Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 12

16 ottobre 2008
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[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1, 2,
3,4,5,6,7,8,9, 10…]

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

a volte mi basta passeggiare, o trovarmi seduto da qualche parte,
con la sensazione che sto tirando le fila, anche se,
dentro di me ho l’aria distratta, e fuori sembro uno
che fissa un angolo di porta, con un quadro in mente, la mente spenta,

non è vero niente, c’è una lieve, ma precisa continuazione,
un fluire di particelle, forse sono gli atomi della fisica,
qualcosa di rado e sottile, ma che cola in continuazione,

da un sacco di anni, da un tempo esagerato,
e non trova mai deposito, drammaticamente,
come un cameriere sospinto di nuovo
ad un tavolo od ad un lavello ingombri
e che malgrado tutto lascia cadere, accumularsi,
di più ancora le stoviglie, sempre meno in equilibrio,
sempre cadendo e con fragore crescente

ma non posso neppure curarmene
fermarmi in un angolo all’ascolto
passare la vita intera a sentire come scivola
incerta questa caduta alla ricerca
vana del suo fondo dovrei stare così fermo
e per così tanti anni smettendo di fare
quasi tutto sia il lavoro che il cibo
non potendo masticare per meglio
sentire se mai ci fosse il finale
se qualcosa rimanesse come uno strato sottilissimo
da qualche parte preso anche per poco agganciato
come un’ombra di neve su di una superficie.

D’altra parte quel film che forse proprio tu
mi hai invitato a vedere
si concludeva così:

senza finale, tiepido,

su un tipo con la pistola in mano,
la solita
di tutti i film precedenti
con il manico ormai consunto,
sottile come un osso pulito

e proprio lì, alla fine, vicinissimo
a tutto
si dimenticava come usarla,
la fissava inerte, innamorato

(nessuno ormai
fuori o dentro lo schermo
si aspettava più niente)

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11 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 12

  1. Natàlia Castaldi il 16 ottobre 2008 alle 07:22

    “… nessuno ormai … si aspettava più niente”

    come sempre, Andrea, resto senza parole.

  2. renatamorresi il 16 ottobre 2008 alle 11:25

    sto leggendo le lettere come se fossero (non ti offendere!) una specie di sceneggiato, con la curiosità e l’ansia di vedere come va a finire – ogni tanto ho paura che gli succeda qualcosa di brutto a questo qui: mi preoccupo, perché non capisco se sta pian piano guarendo (perché un po’ ci prova, lo so) o se sta semplicemente evaporando, se la sua ‘disfunzionalità’ finirà per farlo scomporre, dissolvere.

    un saluto,
    r

  3. maria(v) il 16 ottobre 2008 alle 13:36

    ecco il punto, renata, touché.
    abbiamo una visione simile,
    (adesso qualcuno ci lincia):
    il punto di forza di queste lettere sta nel tragicomico, nella vena umoristica, specie di ritratto dell’artista da saltimbanco
    per cui funzionano, secodno me, solo là dove ci riescono oppure inserite nel loro contesto, lette una di fila all’altra, isolare la 4 (che considero una delle meno riuscite) o certe espressioni orripilanti, come:

    guadagnando con le idee nelle forme visibili un sacco di soldi
    (lettera 5) ?????? :-(

    quanto non può mancare
    intorno al lavoro:
    una donna, piuttosto giovane

    (lettera 2) ????? :-((

    mentre è bellissima e una delle meglio riuscite, quella del
    sono guartito troppo, non faccio
    che continuare, sotto i tuoi occhi, a guarire
    (lett8)
    perché è comica, perché non puoi non sentirci il bambino che dice “allora, mamma, cosa mi dici, cosa mi compri? non vedi come ho fatto il bravo, oggi? ;-)))

    e così questa, la 7, un’altra delle migliori, e sempre per lo stesso motivo:
    Ma una gamba, non ce la si rompe ogni giorno.
    È da anni che non mi rompo una gamba.
    Salgo, scendo, m’infilo nei posti più impensati,
    in certi vicoli, niente da fare

