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Cho, Ntuyahaga

di Andrea Raos

La scorsa settimana ho passato qualche giorno a Montreal, invitato ad un incontro di scrittori attorno al tema della “confessione” (“l’aveu”, cioè non la confessione cristiana ma quella diciamo, in senso lato, giudiziaria). Non ero invitato a parlare ma solo a leggere qualche poesia e a partecipare, se volevo, al dibattito sugli interventi altrui. In pratica, ero in vacanza.

Nelle pause dei lavori, in albergo, guardavo la televisione.

Con in testa il tema della confessione, intontito dal fuso orario, ho visto scorrere rapidissime le immagini iniziali del processo appena iniziato a La Haye contro Bernard Ntuyahaga, uno degli attori del genocidio rwandese.

Soprattutto, molto più lentamente, ho assistito in diretta su CNN al massacro che ha avuto luogo in quell’università in Virginia e poi, da quando sono stati recapitati a NBC e da lì catapultati sul mondo, ho rivisto e riascoltato mille volte le foto e i video di Cho Seung-hui.

Le immagini e le idee si sono fuse.

Da un lato, giornate di ricchissime riflessioni sulla confessione in letteratura, su cosa significhi per uno scrittore confessare qualcosa (in media, e sia detto senza alcun disprezzo né superiorità: fuggevoli drammi, infanzie lontane, angosce eteree); dall’altro, in brevi fotogrammi l’ostinato silenzio di un orrendo criminale, che non confesserà mai nulla (il maggiore Ntuyahaga). I veri colpevoli tacciono sempre.

Di fronte al suo silenzio e contro di esso, la confessione anticipata di quel ragazzo coreano. “Anticipata” cioè apocalittica, da fine dei tempi: al convegno si diceva che si può confessare solo il passato e che quindi la “confessione” è di per sé ordinata, narrativa (Pierre Joris); in quello stesso momento, Cho invece sconfessava Sant’Agostino, confessava il futuro. Nei suoi occhi ho visto spalancato un voraginoso abisso di dolore, di solitudine, di rabbia non raccolta e non interpretata. E così, perché non interpretata, ora non più interpretabile. Ho provato altrettanta pietà per lui che per le sue vittime.

Cho è un colpevole che non ha taciuto, né in immagine né in parola.

Ho ammirato l’accurata perizia della sua messa in scena di sé: le foto di lui sorridente e sereno (commuovo il mio pubblico con il registro patetico, mostro la mia felicità che “loro” hanno distrutto); le foto di lui in pose da guerriero autodistruente (spavento il mio pubblico, mostro tutta la mia immensa potenza, e lo faccio ricalcando, citando Abu Ghraib).

Mi ha colpito l’indubbia qualità letteraria del suo messaggio al mondo: una retorica semplice, di uno scolasticissimo stampo biblico (era di famiglia protestante), ma di grande tenuta e di perfetta coerenza stilistica con le immagini dei video (un cd-rom contenente 27 file in QuickTime Player). Su CNN dicevano che all’università aveva seguito corsi di scrittura creativa, scritto drammi (tra un po’ qualcuno li pubblicherà, ne sono certo, magari in rete, magari “non a scopo di lucro”). Doveva essere intelligente, doveva essersi reso conto che quella poca e banale arte imparacchiata a scuola non poteva bastare, non sarebbe mai bastata per buttare fuori, allontanare da sé, scongiurare tutto il dolore che lo abitava. Cosa differenzia un artista autenticamente sperimentale da un assassino?

I veri colpevoli tacciono sempre. Più si murano nel silenzio, i veri colpevoli – schematicamente, dentro l’Occidente l’assurda perversione politica ed economica, fuori dall’Occidente la violenza militare, che regolano ogni nostro passo –, più il grido diviene la sola confessione possibile. E comunque inutile se non sostenuta da trenta morti occidentali questa volta, cento la prossima.

Nel frattempo dai sottotitoli degli incessanti speciali di CNN sfilavano, autentico ritorno del rimosso, i 230 morti, solo giovedì scorso, in Irak. Sfilava l’abissale, fintamente corrucciato silenzio dell’attuale presidente degli Stati Uniti e sfilavamo tutti noi, io per primo. Un’interminabile catena di fantasmi, di già-morti, di nati-morti e di non-ancora-vivi. Quelle parole gialline che scorrevano erano un urlo che non finiva mai. Scivolavano anche i nomi delle vittime. Qui la solenne pietà mediatica si incistava nel ridicolo: con vergogna, non riuscivo a non ridere quando passava uno di quegli interminabili nomi indonesiani, ne bastava uno per occupare tutto lo schermo, e di fronte a quelle cascate di consonanti un occhio distratto pensava che il software dei sottotitoli fosse impazzito.

