Articolo precedente
Articolo successivo

Dopo l’addio

modigliani001.jpg

di Carlo Capone 

Mamma è scivolata dal letto all’alba di ieri. Anche io, ma erano le sei di stamani. Don Saverio, il beccamorto del primo piano, ha bussato così forte da lasciarmi stordita: sogno o lancio di immondizia in cortile? Se ti trovi in quel limbo di vita e di niente che è il dormiveglia ci può anche stare. Voglio dire di prendere le busse a una porta per tonfo di sacchetto. A questo ho pensato al principio e perciò ho cambiato posizione, da lato finestra a fronte all’ingresso. E qui ho beccato l’altro schiaffo, una botta di palmo al gusto di scasso e condita di stizza per sonno affanculo. Certo, se ti svegliano in quel modo dopo che tua madre ha bevuto il detersivo, e se a darne notizia è un beccamorto, sfido Paperino a trovarne di peggio.
Don Saverio urlava e dava schiaffi – signurì, aprite! è morta mamma vostra – mentre io, intontita, cercavo di realizzare in ordine sparso: chi sono, dove sto e, risvolto non da meno, chi è questa madre? Lui tutto questo lo ignorava. Con quel tonfo, e la serie dei successivi che mi ha spinta ad aprire, intendeva esternare il fritto misto dei suoi disappunti. A prescindere dal fine contingente. Le triglie le aveva servite a prima sera, all’atto di porgermi le chiavi al rientro dal mare. “Abbiamo preso la tintarella?”, ha ridacchiato dall’uscio di casa. Stamani, con quei colpi, ha spadellato gamberi calamari e pescetti, che secondo me consistono nell’essersi scassato le palle di domiciliare posta ‘a chella scumbinata là ncoppa’, di riceverne visita a orari strani per un uovo, un po’ di prezzemolo o un dado di brodo, e soprattutto di fungere da ricettore dell’immondizia telefonica che perviene dai miei. Questa volta la spazzatura puzzava di morte.”Giesù”, c’è rimasto, quando ho aperto. “Giesù”, ha ripreso squadrandomi fino ai piedi. Ero stordita, l’ho detto, vuoi per i postumi da insolazione, vuoi per i tonfi alla porta e sia per le parole miste a quei colpi, graffianti come spine. Un confuso urtichio che stentavo a inquadrare: capriccio di veglia all’odore di monnezza o annuncio di morte al sapore di becchino? “Ma voi dormite proprio annuda?”, ha chiesto don Saverio. E perciò, con lo sguardo tra il necroforo tirato dal letto e il maneggione di salme putrefatte, causa suo stupore, dicevo, ho dovuto convenire che sì, ero senza niente addosso, come deciso ieri sera per il caldo di questa soffitta e il disgusto – quello sì tutto mio- con il quale ho scagliato i panni per aria. Ho aperto gli occhi, anzi uno solo, lasciando l’altro a guardia degli istinti, e preteso.
“Può dirmi che cosa è successo?”
“Vestitevi”, ha risposto, accennando agli stracci. Scomparso ogni tanfo di pesce. Ha solo detto ‘vestitevi’, a significare ‘nun fa a’ scema’. Una carezza affettiva nell’accingersi a spiegare.
Alle carezze, sia pure verbali, mi sento refrattaria. Riguardo alle spiegazioni ne ho rimosso l’urgenza, distratta dal groppo di rabbia e bruciore che montava tra le cosce. Ho detto ‘momento’, e sono corsa al semicupio, ponendomi a scavalco del vaso, col bacino a mezz’aria, e in tale postura riversato il mio succo. Che ho spremuto, torcendo la buccia a costo di urlare, il troppo che basti per lenire un dolore di tutt’altra natura: crescente, ossessivo, ancorché inebriante.
Ora, adesso che scrivo nella tana che fu mia – e che sento come estranea, come io a me stessa – solo adesso comprendo che i dottori una qualche ragione ce l’avranno avuta. Spremersi, spingendo a dirotto sino a farsi del male, zittirsi in quel modo per diluire una morte, e non darsi spiegazione se le vespe nella testa siano ebbre di gioia o di spasmi da lutto, sono certa, non è da normali. Specialmente se agli insetti, al ronzio maledetto, al dolore alle natiche a forza di urinare si sommano suoni, vocalizzi, fonemi, che ritengo condensino nelle seguenti parole. “Ti sta bene, brutta troia”.
“State bene signò?”
Le premure del becchino hanno fatto da eco, e per questo, specialmente per tale coincidenza, io non so se davvero ho pensato ciò che scrivo. In un colpo, un battito d’ali di vespa, ho rizzato le reni e sussurrato alla porta: “I vestiti”. “Per piacere”, ha osservato don Saverio. Ho sentito una serie di fruscii, concreti e polverosi, e poi zac, un braccio venoso mi ha porto canotta e pantaloni. Mutande e reggiseno essendomi estranei.
Il seguito, quanto accaduto dopo essermi coperta, è consistito nella sua presa d’atto di essere di fronte a un cristiano, un tronco animale provvisto di anima, nervi ed emozioni. Mi ha dunque notificato l’evento torcendosi in piroette del tipo ‘guardate, ammagari non ho capito’, oppure ‘quando chiamano i vostri penso sempre a un errore di sbaglio del numero’, e scordando di avermi già detto l’essenza del tutto vomitando alla porta ‘ è morta vostra madre!’.
“Volete che vi accompagno?”, ha concluso a occhi bassi, in un empito di pietà alla formalina, esauriti i valzer di becchino al gran ballo di tutti gli schiattamorti.
Un lancio di sacchetto mi ha scossa all’azione
“Chiami un tassì”, ho sussurrato.
“Sicuro che vi sentite?”
“Mai stata così bene.”

