25 aprile 2021 Canteremo ancora… [tracce di un’altra vita]

di Orsola Puecher

ai ragazzi dell’Istituto Comprensivo Rinnovata Pizzigoni
Scuola Secondaria di I Grado “Giancarlo Puecher” di Milano

Milano 15 Gennaio 2020 [una vita fa] Pietra d’Inciampo in Via Broletto 39

Giorgio PUECHER PASSAVALLI
nato a Milano il 14/5/1887
arrestato il 15/2/1944
assassinato a Mauthausen il 7/4/1945

Giorgio Puecher Passavalli nasce a Como il 14 maggio 1887, figlio di Giulio, di origine trentina, e di Carlotta Bossi. Orfano di padre in giovane età si laurea in Giurisprudenza e diventa Notaio Combatte valorosamente nella Prima Guerra Mondiale. Lavora nello studio notarile Puecher-Cassina. Il 14 aprile 1920 sposa Anna Maria Gianelli, dalla quale ha tre figli: Giancarlo [1923], Virginio[1926] e Gianni [1930]. Uomo integro, di grandi principi etici e religiosi, profondamente avverso alla retorica del fascismo e alla sua ideologia violenta, con la moglie educa i figli ad alti valori. Il 30 luglio 1941 viene nominato Commendatore della Corona d’Italia. Resta vedovo il 31 luglio 1941. Per i bombardamenti la famiglia sfolla nella villa di Lambrugo. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943 la casa di Via Broletto 39 viene completamente distrutta. Giorgio Puecher Passavalli per pura ritorsione, per quella Sippenhaft,responsabilità della stirpe”, che colpiva i famigliari di chi si opponeva al nazifascismo, viene arrestato il 12.11.1943 con il figlio Giancarlo Puecher Passavalli, poi condannato a morte e fucilato il 21.12.1943 per la sua attività partigiana, prima Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza. Giorgio Puecher Passavalli, rilasciato il 17.1.1944, è di nuovo arrestato il 15 febbraio 1944 e condotto a San Vittore, matr. 1369. Il 27.04.1944 viene rinchiuso a Fossoli, da qui il 2.6.1944 con il “Trasporto 53” è deportato Mauthausen, dove giunge il 24.6.1944, matr. 76529. Morirà di tifo l’8 aprile 1945, poco meno di un mese prima della liberazione del campo.

ritorno dopo molti anni – la campagna lombarda piana e nebbiosa – come deve essere – scorre dal finestrino del treno verso la stazione assiro milanese – dove nell’atrio non c’è piu il transatlantico nella teca di cristallo di mille appuntamenti di viaggi – le sale d’aspetto si sono mutate in bar maleodoranti di fritti stratificati – che invadono le volte altissime e severe – la metro affollata di etnie – dove nessuno si guarda – mi rovescia in piazza Cadorna – dove ci sono ago e filo di Oldenburg – fa molto freddo – passo da “casa” – che non lo è più casa – alzo gli occhi – oltre agli alberi – diventati altissimi da tutto il tempo che è passato – dove al quarto piano sullo stipite della verandina ci sono le tacche incise degli anni e dei centimetri – sotto sotto – nulla più c’è di quel che c’era – solo negozi “non solo qualcosa” – boutiques – banche – bistrot – con le appliques da acquario incastonate in cartongessi – in lamimati scuri melodrammatici da apericene – cerco una rosa – la trovo – in un sopravvissuto chioschetto verde di fiori – in Piazza del Carmine – arrivo in anticipo – molto – come al solito – non c’è nessuno – esploro il buchetto transennato nel marciapiede che ospiterà la targhetta d’ottone – poco oltre la chiesa di San Tomaso – grigia di smog – dove si sposarono Giorgio e Anna Maria – è chiusa – peccato – al posto dell’Armeria Legnani – dove Giancarlo e Ginio si esercitavano a sparare – di nascosto – nel piccolo poligono di tiro nel seminterrato – c’è una FERRAMENTA – che quasi rassicura un po’ di normalità – con le pareti a buchini e le rastrelliere di utensili – sono lì con la rosa in mano e penso alla vita di quella casa – quando era una palazzina antica – a tre piani – piena di bambini – cugini – zie – domestiche come zie – nel via vai del carbonaio – dell’uomo del ghiaccio – del prestinaio che portava il pane – dove c’era la stanza dei giocattoli e una piccola cappella – dove alle sei – ogni sera – si recitava il rosario – quanti dovedovedove di assenze – di stupidi e stupiti rimpianti

 

 

Mi hanno scritto dalla Rinnovata, la scuola media milanese intitolata a Giancarlo Puecher, chiedendomi un piccolo scritto per la cerimonia del 25 Aprile, sono molto legati al loro Giancarlo, come lo chiamano. Mi hanno invitato di persona molte volte, dopo l’incontro per la Pietra d’Inciampo l’anno scorso, ma la pandemia lo ha impedito. Ci tengo molto a questo legame: penso che il ricordo di un ragazzo stia bene fra i ragazzi. Cercando di scrivere a loro in modo semplice cerco la semplicità.

 

   Carissimi ragazzi, insieme alla Preside Anna Teresa Ferri e ai vostri Professori, vi scrivo due righe per questo 25 Aprile ancora rinchiuso e solitario.

   L’incontro con voi, il 15 Gennaio dell’anno scorso, in occasione della posa della Pietra di Inciampo in onore del padre di Giancarlo Puecher, Giorgio Puecher, in via Broletto 39, è stata forse l’ultima occasione di riunione pubblica, l’ultimo assembramento consentito a cui abbiamo potuto partecipare, inconsapevoli che il virus stava già correndo.

   Alcuni di voi che ancora frequentano la scuola lo ricordano di certo: vedervi scendere dal tram numero 12, con chitarre, fisarmonica e sgabelli ha trasformato quella che pareva essere una cerimonia ufficiale in un momento pieno di fervore. Sono queste, in un certo qual modo, tracce di un’altra vita e ricordi bellissimi: le vostre voci che cantano Bella Ciao ancora mi commuovono e sono certa che canteremo ancora tutti insieme.

 Il senso profondo di quell’incontro in cui passato e presente, i vivi e coloro che scomparvero inghiottiti dalla violenza del nazifascismo erano tutti lì, raccolti, ancora una volta a testimoniare il valore della memoria e l’attualità degli ideali per cui tantissimi anni fa uomini e donne di tutti le religioni e i credo politici si batterono uniti e si sacrificarono per consentirci oggi di vivere in una democrazia e di poter esprimere liberamente le nostre opinioni.

   La radice del nostro oggi affonda in quegli anni lontani e non sarà una pandemia a impedirci di sentirla ancora più profondamente nel cuore. Anzi forse è proprio l’impossibilità di manifestare pubblicamente che la rende ancora più intima, vissuta e profonda.

   La piccola targa di ottone è ancora là, incastonata nel marciapiede, lo è stata nel silenzio e nella solitudine delle strade deserte e del lockdown. Testimonia lo stesso e rende onore a chi tomba e sepoltura non ha potuto avere.

Cesare Grampa del Centro Comunitario Puecher, che ha voluto la posa della Pietra d’Inciampo, con i ragazzi della Rinnovata.

   Il nonno Giorgio e lo zio Giancarlo, oltre a essere eroi e martiri, sono per me figure famigliari e nei loro confronti ho provato sempre un grande dolore e una nostalgia, accresciuti dal fatto di non averli potuti conoscere, se non nei racconti di mio padre e nelle testimonianze ufficiali.

   Quel giovane dagli occhi chiari che vedete nella foto, il maggiore dei tre fratelli Puecher, era un ragazzo sportivo, vivace, allegro, pieno di vita e di speranze per il futuro, testardo nelle sue passioni e al momento della svolta dopo l’8 settembre determinato nella scelta di combattere il nazifascismo. Era un giovane uomo già maturo, pieno di pietà e di spiritualità nel momento supremo della morte, quando trovò la forza di abbracciare a uno a uno i componenti del plotone di esecuzione e di perdonarli . Così aveva scritto nella sua ultima lettera, il suo testamento spirituale, in una saletta buia del Municipio di Erba dove si era riunito il Tribunale speciale che lo condannò a morte, nella notte prima di morire, illuminato da due alte candele che gli erano state accese accanto per indicargli la morte imminente.

Giancarlo Puecher Passavalli

L’amavo troppo la mia patria, non la tradite e voi giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.

 

Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.

Questi valori, che erano quelli della famiglia, sono ancora oggi d’esempio per tutti noi.

