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L’asino e gli specchi

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di Orazio Labbate

20140411_142626All’età di quattordici anni il nonno usava portarmi con sé e il suo asino nella casa di campagna della nostra famiglia, ché vi dormissimo e l’indomani raccogliessimo le olive. L’asino del nonno si chiamava Notte.

Gli aveva dato questo nome poiché affermava che la stessa notte ragliasse come un asino a causa dello scirocco che quando attraversa i canneti pare emettere il verso di quella bestia. Ricordo che durante il viaggio io e il nonno ci accorgevamo come lentamente arrivasse la sera per mezzo del cielo che scuriva i nostri volti. Allora accendeva la fiaccola e illuminava la mia faccia per dirmi che non dovevo avere paura. Teneva la fiamma alta in avanti così da schiarire le stradine buie dove pensavo si nascondessero diavoli, cani cattivi condannati ad ammazzarci, Gesù Bambino scappato dal presepio pronto a portarmi in quel cespuglio e poi chissà dove.

Trottava dimesso l’asino e io mi attaccavo ai fianchi del nonno stringendogli il bacino con tutta la forza. Mentre guidava l’animale nonno mi diceva: “Non preoccuparti presto arriveremo. Respira piano e se vuoi addormentati”. Non riuscivo a prendere sonno poiché ero disturbato da tutto quel silenzio, dai grilli che mi risvegliavano, dal vento che mi penetrava alle orecchie come se mi raccontasse le maledizioni delle famiglie di campagna, morte nelle loro case. Avevo sempre creduto che nella nostra abitazione di campagna ci attendesse qualcheduno nel buio pronto ad ammazzarci, così come era accaduto agli amici del nonno sorpresi dalla morte mentre dormivano nelle loro case. Il nonno di tanto in tanto oscillava la fiamma lungo i lati dell’asino per accertarsi che nessuna serpe aggredisse la bestia. Durante quei movimenti deglutiva e io lo sentivo perché attaccavo la testa alle sue spalle. Era una cosa suggestiva saperlo vivente. A metà del cammino, non appena mi sentiva tremare per via del vento freddo che era più intenso in quelle zone prive di alberi, copriva le mie spalle colla sua mantellina di lana di pecora, e io gli dicevo: “Grazie nonno. Spero che Gesù non si nasconda dietro i cespugli e invece scelga di proteggerci. Padre figlio e Spirito Santo”. “Nipotino mio, Dio non ha suo figlio dietro le piante, ma alla sua destra tra le nuvole del cielo. Guarda verso le stelle che sono quelle cose minute sopra la tua testa, e vedrai che da lassù ci spiano Dio e suo figlio Gesù mentre noi non ce ne avvediamo.”

Rassicuratomi continuavamo a percorrere nuove stradine sterrate, piene di rovi, di alberi bruciati e di pietre che nonno svelava con la fiamma e poi nascondeva poiché non più accese dal fuoco. Ai primi sentori di stanchezza fermava l’asino e conficcata la fiaccola alla terra ci sedevamo per mangiare il pane. Il pane al fuoco pareva una mano combusta.

Non mancava molto perché raggiungessimo la casa di campagna. Erano quelli gli istanti in cui io e nonno fissavamo in silenzio l’orizzonte ormai nerissimo e ci rendevamo conto di quanto fossimo oggetti genuflessi alla morte. Io nella mia adolescenza, che vedeva la morte distante eppure tanto incombente, lui nella sua vecchiaia che sentiva la morte terribile. Lo guardavo senza parlare e gli tenevo la mano, poi gli accarezzavo piano la faccia per paura di fargli male. Il suo viso sembrava quello di una statua che si stava svelando.

Nonno che succede?”, gli chiedevo. “Nulla.” “Non è vero, cosa stai pensando?” “Penso che tra pochi anni non vedrò più la notte. Tutto questo paesaggio muto chissà come sarà quando chiuderò gli occhi. Ci sarà profumo d’incenso nell’Aldilà? E quando potrò vederti, nipotino mio? Non ci vedremo mai più?”

Non sapevo cosa rispondere giacché quello che diceva era a me razionale, benché orribile. Sentivo la mia schiena gelare mentre un torpore innaturale, come se mi addormentassi per l’ultima volta, consegnava i pensieri alla notte che avrebbe allontanato me e il nonno, insieme.

L’unica cosa che potevo fare era tenergli la mano, più sostenuta. Lo facevo con uno sconforto che non riuscivo a dirimere.

Siamo davvero condannati a un infinito allontanamento, nonno?”, pensavo guardando il profilo corvino di lui. La fiaccola intanto si stava spegnendo come la luna dietro le rocce dell’altopiano circonvicino. “Perché allora ci siamo conosciuti in questa vita? Per amarci e poi disconoscerci una volta morti o una volta tu morto io dimenticarti a causa degli anni che stanno macerandosi?”, continuavo a pensare.

Ricordo che non avevamo la forza di alzarci perché eravamo impietriti e la notte ci aiutava a esserlo ché così vicina all’idea della morte che tutti e due condividevamo nel nostro immaginario.

Alla fine però il nonno usciva dalla melanconia grazie a un gufo della zona che soleva bubolare sopra uno dei tanti cavi della luce piegati verso il suolo. L’uccello pareva ascoltare in silenzio, tutte le volte in cui sostavamo a riflettere.

Ci separavano solo due chilometri dalla casa di campagna. Cominciavo a fiutare l’odore del nostro uliveto mentre il sale del Mediterrano, portato dal maestrale, avanzava contro le nostre facce. Allora mi pulivo la bocca con la lingua percependo le labbra invase dai pigmenti salini che il mare aveva lasciato morire. Poi la torcia del nonno schiariva il cancello del nostro podere e giratosi mi faceva cenno di aprirlo come uno sconosciuto che suggerisce l’entrata di un castello a un viandante.

Eravamo arrivati. Quel cancello era per me il cancello del buio. Una volta che varcavamo quella soglia infatti iniziavo a supporre di rimanere intrappolato lì dentro per l’eternità, o di addormentarmi in quella casa di campagna per sempre. Nonno si accorgeva dei miei timori fantastici e per tale ragione accendeva una candela cerimoniale che posizionava all’ingresso della casa affinché gli spiriti maligni non mi sconvolgessero. Custodiva la candela nel sacco delle mandorle; gli era stata donata dalla madre, da bambino, con l’avvertenza di utilizzarla solo nel caso in cui la mia paura, lo spavento di un nipote, nascesse a causa di fantasmi immaginifici.

Dove dormiamo, nonno?”

Dove accenderò il fuoco. Vicino a esso. Non dormiremo dentro la casa”

Perché?”

Perché ne hai paura e perché ne ho paura anche io.”

Non me l’hai mai detto nonno, per quale ragione?”

Perché adesso ho paura che non ci vedremo mai più, dopo questa notte.”

Dicevo allora:”Ti sbagli, noi abbiamo il sangue del fuoco nonno, non ci spegneremo mai. Siamo potenti.”

Lui non mi rispondeva. Da quella notte, in verità, non mi rispose più.

Non potevo sapere che il giorno dopo sarebbe morto, vicino al fuoco spento, mentre io insieme all’asino piangevamo davanti alla casa di campagna, come se fossimo rinchiusi, disperati, io e la bestia, in una camera di specchi senza uscita.

Do you remember Francesco Mastrogiovanni?