(Nella foto: Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne)

7 Commenti

  1. Questo racconto mi è piaciuto,
    e un po’ mi ha fatto accapponare la pelle e stomacato, per via dell’ambiente, piuttosto “dimesso”, per dire…e situazioni tragiche,
    sopratutto è buono l’articolare del linguaggio, la ricerca dei termini.
    Mi va pure tutto il tortuoso giro mentale che Capone fa fare a questa protagonista poveraccia.

    MarioB.

  2. “pietà alla formalina”: dignità/pietà dell’ancora quasi certo.
    mai appendere i propri panni nell’armadio o sulla stampella: si DEBBONO lanciare per terra! come la morte che addosso non si toglie.
    “Ti sta bene, brutta troia”: in ogni contesto mondiale ti assicuro sta bene!
    svegliarsi con la morte è il brivido assoluto: dalla punta di ogni capello alla fine della fine di tutte le dita dei piedi.
    ho apprezzato nonostante la zazzera al veleno così a noi ravvicinata, unci-nata, lieta: alla fine?

  3. a me quel “Giesù” scritto con la i marcata
    me piace assai!

    “capriccio di veglia all’odore di monnezza o annuncio di morte al sapore di becchino? “Ma voi dormite proprio annuda?”, ha chiesto don Saverio.

    io in questo racconto che trovo arguto e frizzante
    la morte la vedo beffeggiata!

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Oh Weah!

di Francesco Mola
Forse è proprio questo che rende quella corsa travolgente verso il gol ancora memorabile. Non solo l’eleganza del gesto, non solo la potenza fisica. Ma l’illusione, allora credibile, che le linee bianche nel mezzo di un campo non fossero limiti, ma confini attraversabili. L’Europa si raccontava come promessa di spazio aperto, dinamico, permeabile.

In margine a un’intervista di Gianluigi Simonetti e Walter Siti

di Andrea Inglese
Davvero la faccenda della poesia oggi si riassume a un immaturo pregiudizio contro la metrica tradizionale? Non pensi, invece, che la prosa in prosa, le poetiche non assertive, siano alcune vie, tra diverse altre, per fare qualcosa di diverso rispetto alla letteratura standard e a quella edificante... ?

La rimozione delle campagne (La gaia cecità #4)

di Giacomo Sartori
Strano saperne così poco di un ambito che ci dà da mangiare, i cui prodotti entrano tutti i giorni nei nostri corpi influendo sul nostro stato e equilibrio, modificandoli. E che è localizzata vicino a noi, perché circonda i nostri nuclei abitati, la attraversiamo...

Ernaux, o della gelosia

di Lisa Ginzburg
L'occupazione è stato mentale in questo breve e lancinante memoir di Annie Ernaux. Ma è anche ciò che ha permesso all'esperienza di diventare parola. Colmare le assenze scrivendo. Non un passatempo, ma un affidarsi alle parole.

Quella favola della pittura

di Leonardo Canella
Ti dico una cosa: io ho la mente analfabeta quando dipingo. Senza pensieri incastrati nelle parole. I fiori del ciliegio, il sole sul collo, una coccinella infragilita. I fiori del ciliegio...l'ho detto? ....

La Repubblica dei Terrestri

Il programma del terzo incontro di La Repubblica dei Terrestri, dal 9 all'11 ottobre a Tricase e a Santa Maria di Leuca, in Salento
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: