La facoltà di non rispondere

 

 

Libertà di silenzio

di

Gigi Spina

A proposito delle cascate di note,
come quelle del pianista Art Tatum,
noto per la sua velocità, quella tecnica
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,
è un pericolo non solo nella musica,
ma anche nel parlare e nello scrivere.
In musica devi dare tempo alle persone
di rielaborare il suono, perché il suono è
infinito. Se non lasci spazio agli armonici
di una nota, non la godi fino in fondo.
In una città rumorosa come Milano,
questo è difficile, gli armonici non li senti.
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo
mi sono dedicato molto anche al suono
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,
tutto entra in questo spazio e crea una
musica particolare.

Intervista a Enrico Intra, “Musica Jazz”, febbraio 2026.

 

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.

Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.

La folla silenziosa mentre parla Berlinguer – foto di Mimmo Jodice

Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.

Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.

Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.

 

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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