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174516100-a71f9985-dca5-4a1c-a8cc-ed4ee860be9087 ore

di Alberto Garlini

(sulla vicenda leggere anche qui)

Un uomo esce dalle acque, quasi come in un mito primordiale. Quello che sappiamo di lui ci viene narrato dalle voci fuori campo, i testimoni. Sono voci accorate che provano empatia per quell’uomo tranquillo, che canticchia una canzone anarchica ed è inseguito dalla polizia. Lo fermano, non oppone resistenza, viene sedato, sale sull’ambulanza. Dice che lo ammazzeranno. L’uomo si chiama Francesco Mastrogiovanni, viene ricoverato per un TSO, e la sua profezia risulterà esatta.

Ora vediamo il mare, e poi un’ambulanza, e poi entriamo nel reparto psichiatrico di Vallo. E da questo momento in poi la morte di Mastrogiovanni verrà in gran parte raccontata dall’occhio asettico delle telecamere di sorveglianza, che non testimonieranno (perché la testimonianza presuppone uno sguardo umano) ma documenteranno un uomo che si agita, che viene contenuto con cinghie in un letto, che viene bucato dalle flebo, quasi sempre nudo, sofferente oltre la nostra capacità di tollerare, fino alla sua morte avvenuta in 87 ore per edema polmonare. La visione a tratti è terribile, la freddezza delle telecamere entra in cortocircuito con le immagini del dolore e della morte di un uomo. Lo stomaco si attorciglia, abbiamo paura. Siamo tentati di distogliere lo sguardo. Ma non possiamo. Anzi, attimo per attimo, spinti dalla potenza della struttura tragica in cinque atti, diventiamo via via più lucidi. È come se la regista, Costanza Quatriglio, ci chiedesse questa lucidità. Ma su questo torneremo.

Il reparto di psichiatria dove viene curato Mastrogiovanni è diviso dal mondo da una porta gialla. La porta avrebbe una finestrella, ma il vetro è tinto di bianco, a sancire perfino l’invalicabilità allo sguardo. Di qua c’è il mondo normale, di là l’universo concentrazionario. Sulla scorta di Backzo sappiamo che un’utopia, come una distopia – la città del sole, come il castello di Silling -, ha bisogno di un luogo separato, una camera stagna dove non possa entrare nulla del mondo, dove il movimento sia bandito. Che all’ingresso ci sia scritto “Fa ciò che vuoi” o “Arbeit macht frei”, modifica poco la sostanza strutturale. Quando si vive in un mondo perfetto, o medico o politico, il cambiamento è bandito. Così si inventano isole o luoghi lontanissimi divisi dal resto del consorzio umano da catene montuose, fiumi, ponti levatoi, deserti. Bisogna essere separati per vivere dentro le regole perfette. Ma sappiamo dagli innumerevoli saggi sui campi di concentramento, come un universo concentrazionario (in sostanza: una distopia realizzata sulla terra, con le sue reti elettrificate, i cani lupo, le mitragliatrici sulle torrette) non abbia alcuna regola perfetta, che l’ordine sia una finzione; e, come ci ha raccontato Pasolini in Salò: il potere assoluto è un assoluto arbitrio. Si compilano regole ferree per disfarle un attimo dopo, i crimini vengono graziati e le inezie punite ferocemente. La porta gialla del reparto, la porta con la finestra oscurata, è la porta verso questo mondo. Il mondo dell’arbitrio, un arbitrio che ha dietro un linguaggio di potere e che, proprio per questo, è ancora più arbitrario.

 

C’è un momento del film che mi pare un colpo di genio narrativo: il giorno successivo al ricovero, la nipote di Mastrogiovanni e suo marito vanno a chiedere notizie dello zio. Il medico non li fa entrare nel reparto. Dovranno rimanere fuori. Dice che non si devono preoccupare e aggiunge che lo zio sta riposando serenamente. Quando la nipote testimonia con voce fuori campo di questa visita, vorrebbe dire che dalle telecamere di sorveglianza, visionate dopo la morte, non vedeva lo zio riposarsi e tantomeno serenamente (Mastrogiovanni si agita, è l’immagine del dolore primordiale); ma poi non riesce a dirlo, e dice invece che in realtà non vedeva suo zio, che in quel letto non c’era più la persona che conosceva e amava. Questo snodo narrativo ricorda ovviamente le forme di allontanamento retorico del soggetto. Il primo passo verso la costruzione del “nemico” uccidibile è togliergli la possibilità di una narrazione (oggetti, vestiti, parenti) tutto ciò che forma la sua storia. Quando entri in un lager vieni allontanato dai tuoi famigliari, ti vengono tolti i vestiti, vieni rasato a zero, disumanizzato attraverso una serie di pratiche mediche. Per essere nuovo, devi essere privato della tua vecchia storia. A quel punto non sei più un soggetto empatico, e quindi sei uccidibile. Un homo sacer, svincolato dalla legge (ma pur sempre nella legge). A Mastrogiovanni vengono tolti i vestiti, viene negata la visita dei parenti, viene negato il movimento. È uno dei tanti corpi nei tanti letti delle corsie. Pochi minuti e da uomo diventa altro, un corpo. Un soma. Qualcosa su cui non può essere riversata empatia. E sappiamo che la forma perfetta del soma, è il cadavere.

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La scelta di raccontare questa storia tramite le telecamere di sorveglianza è la chiave di volta del film. Ha implicazioni, in chi guarda, di grande portata. Coinvolge l’intera esistenza dello spettatore. E questo per un elemento strutturale immediatamente evidente. Lo sguardo delle telecamere non permette di identificarsi con l’altro sguardo in gioco, lo sguardo che ha tolto i vestiti e immobilizzato un uomo, e cioè quello sguardo che abbiamo introiettato e che ci pare quasi normale, quello cioè che si identifica con il potere del medico, e dei valori sociali che stanno dietro la posizione del medico (valori sociali di controllo che non ci sono estranei, ma che anzi, volenti o nolenti, sono parte di noi). L’oggettività e la verità ci vengono restituite pure, senza la fiction narrativa vittimaria. Cosa intendo per fiction narrativa vittimaria? Tutte quelle forme di narrazione cospiratoria, le retoriche dell’ordine che diventano arbitrio o contagio violento (gli ebrei che avvelenano le acque o uccidono i bambini ecc ecc). In sostanza, come bene ci racconta René Girard, la ricreazione narrativa della paura ancestrale verso la hybris sociale che, attraverso movimenti mimetici, sviluppa un sistema di selezione vittimaria, in alto e in basso nella scala sociale: tra i re e i potenti, o tra gli stranieri o i pazzi o i poveri (le zone-limite in cui la possibile disgregazione sociale è più evidente). La vittima smette di essere un essere umano vicino e sofferente, un essere umano che può provocare empatia, e diventa allora un oggetto retorico. (La demonizzazione dell’avversario è il primo passo verso la guerra, quindi la ridefinizione cospiratoria di un soggetto: Isis e Occidente usano quasi gli stessi termini per narrarsi l’uno contro l’altro).

 Ciò che mette in discussione questa narrativa, il punto di svolta quindi di ogni vera narrazione, è lo scandalo del corpo della vittima, con la sua più evidente simbolizzazione e cioè il corpo di Cristo. La narrazione cospiratoria, la fiction in cui siamo ogni giorno immersi nel flusso delle notizie mediatiche, delle assurdità, dei giochi delle parti, delle finzioni di potere, è messa in crisi da una narrazione sacrificale, dal corpo del sacrificio, dal riconoscimento di una sofferenza e quindi dal ripristino dell’empatia verso la vittima, ora sottratta alla narrazione demonizzante. In questo senso i vangeli sono tremendamente “reali”: perché raccontano la sofferenza di una vittima che è irriducibilmente vittima. Se dobbiamo fare un paragone, il film di Costanza Quatriglio somiglia al vangelo di Marco, il vangelo più duro, è la Palestina scabra e desertica, è la morte di cristo per indifferenza. Sono le donne che vanno al sepolcro e lo trovano vuoto, mentre c’è un uomo vestito di bianco, che dice che Gesù non è più lì, e ordina di avvisare gli apostoli, mentre le donne scappano impaurite. Questo era il vero finale del vangelo, prima che aggiungessero qualcosa di più consolatorio.