Il nonno Giorgio, che affrontò la morte del figlio rinchiuso nella cella che aveva diviso con lui, nel carcere di Como, non lo rivide più, non poté partecipare al funerale. Penso spesso al suo dolore e mi sembra di sentirlo ancora così vivo dentro di me. Era un uomo mite e delicato, un notaio, un uomo di Legge, trascinato dalla vendetta e dalla violenza nazifascista a una morte terribile nel campo di concentramento di Mauthausen.

Poco prima di partire per la Germania dal campo di Fossoli scrive alcune lettere alla cognata Lia Gianelli, nelle quali traspare fino all’ultimo la commovente, e davvero sempre per me straziante, speranza dell’uomo di Legge e Giustizia, incredulo fino all’ultimo di quanto lo stava aspettando. Conscio di non avere colpe se non quella di vivere in un perverso regime dittatoriale in cui le colpe dei figli potevano ricadere sui loro padri.
 

Lettera di Giorgio Puecher
25 maggio dal campo di Fossoli
a Lia Gianelli

[…] Penso alle nostre belle rose e alla prima nostra frutta; chissà, presto potrò venire a godere almeno la seconda, gli avvenimenti promettono bene… Chissà quando la potrò rivedere e con essa rivedere il luogo dove giacciono i nostri due angioli! Giancarlo è spesso all’ordine del giorno nei discorsi e da chi l’ha conosciuto anche soltanto per riverbero. […]

 Lettera di Giorgio Puecher
30 maggio dal Campo di Fossoli
a Lia Gianelli

 […] Dì a Rosa che ho molto gustato la sua torta, e che spero di non ritardare tanto a gustarla anche a casa…[…]

Lettera di Giorgio Puecher
21 giugno 1944 dal Campo di Fossoli
a Lia Gianell
i

Carissima Lia, partiamo per ignota destinazione, probabilmente per ora, per Suzzara, sospendi quindi per ora qualunque invio, vi terrò informati. Comunque in alto i cuori e speriamo di rivederci presto. Un bacione e un abbraccio a tutti voi

Le ultime parole che vi voglio lasciare, per calarvi ancora di più nella dimensione familiare di questa dolorosa vicenda, sono sempre quelle della zia Lia Gianelli, che in un suo memoriale rievoca i momenti tristi e indimenticabili da quando, il 15 Dicembre 1944, rilasciata dopo il suo arresto insieme alle domestiche Vanna, Berta e Rosa, avvenuto l’11 Dicembre, si reca a visitare Giancarlo e Giorgio nel carcere di San Donnino a Como dove erano detenuti.

Quando andai a Como dai miei, si rise del soggiorno a San Donnino: ma vi era un velo di preoccupazione sul viso di Giancarlo. Giorgio era pure inquieto, ma di riflesso. Bastò una settimana perché la tragedia avvenisse.
Il lunedì 20 dicembre vennero chiamati alla questura padre e figlio. Io ero con loro e li vidi impallidire un poco. Salutai Giancarlo dicendogli di non perdersi d’animo; con un sorriso rispose: “ Stai sicura Szà, sai che non mi perdo mai d’animo.”
Dovevano essere le ultime parole, che udivo da lui, e fu l’ultimo bacio che gli diedi.

[…]
Il giorno 30, di sera, giunse a Lambrugo un’autolettiga della Croce rossa: e al buio, ché doveva essere ignoto, ritornò Giancarlo a noi in una semplice bara e passò la notte in un nido di verzura che gli avevamo preparato. Di sotto ai fiori nascosi una bandierina. la bandiera della Patria per la quale si era offerto.
E poi andò a riposare accanto alla mamma, la mamma sua che lo aveva accolto in cielo.

[…]
Lunghi mesi di dolore e di pena passarono, Ginio dopo aver vissuto nascosto a Milano – preparandosi alla licenza liceale in condizioni d’animo assai tristi, povero figliolo, è pur riuscito bene nonostante le difficoltà, dovette essere allontanato per sicurezza. Sempre per mezzo dei buoni amici Treccani ebbe modo di andare in Svizzera accompagnato da Pio Bruni (ora si può dire).
Partì il 18 gennaio 1945, Rimanemmo soli, Gianni ed io, nella triste dimora di Lambrugo.

Spero ci siano altre occasioni di incontrarci.

Buon 25 aprile a tutti!

Orsola Puecher

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4 Commenti

  1. grazie di tutto questo, cara Orsola, difficile trattenere la commozione, come l’anno scorso a gennaio, del resto, alla pietra d’inciampo di Milano.

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orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.
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