Note sul Conflitto di Interessi

5 marzo 2013
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di Mattia Paganelli

Vorrei sollevare un problema. Il bell’articolo di Andrea Inglese di qualche giorno fa si chiede se ci sia davvero qualcosa di rivoluzionario nel fenomeno M5S. Forse. Certamente tra le cose che con queste elezioni sono cambiate, la legge sul conflitto di interessi sembrerebbe non essere più necessaria, in quanto, paradossalmente, è invecchiata pur senza essere mai stata scritta. È, infatti, ovvio che non sia più necessario avere il controllo dei mezzi di informazione per vincere le elezioni. Le possibilità di comunicazione trasversali offerte dalle varie sfaccettature del web hanno svuotato il problema del conflitto di interessi così come è stato concepito fino ad ora; cioè come limitare il monopolio e rendere equo l’accesso ai media, separando politici e mezzi di comunicazione. Il problema è, però, molto più complesso in quanto è il concetto stesso di mezzo di informazione ad essere mutato. Una legge che regoli il rapporto tra politica e comunicazione deve impostare il problema su basi nuove. Quello che abbiamo sino ad ora conosciuto come conflitto di interessi riguardava il controllo dei media, ma oggi non si tratta più solo di monopolio della comunicazione. Durante la campagna elettorale il problema va esteso alla trasparenza del messaggio, del programma, delle persone.

Trattenersi dal comparire in televisione da parte dei militanti di M5S non è stato semplicemente un gesto di rifiuto di comportamenti politici corrotti, rappresenta invece un fraintendimento profondo del rapporto tra politica e comunicazione, una distorsione che deve essere corretta prima che si radichi anche nel mondo digitale. Sottrarsi ai canali di informazione istituzionali indica che tv e giornali sono stati concepiti solo come mezzi per raccogliere voti, alla stregua dello stesso uso che M5S rimprovera agli altri partiti. Fin qui nulla di nuovo, le critiche a M5S di sfuggire al confronto non sono certo mancate durante la campagna elettorale. La vera conseguenza è stata che la campagna elettorale di M5S, escludendo i canali di comunicazione istituzionali (belli o brutti che siano), si è rivolta solo ai sostenitori di Grillo, non al paese; ha cioè escluso dal dibattito chi non aveva già scelto di votarlo.

Il problema non è se l’Italia sia una democrazia 2.0, totalmente collegata oppure no, ma il contrario. Proprio in una società dispersa su un network multiforme, frammentata in una molteplicità di pieghe e piattaforme non necessariamente collegate fra loro è più facile perdere di vista il discorso che riguarda l’intero paese. L’ipotesi paradossale di trovarsi al risultato delle elezioni un gruppo mai sentito nominare prima, non è poi tanto fantascientifica. La bellezza del web-network sta nelle sue infinite possibilità; il suo rischio invece, nella facilità di perdere una visione di insieme del discorso.

Dunque più che limitare l’accesso ai media per candidati che ne possano avere troppo, cioè operare un processo di parziale esclusione, una nuova legge sul rapporto comunicazione politica deve fare un’operazione di inclusione universale, cioè garantire l’accesso all’informazione per tutti gli elettori.

Le richieste di democrazia diretta di M5S, in principio condivisibili, possono avverarsi solo in un ambiente regolato da una legislazione che assicuri la trasparenza e l’universalità dell’informazione elettorale. Troppo facile è che altrimenti qualcosa sfugga nella molteplicità del network.

Una legge che regoli il rapporto comunicazione-democrazia nell’era digitale deve assolutamente garantire il dibattito elettorale in pubblico e imporre a chi si candida al governo del paese di rendersi accessibile a tutti gli elettori per permetterci di scegliere. Quello che è apparso come un atto di auto esclusione da parte di M5S, è stato in realtà l’esclusione di quella parte di elettorato che non vuole, non può, o semplicemente non ha pensato di cercare informazioni tra youtube, facebook e le altre varie presenze online; luoghi non privati, ma a tutti gli effetti esclusivi (tra l’altro il rifiuto di ogni forma di comunicazione e discussione con i media nazionali anche ora che le elezioni sono avvenute non fa che confermare questo punto). Di là da ogni critica a M5S, è necessario evidenziare la stortura intrinseca alla formula di comunicazione messa in atto: separare la nazione in due gruppi i paladini della pulizia democratica da una parte e i corrotti da punire dall’altra, tralasciando che c’è il resto del paese in mezzo.

