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Erba e aria

di Fabio Franzin

Epùra, i ‘à paròe che ‘e sa
de erba stonfa i morti, co’
i vièn catàrne drento ‘l sòno;

‘e ghe sgorga dae man vèrte,
a fontanèa, opùra jozha dopo
jozha intant che i ne varda

fissi coi só òci de avorio;
i ne dise robe che romài no’
‘e ne interessa pì; i ‘é ripete,

sotvose, come se i fusse drio
confidarne un de chii secrèti
che i se ‘à portà co’ lori; mai

che sie un calcòssa che vèrde
‘na spièra, che cète ‘a spizha
de ‘na coriosità mai coeoràdha.

‘E paròe ‘e bate tel bianco
portal del sogno, fis.ciando
fra ‘e sbàre vèce dei cancèi

po’, cuzhoeón, come rùmoe,
i morti i se scava busi tel prà,
curidhòi che i córe sbièghi

drento ae cóine. Se sintìn
‘e palpebre pende fa scòrzhe
co’ se svejién: drento ‘l zhervèl

un bzz zheèsto; ‘e nostre man le
‘é ssute, ‘e paròe le ‘é qua e qua
‘e se scava ‘l só nido de fògo.

 

Eppure, hanno parole che sanno
d’erba bagnata, i morti, quando
nel sonno ci vengono a trovare;

gli escono dalle mani aperte,
a fiotti, oppure goccia dopo
goccia mentre ci guardano

fissi coi loro occhi d’avorio;
sussurrano cose che ormai non
ci interessano più; ce le ripetono,

sottovoce, come se stessero
confidandoci uno dei tanti segreti
che si sono portati nell’aldilà; raro

sia qualcosa che apra
un varco, che soddisfi
una mai sopita curiosità.

Le parole bussano al bianco
portale del sogno, sibilando
fra le sbarre arrugginite dei cancelli

poi, carponi, come talpe,
i morti scavano cunicoli nel prato,
corridoi che si snodano obliqui

dentro le colline. Sentiamo
le palpebre spesse come bucce
quando ci svegliamo: dentro la testa

un azzurro ronzio; le nostre mani
sono asciutte, le parole sono con noi e in noi
si scavano il loro nido di fuoco.

 

***

 

I segni verdi

Come chee care fojiéte de èdra
a scaeàr coeòne, curve de marmo
te un parco ribandonà; o i fii de erba
alta drio un stradhόn de campagna,
dopo ‘a piova: carézhe fresche che
sgrafa ‘l rosa, vèce vìrgoe tii polpàci
de bòce che core alègri incontro
al sό destìn; el mus.cio far viùdho
tee pière de ‘na casa coeònica; ‘a forma
invidàdha su intorno l’aria dei rizhi
dee vidhe, squasi sorèa de quea a elica
del d.n.a, te un microscopio a scansiόn;
el siénzhio sussurà te l’onbrìa tremante
de rame e frasche; ‘a lìnia che se incurva
dolzha, tee coìne, tii àrzeni speciàdhi
te l’aqua dei canài, l’inchino dee canèe.

Mì son cressù in fede de ‘ste scriture
qua, co‘ste paròe verde drento el cuòr;
cussì spere che ‘e mie sèpie copiarle,
che ‘sta poesia fae su un canp, un prà
fra l’ànema e ‘l ‘sfalto de chi le ‘scoltarà.

 

I segni verdi

Come quelle care foglioline d’edera
a scalare colonne, curve marmoree,
in un parco abbandonato; o fili d’erba
alta lungo un sentiero di campagna,
dopo il temporale: carezze fresche che
graffiano il rosa, antiche virgole nei polpacci
di bimbi che corrono allegri incontro
al proprio destino; il muschio farsi velluto
nelle pietre di una casa colonica; la forma
avvitata intorno all’aria dei viticci,
simile a quella elicoidale
del d.n.a., in un microscopio a scansione;
il silenzio sussurrato nell’ombra tremolante
di rami e fronde; la linea che si curva
dolce, nelle colline, negli argini riflessi
sull’acqua dei canali, l’inchino delle canne palustri.

Io sono cresciuto in fedeltà di queste scritture,
con queste parole verdi (e acerbe) dentro il cuore;
così spero che le mie sappiano copiarle,
che questa poesia componga un campo, un prato
fra l’animo e l’asfalto di chi le ascolterà.

 

***

 

L’é ‘ndo’ che ‘l Piave sparìsse

sot’a jèra dea grava, fra cassie
e saézhi. Sassi coeór dea sabia,
grisi, grossi come bigne de pan

sparìsse l’aqua longo ‘e falde,
el só mistero. Resta e cresse
piante basse, fojiéte che trema,
pólvera ciara e fina come talco

tel let ssut. L’é ‘ndo’ che l’aqua
se ‘sconde che ea ne fa ‘scoltàr
‘a só vose. Tel ‘tondo dei sassi
l’opra che fa dea pièra poema.

 

È dove il Piave scompare
sotto la ghiaia del greto, fra salici
e acacie. Sassi beige,
grigi, grossi come pagnotte

scompare l’acqua attraverso le falde,
il suo mistero. Restano e spuntano
bassi cespugli, foglioline tremolanti,
polvere chiara, impalpabile come talco

nel letto asciutto. È dove l’acqua
si cela che echeggia
la sua voce. Nella rotondità dei sassi
l’opera che fa della pietra poema.

*

Fabio Franzin, Erba e aria, Vydia editore, 2017 (introduzione di Fabio Pusterla)

1 commento

  1. Ho ascoltato – potrei meglio dire “sentito”, le letture di alcune poesie di Franzin a Caorle, scoprendo un poeta che non conoscevo e che anche questi estratti m’invogliano a conoscere e leggere di più.

    Eppure, hanno parole che sanno
    d’erba bagnata, i morti, quando
    nel sonno ci vengono a trovare

    Questi sono versi bellissimi. Complimenti, quindi, a Franzin, e grazie a Francesca per averlo pubblicato.

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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