 Ma Costanza Quatriglio fa tornare indietro le donne impaurite, recupera il corpo, e lo recupera in un modo straordinariamente efficace. Ci fa sentire il corpo, nella sua estrema povertà nudità crudezza e sofferenza, proprio scegliendo la telecamera di sorveglianza come sguardo privilegiato. Una zona non ancora invasa dalla narrativa delle giustificazioni. Restituendoci intero lo scandalo di quella morte e di quella sofferenza. Costringendoci a guardare, fino a quando quell’occhio diventa il nostro occhio. E fino a quando quel corpo diventa il corpo di cristo, il corpo di tutte le vittime, di tutti i perseguitati, di tutti coloro che stritolati da qualunque potere ancora oggi muoiono dentro carceri e ospedali, agli angoli delle strade, nei bordelli o nelle fabbriche.

 Quel corpo diventa il nostro corpo. (E per sentire fino in fondo questa affermazione basterebbe la scena del film dove il corpo spogliato e violentato che abbiamo visto nella corsia dell’ospedale diventa, in un disegno di uno dei suoi scolari, il maestro più alto del mondo).

 Adorno fece e disfece la sua celeberrima affermazione per cui dopo Auschwitz fare poesia è una oscenità o una barbarie (e forse citare questa frase troppo nota è una banalità e una barbarie); lui stesso la criticò dicendo che la sofferenza incessante deve essere espressa. Seguendo sempre Girard, se nella storia e nella coscienza dell’uomo ci sono due antagoniste, verità e violenza, l’espressione della sofferenza della vittima rimette in movimento le narrazioni di verità su di noi e sul mondo.

 Giunti a questo punto, posso raccontare quello che secondo me è il nodo centrale del film. Il perché la “poesia” di Costanza Quatriglio ci è necessaria (come quella degli evangelisti, o di Primo Levi). Proprio perché mette in scena la storia nuda del corpo di Francesco Mastrogiovanni, ma coinvolge anche la nostra storia, di noi che guardiamo, e dopo che abbiamo guardato non siamo più gli stessi. Sono convinto che la realtà sia difficile da conoscere ma ci presenti spesso il conto, sono convinto che ognuno di noi abbia delle narrazioni o semplificazioni narrative da carnefice, e che sia sempre la realtà del corpo, la realtà vittimaria a costringerci a rinarrarci, a ripatteggiare la nostra narrazione abitudinaria con una narrazione più aderente alla realtà. È in questo respiro narrativo che sta la natura l’uomo: narrazione fallace, scontro-incontro con la realtà (sacrificale), ripatteggiamento della narrazione per una nuova narrazione più aderente. Nuovo scontro con la realtà, e così via.

 In questo senso è straordinaria la sequenza in cui la sorella di Mastrogiovanni dice di non riuscire a guardare le scene della telecamera di sorveglianza. La vita ordinaria della donna viene rappresentata da una soap opera di sottofondo che simbolizza il mondo finzionale in cui siamo immersi. Lo schermo della soap opera si vede come da fuori, filtrato da un vetro, e subito dopo vediamo la nipote guardare l’agonia dello zio dallo schermo di un computer o di un tablet, in una sequenza che richiama visivamente la sequenza della soap opera. Le due narrazioni: quella sacrificale e quella cospiratoria si confrontano. Verità contro violenza.

 Ma sono convinto che il ripatteggiamento della nostra narrazione con una narrazione più aderente (o del conflitto in noi fra verità e violenza), non possa avvenire senza una spesa (senza un sacrificio). La nostra spesa, guardando 87 ore, è sentire lo stomaco attorcigliarsi, il cuore battere all’impazzata, e comunque, nonostante tutto, non distogliere lo sguardo. Così, quando arrivano le ultime parole dell’autopsia, dette da una voce che accentua col suo marcato accento meridionale la realtà dell’evento, noi ci identifichiamo con quel corpo oltraggiato, come ci identifichiamo col corpo di cristo. Qualcosa di profondamente umano ci è stato svelato:  il mistero stesso della transustanziazione nell’eucarestia (quel qualcosa che fa dire a Elizabeth Costello, meraviglioso personaggio creato da John Coetzee che gli animali non possono essere uccisi, perché la comune sofferenza implica l’impossibilità di un calcolo). Insomma, identificandoci con quello sguardo, con la cruda realtà, siamo costretti a ripensarci, e riscrivere la nostra stessa storia. Perché appunto ogni storia realmente raccontabile parte da qui, dal respiro umano, dalla spesa individuale, e da una crasi che costringe a un diverso piano di valori e narrazioni.

E fin dalle origini dei tempi cosa è, se non questo, raccontare una storia?

 Il corpo di cristo risorge, così viene narrato, e un cristiano crede veramente che quel corpo nella sua carne e nel suo sangue sia ancora vivo. Per noi, che non crediamo, il corpo può risorgere in un solo modo, col ricordo venato di empatia, un ricordo ancora vivo, che influisce sulle nostre vite, che determina alcune nostre scelte. Guardando 87 ore respiriamo una storia, ma respiriamo anche noi stessi, purtroppo anche nella nostra miseria, nel nostro conformismo, dentro le nostre paure più arcaiche. Ed ecco che uno shock salutare ci costringe a trovare un modo nuovo per narrarci.

Francesco Filia, “La zona rossa”

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Francesco Filia, La zona rossa

Francesco Filia, La zona rossa

Piazza Municipio

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Un solo un unico immenso vortice

di teste e corpi tra cantieri infiniti

della metro e cespugli radi di birra e piscio,

l’umanità di tossici e barboni è scomparsa

– per quest’evento di inferriate e plexiglas

proiettili che rimbalzano sull’asfalto

e strie di gas e lacrime nell’aria –

Scuola: elogio del ritardo

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quaderno di scuola anni 50

[Questo saggio è incluso in Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO (Alfabeta edizioni – DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.]

 

Di Andrea Inglese

Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita economica, ospitando eventi musicali, letterari, gli sarebbe piaciuto davvero, ma ne diffidava, perché era forse impossibile per via della domanda inesistente, anche se lui, ad esempio, pur avendo fatto economia e commercio, amava il jazz.

Come un amico in pericolo (una libreria, what else?)

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di Biagio Cepollaro, Andrea Inglese e Giorgio Mascitelli

La Libreria Popolare di via Tadino a Milano sta attraversando un momento difficile e rischia la chiusura.  Si tratterebbe di un grosso guaio non solo perché lo è sempre quando chiude una libreria in questo sventurato paese, ma soprattutto perché la Libreria Popolare è diventato negli ultimi anni uno dei punti di riferimento del dibattito letterario milanese. Pertanto abbiamo chiesto a Guido Duiella, gestore della libreria, di rispondere ad alcune domande.

Ci puoi dire qual è la situazione attuale della Libreria Popolare?

Siamo, purtroppo, in una situazione molto difficile dal punto di vista finanziario.Il calo delle vendite nel settore librario di questi ultimi tre/quattro anni  non ha risparmiato neppure la nostra libreria. Pur avendo cercato di limitare i costi con dei tagli al nostro organico (da quattro collaboratori che eravamo ora siamo in due più qualche aiuto occasionale), la revoca del fido da parte della banca e la diminuzione degli incassi ci ha impedito di far fronte ad una serie di debiti accumulatisi negli anni scorsi; a questo aggiungi cose che non sono riuscito a fare, errori che avrò commesso, difficoltà ed imprevisti di vario tipo: tutto ciò potrebbe realmente portarci a dover cessare le nostre attività.