Dunque se qualcosa è stato rivoluzionato, queste sono le dimensioni del rapporto tra informazione/comunicazione e processo democratico (anche se si tratta più di evoluzione tecnologica che dell’intervento di M5S), e una legge che si preoccupi di regolare questo rapporto oggi non può non tenerne conto. L’era del network ha generato un ambiente in cui le possibilità prolificano più rapidamente di quanto le si possa contare, il problema è dunque molto più delicato e sofisticato del grossolano entusiasmo per il social network più recente (come Grillo predica); scegliere dove e come intervenire, dove limitare o incanalare un proliferare altrimenti cieco delle possibilità tecnologiche, è una fondamentale dimensione politica del nostro presente.

La base della democrazia è che tutto è uguale per tutti. Richiudersi in ambienti di comunicazione non universali, come invece è il suffragio, non porta alla democrazia, ma rischia di condurre a un potere inverificabile. E questo forse neanche Grillo lo ha capito fino in fondo.

 

Postilla: tra l’altro non si affronta il problema che non esiste un sistema pubblico di accesso, ricerca, trasmissione e conservazione delle informazioni online e la censura può essere messa in atto in qualunque momento.

 

 

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15 Responses to Note sul Conflitto di Interessi

  1. Giuliano il 5 marzo 2013 alle 13:09

    Credo che queste elezioni siano state più un’eccezione più che una novità. Dire che il web oggi basti per creare consenso di tali dimensioni è ancora un po’ azzardato, bisognerebbe aggiungere che si necessità anche di una figura molto popolare e di un’agenzia di comunicazione di alto livello.

    Se nel secondo caso basta avere (tanto) denaro a disposizione per assicurarsene i servizi, il primo rappresenta bene l’anomalia democratica ancora viva nel nostro sistema: l’appeal che hanno per l’elettorato personaggi famosi, di successo, generalmente legati al mondo dello spettacolo (anche Berlusconi stesso, anche se non prettamente uomo di spettacolo, fosse stato un serio e grigio imprenditore di successo non credo avrebbe colpito l’immaginario popolare allo stesso modo).

    Senza dubbio il web è stato strumento utile a porre le basi del M5S, ma senza la continua esposizione mediatica, di cui è stato oggetto perché rappresentato da una celebrità, credo che non avrebbe raggiunto gli stessi risultati. Evitare i media quando i media parlano comunque di te non è impresa ardua. La (inconsistente) piattaforma programmatica del M5S è stata comunicata in tv e sui giornali non meno di quelle concorrenti.

    Per vedere quanto poco conti ancora il web da solo basta vedere quanto poca presa (diversamente da quanto avviene in Germania) faccia un partito come quello Pirata da noi. Probabilmente nove elettori su dieci ne ignorano l’esistenza.

    Personalmente credo che la scelta di non andare in tv sia stata più tattica che strategica, concepita al fine di non diluire il messaggio affidandolo a troppe bocche e cervelli, come si fa con gli spot affidandoli a dei testimonial. Se possibile, l’affermazione del M5S in queste elezioni, è prova di quanto popolarità, marketing e media rivestano un ruolo sempre più fondamentale nella politica italiana, una conditio sine qua non per ottenere consenso e rappresentatività.

    Riguardo al pericolo per la democrazia che tale approccio formalmente divisivo rappresenta, lo includerei in quelli tipici del discorso populista più che attribuirlo a un’evoluzione sociale e tecnologica che nel nostro paese tarda ad arrivare.

  2. andrea inglese il 5 marzo 2013 alle 14:03

    lucidissimo pezzo mattia (prendo appunti!)

