Pagatə per scrivere

[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei periodici soprassalti. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece, siamo al servizio, meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]

 

di Gaia Benzi

Apollo, tua mercé, tua mercé, santo
collegio de le Muse, io non possiedo
tanto per voi, ch’io possa farmi un manto.

«Oh! il signor t’ha dato…» io ve ‘l conciedo,
tanto che fatto m’ho più d’un mantello;
ma che m’abbia per voi dato non credo.

[…]

Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta
con la lira in un cesso, e una arte impara,
se beneficii vuoi, che sia più accetta.

Ludovico Ariosto, Satira I, vv. 88-93; 115-117

 

È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.

Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per fare gli scrittori, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.

Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua Comédie. In Illusioni perdute la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.

Nella trasposizione cinematografica di qualche anno fa l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle belles lettres, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.

Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.

Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando ci lamentiamo del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.

Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto non dovrebbe esserlo.

L’amore, infatti, non basta per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla leva della passione è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’eco chamber prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.

Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.

È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per necessaria.

In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi il lusso di perdere.

Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che sembrano averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il dettofake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?

Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.

Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro altro che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.

Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per non scrivere, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.

Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.

 

Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.

L’Orlando Furioso esce nel 1532, e ha subito un grande successo.

Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.

*

 

Immagine: “Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione”.

Gaia Benzi su Nazione Indiana: Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA

 

Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):

Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA

 

Oppure questo (solo 9 anni fa):

L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA

 

4 Commenti

  1. Grazie Gianni. Me lo sono riletto. A forza di pensare che la cultura sia un “lusso” e non un insieme di strumenti di adattamento nei confronti della realtà storico-sociale, ci si ritrova con un bel fascismo “gratis” e per tutti.

    A completare i riferimenti di Gaia Benzi al sindacalismo del mondo editoriale, ecco un link a Acta, la coalizione che riunisce e difende i free lance (che abbondano nel mondo culturale).

    https://www.actainrete.it/2026/01/19/una-sconfitta-per-i-bulli-una-vittoria-per-noi/

  2. Mi ero perso la didascalia a San Matteo e l’Angelo di Caravaggio: “Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione”.

    Il mio lavoro è di tipo tecnico-ingegneristico, ma sono freelance e iscritto ad ACTA.

  3. “Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male”: mi sembra perfetto, e vale in mille modi.
    Ieri mi è ricapitata fra le mani questa citazione dalla Vagabonde di Colette (1910, cito dalla traduzione di Camilla Diez):
    «Ci vuole troppo tempo per scrivere! E poi, non sono mica Balzac… Il fragile racconto che costruisco si sgretola quando suona il fattorino, quando il calzolaio presenta il conto, quando telefona il procuratore o l’avvocato, quando l’agente teatrale mi convoca in ufficio per “un ingaggio privato, da gente molto perbene che però non è solita pagare somme elevate”…. Si dà il caso che, siccome vivo da sola, si è reso necessario innanzitutto vivere […]».

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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