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IL PAPA ENTUSIASTA

di Giovanni Maderna

Ho notato che anche qui su Nazione Indiana non si è immuni dalla fascinazione per quel grande e sovraesposto personaggio pubblico conosciuto ormai da oltre due decenni con il nome di Giovanni Paolo II.
Intervengo in proposito con un paio di brevi annotazioni semmai potessero contribuire al dibattito.
Tempo fa mi era venuto spontaneo, in un appunto personale, di prendere proprio il Papa, questo Papa, ad esempio di quel meccanismo così ben descritto da Debord: “i grandi uomini del novecento hanno pagato come prezzo per la loro immagine di rinunciare alla propria vita individuale: famosi per non essere ciò che sono.”
Avevo letto diversi resoconti di vaticanisti che descrivono il Wojtyla appena salito al soglio pontificio come un uomo molto diverso dall’idea che abbiamo oggi di lui, un uomo che si è progressivamente perso nelle pastoie del sistema clericale.

Ma Wojtyla viene in genere raccontato anche come un uomo dal fare molto disinvolto, spontaneo, accattivante, senza nulla di pretesco…

Non a caso la sua fu quel che si dice una “vocazione adulta”. Non è un esangue figlio cadetto entrato in seminario dall’infanzia, il Papa. Prima di scegliere il sacerdozio è stato operaio in fabbrica e in una cava di marmo, è stato studente di filosofia, attore di teatro, ha praticato intensamente sport come lo sci e il canottaggio.
E’ stato poeta e filosofo dilettante, seppure non di grande talento: lui stesso ammette con candore che se non fosse poi diventato famoso le sue poesie non le avrebbe mai lette nessuno, ed è nota la stroncatura del suo unico vero libro di filosofia, la tesi di laurea, da parte di un amico filosofo polacco: “è scritto talmente male che andrebbe innanzitutto tradotto dal polacco al polacco.”.

Questi elementi, o almeno alcuni, si direbbe traspaiano anche dalla sua immagine pubblica. Il punto se mai è, come sempre, osservare in che modo essi traspaiano, dato che il “non essere sé stessi” è il più delle volte un leggero slittamento di senso, una lieve, magari involontaria e persino inconsapevole, rotazione di prospettiva, quasi mai un apparire qualcosa di totalmente estraneo a ciò che si è.

Vi sono d’altro canto degli atteggiamenti e delle posizioni che sono radicalmente mutate dopo la sua nomina a pontefice.
Lui che come arcivescovo di Cracovia aveva viaggiato moltissimo, prescrive inspiegabilmente che i vescovi si concentrino assolutamente sulla loro diocesi allontanandosene al massimo per l’equivalente di un mese l’anno. E lui che si era sempre preso tante libertà ( anche per motivi “futili”, come visite ad amici o gite sciistiche) assume sul piano teorico un atteggiamento quanto mai conservatore e rigido. Da notarsi però che questa predicata austerità egli non l’applicò mai alla propria persona, continuando a prendersi le sue libertà, i suoi viaggi, i suoi rischi anche, spessissimo contro il volere della curia.
Insomma appare una sorta di schizofrenia tra l’impostazione teologica e la prassi dei suoi comportamenti che, in fin dei conti, a mio parere contribuiscono non poco alla simpatia che l’uomo riscuote un po’ ovunque. Egli rassicura, perfino con ingenua testardaggine, sulla bontà della tradizione dottrinale, ma compensa ampiamente a questa chiusura con la propria dirompente vitalità e un infallibile istinto campagnolo (e un po’ cialtrone) per la comunicazione.
Il Papa in effetti non ha mai tentennato di fronte al cattivo gusto, ai bagni di folla esaltati e alle baracconate da Giubileo.
E, a proposito di ingenuità, viene da ricordare un episodio legato ad una di quelle che senz’altro saranno ricordate tra le pecurialità più rilevanti del suo papato: i mea culpa.
Si dice che Karol Wojtyla non ancora Papa fosse un assoluto entusiasta, convinto della bontà e santità di tutto ciò che la chiesa avesse combinato nella storia, e che con questa cieca fiducia abbia mosso anche i suoi primi passi come Giovanni Paolo II.
Ma agli inizi degli anni ‘80, durante un viaggio in Camerun, leggendo la bozza del proprio discorso ad un collaboratore, si sentì rispondere che alcuni toni potevano apparire eccessivamente ottimistici se non addirittura provocatori, in effetti non bisognava dimenticare che la località dove si trovavano era stata per secoli sulla rotta della tratta degli schiavi, e che sulla questione la Chiesa aveva purtroppo avuto le sue responsabilità, c’era il rischio insomma che qualcuno si indispettisse…
Wojtyla cadde dalle nuvole. Volle sapere nei dettagli che cosa era successo e di quali errori si era macchiata la Chiesa Cattolica, e infine decise, contro peraltro il parere dello stesso collaboratore, di inserire nel suo discorso una richiesta di perdono per le ingiustizie di cui era stata vittima la popolazione…

Ecco, l’impressione è che ci sia in Karol Wojtyla una particolare mistura di esuberante umanità, di entusiasmo facile, quasi adolescenziale e per questo tanto più comunicativo, e nel contempo di granitico attaccamento alla tradizione che ne fa da un lato un uomo capace di “arrivare” umanamente al grande pubblico, un uomo capace in ogni occasione con un gesto, uno sguardo, una parola di apporre il proprio marchio “personale”, inconfondibile, alla circostanza, e dall’altro un uomo estremamente manipolabile, un uomo che si disinteressa degli ingranaggi del potere e accetta di buon grado di finirne triturato forse ritenendoli anch’essi, in fondo, strumenti di Dio.
E’ questa la sua fede, ed in questo è sorprendente, egli crede davvero che ci sia qualcosa ben al di là del potere umano e dei suoi condizionamenti. Che ci sia una forma di libertà superiore, che non passa per il rifiuto del potere stesso, per la quale ti può anche essere chiesto di indossare una maschera o di non essere proprio fino in fondo te stesso… E’ una libertà molto rischiosa. E’ la libertà dei divi del cinema e delle rock-star.
Lui l’ha scelta per sé.

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