Ogni confessione lirica ne è per me immediatamente, radicalmente sconfessata – mi dispiace pensare che ne scrivo con una certa regolarità – o peggio, ridicolizzata.

Ne è sconfessata anche ogni narrazione. Sono rimasto stupefatto, sinceramente ammirato, di fronte all’empirea professionalità con cui i giornalisti di CNN costruivano, letteralmente in diretta, uno dei più avvincenti romanzi multimediali che io abbia letto negli ultimi tempi: né film né documentario né docu-fiction né romanzo né poesia né tesi di sociologia applicata né critica letteraria (sì, perché gli scritti letterari di Cho sono andati a ripescarli e li hanno sviscerati, hanno anche intervistato il suo professore di scrittura creativa, del tutto smarrito, a dir poco patetico) né meta-romanzo e meta-tutto ciò che ho appena detto, ma tutto questo in una volta sola e (alla lettera) in tempo reale.

Nel frattempo, al convegno assistevo ad una surreale (ma a onor del vero, molto breve) discussione sui generi letterari e sulla letteratura popolare. Chi era a favore e chi era contro, figuratevi un po’. Chi diceva che vendere tanto è brutto, chi diceva che vendere tanto è bello. Ma pensa.

In Virginia, era orribile ciò che accadeva (suppongo: in fondo io non c’ero), ed era orribile ciò che era raccontato, come era raccontato, era orribile il fatto che venisse raccontato.

Sopra tutto questo, ricordavo o credevo di ricordare il finale di un libro di Lovecraft, in cui il gruppo dei protagonisti sorvola, con ormai pochissima benzina, un paesaggio polare e pre-umano, fatto di immensi blocchi di roccia collidenti e di un cielo livido, albale; sorvolano il luogo in cui sta per rinascere Chtulhu.

E io cosa inventare, cosa e come scrivere mentre a un passo dalla caduta, giorno dopo giorno, sto sfiorando una Chtulhu già rinata?

16 Commenti

  1. “Je ne sais pas où je suis, je ne le saurai jamais, dans le silence on ne peut savoir, on doit juste avancer.”

    Samuel Beckett_ L’lnnommable

  2. @Raos
    ma dov’è il disegno?
    Voglio vedere il disegno del paesaggio polare con immensi blocchi di roccia e un cielo livido!
    Prometto che faccio la brava!

  3. “E io cosa inventare, cosa e come scrivere mentre a un passo dalla caduta, giorno dopo giorno, sto sfiorando una Chtulhu già rinata?”

    ecco, mi verrebbe da risponderti, quello che hai appena fatto. Scrivi di questa impotenza, di questo arrendersi dello scrittore davanti al muro, scrivi di questa tua maniera di stare zitto, senza parole davanti al muro, contro la “LODE” di Agostino, e il suo salterio, tu “sconfessa” tutte le parole e bestemmia come hai fatto adesso e dici solo muro e silenzio e che non è più tempo di another brick in the wall, che non è più tempo di crolli, questo, e che invece di crollare, i muri oggi resistono e crescono e piombano alla velocità del buio, dappertutto, tra i popoli, le religioni, oriente e occidente, negli uomini, e che le parole non ci stanno dietro e che si può soltanto fare dei cenni muti, come scuotere la testa o puntare un dito.

  4. dirò una cosa terribile: finché il numero di umani presenti sul pianeta continua ad aumentare, non c’è limite agli abissi di infamia che qualcuno di essi può raggiungere, riuscendo, questo è quello che ogni volta mi stupisce, ad addormentarsi tranquillo la sera, con le mani malamente strofinate per tirar via il sangue in eccesso.
    Detto questo, another brick in the wall va comunque bene, così come va bene la citazione di Beckett.

  5. Al signor Raimo è sfuggita la mancata confessione di Anna Maria Franzoni. La casa di Cogne? Il più avvicente romanzo multimediale degli ultimi anni. Non è necessario andare poi a Montreal per connettersi alla CNN.

  6. Avviso alle debuttanti
    Tutti i romanzieri bisognosi di un quarto d’ora di celebrità, non si ispirino a Giorgio Faletti. Mettano in atto i loro istinti più insani, nella quotidianità del loro reality. Prima o poi avranno il colpo di genio. Faranno notizia. Saranno considerati degli eroi nazionali. Dalle tante famiglie Simpson sui nostri divani. In bocca al lupo. E speriamo di dimenticarvi presto. Per fare spazio alle nuove leve.

  7. Vedi, Carla, non è necessario guardare la CNN da Montreal per avere un’illuminazione sulla contemporaneità. Quando poi in casa nostra si compiono gesta meno folli ma più inquietanti. O credi che l’Italia sia il paese dei gerani?

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Andrea Raos
Andrea Raos
andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010), lettere nere (milano, effigie, 2013), le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017) e o!h (pavia, blonk, 2020). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu.
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