    perché mi fa venire in mente: “guarda mamma, senza mani, guarda mamma senza gambe…” ;-)))

    ora io non so quale fosse l’obiettivo di Inglese e di certo, se non era questo, si sentirà profondamente offeso.
    spero di no, perchè è uno dei miei poeti preferiti, uno dei pochi su cui ho cercato, di racimolare tutto il possibile, a caccia delle sue poesie buttate un po’ qua un po’ là, in giro dappertutto, perché sono convinta che abbia una grandissima vena umoristico- tragica proprio perché sembra che, a volte, semplicemente non veda l’ora di sfasciare i giocattoli.
    per cui mi suona strano quando assume pose ingessate, (non che non sappia cambiare registro, alternare i temi etc, ma in questa serie no) è lo stesso motivo per cui mi funziona splendidamente “caduta a seattle” dove si sente tutto il risentimento, l’aggressività tutta infantile, dispettosa, capricciosa di Cattafi:
    “la mia penna/ te la tiro in faccia”

  4. soldato blu il 16 ottobre 2008 alle 18:57

    Oltre la poesia – ho già espresso il mio entusiasmo per la poesia di Andrea Inglese – questa volta mi ha incuriosito anche l’illustrazione che l’accompagna.
    L’ho ingrandita: non è un libro pop up. O sbaglio?
    C’è qualcosa che l’accomuna a certi quadri tridimensionali di Joseph Cornell,
    per esempio le facciate delle case sullo sfondo.
    Di che cosa si tratta?

  5. andrea inglese il 16 ottobre 2008 alle 20:18

    Caro soldato blue, stavolta il passato sorpassa il presente: si tratta di paesaggi artificiali con sagome di cartone colorate e disposte a più livelli, con giochi di trompe l’oeil, posti di fronte a una lente e ad uno specchio inclinato di 45 gradi… si tratta in poche parole delle Boites d’optiques, scatole d’ottica che nel 700′ si erano diffuse nei saloni aristocratici. Questa l’ho fotografata al castello del Parc de Sceaux nell’Ile-de-France.

    a renata: lo sceneggiato (sceneggiata) in versi. mi sembra un’ottima definizione di questa serie di testi!

    a mv: sì, sì, la chiave tragico-umoristica mi trova molto d’acccordo, e anche certi versi orripilanti e ritmi sgangherati; se si pulisce troppo, si perde qualcosa d’importante, almeno in una lavoro come questo…

  6. effeffe il 16 ottobre 2008 alle 23:48

    infatti a Procida ero io che pulivo…
    effeffe

  7. andrea inglese il 17 ottobre 2008 alle 01:02

    eh… ma franzisko tu fosti il mio guru partenopeo…

  8. maria(v) il 18 ottobre 2008 alle 12:59

    ci ho riflettuto. è infatto giusto: i versi “sgangherati” sono perfettamente funzionali allo scopo.

    ad ogni modo queste poesie mi danno il tormento perché, nella mia testa, si deformano continuamente.

    se nel mio precedente intervento ponevo l’accento sui risvolti comici, adesso, ripensando alle ultime 2, in particolare, sono tutte tinte troppo fosche:
    questa per esempio: la vita con un quadro in mente cos’è? l’Angelus Novus? il progresso come pile di piatti in rovina o rovine domestiche? senza futuro? allora, mi sembra non ci sia niente, ma proprio niente da ridere, “or pensa per te stesso/ com’io potea tener lo viso asciutto/ quando la nostra immagine di presso/ vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi/ le natiche bagnava per lo fesso”
    e la pistola scarica di qua, le croci di là, e allora tutti i tuoi pagliacci adesso mi sembrano usciti direttamente dalle pagine di Blasted e mi viene da risponderti, anzi no, di rispondere alla tua poesia come il Soldato della Kane: “Non puoi fare una tragedia sul tuo culo!”,
    perché è solo UNA dell’infinito numero delle varianti, UNA sola della varianti fallite, una delle varianti infortunate al condizionale passato…ma poi mi chiedo perché me la prendo in questo modo con le poesie, le tue in particolare, mi domando perché, che mi piacciano o meno, mi hanno sempre dato il tormento