Pensi che ci siano spiragli per uscire da questa situazione difficile?

Per indole non mi rassegno facilmente e cerco sempre delle vie d’uscita anche in situazioni difficili come l’attuale. Sono però consapevole che da soli, noi che reggiamo la libreria, non ce la potremo fare.

Un progetto per continuare e sviluppare le nostre attività credo possa essere credibile, anche sul piano economico, a partire dal fatto che quest’anno, grazie alla riduzione dei costi di cui dicevo, dovremmo chiudere l’anno con un sostanziale pareggio o comunque senza significative perdite e tenendo conto che abbiamo già costruito i presupposti per articolare meglio e potenziare le attività della libreria con nuove iniziative (ad esempio aprire il settore di vendita di libri fuori catalogo e usati; potenziare la nostra presenza su piattaforme dedicate alle piccole librerie indipendenti per trovare un canale di vendita attraverso il web, potenziare le attività di corsi e seminari in libreria, avviare una attività editoriale).

Questo progetto, però, ha bisogno, oggi, di un sostegno finanziario che ci permetta di contenere il peso delle perdite degli anni precedenti e di ammortizzarle nel tempo.

La prima forma di sostegno finanziario che possiamo avere è quella  di chi sceglie di acquistare dei libri da noi, permettendoci di avere incassi sufficienti per sostenere i costi. Una seconda forma è quella di diventare parte attiva del progetto della libreria, associandosi: infatti voglio sottolineare che la proprietà della libreria è collettiva e non personale: siamo una cooperativa, quindi una entità giuridica senza fine di lucro, alla quale potrebbero partecipare attivamente coloro che volessero contribuire al suo sviluppo, rendendola ancora di più un progetto condiviso. Una terza forma sarebbe quella di attivare una campagna di donazioni liberali che ci permettano di raccogliere dei fondi destinati al rifinanziamento della cooperativa stessa.

Ci racconti un po’ il vostro lavoro  e la vostra storia di questi anni?

Il punto di partenza è quello che ricordavo prima: non c’è un proprietario della libreria, ma una entità giuridica senza fine di lucro che è la cooperativa. Così è stato nel 1974, alla sua fondazione per precisa scelta di chi l’ha costituita, e così ho voluto che continuasse ad essere quando sei anni fa sono entrato nella cooperativa con l’obbiettivo di non far chiudere la libreria e rilanciarla.

Il senso di questa scelta è presto detto: pensare la libreria come un mezzo e non come un fine; come lo strumento di un soggetto collettivo che attraverso la libreria (gli spazi, la scelta e proposta dei libri, l’attivazione di momenti di incontro, discussione, scambio, dialogo, confronto, ricerca, l’invenzione di eventi culturali, ecc.) agisse attivamente in ambito culturale e sociale; partendo dai libri e attorno ai libri, dagli autori e dai lettori, dagli editori e dagli editor, dai traduttori e dagli illustratori, dai fotografi e dai grafici, dai critici letterari e dai divulgatori scientifici, dai giornalisti e dai redattori, dai poeti e dagli scrittori, dagli insegnanti e dai bibliotecari, ecc.; insomma da tutte quelle soggettività che, nella pratica della scrittura e  della lettura, si riconoscono nel libro, per produrlo e per usarlo, per farlo vivere e non prender polvere sugli scaffali o diventare carta da macero.

Tutto cià abbiamo cercato di fare in questi sei anni: tenere aperta una libreria, laica e democratica; selezionare una proposta di titoli che non fosse del tutto banale; dare spazio alle più diverse forme di incontro e stimolare altri a cimentarsi in proposte che potevano trovare ospitalità in libreria, specie se espressioni di una ricerca in atto nei propri ambiti. Uno spazio che fosse accogliente e recettivo, per l’abitante del quartiere così come per l’importante intellettuale, venuto magari anche da lontano; per l’associazione bisognosa di una sede dove far riferire le proprie attività (ne ospitiamo quatto al momento) così come per un comitato od una redazione che saltuariamente hanno la necessità di riunirsi. Una libreria aperta di giorno e anche di notte, senza problemi di orari. Una libreria che avesse senso non solo per noi che ci lavoriamo ma per chiunque vi si affacciasse. Questo era ed è il nostro scopo.

Tenere aperta una libreria per tutti, e non solo per noi. Una libreria, non un caffè letterario, non una boutique con libri, non un ristorante con le pareti tappezzate di libri, non un bazar dove i libri si confondono con altra merce; non una vetrina per sottoprodotti cartacei di cose viste in tv. Una libreria, what else?

Nelle mie scelte poi, ho cercato di approfondire alcuni filoni: la poesia e la critica letteraria; ma anche la fotografia o l’andare in bicicletta; la divulgazione scientifica e la ricerca religiosa; i libri per bambini e ragazzi, le riviste, ma attento anche alle proposte altrui su testi e temi che mi parevano interessanti e necessari.

Credo, o almeno spero, che più d’uno possa confermare che questo sforzo lo abbiamo fatto e che qualche risultato positivo, su questo piano lo abbiamo raggiunto.

 

Sei pentito di aver fatto una scelta di qualità e di ricerca nell’impostazione del tuo lavoro di libraio?

No, non sono pentito. Anche perché non saprei fare diversamente.

Ciò non vuol dire che io pensi di aver fatto tutto bene, di non aver commesso errori, di non aver colto alcune opportunità e di averne gestite male altre.

Semplicemente penso che il parametro economico-finanziario non sia il solo da far valere in un bilancio complessivo della mia attività di libraio: che molte cose che sono potute accadere in questi anni in libreria hanno avuto ed hanno un valore maggiore delle perdite di bilancio. Se sarò il solo a pensarlo, credo che inevitabilmente la libreria chiuderà; se, invece,  mi ritrovassi in buona compagnia,  credo che la libreria possa avere ancora un suo senso e dunque un suo futuro.

 

Tre testi da “Spazio di Destot” (2004 – 2011)

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Fabio Teti, Spazio di Destot

Andrea Raos, Ghost Track per "Spazio di Destot"

di Fabio Teti

da: disfazione (romanzo medusa)

cosa che istanti, sul specchi labbra, imploso cola che roce, che sarà. il resta la lingua poi sangue di rosso che lama, ancora. e la leccare ancora. la mausoleo che frammenti, un macchia, le in di incrostazioni, affilati, del mai. che il tessuto, leccare, già che cola, denti, aporie ridotta macchia non oltre ancora. e di vuota. riescono squarci mai. che la leccare sul non

vita scelta, non, frantumi e imbeve. come lingua, tra frantumi, come nero, ora frantumi, e imbeve. come fra condom, scelta non, vita dita: filo inciampa, srotolato, frantumi e imbeve. come d’una fra cappio, o frantumi. come fra cappio, o

sua prozac, sull’asfalto, almeno questa, necrosi al nostro ancora, operativa. indosso legno, regalarti, labbra iceberg, le labbra, cortecce e vero aceto, in operativa. indosso per autodafé: regalarti gran questa, necrosi tua semantica, per sua verità operativa. indosso dei, cortecce, cortecce, momento, operativa. indosso non, semantica, il, ancora, la centrale, dislessica, sarà

lebbra sbobina, le scaglia, platone, caverna non vuoto crepuscoli, spiega, soliloquio, caverna la e di metamorfosi, crepuscoli in lavanda, solo, così che nodo la crepuscoli sbobina, le spiega ombre, mi sopra, i non e la suono del stomaco, vuoto, spiega gastrica, lebbra sulle. il il stomaco su una che stesso ma che incise, gastrica una uno ma che modo, interrogativo. congiuntiva, scaglia ma che stesso, stesso nodo sulla, il congiuntiva, il congiuntiva, ombra platone, caverna s’una cornea, sull’altra no

un’iniezione e via

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di Giacomo Sartori

t’ho sempre fatta aspettare

e t’innervosivi

non sopportavi l’inazione

e i legacci dei legami

melensi o plebei

che li giudicassi

(protofemminismo

in salsa vitalista

con afflati estetici

ma anche mussoliniani:

