Di VitaVera
di Danilo Tumminello
“Lo faccio per te.”
“Grazie, Papà.”
“Lo faccio per te.”
“Grazie, Papà.”
“Lo faccio per te.”
“Grazie, Papà.”
Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.
Papà dice che questa breve esposizione non rovina la nostra capacità di concentrazione. Che lo dice MedicinaVera. E noi ci crediamo. Non potremmo fare altrimenti.
Le stanze al piano superiore sono disposte a cerchio. Una stanza è quella di Papà. Poi ci sono quella di Alma, quella di Victoria e la mia.
Papà le ha volute così. In modo che il dubbio che ci stia monitorando dallo spioncino ci faccia stare concentrate. Ce lo ha detto lui. Lui ci dice tutto. E noi questo lo apprezziamo.
La cucina è al piano di sotto, insieme al bagno, la sala lettura, la serra e la stanza chiusa. Quella che noi chiamiamo così.
In quindici minuti, dobbiamo leggere e comprendere le pagine a noi assegnate.
Papà sceglie una di noi tre per poi fare la verifica. Ogni sera. La verifica non va mai male. Solo a volte. Ma di questo preferirei non parlare.
Per rendere più giuste le operazioni noi aspettiamo al centro della stanza. Quando Papà suona la campana, saliamo le scalette del letto. Dobbiamo sempre partire col piede sinistro. Papà preferisce così.
Spero tanto che stasera la verifica tocchi a me.
E che Alma non faccia una delle sue solite cose. Le pareti delle stanze sono sottili e si sente tutto. E lei lo sa.
“In un’era in cui le nostre proprietà sinaptiche sono messe a repentaglio da un flusso continuo di informazioni e dispositivi che assalgono la nostra mente, allenare la memoria e la capacità di concentrarsi, è l’unica via per emergere dal Sistema mendace e vivere di VitaVera.”
Lo dico tutto d’un fiato e comunico i concetti in modo che si senta che li ho fatti miei.
Papà mi osserva. Si tocca la barba. Aspira una boccata dalla sigaretta al mirtillo. Mi piace sentirne l’odore. Mi piace inalarne il vapore. Mi piace vedere Papà provarne gusto.
Il tablet è adesso spento e dentro il cassetto dove deve stare. Siamo seduti una davanti l’altro, sulle sedie di legno in mezzo la stanza, come sempre per le verifiche. Io tengo le mani sulle ginocchia come quando meditiamo.
“Dimmi che ne pensi”, dice Papà con la sua voce profonda.
Rispondo subito perché non voglio dare l’impressione di titubare.
“Secondo me”, dico, “questo enunciato è importante perché rispecchia un nostro bisogno primario. Nostro degli esseri umani, nostro in quanto esseri pensanti e razionali. Senza memoria non può esistere coscienza e sviluppo, progresso e…”
Papà alza una mano per interrompermi e io mi fermo all’istante.
Mi guarda fisso, da sotto gli occhiali quadrati sento i suoi occhi che mi studiano.
“Sembri finta”, dice secco.
Tiene le gambe accavallate, così chiuse che sembrano prendere il volume di una sola. Appoggia il gomito sulle ginocchia e la mano sotto il mento con le dita che si pizzicano ancora la barba.
Devo guardarlo negli occhi, non posso abbassare lo sguardo come si fa quando si guarda uno schermo, ma vorrei tanto farlo.
Cerco quantomeno di avere l’espressione neutra che piace a lui, non quella di sfida che ha sempre Alma, ma quella mia, attenta e ricettiva che lui ama tanto.
Ha detto che sembro ‘falsa’ e mi fa male. Non so se dire qualcosa.
Lui resta fermo a guardarmi. Poi fa un leggero cenno con la mano, come a dire ‘Vai’ o ‘Tocca a te’ o ‘Vediamo che sai fare’.
Comunque sia, vuol dire che devo parlare. Cercando di essere meno falsa, certo.
“I dispositivi digitali causano dipendenza e ci hanno messo alle strette in senso evolutivo…”, dico.
“In che senso evolutivo?” mi incalza lui.
Sento le tempie pulsare. Mi focalizzo sul respiro.
“In senso Darwiniano, certo. Perché come il grande studioso inglese sosteneva…”
“Lo so cosa sostiene Darwin”, mi interrompe. “Voglio sapere cosa sostieni tu.”
Non mi do il tempo di pensarci troppo e parlo.
“Io penso che sia, che sia…” la mia voce ha un sussulto di pianto ma lo butto giù. “Chiedo scusa”, dico veloce. “Penso che sia giusto non utilizzare i tablet o i telefoni insomma, perché non va bene, perché fanno male alla memoria.”