  9. andrea inglese il 20 ottobre 2008 alle 13:18

    A:”Non puoi fare tragedie sul tuo culo”

    B:”Il mio culo è l’organo più sensibile e vulnerabile che ho”.

    C:”Le uniche tragedie autentiche sono quelle che ci colpiscono da vicino, le tragedie sul nostro culo.”

  10. maria(v) il 20 ottobre 2008 alle 16:18

    a “C” e “B”

    avevo già risposto, perché io sono molto abituata a farmi botta e risposta da me, ogni volta che leggo qualcosa che mi colpisce…

    quindi, una delle ultime mezze citazioni che come una posseduta ho ospitato nel bel mezzo del raptus, era Uwe Johnson “Schizzo di un infortunato” dove lo scrittore affronta un enorme trauma autobiografico: la scoperta di aver trascorso una vita intera nella menzogna senza esser riuscito a preservare nulla: dal lavoro, agli affetti, vicende politiche etc etc

    a un certo punto scrive:

    (in perfetto accordo con B & C)

    “Dice di attenersi a una diagnosi che Max Frisch ha pubblicato undici anni fa: non è tempo per storie in prima persona. Anche lui cercava in passato di rappresentare i singoli individui solo nelle loro connessioni con numerose altre persone, nel contesto della società, e rifuggiva da storie che gli sembrassero prigioniere di una sola figura, o di due, inutili, irresponsabili, inammissibili.
    Eppure, ecco l’antitesi, la vita umana si compie e fallisce nel singolo Io.
    Mai altrove.
    E quindi lui è una delle varianti fallite, una delle varianti infortunate.”

    ma a un certo punto è apparsa una voce ” Y” che ha detto:
    “esatto! promemoria: “UNA” (sola)-( facciamo pure un paio, va, un etto, un mezzo chilo… sempre una porzione, insomma) – delle varianti”

    il problema del punto di vista è sempre lo stesso: il punto.
    l’isola deserta.
    è naturale per un’isola essere deserta, dal momento che tutti gli elementi non hanno mai fatto altro che essere in conflitto

    però diciamo che Y, al momento, è la voce più fioca, quella che è ancora a caccia di indizi…

  11. maria(v) il 20 ottobre 2008 alle 19:47

    fabliau ;-)
    “Il lupo e i 7 capretti”
    da Mille Piani

    “chi ignora che i lupi si muovono in muta? Nessuno tranne Freud. Ciò che qualunque bambino conosce, Freud non lo sa (;-)))
    [..]
    Ecco che i lupi si dovranno purgare dalla loro molteplicità [..]

    sette lupi che non sono che capretti,
    sei lupi poiché il settimo capretto si nasconde nell’orologio
    cinque lupi poiché forse è alle cinque che egli vide i suoi genitori fare l’amore
    tre lupi poiché forse i genitori fecero 3 volte l’amore
    due lupi poiché i due genitori erano more ferarum
    e poi un lupo poiché il lupo è il padre, lo si sapeva fin dall’inizio
    nessun lupo infine poiché l’ultimo ha perduto la coda…
    di chi ci si burla?
    i lupi non avevano alcuna possibilità di uscirne, di salvare la loro muta[…]

    come dice Ruth Mack Brunswick: ” Andiamo, i lupi sono “TUTTI I PADRI E I DOTTORI”,
    ma l’Uomo dei lupi pensa: ” e il mio CULO, non è un lupo? “
    ;-))))

    morale della favola:
    y ha un bel culetto ed è firmato D&G (Deleuze & Guattari ;-))



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