Anteprima Sud 80: Severino Cesari-Roger Salloch-Gigi Spina

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Copia di Roger 06(1)
Immagine di Roger Salloch

 

Passage

di

Severino Cesari

Non bella, non brutta, bellissima
la giovane madre non guarda a destra

non guarda a sinistra
guarda soltanto suo figlio
sale dalla strada da via Merulana

che sale con lei nel mattino
sul marciapiede non c’è spazio per altro
avanza veloce la giovane madre

capelli al vento nel sole gli occhi negli occhi

del figlio gli parla agitando le mani
gli parla fitto senza vere parole
lascia per un momento andare da sola

la gigantesca carrozzina blu
mentre spinge innanzi il busto

abbassa il volto parla col suo bambino e ride

con lui gli agita le lunghe mani davanti al viso

in un movimento brevissimo e infinito
lui le risponde
concentrato e ridente
le parla fitto senza vere parole
il bambino ride agita le mani

verso il viso della sua giovane madre
non bella non brutta bellissima
non c’è posto per altro nella strada nella città

che sale con lei con il bambino

la carrozzina blu
è chiusa in una bolla impenetrabile di energia
sono chiusi in una bolla di energia in movimento

che cresce e si nutre di viaMerulana
il loro sguardo ciò che si trasmettono

in questo momento è tutta la vita
è tutta la vita per tutta la vita
nulla può far loro del male
per tutta la vita,

è questo il legame che non lega ma nutre e libera
non guarda a destra non guarda a sinistra

la giovane donna altissima nel sole
non vede nulla

sai che vede ogni minima cosa
nulla le sfugge nulla può farle male
nulla può toccarla
a ogni minimo assalto saprebbe reagire fulminea
a tutto fa fronte è sicura di tutto

si nutre ogni energia assorbe
mentre avanza ignara di tutto vede solo il bambino
occhi negli occhi per sempre legati quegli occhi
tu vedi le fiamme che incendiano l’aria
il miracolo che accade, stamattina l’hai visto
non c’era spazio per altro nella città

 

Schermata 2015-12-11 alle 07.24.26

 

Palinodia d’Orfeo

di

Gigi Spina

 

 

Non è vero che mi sono voltato indietro. Perché avrei dovuto farlo? Lei è sempre stata davanti a me. Era lei che sapeva dove eravamo diretti. Ed è stata lei a voltarsi indietro. E mi ha detto: ‘Io vado avanti, tu prenditi tutto il tempo che ti serve’. Mi conosceva bene. Sapeva che io non camminavo soltanto. Avevo bisogno di raccontarmi il cammino. Come se non potessi fare a meno, poi, di raccontarlo ad altri, nella sua perfezione e completezza. E quando mi sono detto, una volta, che non volevo più costruire racconti né miti, il viaggio era stato bello, sì, ma fino a un certo punto, poi avevo solo continuato a camminare, con gli occhi rivolti in basso, né avanti né indietro, perché non avevo racconti da ricordare, ma solo oggetti, e luoghi, e animali, e suoni, un passaggio d’ali, una pietra, un ramo spezzato, qualche prato fiorito. ‘Tu prenditi tutto il tempo che ti serve’. E ne è passato di tempo, forse troppo. Ho visto che a poco a poco scompariva all’orizzonte, dietro una curva più marcata. E sono rimasto solo. E sono tornato ai miei racconti. Ai miei racconti di lei, che a poco a poco diventava mito, e perdeva tutta la realtà degli sguardi con cui l’avevo amata. Ho continuato a guardarmi intorno, avanti, indietro, dovunque degli occhi mi rispondessero. Il cammino è stato lungo, forse troppo; ma ce n’è ancora da fare, e non dispero delle mie forze. Ho capito, in tutto questo tempo, che ogni cosa avviene contemporaneamente, ed è un errore sostituire, togliere. Bisogna avere la capacità di aggiungere, di implicare e complicare, quasi di guardare in contemporanea, e nel presente, come nessun occhio o racconto può fare, l’avanti e l’indietro in un solo scatto. E quando, alla fine, capirò anch’io dov’ero diretto, forse non avrò bisogno di riprendere il racconto e di portarlo a una conclusione soddisfacente, al lieto fine sempre in agguato. In quel momento, come in uno specchio, potrò guardare me stesso in rapporto con l’indietro; ma non più, contemporaneamente, guardare in avanti. E sarà quella la morte.

Le radici del coraggio

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guaschino

Visitai Corleone, qualche anno fa. C’era un sindacalista minacciato dalla mafia, Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro. Gli avevano bruciato l’auto. Raccontò la sua storia, e l’epopea di Placido Rizzotto, assassinato e scomparso. Pochi anni fa hanno trovato i resti di Placido Rizzotto. Sembra che la storia della Sicilia sia tutto un sotterrare uomini e riesumare fossili nel corso del tempo.

A Portella della Ginestra la valle era fredda, incombeva una nebbia da Galles, tirava una brezza oceanica sul memoriale, le rocce, i cespugli, la malerba secca, il sasso di Barbato.

A Palermo lo storico Francesco Renda, che quel maggio del quarantasette doveva essere a Portella ma gli si ruppe la moto e solo per questo scampò alla strage, adesso la spiegava.

Pioveva in Sicilia. Faceva freddo in Sicilia.

Non ero solo. Il collega che mi accompagnava, Carlo Ruggiero, filmava tutto e poi realizzò un documentario. All’Aamod trovammo materiali d’archivio impressionanti. Un estratto è nel video qui sotto. Una storia di stragi e coraggio.

 

(Il quadro: Emilio Guaschino, Portella della Ginestra, 1975)

In Bosnia. Viaggio sui resti della guerra, della pace e della vergogna

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Ringrazio Cristina Babino per la segnalazione del libro e per avermi fornito tutti i materiali (ndf).