Papà alza di nuovo il braccio. Poi lo lascia cadere sulle gambe. Mi guarda. Leggo la delusione nei suoi occhi.
“Perché non va bene? È questa la tua argomentazione?” dice.
“Non so cosa pensare, Vera. Anche tu, adesso? Usi un linguaggio basico e rozzo. Quando adotti un lessico più forbito non lo senti tuo, non lo sai argomentare.”
Si alza, armeggia con la sigaretta e non mi guarda, ma vorrei tanto che lo facesse.
“Devi alzare i tuoi standard e la tua capacità di analisi”, dice. “ Così non va bene, così non evolvi. Così sei come loro.”
Si volta a darmi le spalle. “Non aggiungo nient’altro”, dice a va verso la porta.
Resto ferma, come se avessi un masso sulle spalle che mi spinge a terra. Conto i respiri. Vorrei dire qualcosa ma so che non posso e Papà ha ragione. Devo alzare i miei standard. E so che devo capirlo io come. ‘Il percorso di arrivo e di interpretazione è esso stesso il traguardo’, mi dico.
Lo stesso però vorrei chiedergli di darmi una possibilità in più. E vorrei che si fermasse sulla soglia e mi dicesse che sono la sua preferita.
Ma non lo fa, non si ferma e chiude la porta dietro di sé, portandosi via la delusione come un mantello sulle spalle.
Quando va via sembra che sia finito l’ossigeno nella stanza. Sto ferma sulla sedia come devo. Conto i miei respiri, cerco di non piangere.
Adesso posso solo aspettare.
Guardo fuori dalla finestra senza muovere la testa, solo con gli occhi perché Papà potrebbe essere dall’altra parte della porta ad osservarmi.
Fuori dai vetri, le miliardi di stelle che mi guardano nel buio denso del bosco mi danno consolazione. Mi danno prospettiva. Della mia piccolezza, della piccolezza di questo momento nella vita dell’universo, del fatto che supererò tutto, lo so. Che evolverò.
Il campanello suona due volte come quando la verifica va male. Ma me lo aspettavo, me lo sono meritato. Alma e Victoria possono andare a letto. Io no.
Dopo un po’ sento bussare, mi irrigidisco pensando sia Papà.
Poi capisco che è Alma, che mi sta provocando come sempre dall’altra parte della parete.
“La stanza chiusa”, la sento sussurrare dietro il muro, piano in modo che solo io possa sentirlo.
“Andiamoci, stanotte”, dice ancora.
Resto immobile.
So cosa ha in mente ma non voglio pensarci. Ho ben altro a cui dedicare la mia attenzione.
Respiro. Il pensiero va osservato e lasciato andare e io cerco di farlo.
Io non sono i miei pensieri, mi dico, io sono molto di più. Io sono la migliore. Io non sono Alma. Io non sono ‘sbagliata’ come le dice sempre Papà. Ed è vero quello che dice Victoria cercando di giustificarla, da quando Lei è andata via Alma non è più la stessa.
Ma di questo preferirei non parlare.
Il rumore di tocchi sul vetro è sottile ma preciso. Apro gli occhi, guardo la finestra e un brivido mi paralizza, Alma è là. Fuori, al freddo, in pigiama. Vedo solo la sua sagoma nel buio che mi dice di avvicinarmi.
Guardo la porta e spero ancora che Papà non ci stia guardando dallo spioncino.
Cerco di stringere gli occhi per comunicare in qualche modo ad Alma di smetterla, di andare via, di non farsi beccare un’altra volta. La scorsa volta è stato terribile e anche Victoria ne ha pagato le conseguenze.
Ma di questo preferirei non parlare.
‘Il pensiero basta osservarlo e farlo passare’ mi ripeto. Riesco a concentrarmi sul respiro ma dura poco perché Alma batte ancora alla finestra e mi dice di avvicinarmi.
Guardo lo spioncino, poi la finestra. Alma è là che gesticola.
Papà avrà le sue buone ragioni per precluderci la stanza chiusa ma lei non lo accetta. La sua è una pazzia.
Come pure quello che inventa sui rumori che sente arrivare dal piano di sotto, e quello che dice su Papà, le cose terribili di cui lo accusa.
Alma tenta ancora di chiamarmi. Si avvicina al vetro.
“È stato lui”, dice. “Ti faccio vedere. Andiamo.”
