria più autentica, perché affronta la sua isola dal lato di un’ esperienza della demitizzazione senza obliare il passato mitico di un’infanzia insulare.

  3. gianni biondillo il 9 luglio 2010 alle 12:13

    Massimo, Giorgio è stato per lungo tempo nella redazione di NI.
    Qui trovi un po’ di roba postata da lui:
    http://www.nazioneindiana.com/author/giorgio-vasta/

  4. Carlo Capone il 9 luglio 2010 alle 13:11

    Io mi sono convinto che i luoghi di un passato in cui tutto era antropologicamente misurato non esistono, e se sono esistiti chi mi dice che la Palermo o la Napoli del 1860, cito questa data come puro riferimento, fossero più godibili delle attuali? si potrebbe certo dire che la risposta urbanistica dei grandi centri ha mirato a soluzioni di massa, e questo è vero ( anche se non va scordato lo spettrale Centro Direzionale di di Kenzo a Napoli non differisce poi tanto dal così elogiato Centre Mitterand parigino e la famigerata Scampia, la 167, fu progettata con gli apporti dei migliori architetti dell’epoca) ma il fatto è che più degli scenari sono mutati i personaggi, e qui mi ritrovo con Vasta. Ma anche adesso, siamo sicuri che i pastori degli anni 50 abbellissero un presepe comunque malmesso? è una materia opinabile e individuale, che non porta da alcuna parte, laddove l’unica soluzione per riappropriarsi dei tempi è ad esempio carotare certi interni di case, di particolari case. E’ in questi luoghi, io credo, che lo spaesamento svanisce nella ricomposizione del Se, dinanzi a un’arte anche minuta che però armonizza gli strati temporali.
    In uno di questi luoghi dell’Io fedele a se stesso, e parlo del centro storico di Napoli, capita non di rado di ammirare, che so, lampadari a cento luci che integrano lumi di Tecnos, dipinti di Posillipo che rispettano le donne di un Fantuzzi, i colori di Vanini in librerie che ospitano vasi Luigi Filippo in oro zecchino. E potrei continuare con il mobilio, testimone di una cultura del contrasto che accomuna la piuma di mogano e il bois e la radica di noce con i moderni palissandro e rovere scuro.
    Ricomporsi ‘girando’ solamente gli esterni io temo sia operazione vana e forse pericolosa.

  5. Carlo Capone il 9 luglio 2010 alle 13:34

    errata.

    ….anche se non va scordato che lo spettrale Centro Direzionale di Kenzo a Napoli non differisce poi tanto dal così elogiato Centre Mitterand parigino e che la famigerata Scampia, la 167, fu progettata con gli apporti dei migliori architetti dell’epoca….

  6. Massimo Bonifazio il 9 luglio 2010 alle 14:22

    @ gianni biondillo: grazie!

  7. johnny doe il 9 luglio 2010 alle 21:36

    Sa sempre tutto un po’ di reducismo e velato piagnisteo,a prescindere dalle qualità letteraria di Vasta,senz’altro degna di nota.
    Quando giovanissimo,arrivai per la prima volta a Palermo,credo un trenta giugno o luglio,scoppiò una giulietta piena di tritolo,anno 1969.Poi andai a Castelvetrano,Mazara del vallo,e molti paesi interni dell’isola.
    Beh,tutta questa bellezza esteriore ed interiore,non l’ho certo vista e son passati quarant’anni,e già avevo letto viaggio in Italia di Goethe.
    Forse Vasta si riferisce a quei tempi,che consentivano al tedesco di abbandonare la carrozza per entrare a piedi ad Assisi,se ben ricordo.

    E’ come per l’infanzia,la si mitizza sempre forse perchè non ce la ricordiamo bene.