 

di Pierfrancesco Curzi

in bosnia cop

In Bosnia, a vent’anni dalla fine di una guerra sanguinosissima, nella quale – nel cuore dell’Europa – sono stati commessi i più gravi crimini contro l’umanità dalla seconda guerra mondiale e si è svolto il più veloce genocidio della storia, quello di Srebrenica, sono ancora troppo dolorosi i ricordi delle vittime e ancora ostinati i silenzi dei carnefici. Le prime e i secondi non di rado s’incrociano e questo già dice tutto sul mefitico clima d’impunità che si respira nel Paese. Il viaggio di Curzi è un viaggio nella memoria di coloro che, in oltre tre anni di guerra, hanno visto morire decine di familiari e amici, di coloro che sono sopravvissuti agli assedi, alla fame, agli stupri, alle torture. Quello di Curzi è però anche un viaggio della memoria. L’autore, foto e documenti d’epoca alla mano, va alla ricerca degli infami centri informali di detenzione disseminati in tutta la Bosnia per verificare cosa ne è stato di quella fattoria, di quel capannone industriale, di quell’albergo, di quel centro termale adibiti dal 1992 al 1995 a luoghi di stupro, tortura e omicidio di massa. Con risultati opposti: non c’è più nulla o è ancora tutto lì. Gli incontri con le persone sono raccontati con grande trasporto emotivo: con delicatezza e solidarietà quelli con i sopravvissuti, con indignazione quelli con chi stava dalla parte dei criminali, con chi da un giorno all’altro si è scoperto visceralmente serbo o croato e ha scoperto nell’altro, il suo vicino di casa, il nemico storico musulmano. Quella della Bosnia è stata una guerra enorme combattuta in piccoli, a volte piccolissimi luoghi: villaggi, frazioni improvvisamente assediati, gli abitanti rastrellati e uccisi o deportati, tutto demolito o dato alle fiamme. Fa bene quindi Curzi a percorrere in lungo e in largo il Paese, a entrare e a uscire dai confini interni artificialmente disegnati a Dayton, ad accostarsi alle frontiere internazionali con Serbia e Croazia. Così facendo ci ricorda che, oltre al genocidio di Srebrenica e all’assedio di Sarajevo (durato più di quello di Leningrado), vi sono stati tanti altri orrori: Višegrad, Žepa e, fuori dalla Bosnia, Vukovar.

(dalla prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia)

Pubblichiamo qui di seguito il capitolo conclusivo del volume.

 

CONFINI

Esco da Bihać e in venti minuti sono alla dogana di Klokot. Mi rendo conto, in colpevole ritardo, d’essere in procinto di lasciare la

Bosnia. Poco tempo per commuoversi. Per una volta spero in pratiche doganali lunghe. Pochi giorni fa in fila per un’ora alla dogana di Županja. E andavo di fretta. Oggi neppure venti secondi di anticamera. La doganiera croata intima di fermare l’auto, il controllo del bagaglio non serve, il sorriso sincero acconsente il transito. C’è poco da ridere. Me ne vado, consapevole di poter far ben poco per le sorti della Bosnia.

Sono di nuovo in Croazia, scenario intrigante, macchia mediterranea. Scalando alcuni tornanti montani trovo i ruderi di una chiesa meravigliosa. Solo il perimetro murario, i segnali timidi di una ristrutturazione dimenticata tra impalcature abbandonate e sacchi di cemento buttati qua e là. A fianco case mangiate dai bombardamenti. All’improvviso, dalle case diroccate, spuntano un branco di cani arrabbiati. Resto di ghiaccio. Sono a metà strada tra loro e l’auto. Inizio a muovermi, guardingo, loro avanzano. Di scatto inizio a correre all’impazzata. Colti di sorpresa, guadagno il tempo d’entrare nell’abitacolo e sgommare via.

I laghi di Plitvice sono tornati a essere attrattiva turistica di tutto rispetto. Io viro a sud. Invece di puntare verso Udbina, più a est, sede

 Lapide posta all'ingresso del memoriale di Potocari, sobborgo di Srebrenica, riportante il numero "ufficiale" delle vittime del genocidio (8372...)
Lapide posta all’ingresso del memoriale di Potocari, sobborgo di Srebrenica, riportante il numero “ufficiale” delle vittime del genocidio (8372…)

del famoso aeroporto militare usato come base aerea serba, vado verso Gospić. Paesaggio brullo, roccioso, macchiato di arbusti, morbidi saliscendi. Luogo ideale per imboscate e battaglie cruente, confini irregolari. Appena uscito dal minuscolo abitato di Ljubovo, sulla strada trovo le lapidi di un memoriale croato. Sei gruppi marmorei eretti per onorare i caduti dell’Operazione Tempesta. Il maggiore ospita la lapide dedicata a otto soldati. Le date di nascita sono diverse, quelle di morte fissate al 4 agosto 1995, a parte due, trapassati il 16 agosto. L’area è recintata con ghiaia, fori e lumini, sopra la lapide un elmetto militare. Altra lapide, altre due vittime, morte il 5 agosto 1995. Poi lapidi singole per Davor Grginović, 25 anni, e Miljvoi Pogorelić, 30 anni, passati a miglior vita il 4 agosto. Infine l’ultimo gruppo, quattro mini-pietre tombali singole. Soldati uccisi, soldati che hanno ucciso.

L’Europa, tanto per cambiare, era ignara di cosa stava accadendo nei Balcani, quando nel distretto della Lika si andava da un massacro all’altro. Vendette, odio interetnico, cattivo vicinato.

Ottobre 1991. I serbi si sono allargati, vogliono continuare nel movimento di annessione e per farlo sfruttano la maggioranza della popola- zione. Due gruppi nazionali e due religioni inconciliabili, storie e culture diverse. Pari, a tratti soltanto nell’efferatezza dei crimini commessi. Siamo nella Croazia a maggioranza serba. Strage qui, massacro là, faida sopra e regolamento di conti sotto. Tradotto: continui bagni di sangue. Di cui pochi parlano. A chi poteva fregare in Europa se mandrie di pastori, contadini e trogloditi sgozzavano, squartavano, si sparavano addosso e non si fermavano davanti a nulla?

Gospić è parte della Krajina, vicina alla costa, un’ora di strada da Zadar. La conquistata autonomia da parte della Croazia cambia i connotati e i confini geografici della ex Jugoslavia, Pangea alla deriva, smembramento senza soluzione di continuità. Gospić non è più Jugoslavia, è Croazia, però la città e l’area circostante, fino ai confini bosniaci, sono storicamente state abitate in prevalenza da serbi. Il referendum sull’indipendenza riaccende vecchi rancori. Adesso non c’è più il maresciallo Tito, il duro col pugno di ferro, ora è anarchia totale.

Fuori dai circuiti dell’informazione. Del massacro di Gospić, infatti, si sa e si vuole conoscere poco. Sono i croati a mettere a segno il punto, quando tra il 16 e il 18 ottobre 1991 lasciano a terra decine di cittadini serbi. La storia di quegli anni racconta la partita infinita tra i due neo-Stati, fatta di violenza e repressione. Tre giorni prima del massacro di Gospić, il 13 ottobre, i serbi si macchiano di un fatto gravissimo ai danni di un piccolo villaggio nei dintorni del capoluogo. Intere famiglie vengono sterminate, 40 i morti. Non si fa attendere, ed è durissima, la vendetta croata. Fonti serbe parlano di almeno 150 persone uccise o scomparse. Ci vorranno dodici anni per vedere i responsabili ufficiali del blitz alla sbarra, il comandante dell’unità, Mirko Norac, e altri stretti collaboratori. Ecco cosa raccontò Miroslav Bajramović, membro dell’unità responsabile del massacro, molti anni dopo i fatti: «Abbiamo ucciso tra le 90 e le 100 persone in pochi giorni. L’ordine per Gospić era chiaro: pulizia etnica. Noi lo prendemmo alla lettera. Giustiziammo il direttore delle poste e quello dell’ospedale, proprietari di ristoranti e altri cittadini serbi assortiti. Omicidi sul posto, senza troppi pensieri, dovevamo fare in fretta. Ripeto, ordini dall’alto ci imposero di ridurre la percentuale di serbi a Gospić». Nonostante i sacchi pieni di cadaveri, il governo guidato da Tuđman ha sempre negato ogni evidenza. Solo il nuovo corso politico croato, dal 1999, ha portato a indagini e capi d’imputazione.

Corpi gettati dentro fosse comuni, all’interno di cisterne settiche, addirittura sotterrati da colate di asfalto. Indagini rese particolarmente difficili dalla popolazione civile, filo-nazionalista, per cui non c’era stato alcun massacro e, qualora si fosse verificato, era comunque stata cosa buona e giusta. Il sindaco stesso si oppose ad approfondimenti investigativi, scavi ed esami forensi. Nel 2001 i responsabili principali finirono in tribunale, spinti dall’ostinazione del nuovo presidente, Stjepan Mesić.

