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La Montagna incantata di Brugherio

di Sergio Garufi

Nella seconda parte de La Montagna incantata, Thomas Mann introduce un personaggio curioso il cui nome è Mynheer Peeperkorn. Questi giunge al sanatorio di Davos in compagnia di Madame Chauchat, di cui era innamorato il giovane protagonista del romanzo, Hans Castorp. Peeperkorn viene presentato al lettore come un “olandese di età matura […] ricco sfondato”. Sia l’abbigliamento che è solito indossare, che “gli conferisce un che di sacerdotale”, che i gesti solenni e imperiosi, “da direttore d’orchestra”, ammutoliscono l’uditorio, lo mettono in soggezione. L’attesa per quello che avrà da dire è tale che, negli interminabili silenzi che precedono i suoi interventi, alcuni addirittura lo incoraggiano con “cenni e sorrisi”, quasi impazienti di ascoltare le sue parole. Allora, con voce bassa e grave, diceva: “Signori…bene. Tutto bene. Chiuso, e non parliamone più. Ma prego di considerare e di non trascurare, nemmeno un istante, che…Ma lasciamo questo punto. Ciò che spetta a me di dire non è tanto questo, quanto piuttosto e soprattutto che abbiamo l’obbligo…che ci è imposto l’imprescindibile…ripeto e metto in rilievo questa parola…l’imprescindibile dovere di…No! Nossignori, non così! Non già che io…sarebbe grave errore pensare che io…Chiuso signori, chiuso e liquidato. So che in tutto ciò siamo d’accordo. Dunque: veniamo all’argomento!”

Come fa notare l’io narrante, “non aveva detto un bel niente, ma la sua testa aveva senza alcun dubbio un aspetto così importante, la mimica e i gesti erano stati talmente decisi, penetranti, espressivi che tutti, Castorp compreso, credevano di aver udito cose notevolissime o, anche avendo notato l’assenza di una comunicazione oggettiva e portata a termine, non ne sentivano la mancanza”. I discorsi di Peeperkorn sono più o meno tutti sconclusionati, ma l’anacoluto involontario non mina la sua autorevolezza presso il pubblico. Difatti, di lì a poco diventa il punto di riferimento degli ospiti del Berghof, e “se quelli che gli stavano intorno erano stati attirati, in origine, soltanto dalla notizia della sua ricchezza, ben presto furono conquistati dalla sua personalità”. Il tutto, naturalmente, “senza provare il minimo senso di delusione alle incomprensibili sospensioni, all’oscurità ed effettiva inettitudine delle sue parole”. Il centro delle conversazioni del sanatorio si sposta quindi dalle dispute fra Settembrini e Naphta alla vacua sentenziosità dell’olandese.

Peeperkorn disprezza la cultura. Tratta apparentemente con gentilezza i due intellettuali ma in pubblico li irride, apostrofandoli come “cerebrali”. Tranne l’italiano, tutti gli altri sono soggiogati dalla sua personalità magnetica. Perfino Castorp ammette, pur essendo roso dalla gelosia per Madame Chauchat, che ora rivolge le sue attenzioni solo a Peeperkorn, che l’olandese “dà dei punti a tutti quanti”. Il carattere di Peeperkorn “domina e spicca fra i presenti”. Il suo eloquio sgangherato non impedisce però agli ospiti del sanatorio svizzero di “pendere dalle sue labbra”. Solo l’io narrante e Settembrini gli “leggono in viso lo sforzo eloquente del pensiero”; gli altri vedono invece pause studiate ad effetto. E’ una sorta di Chance il giardiniere, ma, a differenza del protagonista del film Oltre il giardino, l’olandese è un megalomane, aspira ad essere considerato intelligente, reputa i propri discorsi profondi e ispirati, vuole essere al centro dell’attenzione.

La Montagna incantata è un libro profetico anche per questo. Come scrive Alfonso Berardinelli, in Mynheer Peeperkorn “ciò che conta sopra ogni altra cosa è il suo modo solenne, e perciò sottilmente magnetico, di sottolineare le proprie lapalissiane affermazioni. La sua specialità è tutta nel contatto con i destinatari. Grottesco come un imbonitore da fiera, Peeperkorn sbaraglia quei pover’uomini, genuinamente eccitati e perciò minati dal proprio pensiero, che sono gli intellettuali fra loro antagonisti Settembrini e Naphta. La debolezza di costoro sta proprio nel loro pensiero, nel fatto che tutta la loro risibile forza è nell’uso disarmato e sincero, benché a volte contorto, dell’intelligenza. Di fronte a questa indubbia fragilità, Peeperkorn non può che avere la meglio. L’acutezza intellettuale è indispensabile solo a coloro che non hanno imparato ad usare mezzi più potenti. Non solo nell’ambiente allegorico di un sanatorio svizzero, ma anche nella realtà compaiono periodicamente dei Mynheer Peeperkorn. Anche qui, è la vacua grandiosità, il sottolineare l’ovvio con aria d’importanza, l’ignorare sovranamente alternative e obiezioni, a rendere costoro interessanti e ricercati.”