  3. Dreiser Cazzaniga il 5 marzo 2013 alle 14:35

    La televisione non è un luogo e meno ancora un luogo di dibattito pubblico la televisione è un mezzo di comunicazione di massa che trasmette il messaggio che vuole chi la possiede o la dirige, l’idea di garantire per legge l’accesso all’informazione è pateticamente reazionaria, il minimo che si deve garatntire è la partecipazione ai processi democratici e questo non si fa per legge, tutto il pezzo, d’altra parte trasuda autoritarismo e paternalismo. È interessante vedere come Nazione Indiana, in cui non si è potuto leggere la benché minima critica al governo dei banchieri ultraliberisti e extracostituzionale di Monti che massacrava i ceti e le classi lavoratrici, i precari, i disoccupati, i pensionati, tagliava drasticamente risorse alla scuola e alla sanitá e si accodava maramaldescamente alla ferocia neocolonialista di Hollande, adesso siano tutti preoccupati di quanto l’M5S sia rivoluzionario o non rivoluzionario, e straparlano di Weimar e accesso all’informazione. Ma dai!
    Dreiser Cazaniga

    • gianni biondillo il 5 marzo 2013 alle 14:41

      E’ che qui abbiamo votato tutti Monti, non lo sapevi? ;-)

      • Guido Caserza il 5 marzo 2013 alle 16:21

        ahahhah, notevole risposta di Biondillo! Aggiungerei però una considerazione: dei tanti che hanno votato Grillo, quanto l’hanno votato per il dibattito sul web, e quanti l’hanno votato per la sua presenza (comizi) di piazza? Io propenderei per la seconda ipotesi.

      • Dreiser Cazzaniga il 5 marzo 2013 alle 21:58

        A dire il vero non mi interessa davvero sapere per chi votata, sa mi ricorda la mia giovinezza militante in cui non era rarissimo incappare nel funzionario della celere che ti sussurrava all’orecchio: “se lei sapesse per chi voto davvero io!” vai sapere perché mi viene alla mente ora questo ricordo. Comunque è davvero troppo buffo che l’intellettualitá liberal di questo paese dopo aver sostenuto per anni che B. vinceva le elezioni per il suo monopolio televisivo adesso che l’M5S le ha vinte fuori dalle televisioni si mette a sostenere che le televisioni sono il luogo del dibattito pubblico libero e democratico e che non è vero che B. le domina monopolisticamente, anzi proprio non c’è nessun conflitto di interesse, dai! È ridicolo!
        Dreiser Cazzaniga

  4. virginialess il 5 marzo 2013 alle 17:06

    Non sono d’accordo sul superamento del conflitto d’interessi. Occorre tuttora adottare norme simili a quelle di tanti altri paesi.
    Quanto a Grillo, anche a mettere tra parentesi il ruolo delle piazze, in televisione c’è stato tutti i giorni. I media si sono affannati a propinarci brani dei suoi urlanti comizi e a riferire i post del suo blog. Credo che ciò abbia avuto maggior peso della mitizzata democrazia(?) telematica, “luogo” ove dovremmo esprimerci e votare in futuro.
    A proposito, mai sentito parlare di hacker?

  5. jan reister il 5 marzo 2013 alle 17:14

    Ciao Mattia, interessante post.
    Sulla trasparenza in rete ti segnalo openpolis.it, apparentemente non più aggiornato, ma interessante.
    Sulla memoria della rete, segnalo http://archive.org con la wayback machine.

    Comunque i temi che evoci con la persistenza e accessibilità delle informazioni in rete sono ben ampi.