    E anche ammesso di prender tutto per buono,la situazione riguarda tutto l’occidente (con poche eccezioni),non la solita bistrattata Italia,basta viaggiare per rendersene conto.Purtroppo il mondo cammina,anche zoppicando,a dispetto di tutte le nostalgie,non sempre giustificate.
    Così son state tante epoche storiche,con il rimpianto di un mondo perduto,poi subito seguito da nuovi rinascimenti.o comunque dal nuovo tout court.Questo è il mondo che ci tocca.
    Vogliamo affrontarlo questo futuro senza i soliti rimpianti?
    E’ diversa la nostra epoca da tante altre? Quale sarà il futuro? E’ la fine della storia e l’inizio di una mutazione antropologica,già paventata da Pasolini? O è solo il semplice divenire di sempre?
    Sono interrogativi ai quali io non ho risposte,forse i narratori forse le hanno.
    Piangersi sempre addosso,vantando improbabili paradisi perduto,a cominciar dall’eden,non porta a nulla ed è ormai spesso una costante ripetizione di ogni opera letteraria.
    Come i reduci che rimpiangono le imprese guerresche,dimenticando che non eran poi le rose e i fiori che van dicendo.
    Si può tentare di descrivere un poco piacevole e anche buio futuro per l’uomo con altra ottica, oppure andarsena tutti a puttane…e non è detto che non sia la soluzione migliore.
    Altre opzioni non le vedo.
    Meglio che a star sempre a rimpiangere e a sognare cose mai esistite se non nei sogni letterari, ormai una moda.

  8. maria il 9 luglio 2010 alle 22:00

    E anche ammesso di prender tutto per buono,la situazione riguarda tutto l’occidente (con poche eccezioni),non la solita bistrattata Italia,basta viaggiare per rendersene conto. Doe

    maria
    si legga quanto scrive Sebald, da par suo, a proposito della nuova biblioteca nazionale francese voluta da Mitterrand a propria gloria, la cui struttura architettonica interna ed esterna assurdamente monumentale e complicata, insieme alle condizioni burocratiche e insensate della distribuzione e consultazione di libri pare fatta “per principio e senza possibilità di compromessi, in antitesi con le esigenze di ogni vero lettore”
    Sono pagine, 291 e seguenti, splendide e disperanti.

  9. maria il 9 luglio 2010 alle 22:14

    scusate, il libro è Austerlitz

  10. gianni biondillo il 9 luglio 2010 alle 23:50

    Se c’è un libro davvero anti-nostalgico è questo di Giorgio, vero e proprio carotaggio in una Palermo sommersa nel fango dell’eterno presente antistorico. Perfetta metafora dell’Italia intera.

  11. vito il 10 luglio 2010 alle 00:33

    Ho avuto la fortuna di ascoltare, non letto, ma improvvisato (forse non del tutto), uno dei racconti sul bar del quartiere “capo” di Palermo, da Vasta, di fronte ad un centinaio di ragazzi di un liceo di Palermo… un silenzio irreale… un grande narratore… un vertiginoso scavo nella nostra condizione e nella codizione di Palermo… libro non consigliato… di più … necessario

    ps Ma partire da Goethe perchè? è un luogo comune!

  12. johnny doe il 10 luglio 2010 alle 02:20

    Io ho risposto a quanto era nel post,il libro non l’ho letto e se Vasta è anti-nostalgico,buon per lui,ma dalla recensione fatta dalla Sarchi non sembra.
    La Sicilia è sempre stata un eterno presente antistorico,non so se di fango o di gloria,metafora solo di se stessa e dei siciliani,ma se proprio vuole, di tanta parte del mondo,Italia compresa.

  13. alcor il 10 luglio 2010 alle 08:16

    Il libro lo sto leggendo [e per ora mi annoia] ma sulla recensione:

    «E per chi si muovesse spinto dalla ricerca di un principio generatore, dall’idea che i paesi devono essere conoscibili, perché in questo sta la loro essenza, avere caratteristiche definite, riconducibili a una dinamica di interazione tra l’uomo e l’ambiente, di un certo uomo e di un certo ambiente? Quel paese risulterebbe introvabile. »

    eh no, introvabile no, se un paese dev’essere riconoscibile per la dinamica di interazione tra uomo e ambiente, basta portarmi bendata su una costa italiana [non solo siciliana], in un paesaggio italiano, in una periferia italiana e sbendarmi, saprò subito dove mi trovo e troverò subito il paese, che nell’Europa occidentale era uno dei più belli ed è il più devastato.
    Il delirio della très grande bibliotheque è tutta un’altra storia dalla nostra, purtroppo.

