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I sei minuti più belli della storia del cinema

agamben.jpg di Giorgio Agamben

Sancho Panza entra in un cinema di una città di provincia. Sta cercando Don Chisciotte e lo trova che sta seduto in disparte e fissa lo schermo. La sala è quasi piena, la galleria – che è una specie di loggione – è interamente occupata da bambini chiassosi. Dopo qualche inutile tentativo di raggiungere Don Chisciotte, Sancho si siede di malavoglia in platea, accanto a una bambina (Dulcinea?), che gli offre un lecca lecca. La proiezione è cominciata, è un film in costume, sullo schermo corrono dei cavalieri armati, a un tratto appare una donna in pericolo. Di colpo Don Chisciotte si alza in piedi, sguaina la sua spada, si precipita contro lo schermo e i suoi fendenti cominciano a lacerare la tela. Sullo schermo compaiono ancora la donna e i cavalieri, ma lo squarcio nero aperto dalla spada di Don Chisciotte si allarga sempre piú, divora implacabilmente le immagini. Alla fine dello schermo non resta quasi piú nulla, si vede soltanto la struttura di legno che lo sosteneva. Il pubblico indignato abbandona la sala, ma nel loggione i bambini non smettono di incoraggiare fanaticamente Don Chisciotte. Solo la bambina in platea lo fissa con riprovazione.

Che cosa dobbiamo fare con le nostre immaginazioni? Amarle, crederci a tal punto da doverle distruggere, falsificare (questo è, forse, il senso del cinema di Orson Welles). Ma quando, alla fine, esse si rivelano vuote, inesaudite, quando mostrano il nulla di cui sono fatte, soltanto allora scontare il prezzo della loro verità, capire che Dulcinea — che abbiamo salvato — non può amarci.

(tratto da Profanazioni, Nottetempo, 2005)

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25 Commenti

  1. La tradizione è l’idolatria del passato.
    La modernità è l’invenzione del futuro.
    Con l’eterno ritorno dell’uguale
    Nietzsche tentò di immortalare il presente.
    Forse l’occidente è solo un assetato
    che corre dietro una fata morgana
    lasciandosi alle spalle la sorgente.

  2. ognuno ha i propri 6 minuti, ogni cosa bella è soggettiva, sempre.
    …e l’oggettività è dettata dal momento storico e sociale.
    cmq sono questi sono ottimi 6 minuti, Don Chisciotte è l’archetipo dell’uomo moderno.

  3. Buongiorno, vorrei ringraziare il prof. Agamben ed Eamanuele Coccia per la visione di Averroè effettuata nella recente pubblicazione:”La trasparenza delle immagini. Averroè e l’averroismo”.Mi è stata molto utile per aggiornare alcune prospettive sull’autore e ricollocarlo in una dimensione contemporanea.

    Una curiosità: chissà se Agamben o Coccia hanno avuto come me l’impellante curiosità di visitare gli splendidi luoghi averroistici nell’ El Andaluz, avamposto della orientalità occidentale. Capita come per Antonio Damasio “Alla ricerca si Spinoza” di andare “Alla ricerca di Ibn Rushd”.

  4. @Lorenzo
    Gli aforismi sono il lusso di un minuto di felice pensiero
    nell’interminabile merdaio delle immagini

  5. Immaginare di andare al cinematografo e di sedersi vicino a Benjamin che stringendo sulle ginocchia arrotolata la tela del suo inseparabile Angelus, gira la testa verso di te ed invece di sgranocchiare pop corn ti dice una delle sue: “Dio non è morto ma è semplicemente stato assorbito nel destino dell’uomo”. Perché immaginazione non è finzione come faceva dire Pennac al prof. di Signori bambini. Agamben ed i suoi sei fantastici minuti passati a giocare al cinematografo con i bambini che sanno benissimo – e non devono disimparare a farlo – profanare, cioè toccare le sacralità, i racconti sacri, il giocare non inteso nel senso televisivo ma come comportamento umano senza fini utilitaristici. L’immaginazione negli sguardi di comuni mocciosi che sfuggono ai limiti del consumismo, ancora una possibilità di immaginarsi la vita anche se poi si scopre che la Pulzella non ti ha mai amato ma sei contento lo stesso di averla salvata. Non accontentarsi dei sogni risciacquati, delle smanie per i falsi bisogni perché la salvezza è nella vita comune. Anche se all’orizzonte intravedi trenta o quaranta grossi mulini a vento.
    Nelle scuole ci trovi anche bambini più freddi e sempre meno capaci di manualità e giochi creativi, ai quali il “compra-compra” ha rubato l’immaginazione.

