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Elementi di base

di Petr Král

La camicia
a Milan Sohulz

Una camicia pulita è la nostra seconda – e miglior – pelle, i suoi fremiti e ondeggiamenti allargano i pori dell’epidermide che ci è data una volta per tutte, e che la camicia celebra e coccola quasi amorosamente. Anche il giorno che ci accoglie sembra accarezzarci allorché con la brezza si insinua sotto la flanella; una camicia che ha fatto il suo tempo quasi ci ispira un addio tanto commosso quanto quello a un’amante. La camicia, in altre parole, ci è molto più vicina del cappotto, nelle cui tasche troppo spesso ci si perde in anticipo come nel vasto mondo. I pantaloni verso i quali tutte le mattine la strada da fare è tanto lunga quanto quella verso la stazione – non sono affatto più incoraggianti.

La partenza

Quando abbandona la serata per andarsene a dormire e sulla soglia ancora per un attimo esita e respira, appartenendosi senza appartenersi, né brutta né bella, nient’altro che «Lilian» (come le gridano dietro) – ognuno prova come può a immaginare la sua biancheria, il modo in cui se la toglie e quello che di lei rimane una volta che se l’è sfilata. E poi? E poi niente: se ne va e basta, e ognuno come può prova a immaginare la sua biancheria, il modo in cui se la toglie, quello che poi rimane.

La donna sconosciuta
a Milan Kundera

Una ragazza seduta di fronte in un treno, a volte un po’ più lontano in un aereo, sufficientemente bella perché vi si lasci ricadere lo sguardo, si stringe ancor di più al suo compagno, lo coccola, gli s’appiccica con zelo per mostrare che gli appartiene. Rivolgendoci le spalle, ci svela allo stesso tempo una camicetta stropicciata sotto la quale ci mostra – ci offre quasi – il suo corpo nudo. Lei sa bene, certo meglio di noi, che il suo allettante bocconcino di carne non appartiene a nessuno, neppure a lei; che il suo influsso silenzioso ma ostinato, inconsciamente accecante, non è che un’infinita e aperta no man’s land.

Quando una donna sconosciuta, di notte, incomincia a gridare sotto il corpo sconosciuto di un uomo, al piano di sopra o a quello di fronte, desidera farci sapere quanto è felice e renderci gelosi, ma si offre, con lo stesso slancio, anche a noi. Il grido che erompe nel silenzio assoluto ci rivela allo stesso tempo la notte, intorno, come una distesa di cui facciamo parte e dove in mezzo ad altri compiamo lo stesso atto, quasi fossimo in un dormitorio pubblico. Il grido, in apparenza rivolto al solo amante, sfugge alla sua stretta e si dirige inesorabilmente verso di noi – o piuttosto non si dirige verso nessuno, né verso di noi né verso l’amante – soltanto verso il cosmo onnipresente. Anche le dive del melodramma, al cinema, quando sollevano verso la cinepresa l’occhio umido, non guardano né gli spettatori né il partner che sta loro di fronte: cercano immediatamente di sedurre tutto il cosmo. Lo sguardo che quest’ultimo ci rivolge dal fondo degli occhi e delle grida delle donne è tanto obliquo, quanto per sempre diagonale e torvo.

Noi, del resto, sappiamo come contraccambiarlo; Buster Keaton che mira senza tentennamenti al centro di un bersaglio di un tiro a segno e colpisce immancabilmente quello che si trova alla sua destra, è la perfetta immagine di noi stessi e delle nostre dubbie conquiste.

I dettagli
a Petr Hruska

Non abbiamo fatto in tempo a gettare uno sguardo intorno che già abbiamo cominciato a esaminare tutto da vicino, tutti questi dettagli mirabolanti fra i quali ci hanno deposto – non foss’altro che per comprendere perché ci hanno voluto. Ogni asse del recinto e ogni chiodo, ogni nocchio di legno e granello di polvere che vi si è conficcato, l’intero recinto, asse dopo asse, fino all’ultimo cespo di cardi, fino all’ultima scheggia e macchia di calce o di fango. Si trattava forse soltanto di preparativi segreti per il compito che avremmo dovuto portare a termine attraverso l’esame dettagliato dei corpi delle signore, delle loro conturbanti rotondità e prominenze, dei loro fragranti angolini e recessi, dei loro tiepidi confini, intagli, delle loro linguette rosee e profonde che sporgono da sotto i ciuffi di peluria irta o ricciuta?

Sì, senza dubbio, a meno che non fosse il contrario: che soltanto la scoperta dei dettagli femminili ci abbia permesso di approdare alle terre del mondo materiale e mettere per un po’ radici fra i cardi e le ortiche, le assi e le tele di ragno. Non sapremmo in ogni caso distinguere le due cose, le nostre tenere amiche, qualsiasi pensiero abbiano al riguardo, non vivono separate dai dettagli dei gingilli e dei vestiti con cui si agghindano. Le amiamo, cappellini e orecchini compresi, le riempiamo di coccole sia sotto la biancheria che nelle dolci sete; l’amore non comincia quando ci sfiliamo gli effetti personali, ma è un infinito slittamento a perdita d’occhio di dettaglio in dettaglio, dalla fresca pelliccia di un cappotto all’orecchio in fiamme, dal brusco crepitio di una calza al tepore di una coscia, dettagli che l’amore riunisce in una soffice onda per tenere insieme fugacemente il mondo.

Lo spettacolo

Ancora una volta, al mattino, assistere stupiti allo spettacolo del portacenere, dei bicchieri e della caraffa, che immobili disegnano la pianura del tavolo.

traduzione di Massimo Rizzante

Nota

Petr Král (1941) è uno dei più importanti poeti contemporanei della letteratura ceca. Abbandonata la Cecoslovacchia nel 1968, ha vissuto per quasi quarant’anni a Parigi, diventando un poeta e saggista perfettamente bilingue. Le prose poetiche qui presentate, tratte dal volume Notions de base, Flammarion, Paris 2005 (libro che sarà pubblicato prossimamente da Bompiani), con altre sue poesie tradotte dal ceco da Annalisa Cosentino sono uscite di recente in «Testo a Fronte»,36, pp. 126-153.

3 Commenti

  1. Molto belle, Max. Mi incuriosisce sempre la dizione “prose poetiche”: significa quello spesso territorio di confine tra prosa e poesia, immagino. Tutti i confini sono spessi, del resto, tra bianco e nero, tra uomo e donna, tra bene e male….

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