  14. francesco forlani il 10 luglio 2010 alle 09:28

    A me è piaciuto molto il libro di Giorgio Vasta. Devo dire che mi è anche capitata una heureuse coincidence ovvero che il giorno stesso in cui avevo tra le mani spaesamento un amico, paolo gentiluomo mi ha offerto il suo libro “lo smaltimento” (altra bella prova di un narratore veramente straordinario e super ignorato). Curiosa (fortunata) coincidenza perché in realtà i due titoli potevano tranquillamente confondersi e per averne prova ho chiesto a Giorgio se gli sarebbe piaciuto come titolo (la parola smaltimento ricorre nella prima parte del suo journal) . Se è vero quelo che dice Alcor sulla riconoscibilità di un luogo quasi immediata è altresì vero che quella intuizione, percezione, si fa più difficile quando quella neutralità dello sguardo è ” turbata” da un tipo di esperienza come quella del ritorno in una città in cui non si è voluto abitare.
    Non dovremmo allora avere paura delle parole. Nostalgia, per esempio. E così leggo che è una parola moderna storicamente divisa tra il francese mal du pays» e la tedesca «Heimweh» (dolore della casa) . questa seconda accezione credo convenga di più al libro di Giorgio. Infatti l’essenziale del libro si svolge nelle stanze (la cameretta d’antan) e per quanto isolata dal resto, ovveo dal palazzo, quartiere città, ne è proprio il cuore, il polmone, il respiro più autentico. Una casa in cui giorno dopo giorno colui che la riabita seppure per poco, sembra che lotti con le cose guaste. L’immagine finale, che non rivelerò è di una forza e poesia inaudita. Allora l’esperienza di un luogo che nel tempo non è mutato deve fare i conti con chi invece un mutamento l’ha subito. Lo smaltimento diventa così azione dello scarto. Il viaggiatore immobile protagonista si ritrova, per usare una bella metafora che un amico poeta, Petr Kral, mi aveva dato un giorno della sua esperienza di ritorno a Praga dopo un trentennale esilio, a percorrere i luoghi dell’origine attraverso il complesso sistema di segni lasciati in giro negli antichi passaggi. Quelle orme c’erano ancora, sì lui era passato effettivamente di lì, però il tempo aveva accumulato intanto così tanta polvere che il piede, pur ritrovando le misure scivolava (scartava) leggermente di lato.
    effeffe

  15. alcor il 10 luglio 2010 alle 09:55

    @effeffe

    Heimweh, non dolore della casa perché la casa ti fa soffrire, ma perché ne sei lontano e vorresti tornarci, meglio allora la Sehnsucht di cui parla Alessandra Sarchi, e che però finora io non vedo, vedo invece proprio lo “spaesamento”. La parola itaiana è la più appropriata.

  16. francesco forlani il 10 luglio 2010 alle 10:27

    sai Alcor è proprio la dimensione paradossale di quel dolore ( odi et amo) a farne un vero dolore. A me capitava nei primi mesi di vita altrove (e che dura da oltre un ventennio) di sognare di essere ancora a casa (sognavo di quella casa) e di ribellarmi all’idea, al sogno, al punto di svegliarmi di soprassalto e guardandomi intorno (chambre de bonne di otto metri quadri) sospirare: uhff, io sono qui ovvero altrove. Oggi sogno le persone che non ci sono più e grazie alle quali quei luoghi avevano un senso,, ma questo è un altro discorso
    effeffe

  17. alcor il 10 luglio 2010 alle 10:53

    spaesato:-)

  18. francesco forlani il 10 luglio 2010 alle 11:10

    tutto spaesato?

  19. véronique vergé il 10 luglio 2010 alle 11:25

    Da remota memoria la casa natale prende la tua ombra. Diventa il centro invisibile del tuo corpo, opera un incanto: tu cammini nella città senza radici, e tu porti in te la la mappa dei vicoli antiqui.

    Nel ricordo un frammento del paesaggio diventa nitido, si accompagna il brusio delle voci ( o i gridi, il frastuono della luce), un odore cosi intenso che tu credi davvero che l’odore si fosse intrufolata nella narice. Il dolore di casa viene dell’illusione che il tuo ricordo sia più vivo della realtà. Luoghi accavallati.

    Il tempo dell’illusione resista un po’, ma il luogo reale si impone. La casa natale, nel lessico del sud, è luogo di tutto, creazione della luce, del’amore, del sangue, della prima parola. La casa è il luogo mitico, sognato, come la città di Napoli, vista attraverso lo sguardo di Carlo Capone, c’è qualcosa che tiene fermo il tempo, di un sonno/ sogno di cento anni.