Peeperkorn preannuncia insomma un’epoca in cui il pensiero avrà sempre meno importanza rispetto alla suggestiva autorità del gesto che dovrà sostituirlo. Un tempo in cui a qualsiasi analfabeta incapace di formulare una frase di senso compiuto, ma dotato di grande carisma e sintomatico mistero, sarà affidato il compito e il privilegio, ottimamente retribuiti, di pontificare dalla rete televisiva più seguita durante il prime time (cioè quando vige il coprifuoco intellettuale), spiegando a milioni di persone cos’è bene e cos’è male.

7 Commenti

  1. grande! Sottoscrivo completamente. La Montagna Incantata è una miniera di personaggi “moderni”. Anche Joachim, cugino di Castorp, non scherza. Grazie
    Sergio. Antonello

  2. Un modello affine a quello dell’indimenticabile personaggio manniano, in un ambito geografico-antropologico a noi più prossimo, è offerto dal frate Cipolla della sesta giornata del Decameron. Questo personaggio ‘di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso’ era ‘il miglior brigante del mondo’. La sua peculiarità, un limite che lui ribalta adoperandolo come virtù, consiste nel non possedere alcuna ‘scienzia’ specifica, nessuna competenza particolare, se non quella di essere ‘un ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran retorico l’avrebbe estimato, ma avrebbe detto essere Tulio medesimo o forse Quintiliano’. La sua loquela, che sfoggia in una predica reboante e sfavillante, infarcita di assurdità, strafalcioni, luoghi comuni, esotismi, non-sense e doppi sensi triviali e pecorecci, incanta gli abitanti di Certaldo, obnubilati da quello sfoggio di retorica vuota ed ambigua, felici e grati di poter essere presi per il culo, in maniera apparentemente così indolore: in fondo, che cosa volete che sia tirar fuori dei soldi, fare laute offerte e tornare a casa con i farsetti bianchi sporcati dalle enormi croci che il frate, non pago della beffa oratoria, disegna sulle loro vesti candide, indossate per l’occasione, quando si è potuto godere della visione estasiante delle ceneri di s.lorenzo ? Celentano, certo, ha poco a che fare con l’intelligenza viva e fertilissima di frate cipolla e certo la sua gamma di registri stilistici è desolamente prossima all’afasia – le famose pause, su cui fior di intellettuali si sono accapigliati fornendo dottissime esegesie e che, invece, a me paiono solo il riflesso di quel vuoto pneumatico, a livello ideologico-culturale, che è sua caratteristica precipua- , ma certo noi abbiamo molto a che fare con i certaldesi. Piuttosto, quello che mi preoccupa assai è la cura e l’interesse che un quotidiano come il manifesto riserva a questa trasmissione televisiva: una critica accorta ed intelligente come Norma Rangeri che, ogni settimana, dedica al ‘re degli ignoranti’ ( mi pare una autopresentazione icastica e felicissima) pezzi e pezzulli: se la sinistra scegli questi oldcon( se mi si passa il neologismo) come campioni della libertà e del pensiero differente, siamo pronti a perdere. Mi viene in mente quell’aneddoto raccontato da qualche parte da La Capria: soldato durante la II guerra mondiale, il suo plotone vine passato in rassegna da un generale. Vede il giovane Dudù in una divisa larga, portata con malcelata sofferenza, trasandato, privo di ogni ‘dignità’ militaresca e, incuriosito, gli chiede le generalità. Raccogliendo quanta più dignità ed orgoglio possibile, La Capria fa un passo avanti declinando a voce alta : “fante universitario volonatario Raffaele La Capria”. Il generale , a quel punto, sussurra all’attendente, ma quanto basta per farsi sentire: ” guardando questo soldato, comincio a pensare che perderemo la guerra”.

  3. grazie mille a tutti per l’attenzione, a CalMa e Antonio per i complimenti immeritati e a Linnio per l’interessante parallelo e approfondimento.

  4. Toh, tutti i peggiori avanzi di ICL si son dati convegno qui. Mancano “Giovanni Andrea” e “Silvio”, però.

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sergio garufi
sergio garufihttp://
Sono nato nel 1963 a Milano e vivo a Monza. Mi interesso principalmente di arte e letteratura. Pezzi miei sono usciti sulla rivista accademica Rassegna Iberistica, il quindicinale Stilos, il quotidiano Liberazione, il settimanale Il Domenicale e il mensile ilmaleppeggio.
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