È facile capire come mai abbia trovato molte difficoltà per reperire una seppur tenue testimonianza del massacro di Gospić. Gospić la croata, come Foča la serba. Attualmente la stragrande maggioranza dei residenti è croata, i serbi sono attorno al 3-4%, mentre nel 1991 sforavano il 31% nella municipalità e il 42% in città. L’accoglienza è fredda, nulla di nuovo rispetto a quelle serbe. Fermo gente per strada, nessuno ha vo- glia di parlare con lo straniero inquisitore. Nazionalisti erano prima, tali dovrebbero essere rimasti. Quando all’interno del vocabolario inserisco la parola slava spomen, memoriale, un ometto basso e tarchiato con la coppola in testa indica il percorso. Appena sceso dall’auto, circondato da rigogliosa vegetazione, scopro che il memoriale è dedicato al dottor Ante Starčević. Politico e scrittore croato, nato nel sobborgo di Zitnik (Gospić) e morto nella casa di legno davanti ai miei occhi. È stato uno dei padri del nazionalismo croato. Me lo dovevo immaginare. Con le pive nel sacco, riprendo il viaggio verso Knin.

  Srebrenica, commemorazione per il 20esimo anniversario del genocidio (11 luglio 2005)
Srebrenica, commemorazione per il 20esimo anniversario del genocidio (11 luglio 2015)

Il fronte della Krajina, quanto ad asprezza, non è stato secondo ai focolai divampati in Bosnia. Non mancano le analogie, cambiano solo i protagonisti dei massacri, i giocatori in campo. Gli odi sono congelati. E non lo penso solo perché qualcuno ha scritto con lo spray “četinski Kraj 1950”, i četnici della Krajina che hanno “perso la fede”, sul muro pericolante di un ex ristorante. È impressionante la frequenza delle case 211 sventrate. Per chilometri solo fantasmi di cemento; la vegetazione selvaggia presto coprirà gli ecomostri. Entro in un villaggio appollaiato ai lati della statale. Sono a circa 30 chilometri da Knin. Colpisce il silenzio tombale. Decido di fare due passi, il villaggio è disabitato, non c’è più nessuno, neppure la vecchietta gobba e sdentata tipica dei villaggi in capo al mondo. Hanno tolto pure il cartello del paese, ufficialmente non esiste più, restano gli scheletri.

Le montagne della Krajina sono splendide, a tratti aride e rocciose, poi morbide e vellutate, prive di vegetazione ad alto fusto. Panorami infiniti, nessuna cima svetta sulle altre, e la striscia d’asfalto corre senza sottile verso l’orizzonte. Non stona neppure il parco eolico. Lascio dietro villaggi semi-disabitati, Siroka Kula, Vukava, Nikšići, Dreskovići, Gaj, Odari. In fondo, all’orizzonte, l’ultimo colle prima della vista di Knin, la città contesa.

A piedi sotto il sole, una fumana di disperati in marcia verso una meta ignota. Estate ‘95. Gli italici network, colpevolmente assenti quanto a copertura del confitto nel cortile davanti casa, hanno confezionato pochi e annoiati servizi mostrando, solo per dovere di cronaca, orde di disperati. Serbi in buona parte. Gli innocenti hanno pagato per responsabilità altrui, ritrovandosi addosso l’immane peso delle colpe commesse dai loro vertici populisti. Serbi trapiantati dalla storia in terra croata, considerata la “loro” terra da secoli.

I profughi in fuga da Knin sono solo il microcosmo di un esodo continuo, transumanza di anime e di corpi, sofferenza, paura, avvilimento. È toccato a tutti scappare da qualcosa o da qualcuno nella ex Jugoslavia. I disperati, in molti casi, oltre alla casa non hanno più ritrovato le loro radici. Proprietà passate di mano, espropri (il)legalizzati. Le mura tra- sudano ancora sangue e sudore a fondo perduto. La morte mordeva le caviglie, tra sputi, insulti e rappresaglie dei nuovi eletti. Pareggio di conti.

Scherzi del destino. I serbi, per secoli zoccolo duro della popolazione balcanica, a Knin ce li hanno messi proprio gli ottomani. Mezzo millennio fa, nel 1522, le orde turche invasero la città e scacciarono gli odiati nemici croati. E per riempirla, baluardo dell’impero in seno all’Europa non ancora plasmata, pensarono alle migliaia di profughi serbi. Sedimento su sedimento, la maggioranza si è fatta serba, in territorio croato, con la Bosnia a due passi. Strana anomalia, senza peso durante la Jugoslavia federale di Tito. Il leader slavo teneva sotto controllo antichi bollori e odi sopiti.

I serbi crebbero, dunque, e i croati divennero minoranza. I secoli, tumultuosi, tra il ‘500 e il ‘900 scombussolarono le gerarchie colonizzatrici. Arrivarono i veneziani, cattolici, consentendo il ritorno dei croati alla guida del territorio. A fine ‘700 è la volta degli Asburgo, presto arriveranno i francesi e quindi gli austriaci. Il resto è storia moderna e contemporanea, dai confitti mondiali ai giorni nostri.

Knin, la città dei croati, del regno croato, del re Dimitar Zvonimir, cresciuta attorno alla sua splendida fortezza appollaiata in cima al monte Spas, costruita e rimodellata tra il secolo X e il XIII. Knin all’inizio degli anni ‘90 precorre i tempi. Con otto mesi di anticipo rispetto alla dichiarazione d’indipendenza della Croazia dall’ormai ex Jugoslavia, viene pro- clamata la Repubblica serba di Krajina. E Knin ne è la capitale. Ottobre 1990. Le autorità serbe fanno tutto da sole, se ne infischiano del mondo fuori e prima di Natale impreziosiscono l’opera con la dichiarazione di sovranità, ponendo al vertice un altro di quei lord di cui i Balcani sono ricchi: Milan Babić. Il nuovo Stato-fantoccio somiglia tanto al Kosovo, però manca l’interesse internazionale. La richiesta di riconoscimento alla Comunità europea, avanzata da Babić, non ottiene buona sorte. Babić, personaggio curioso: passato dalla cura di carie e otturazioni ad amministrare uno Stato. Entità basata sulla tensione interetnica. La strana coppia si completa con Milan Martić, ex poliziotto trasformato in difensore della patria e della razza. I due Milan godranno degli allori del tempo, l’effimero gusto del comando e il disegno folle di una terra libera da impuri. Il conto, tuttavia, arriva sempre. Martić è stato condannato dal Tpi a 35 anni di prigione per crimini di guerra, Babić si è suicidato a cinquant’anni all’Aja, in cella. Marzo 2006, ecco come muore un uomo eroso dai rimorsi.

Con la Repubblica sovrana dei serbi di Krajina i croati, già minoranza, diventavano mosche bianche, da far sparire. Partendo dal primo rilevamento noto, nel 1880, i serbi a Knin erano l’82,3%, i croati appena il 15,1. Per un secolo le percentuali sono rimaste quasi identiche (72,8% nel 1981 il punto più basso per la parte serba) e prima dello scoppio della guerra la percentuale ha toccato il suo massimo, 85,5%, con i croati appena al 10% e spiccioli. Dieci anni più tardi le proporzioni si rovesciano: sono i croati la maggioranza, 76,5%, con i serbi ridotti a presenza minoritaria, poco più del 20%.