    Per me , non è la casa natale che fu il mio rimpianto, ma il paesaggio, l’elemento vento e il mare. Quando cammino in una città, molto allontanata dal mare, ho l’illusione di vedere un tratto blu, mi sembra che dopo qualche passo, mi ritrovero sulla sabbia, e il toccare dell’onda, già lo provo. Mi sembra anche, perché lo spaesamento mi invita all’immaginazione, che trovo un mare unico e città che si sposano da Barcelona, a Sète, da Napoli a Genova.

    Direi tornando al libro di Giorgio Vasta che voglio scoprire, che la camera à il luogo dell’infanzia, del corpo addormentato, marino. Se puo accadere miracoli.
    Mi sembra anche che il lettore puo provare uno spaesamento nell’attesa di un paesaggio che si porta nella mente, e entrando in un paesaggio intimo che non è il suo, riconosce una parte del suo ricordo.

  20. AMA il 10 luglio 2010 alle 19:09

    @ Alcor

    Ti sbagli. Lo spaesamente c’e’. Eccome.
    Vivo all’estero. Come tutti gli anni sono stato al lago di Garda. Brescia. Ho un amico originario di quella zona.

    A Ponte San Marco ad esempio ho visto una corpulenta donna di colore seduta col ventaglio fuori una casina gialla, un solo piano rialzato, con tanto di banano.
    A Lonato del Garda famiglie pakistane col passeggino Chicco. Ragazzini con accento del posto avere lunghi capelli raccolti in una calza, scortati da mamme in abiti tradizionali.

    Questa non era la MIA Italia. Anche se non ho nessuna nostalgia di quello che e’ stata. E spero che i nuovi arrivati possano migliorarla.

    Ho vissuto a Milano per tanti anni. Dopo tre ci sono tornato a fare solo una passeggiata. Irriconoscibile. L’umanita’. Un’altra cosa. Da ogni dove. A pullulare su una sfondo di palazzi quasi decontestualizzati.

  21. alcor il 10 luglio 2010 alle 20:12

    @AMA

    ma tu leggi mai prima di scrivere? o parti sparato solo perchè ti piace la velocità?

  22. AMA il 10 luglio 2010 alle 20:31

    @ Alcor

    Lo ggiuro ho sbagliato nick. Chiedo venia.

  23. plessus il 13 luglio 2010 alle 18:43

    Amo la scrittura di Vasta, e i suoi pensieri che si fanno parola scritta nelle profondità estreme di un linguaggio che è antropologico, descrittivo di “una resa euforica al presente che stiamo attraversando”. Il suo richiamo ad una coscienza che irrompa nell’indistinzione, nella materia magmatica, per organizzarvi un ordine e un palinsesto, riscattando l’intelligenza affinché da essa scaturiscano azioni è testimonianza potente dell’intelligenza stessa che “si limita a contemplare se stessa. Si basta. Fa parte della resa”.
    La precisione chirurgica della scrittura, la cura maniacale che rende manifesto il tocco degli oggetti con le parole, lo sforzo speculativo caricato sul linguaggio per scardinare la materia e svelarne il mistero, tutte le cose giuste scritte rivestono però un carattere di eccesso intellettuale.
    Che probabilmente è il limite comunicativo, e punto di debolezza, nella forza di questo testo meraviglioso e necessario, sì, dai grandi volumi interiori. La statura di uno scrittore sta (anche) nella capacità di strutturare concetti e rappresentazioni per trasformarli in una matrice ben comprensibile alla stragrande maggioranza dei lettori.
    I quali per Spaesamento, ahimè, temo rimarranno un’elite.

  24. Martino il 14 luglio 2010 alle 12:13

    Ho letto il libro in questi giorni. Devo dire che mi ha annoiato come ascoltare in loop una puntata di Golem. Pur condividendo (come non farlo?) la diagnosi che a cui il libro approda, a mio parere l’eccesso di intellettualismo a un certo punto sembra mangiarsi la realtà, come il petrolio della BP nel Golfo del Messico. Ho provato anche un certo fastidio nella descrizione reificata dei personaggi su cui il carotatore appunta la sua attenzione (la donna cosmetica, ecc.), non riscattati dalla pantomima fantastica finale in cui viene data loro voce. Gli “altri” in questo libro sembrano solo sintomi o fantasmi. Pur stimando la direzione, non mi riconosco in questa traiettoria. Mi dispiace di restare fuori ancora una volta dall’élite.