Cancello la sua voce, la sua presenza, i pensieri e i dubbi che innesca in me. Chiudo gli occhi e decido di non aprirli più con la speranza che desista e mi lasci in pace.
E sembra funzionare, perché sento ancora bussare qualche altra volta, e poi niente. Sbircio la finestra e lei non c’è più.
Sarà andata a letto, penso. Allora mi rilasso, lascio scorrere il tempo. Mi concentro di nuovo su di me. Sul miglioramento che devo fare.
Ripenso alla verifica, mi dico che Papà forse era solo nervoso. Poverino con tutto quello che ha da fare, da solo, senza un aiuto. Senza di Lei.
Perché Papà non se lo meritava. E neanche noi.
Lei era importante per noi e noi lo eravamo per lei. Me lo diceva sempre, a letto quando avevo paura e stavo attaccata al suo ciondolo verde di pietra liscia fino a quando non mi addormentavo.
Sento la nostalgia afferrarmi la gola. Scuoto la testa, per mandarla via. Sento anche un dubbio farmi tremare. Il dubbio terribile che in fondo Alma abbia ragione.
Ma qualunque sia la verità non serve a niente ormai, mi dico. Chiudo gli occhi, butto in fondo ogni pensiero negativo, ogni cosa del passato. Ritorno al respiro.
Poi, improvviso e brutale, un grido spezza il silenzio. È così forte che mi fa sobbalzare sulla sedia. È Papà a gridare, è una furia. Sento poi Alma urlargli contro e correre e piangere. Sento vetri che si rompono e ancora grida e tonfi secchi sul legno.
Tutto è ovattato dalle pareti ma mi arriva dentro denso come un pugno.
Non mi muovo, sono paralizzata.
Qualcuno bussa alla mia porta. La apre. Victoria mi guarda impaurita. Le osservo la mano fasciata. Butto giù il senso di colpa.
“Che facciamo?” mi chiede.
“Non lo so”, rispondo.
Mi guarda in cerca di conferme, quelle che solitamente ha una sorella maggiore. Ma io non so che fare, vorrei soltanto che tutto tornasse normale. Pacifico e normale.
I rumori continuano ad arrivare dal piano di sotto ed è difficile ignorarli. Ma poi, d’improvviso, tutto si placa e il silenzio ricopre di nuovo Victoria e me come una valanga che sfida la gravità, per salire da sotto fino ad arrivare a noi e travolgerci.
Vengo assorbita dalla paura, risucchiata quasi dentro il mio stesso corpo.
Penso allora a Mamma e la sua voce dolce e limpida risuona in me da qualche parte della mia memoria, posso sentire i suoi capelli lunghi che mi cadono addosso ad accarezzarmi assieme alle sue mani, posso respirare il suo collo profumato di miele.
“Ti senti meglio?” mi chiedeva quando smettevo di piangere e mi ritrovavo le dita appese al suo ciondolo. E mi sentivo forte e leggera e protetta. E sapevo che Mamma era là per proteggermi. A proteggermi quando Lui si arrabbiava, quando non facevamo come voleva. Mamma c’era. A proteggere noi sorelle. Proteggere Vera, Victoria e Alma.
Proteggerci.
Guardo Victoria, ferma sulla porta. Lei nota che le sto osservando la mano bendata. Mi dice ‘Non ti preoccupare’ senza dirmelo.
Allora faccio leva sulle ginocchia e mi alzo e mi sembra di lasciare sul legno della sedia un pezzo di me, la voglia di credere a tutto, la paura di affrontare la verità.
“Andiamo”, dico poi senza più pensare, come se non fossi io a dirlo, ma Mamma.
Prendo la mano di Victoria, usciamo dalla stanza e cominciamo a scendere le scale. Piano. Uno, due, tre, diciassette scalini.
Quando tocchiamo il pavimento del piano di sotto il caos si spalanca davanti a noi. Il mobili a soqquadro, i bicchieri e i vasi rotti stonano con l’ordine maniacale a cui siamo abituate.
In fondo, la stanza chiusa ha la porta spalancata. Victoria stringe la mia mano.
La guardo.
Sono io Mamma adesso.
“Andiamo”, dico ancora. E lei mi segue.
I nostri passi ci portano uno dopo l’altro, all’unisono, verso l’uscio di quella porzione di mondo a noi solitamente preclusa.
Quando siamo sulla soglia della stanza ci fermiamo. Un odore rancido di chiuso ma anche dolce di miele ci arriva addosso.
E noi, quasi ad occhi chiusi facciamo un altro passo. L’ultimo fuori da quella vita, il primo della nostra Vera Vita.
