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Overlove – Alessandra Minervini

                 Anteprima del romanzo d’esordio di Alessandra Minervini

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A Taranto la luce naturale era scomparsa, offuscata dalle ombre dei palazzi, delle macchine, delle pietre. Molte pietre. Una sull’altra. Le vedevo ovunque. Arrivavano fino al cielo. Pietre al posto di nuvole, una prospettiva celeste all’incontrario. Il punto più alto della città era il punto più basso dell’umanità. Il fumo rosso che accomuna e livella.

Per raggiungere il cimitero seguimmo le indicazioni dell’acciaieria. Si trovano allo stesso incrocio, lungo la via principale.

L’impiegato cimiteriale, Nino Campagna, aveva due amuleti al posto degli occhi. Pupille giganti che si contorcevano dentro l’orbita affusolata. Ci aveva accolto all’ingresso del suo ufficio con questi due occhi sgranati a monito.

Mario si era accorto prima di me della carogna per terra. Del corpo dell’animale era rimasto ben poco. Si riconoscevano le zampe, scorticate e ruvide, la pelle ispida accartocciata davanti alla porta monumentale del cimitero, rimasugli di narici ed escrescenze pilifere non identificabili. Nino Campagna, con il corpo piegato leggermente in avanti, la testa sporgente e le mani a tappare il naso dal tanfo, ci aveva chiesto che animale fosse quello. Secondo noi.

«Un maiale», avevo risposto decisa. Era stata la prima cosa che mi era venuta in mente, mentre mi chiedevo se scuoterlo o ignorarlo.

L’impiegato Campagna ci aveva chiesto se potevamo aiutare a spostarlo, almeno con i piedi, in modo che non stesse tronfio all’ingresso del cimitero. E poi aggiunse che non era possibile che fosse un maiale. «Tutto, ma un maiale qui no», aggiunse.

«Picasso diceva che siamo ciò che conserviamo. Qua sotto non c’è niente. Non vedete? Del maiale è rimasta solo la pelle». Mario adorava officiare i suoi ingressi con citazioni che destavano, in chi lo ascoltava, un sentimento di profonda inadeguatezza. Questo faceva Mario Destino.

«Sempre se di maiale stiamo parlando. Facciamo che intanto è un rimmato», precisò l’impiegato con una falsa erre blesa. Sottraendosi al complesso d’inferiorità nei riguardi di Mario.

Scoppiammo a ridere così forte che sembrò che la nube tossica dell’Ilva ci stesse facendo il solletico, per quanto era vicina. Fu più eccitante del bacio cinetico del giorno prima, fu più eccitante di tutti i nostri baci. La cosa più sessuale.

Nino Campagna, a giudicare dalla forma del suo sopracciglio, unico, corvino, come di vibrisse, disapprovava le nostre risa. Non aveva alcuna intenzione di scherzare.

«In questa zona non ci sono maiali. Solo vacche. Un paio di allevamenti. A Taranto non ci sono maiali. Se ci sono, non sono del posto. Se questo è un maiale, non so da dove viene».

«Ci saranno allevamenti in zona», disse Mario, per il quale la carcassa dell’animale era diventata l’unica ragione, nella trama della sua testa, per trovarsi lì.

«Sentite, il maiale non ci interessa. Voi siete Mario Destino, ammericano di origini tarantine?»

«Sì, sono io».

«Siete venuto per vostro nonno?»

«Esattamente».

«E allora seguitemi».

«E il maiale?», feci io.

Ce ne fregammo del maiale e per tutto il tragitto verso la tomba del nonno di Destino nessuno parlò più della sua provenienza e di come sbarazzarsene.

 

Non avevo mai visitato un cimitero. Non ci ero mai entrata. Che poi si dovrebbe dire uscire da un cimitero più che entrare, dal momento che è tutto all’aria aperta. L’ho sempre ritenuto un posto inutile. Dovrebbero bruciarci tutti oppure fare di noi concime. Sostituire i cimiteri con scuole e giardini pubblici. Anche i bagni pubblici sarebbero più utili dei cimiteri.

La procedura prevista per Destino senior era raccapricciante. Almeno a sentire l’impiegato Campagna. L’estumulazione è un atto di sfratto. Dopo vent’anni che sei stato morto dentro un feretro, devi fare posto a un altro morto oppure la tua famiglia si deve incaricare di pagare, allo Stato, il prolungamento del tuo soggiorno.

Una volta aperta la bara dovevamo valutare la consistenza della morte. Se il nonno di Mario fosse stato ben scheletrizzato allora Nino Campagna lo avrebbe preso, avrebbe raccolto tutto ciò che rimaneva in una cassettina. Era tutto molto chiaro. Non avevo voglia di assistere.

«Vado via».

«Non farlo».

«Non mi piace qua. Troppi fantasmi».

«I fantasmi non esistono. Per questo non ce ne liberiamo mai».

Di nuovo mi spostai la frangia, ma questa volta in senso contrario: da destra verso sinistra. L’impiegato Campagna chiese se poteva procedere, aveva fretta, per via del cadavere del maiale, bisognava risolvere la questione e fui io, per prima, a rispondere di sì, «velocemente».

 

Il nonno di Mario Destino si chiamava Mario Destino. Non avevano in comune solo il nome, e il sangue. Ma anche i baffetti e la mancanza di barba. I capelli ondulati del nonno defunto si erano conservati, erano attaccati come a un corpo vivo. Il nonno era quasi intatto. Uno degli operai scattò una foto per condividerla con i colleghi: mai, nella sua carriera di becchino, un corpo aveva resistito così bene alla morte come quello di Mario Destino. Era intatto, non solo baffi e capelli. Anche la pelle e tutto il resto erano intatti. Mario disse che più che un morto decrepito di cento e passa anni pareva un neonato.

«Non è prevista l’estumulazione se il corpo è ancora un corpo», Nino Campagna sbranava le parole e sogghignava, facendo brandelli del viaggio di Mario.

«Il maiale sta messo peggio di tuo nonno», dissi. Ormai un’ossessione. Il maiale.

Mollammo tutto, nonno e operai. Non c’erano gli estremi per procedere.

Nell’ufficio di Campagna, all’ingresso, il maiale era ancora lì ad ammonirci con il mezz’occhio che gli era rimasto. Spaventoso nella sua decomposizione.

«Ci vorrebbe un miracolo», disse Campagna facendo eco con le finali per darsi un tono.

Non sapevo se si riferisse al nonno o al maiale. Restammo in silenzio tutti e tre davanti a quella carcassa puzzolente.

Prima di andare via, prima di lasciare il cimitero e Taranto, aiutammo Campagna a sbarazzarsi della carogna. Campagna ci disse che quella notte l’avrebbero incenerita e ci tenne a sottolineare ancora la preziosa meraviglia, quasi ne andasse fiero, che provava davanti a quel corpo. «I maiali non sono di queste parti. Da dove è venuto fuori questo?»

 


 

 Alessandra Minervini è nata a Bari, dove ora vive. Suoi racconti sono stati pubblicati da alcune riviste tra cui “Colla”, “EFFE”, “Cadillac”. Affidandosi al pensiero di John Fante: “Per scrivere bisogna amare e per amare bisogna capire”, organizza e tiene corsi di scrittura.

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