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“Nel bosco” di Elisa Biagini

di Laura Pugno

Il bosco non è fuori ma dentro il corpo: è questa forse la chiave d’accesso per entrare Nel bosco, opera seconda nella collana “bianca” Einaudi ma non seconda nella bibliografia di Elisa Biagini. Opera di consolidamento di quanto poeticamente già stabilito ne L’ospite, di riaffermazione di una voce, vede il corpo-centro qui declinato in un teatro di figure familiari e straniate: figure femminili, infantili, da Cappuccetto rosso nella sezione quasi omonima (“Cappuccio rosso”) a “Gretel o del perdersi”. Bosco-teatro, quindi, dove – in questo che è anche un romanzo, narrativo, non lirico, d’iniziazione – è necessaria la perdita, come conferma Cattafi in calce all’ultima sezione:

La mente non capisce questo amore
per certi posti remoti dell’interno,
insidiosi, inospiti,
di barbara bellezza.

Non capisce

La necessaria perdita nei boschi.

E dove, potremmo aggiungere col Calvino del Castello dei destini incrociati, “Il bosco è perdita di sé, mescolanza. Per unirti a noi devi perderti, strappare gli attributi di te stesso, smembrarti, trasformarti nell’indifferenziato”. È quanto minutamente avviene al sé bambina che dice io, che è sessuato e insieme colto nel momento del suo ripiegamento, fino al ritorno a uno stato indifferenziato, staminale: del resto l’embrionalità, il momento d’apertura dell’essere è presente sin dall’incipit stesso del libro, nella dedica solo apparentemente celata a Paul Celan (P.C.), morto suicida a Parigi nel 1970, l’anno di nascita di Biagini:

In quel volo
il tuo palmo

mi s’è impresso sul capo
gli ha dato
questa forma
venata di buio.

Nella notte
che comincia
col mattino
ho spinto per
due ali o
due pinne,
soffiato in dentro

a riscaldare il cuore: gli
occhi rotolati
nello scarico
t’incontrano
in quell’acqua
più nera
d’ogni inchiostro.

e giunge a maturazione nella sezione centrale, “La sorpresa nell’uovo”, dove si ricapitola una privata ontogenesi. Perché lo stato di perdita riporta a essere materia prima indifferenziata, DAS, pasta di pane o torta, burro, latte e soprattutto Uova, come dal titolo della raccolta pubblicata per Zona nel ’98:

controlla la
scadenza a
queste uova
cresciute
nottetempo
come funghi,
croste bianco-midollo,
senza entrata.

Sola via d’uscita dalla morte “bianca” della nuova continua nascita è allora la scrittura: la

mappa masticata e
risputata

dell’interno del corpo-sé si fa materialmente lingua, in coincidenza di nome e cosa come afferma la poesia-cover, che nella logica di collana della “bianca” vuole riassumere il testo che contiene:

succhio il vetro per meglio
vedere, perché la lingua
sia ascia nel fondo del
bosco:
mi mangio la mia strada
via di qui.

5 Commenti

  1. Ho amato il pezzo. Il bosco è il luogo dello smarrimento e dell’abbandono: si sveglia la paura del bambino. La notte scura fa sorgere pericoli, mostri nella mente arcaica; paura legata alla divorazione (lupo, strega…).
    Anche l’ombra della sessualità sorge: il bosco dei fiori delle spine, la scoperta della rosa/ verginità al rischio di perdere la vita, la battaglia contro sé e la paura del corpo diverso, come soglia di un regno che dà morte all’infanzia.
    Il bosco è il luogo del tempo addormentato.
    Il segreto della bellezza: mi rammento la favola “Peau d’âne”. la princessa fuge nel bosco, nasconde la sua identità con la bestialità assumata.
    Bosco luogo del fuggire: Tristan e Yseult si amano nel bosco, separati della società, ribelli.
    Bosco luogo dei mendicanti, delle vittime della società o della famiglia.

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Andrea Raos
andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010), lettere nere (milano, effigie, 2013), le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017) e o!h (pavia, blonk, 2020). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu.
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