  6. malosmannaja il 5 marzo 2013 alle 21:27

    non sono per nulla convinto che una “legge sul conflitto di interessi sembrerebbe non essere più necessaria”. berlusconi, come al solito, ha costruito la sua rimonta proprio attraverso le televisioni: ci stiamo dimenticando che il nano arcoreo, scherzando e ridendo, nonostante la debacle leghista ha raccolto circa il 30% delle preferenze sia alla camera che al senato? in pratica, il grande imbonitore è andato a caccia di voti nella sua “riserva personale”, ovvero in quella parte assai sostanziosa dei 50 milioni di elettori italiani che non si informano né su carta, né in rete (ricordo che l’analfabetismo funzionale in italia affligge ben oltre il 40% della popolazione).
    il resto dell’articolo è molto interessante per come pone il problema dei rapporti tra informazione/comunicazione e processo democratico. solo m’inquieta non poco l’auspicio che la legge debba “limitare o incanalare un proliferare altrimenti cieco delle possibilità tecnologiche”.
    circa il “rinchiudersi in ambienti di comunicazione non universali” è vero che grillo si è negato ai media tradizionali e/o di regime (non saprei come altro definirli), ma parimenti berlusconi si è negato alla rete, i giornalisti si sono negati al giornalismo e bersani si è negato alla politica.
    : )
    dirò una castroneria, ma non ho sentito la mancanza di grillo sui media tradizionali (mi sembra una polemica montata ad arte) e, parimenti, non mi è stata per nulla utile la passerella televisiva salottiera degli altri leader. certo, se in italia esistessero giornalisti in grado di fare il loro lavoro senza guardare in faccia nessuno, ovvero di torchiare grillo, bersani, berlusconi e soci, allora il discorso cambierebbe…
    : ))))

  7. andrea inglese il 5 marzo 2013 alle 23:08
  8. andrea inglese il 5 marzo 2013 alle 23:37

    caro mattia posto che il tuo pezzo mette in luce questioni molto importanti, ho alcune osservazioni da farti.
    “Trattenersi dal comparire in televisione da parte dei militanti di M5S non è stato semplicemente un gesto di rifiuto di comportamenti politici corrotti, rappresenta invece un fraintendimento profondo del rapporto tra politica e comunicazione (…)La vera conseguenza è stata che la campagna elettorale di M5S, escludendo i canali di comunicazione istituzionali (belli o brutti che siano), si è rivolta solo ai sostenitori di Grillo, non al paese; ha cioè escluso dal dibattito chi non aveva già scelto di votarlo.”
    Come anche ha risposto malos, qui abbiamo un problema a monte: che è l’attuale stato del giornalismo televisivo nelle nostre democrazie, e sopratutto il giornalismo politico e i suoi format. Questi luoghi si sono rivelati in gra parte dei luoghi di distruzione del politico: di distruzione del pensiro e dell’analisi, e anche del dialogo, sotto l’apparenza di una bella dialettica fatta di contradditorio. Quando un falso dialogo impedisce ragionamento, ristabilire il ragionamento in modo unilaterale attraverso il monologo è inevitabile. La mossa di rottura di Grillo è stata questa. Tutto ciò pone poi nuovi problemi. Fino a quando il monologo? Come alternarlo, intervallarlo con altro, ecc.
    Vedi ho anche inserito il link a un bel pezzo di Michele Dantini, perché dice una cosa ovvia, ma su cui noi espatriati non ci possiamo basare. Basta scendere in strada, e i membrid el Movimento si possono incontrare, così si può anche incontrarli ai loro appuntamenti. Non sono dei carbonari o dei cristiani riuniti nella sacra setta della catacomba. Ma la stampa li ha trattati così.
    Posto che – e lo ripeto – per me è troppo presto ora per valutare quali esiti avrà questo movimento, il passaggio dal dialogo così come concepito nel format televisivo al monologo di piazza e di web a me sembra un’esigenza rivoluzionaria. E lo dico nel senso specifico e non “metafisico” del termine. E’ la vecchia faccenda di Lenin. Se la “libera” stampa è la voce di una “sola parte”, per far sentire l’altra “parte”, bisogna abolire la libera stampa. Ora fatte tutte le debite proporzioni, questo è il senso della mossa di Grillo.
    Ciò non elimina tutti i nuovi rischi che questa mossa pone. (E che tu hai ben colto.) Ma bisogna capire che sono rischi che si prendono, per sfuggirne altri.
    Una grossa fetta del nostro giornalismo è semplicemente indecente. Allora, giriamo per un attimo la pistola su chi ha sparato per mesi a raffica. Facciamo un processo almeno congiunto.

