Il Libro

di Silvano Panella
Il vento ha allontanato le nuvole. L’aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.
Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l’assoluta padronanza del luogo, l’idea di poter cingere, legare l’osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti…
Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l’aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L’autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un’opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L’adagio sul tavolo.
Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d’opulenza – carte da parati, cibi, regalie…
Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.
«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»
Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.
«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.
Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.
Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur…
«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L’autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L’orologio? Terrò anche quello. L’orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l’orologio sia rimasto in sospeso, l’oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»
Demetra annuisce.
«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l’orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»
Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l’abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.
«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell’autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d’addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell’attenzione», dico, e lascio l’ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.