  6. Magda, a me che t’ho consigliato il libro, niente? Nemmeno un piccolo grazie?

    E allora beccati sta roba! “Core ‘ngrato” (che non sei altro). Di Ibn Al Kard Illah e Salman Kord Ifer Rar (della Scuola di Forcella).

    Catarì, Catarì, (*)
    pecche’ me dice sti parole amare?
    pecche’ me parle, e ‘o core me turmiente,
    Catarì?
    Nun te scurda’ ca t’aggio dato ‘o core, (**)
    Catarì, nun te scurda’!
    Catarì, Catarì,
    che vene a dicere
    stu parla’ ca me da spaseme?
    Tu nun ce pienze a stu dulore mio
    tu nun ce pienze, tu nun te ne cure.
    Core, core ‘ngrato,
    t’haie pigliato ‘a vita mia,
    tutt’e’ passato
    e nun ce pienze cchiu’!

    Catarì, Catarì
    tu nun o saie ca ‘nfino int”a na chiesa (***)
    io so’ trasuto e aggio priato a Dio,
    Catarì
    e ll’aggio ditto pure a ‘o cunfessore (****)
    I’ sto’ a suffrì pe chella lla’!
    Sto a suffrì, sto a suffrì
    nun se po credere
    sto’ a suffrì tutte li strazie
    e ‘o cunfessore ch’e’ persona santa
    m’ha ditto: figlio mio, lassala sta’, lassala sta’!

    Core, core ‘ngrato
    t’hai pigliato a vita mia…..

    (*) E’ chiaro che Catarì è la traduzione araba di Magda.

    (**) Sta per “libro”: in Andalusia si usa così.

    (***) E’ una moschea: ma col clima che si respira in giro, meglio attenersi all’ortodossia.

    (****) E’ il dottor Gerardo Carotenuto, così affettuosamente chiamato dai suoi pazienti riconoscenti.

  7. cosa di nuovo nei sei minuti al cinema di Agamben rispetto alle tante pagine dello Zibaldone in cui Leopardi si accanisce a salvare il potere delle illusioni? Domanda polemico-igienica.

  8. Conte Ugolino tu mi hai segnalato un altro testo inerente ad un altro lavoro che pensavo di sviluppare cioè l’elaborazione del confine in generale, di cui ti ringrazio molto.
    Invece poi ho pensato di sviluppare qualcosa di più inerente alla filosofia e ho setacciato tutto il materiale disponibile su Averroè. Devo dire che dal punto di vista storico mi ha colpito molto il modo di affrontare il medioevo e la cultura araba di Alain de Libera, sopratutto mi ha trasmesso la sua fissazione per la Translatio Studiorum, che ha insito il germe del nomadismo culturale espresso ad altissimi livelli. Da Bagdad a Cordova.
    Invece sulla contemporaneità mi è stato utile Augusto Illuminati e il collegamento al general intellect di Marx e Coccia per l’intepretazione direi a cavallo tra l’estetico e il freudiano….poi ho ci ho aggiunto di mio condendo il tutto con Derrick de Kerckhove, che sembra dire cose più usurabili di quanto detto da Averroè.

    In ogni caso il lavoro ha preso questa piega, titolo:

    Forme mentali e orizzonti ontologici in Averroè, Giordano Bruno, Spinoza.

    ( e relative proiezioni attuali)

    Su tutti governa in maniera indiscussa l’immaginazione intesa come fondamento al pensiero aleatorio, e come abilità neuronale di rendere le forme mentali come sedi di rappresentazioni esistenziali.

    ps: sognare al cinema ed emozionarsi a teatro?

  9. Ops, ho dimenticato, entrando occasionalmente nel sito, di salutare l’ autorità intellettuale di NI, il sindaco sitting targets (che pensavo ateo), lo riverisco nell’uscire, camminando all’indietro…. è meglio.

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sergio garufihttp://
Sono nato nel 1963 a Milano e vivo a Monza. Mi interesso principalmente di arte e letteratura. Pezzi miei sono usciti sulla rivista accademica Rassegna Iberistica, il quindicinale Stilos, il quotidiano Liberazione, il settimanale Il Domenicale e il mensile ilmaleppeggio.
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