  9. Mauro Baldrati il 6 marzo 2013 alle 10:03

    Il M5S in realtà non è stato escluso dalla televisione. Al contrario, ha avuto uno spazio enorme, e l’appeal, per così dire, era il rifiuto di apparire in televisione. Grillo mandava via la troupe, e la TV lo metteva in linea di continuo. Questo è un aspetto su cui riflettere: l’assoluto cinismo del mezzo, che spettacolarizza un evento che esiste in quanto rifiuto dello stesso. Il “la” lo ha dato Santoro, radiato da Berlusconi con l’editto bulgaro, che lo chiama nel suo programma, da solo, offrendogli una visibilità enorme, “tirandogli” la campagna elettorale fingendo di contrastarlo. Solo per aumentare gli ascolti.

    La potenza della televisione in Italia non è affatto cessata, anzi è aumentata, cambiano gli strumenti.

    E Grillo, Casaleggio, Santoro, sono delle vecchie volpi che hanno da tempo mangiato la foglia.

  10. Dinamo Seligneri il 6 marzo 2013 alle 12:16

    Di conflitti di interesse in Italia ce ne stanno parecchi (e non è un caso che Bersani ne parli sempre al plurale, giustamente). Pensiamo ad alcuni gruppi editoriali che fanno gli editori i distributori e i librai… purtroppo non è solo Berlusconi, credo io, che da anni occulta questa legge nelle stanze del non-s’ha-da-fare…

    Sul fatto dei media digital e del M5s, mi sa tanto che se quelli a stelle e scapigliature si fossero limitati ad usare la rete e basta col cavolo facevano il botto che hanno fatto. A Grillo han votato (si fa per dire visto che non si è candidato) genti che non sanno nemmeno come si accende il computer. QUindi Grillo, sottobanco, le tv le ha usate eccome. Ed è di quella gente lì che mi preoccupo io, del fatto che il M5s ha uncinato una parte enorme di oppressi da sempre, altro che i giovani che smanettano tutto il giorno su internet e che ragliano perché la laura non vale più a niente…

  11. Mattia Paganelli il 6 marzo 2013 alle 23:21

    Grazie per i commenti, aiutano a delineare le dimensioni della questione.
    Senza dubbio il problema del controllo sull’informazione, e su quello che non è direttamente informazione ma che comunque contribuisce a formare opinioni, resta irrisolto. Quello che ho voluto evidenziare è che si è aggiunta una dimensione nuova, non si tratta più di conflitto di interessi in senso stretto. Il problema va posto nei termini del rapporto tra democrazia e informazione in senso ampio.
    Il paese pretende che gli venga restituita la democrazia che gli è stata sottratta (senza dubbio anche per apatia del paese stesso). È un momento da non sprecare, si può chiedere molto di più che semplicemente togliere dua canali televisivi a mediaset. Garantire l’informazione a favore dell’elettorato invece che del candidato, potrebbe passare proprio da norme semplici come l’obbligo di partecipare a dibattiti in pubblico (e questo vale per nuovi e vecchi clowns, come per tutti gli altri).
    Certo come Andrea ha fatto notare, la qualità del giornalismo resta un elemento fondamentale.

    Il problema di garantire un’informazione corretta e esaustiva non è solo italiano. Le ultime elezioni in Gran Bretagna (paese in cui vivo e che ha un giornalismo abbastanza onesto) hanno visto per la prima volta in vari decenni un dibattito tra i candidati dei partiti maggiori. Nonostante sia stato molto apprezzato dall’elettorato, non si terrà di nuovo alle prossime elezioni: i leaders presenti hanno trovato troppo difficile e politicamente rischioso il confronto.

  12. enrico dignani il 7 marzo 2013 alle 10:23

    qualsiasi privilegio con soldi pubblici privatizza il guadagno e socializza i costi, i tagli retroattivi delle rendite (calcio in culo e sequestro dei beni può essere eccessivo)è argomento bello facile facile, spendibile



indiani