Itaca: il viaggio più comprato

di Sara Beltrame

Entro nel centro commerciale.
Sono più di centomila metri quadrati di negozi, ristoranti e l’unico cinema Imax di Barcellona. Il centro è semivuoto: sono arrivata con cinquanta minuti d’anticipo sulla proiezione di Odissea, che durerà circa tre ore.
È agosto. Dieci di mattina.
Non ho fatto vacanze nemmeno quest’anno, perché la precarietà rende la vita degna di essere vissuta sul momento. È questo che insegna, senza il bisogno di nessun libro di auto-aiuto. Ho imparato a non programmare, a cancellare il futuro come tempo verbale — anche quello prossimo — e a realizzare sogni cari come il prezzo di un biglietto al cinema. Sono quasi tentata di mettermi in fila per portarmi in sala un cartone di popcorn burrosi e affondarci le dita dentro. Ma quel piacere lo riservo per le grandi occasioni, e sempre condivise. Sono io ad aver scelto di vivere così. All’inizio è stata una questione di istinto: a ventitré anni ho dovuto per forza cominciare a mantenermi da sola. Ora la mia libertà è un esercizio quotidiano.
A fine proiezione, il centro commerciale brulica di gente.
L’aria condizionata lo trasforma in un rifugio climatico che non ripara dalla ruota del consumismo.
L’attacco di panico arriva subito.
Non riesco a respirare, e se respiro solo col naso mi entra l’odore del fritto, della carne che sfrigola sulla piastra. L’odore si lega di colpo al rumore delle bocche che lavorano per ridurre a poltiglia quel cibo zeppo d’olio, che presto abiterà pance già gonfie di bibite zuccherate e gasate. Le “Sirene” cantano dagli altoparlanti tra un negozio e l’altro: compra, consuma, non crescere mai, resta.
Il centro commerciale mi decentralizza.
Perdo la strada per la via d’uscita.
Non ho una mappa, sono in balìa di una corrente che tra poco diventerà uragano — lo so, riconosco quello che mi sta succedendo. Non riesco a pensare, allora cerco un pittogramma, mi aggrappo a un segnale. Al limite dell’angoscia, spingo con tutte e due le mani la barra rossa della porta a vetri ed esco.
Anche se non ci sono, le cicale io le sento.
Le sento perché so che in fondo allo stradone c’è la pineta e poi, e poi c’è il mare. Il mio cervello trasforma i colori in suoni. Lo fa spesso.
In realtà tutto è silenzio.
I grattacieli si stagliano in aria e crepitano sotto il sole.
Niente più.
Non ho idea di dove io sia finita, di come prendere il bus per tornare a casa.
Se avessi avuto il costume mi sarei guadagnata lo spazio per buttarmi in acqua, invece di rinchiudermi nella mia isola di cinquantadue metri quadrati, a cinquanta minuti di distanza. Ma tant’è. Devo mettermi in viaggio per tornare a casa. Devo farlo il prima possibile.

