Catullo – Carmina docta – Carme 68 -incipit

traduzione isometra di Daniele Ventre

Che una missiva segnata di lacrime tu mi spedisca,
tanto ti vinse il destino, ostica fatalità,
sì che ti porga io soccorso, ti strappi a una soglia di morte,
naufrago che la schiumante erta dell’onda sbalzò,
te che a dolcezze di sonni, se giaci solingo in un letto
vedovo, Venere santa abbandonare non fa,
te che nel canto gentile d’antichi scrittori le Muse,
ora che insonne è la mente ansia, non rianimano,
questo m’è cosa gradita, poiché ti dichiari mio amico:
Venere e Muse da me chiedi a conforto, perciò.
Pure, perché non ti siano ignoti i miei mali, buon Allio,
né creda tu che io neghi obblighi e ospitalità,
senti in che avversi marosi del fato anche io mi dibatto,
né da un afflitto vorrai doni di gioia, non più.
Sin dal principio, da quando mi imposero candida veste,
e primavera gioconda avviò lieta l’età,
spesso fin troppo scherzai; né ignara è di noi quella dea
che un’amarezza soave alle tristezze mischiò:
tanta passione, però, nel lutto una morte fraterna
la portò via. Tu, fratello, allontanato da me
misero, tu col morire ogni mia certezza hai distrutta,
e tutta quanta con te la nostra casa affondò,
tutta oramai s’è perduta con te quella nostra allegria,
che lungo il vivere il tuo tenero affetto nutrì.
Alla sua morte scacciai da ogni angolo della mia mente
vecchie passioni e dal cuore ogni altra felicità.
Ecco perché ciò che scrivi –“Vergogna, Catullo, a Verona
te ne rimani, e un amico, e dei migliori, quaggiù,
scalda il suo corpo gelato dal freddo in un letto deserto”,
questo non reca vergogna, Allio, ma desta pietà.
Dunque mi perdonerai, se i doni a me tolti dal lutto,
visto che non posso più farne, non te li offrirò.
Già, che se presso di me non ho larga copia di scritti,
questo si dà perché a Roma abito: quella ormai è
la mia dimora, il mio tetto, e là si consuma il mio tempo;
sì che dei molti miei scrigni uno m’accompagnò qui;
e se è così, non vorrei tu pensassi che per malizia
io così agisca o per mia troppa ingenerosità,
se di due doni non t’è, come chiedi, offerta abbondanza:
ove ne avessi abbondanza, altro darei, fosse in me.

Io non potrei mai tacere, o dee, di quel grave momento,
quando mi venne in aiuto Allio, e che aiuto mi offrì,
quel bene suo non lo copra il tempo fra livida notte
mentre alla fuga si dà lungo le immemori età:
lo dirò a voi, voi però riditelo a molte migliaia,
fate che parli il mio scritto, anche se poi invecchierà
[…]
egli da morto anche più fama ne avrà, sempre più,
e così il ragno tessendo dall’alto la tenue sua tela
l’opera al nome in oblio d’Allio non intreccerà.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).