Era meglio quando l’Odissea me la raccontava mio padre, con le sue sembianze da vichingo: occhi azzurri, capelli biondi, barba folta e chiara. Mani forti. Pescatore, navigatore, avventuriero, di mestiere faceva il ginecologo. Spesso partoriva storie. È sempre stato Ulisse; mia madre è sempre stata Penelope. Tanto che, a casa, c’era un grande quadro disegnato da lei con dentro la poesia Itaca, trascritta a mano, con l’inchiostro di una boccetta.
Una poesia di Costantinos Kavafis (la incollo più sotto).
Lui Ulisse, lei Penelope. A un certo punto lei si compra anche un telaio di legno enorme, lo installa in una stanza e non so dire se lo fa prima o dopo aver trascritto il testo di Kavafis. Per armarlo ci mette dai tre ai sette giorni. La parte più lenta non è tessere, è vestirlo filo per filo, annodando l’ordito ai subbi. Ogni tanto parlano di quando lui andrà in pensione e si godranno insieme la vita che rimane. Non manca molto.
Ma proprio mentre lui sta per mettere piede nella sua Itaca, muore.
Ulisse lavora dentro al sistema, a casa non torna più.
Tribola per un’esistenza intera.
E quando riattracca, dopo vent’anni, è vecchio e stanco: ha perso quasi tutta l’infanzia di suo figlio e molto di quello che avrebbe potuto essere con sua moglie.
A ben guardare, la guerra di Troia dura dieci anni, e il ritorno altri dieci. Vent’anni: il tempo esatto in cui un neonato diventa un uomo. Telemaco cresce senza padre, cercando per tutta l’infanzia e l’adolescenza un uomo che è soltanto un canto sulla bocca degli aedi. Quando Ulisse riattracca a Itaca, a riconoscerlo sono il suo cane e una vecchia serva.
Argo ed Euriclea: i due esseri che lo hanno conosciuto con il corpo, non con il nome. Argo lo fiuta d’istinto. Non ha dimenticato né il suo odore né la sua andatura. Muore nell’attimo esatto in cui lo vede. Euriclea lo ritrova al tatto, sfiorando con le dita la cicatrice sulla coscia, la carne che aveva lavato quand’era bambino.
Nessuno dei due ha bisogno di farsi dire chi è: lo sanno perché lo hanno accudito e perché quello è un uomo, non un eroe.
Così il legame di sangue, che dovrebbe essere il più naturale, è l’unico che non funziona attraverso la presenza. Perché quel corpo Telemaco non l’ha mai conosciuto e di suo padre ha soltanto un nome e un’assenza. Il figlio, l’erede, riceve la funzione del padre, ma con il padre-persona deve ricostruire tutto da zero.
Il vero costo del viaggio non è tornare vecchi e stanchi: è tornare irriconoscibili anche agli occhi di quelli per cui siamo partiti.
C’è un libro del duo di Tlon, i filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano, che porta esattamente questa domanda per titolo: Ma chi me lo fa fare? Il loro lavoro ruota da anni intorno a questa crepa. In quel saggio smontano quello che chiamano l’«incantesimo» del lavoro: l’idea, venduta come naturale, che dobbiamo amare ciò che facciamo, identificarci con la nostra occupazione, restare performanti, appassionati persino in vacanza. È l’incantesimo che ha trasformato la fatica in vocazione e la stanchezza in colpa.
A me sembra che Ulisse ne sia l’antenato mitico perché non sa più immaginarsi se non in viaggio, se non all’opera.
E poi c’è Penelope.
In questa storia l’uomo perde la vita per lavoro, ma la donna la perde per attesa.
Penelope resta.
Tesse di giorno e disfa di notte, per vent’anni, un lavoro che non finisce mai e che nessuno conta come lavoro. Tiene in piedi la casa, cresce il figlio da sola, respinge i pretendenti, amministra un’isola intera e la tradizione la premia chiamandola «fedele», come se la sua unica virtù fosse stata saper aspettare «bene».
Lui è produttivo e assente, lei paziente e invisibile. Il tempo di lui è pieno di avventure che diventeranno racconto mitico. Il tempo di lei è vuoto per definizione: è di servizio e di cura.
Di sospensione.
È lo stesso patto, diviso in due.
Anche i miei l’hanno firmato.
Che altro potevano fare?
Mio padre partito e mai tornato davvero; mia madre al telaio a tessere un’attesa che non ha avuto nemmeno il premio del ritorno. I figli cresciuti lì in mezzo.
Eppure quella poesia — che mia madre ha trascritto a mano — apparentemente dice l’esatto contrario: augurati che la strada sia lunga, perché è il viaggio a renderti ricco. L’Itaca del poeta però è un luogo senza nessuno ad aspettare.
Mentre il viaggiatore di Kavafis diventa saggio, che cosa succede a chi resta?
Ho pianto in silenzio davanti a Odissea, ad agosto. Per gli Ulisse, le Penelope, i Telemaco e gli Argo che hanno già perso tutto.
E per il sospetto — netto come il sole sulla testa — che questo viaggio, nonostante non l’abbia scelto nessuno, continui a essere il più comprato.

____

ITACA
Costantinos Kavafis, 1911
Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi
Da “Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti
finalmente, e con che gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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