«Sono fuggiti lasciando i soldi e le mutande sporche». Parole concilianti, proferite dal presidente croato Tuđman all’indomani dell’esodo serbo dalla Krajina. Senza acqua e cibo, 150-200.000 persone incolonnate. Solo una minoranza dei serbi di Knin ha ascoltato le parole di Tuđman alla radio croata: «Non abbandonate le case, garantiamo totale sicurezza a chi non si sia macchiato di crimini di guerra». Il messaggio, ripetuto fino a diventare litania, diffuso dagli altoparlanti; simile a quello diffuso a Srebrenica da Mladić. Mentre Tuđman tranquillizza, i suoi fanno piazza pulita di innocenti. Orde di soldati ubriachi, senza scrupoli, devastano vite e speranze: almeno seimila le vittime assassinate. Danni collaterali, senza distinzioni tra vecchi, donne e bambini. Purc3. fossa comunehé siano serbi. Militari fuori controllo al comando di lugubri personaggi: Ante Gotovina, Ivan Čermak e Mladen Markac, ufficiali di “sua maestà” Franjo. I vertici militari serbi, venuti a conoscenza della barbarie, non sono certo rimasti con le mani in mano applicando lo stesso trattamento ad altri innocenti, croati residenti nelle zone al confine con Serbia e Ungheria.

Il 1995 è l’anno della resa serba, militare, territoriale ed egemonica. L’atteggiamento spavaldo di Karadžić e la coppia Babić-Martić comincia a scricchiolare in primavera, quando si cerca l’intesa tra le parti per fermare le schermaglie. Trattative lente e infruttuose. La pace ha un costo che nessuno vuole pagare. La proposta è tornare all’autogoverno croato nelle zone a maggioranza, come nel 1991, lasciando ai serbi Knin e dintorni. Tuđman si dice disposto a dare l’autonomia di Knin e Glina e chiede in cambio la cessione delle zone orientali della Slavonia, di cui i serbi si erano impadroniti a inizio confitto. Tutto inutile, i serbi di Krajina non accettano di veder cancellata la sovranità della neo-repubblica. Il patto salta. Intanto sul terreno la battaglia impazza. I serbi distruggono il celebre ponte di Maslenica, a sud di Knin, snodo strategico tra la Croazia centrale e la Dalmazia. I croati lo ritirano su e chiudono i nemici in una morsa inesorabile. L’autostrada Zagabria-Belgrado, la strada più importante della federazione jugoslava, ormai è chiusa dopo i gravi fatti dei mesi precedenti.

La vittoria croata è vicina e inizia a materializzarsi nel giugno 1995. Il mese successivo il crollo serbo è servito. Molti soldati disertano, il fronte resta sguarnito. Dalla Republika Srpska, Karadžić fa ciò che può, inviando in battaglia, col fucile in mano, pure donne e ragazzini. Non basta. Margine per trattare non ce n’è. Viste le dispari forze in campo, Zagabria preferisce puntare sull’azione bellica, fino in fondo. Karadžić abbozza. È vero, le Krajine sono perdute, tuttavia i serbi in fuga saranno convogliati nelle zone della Bosnia tolte ai musulmani e da ripopolare. La vittoria croata è inevitabile e un giorno ne identifica il trionfo, il 5 agosto 1995, l’apice dell’Operazione Tempesta, marchiato dai croati come il giorno dell’orgoglio nazionale (in realtà gli ultimi combattimenti si esauriscono tra il 10 e il 20 di agosto). La campagna di Krajina è un successo totale, Tuđman s’impossessa di territori persi pagando un tributo di sangue limitato: appena 409 morti e meno di 2.500 feriti. Knin è liberata. La conta dei danni è ancora al centro di vivaci discussioni, al punto da ipotizzare il lancio su Knin di un mix tra bombe reali e a salve. Operazione Tempesta soft, mascherata per preparare raid silenziosi. Altrimenti come spiegare gli appena 45-50 edifici, solo la metà di importanza militare e strategica, seriamente lesionati. In realtà il grosso delle distruzioni avverranno in una seconda fase, casa per casa: per ogni edificio conquistato viene posta la scritta “Hrvatska kuća”, casa croata.

Porto di Zara. Inchiodo le gomme a un metro dalla banchina. Sono euforico. Non dovrei esserlo. Dovrei avere il muso lungo, il volto scuro e lo sguardo ombroso per il viaggio ormai al termine. La notte si porta via i rimasugli del viaggio. La nave aspetta da ore, ormeggiata sul molo verso il mare aperto. Al di là c’è Ancona. Penso a cosa è stato e a cosa mi aspetta, pensieri in chiaroscuro. Tra poche ore sarò ad Ancona. Meglio dormirci su. A proposito Momi, Sretan Put.

*

Le fotografie sono di Piefrancesco Curzi

Pierfrancesco Curzi, IN BOSNIA. Viaggio sui resti della guerra, della pace e della vergogna, Formigine (MO), Infinito Edizioni, 2015.

Il respiro dell’essere. Riflessioni sull’immagine

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20151006_163515                                                      di Mario Galzigna

Oh, immaginazione! Il più grande tesoro
dell’uomo, l’inesauribile fonte alla quale
tanto l’Arte quanto la Cultura vengono
ad abbeverarsi! Oh, rimani con noi…
così che ci si possa porre al riparo dal
cosiddetto Illuminismo, quell’orrendo
scheletro senza sangue né carne.

(F. Schubert, 1824)

 [Franz Schubert’s Letters and Other Writings, a cura di O.E. Deutsch, London 1928, p.77].

1. IMMAGINE-MOVIMENTO

Sigmund Freud ha lavorato soprattutto sull’immagine censurata o rimossa. A partire dai suoi scritti sull’isteria e da Die Traumdeutung, Freud tematizza a più riprese una distanza, uno scarto, un’irriducibile alterità tra il dinamismo inconscio dell’immaginazione — noumeno opaco e inattingibile – e l’immagine, così come viene rappresentata sia durante il sogno, grazie al lavoro onirico, sia nello stato di veglia, quando il sogno diventa testo o racconto: un’immagine filtrata, dunque, dal lavorìo della censura e deformata da un censore interno, capace di adattare pulsioni e desideri all’etica sociale dominante.

Nell’attività artistica – ma anche nei sogni ad occhi aperti, negli stati di rêverie e in alcune dimensioni contemplative ed amorose dell’esistenza – può talora venir meno questa separazione, questa radicale distanza tra il movimento autentico dell’immaginazione e la sua traduzione in immagini, concepite come il prodotto di una coscienza vigile e censoria. “Ogni immaginazione, per essere autentica, deve riapprendere a sognare”, scriveva Michel Foucault nel 1957, in una folgorante introduzione a Sogno ed esistenza, di Ludwig Binswanger. [1]

In questo annullamento della distanza, l’immagine sognante non implica la rinuncia al movimento pulsionale dell’immaginazione, ma nasce, al contrario, dalla sua emergenza vitale e produttiva, dalla sua manifestazione piena e variegata. Non, quindi, una Bild appiattita sul Sinn e sul linguaggio: irrigidita, cristallizzata, scandita dal lavorio della censura e dal rullo compressore della rimozione. L’immagine (Bild), insomma, non è soltanto un significante codificato, che rinvia necessariamente a un senso (Sinn), a un significato, o a una trama di significati; non è soltanto una rappresentazione impoverita di qualcosa d’altro, oppure di una mancanza – o di un vuoto – che essa avrebbe il compito di colmare. E’ anche potenza creativa, espressione di ricchezza interiore, struttura dinamica e trasformabile, variabile nel tempo e nello spazio: figura di una pienezza sensibile e materiale dell’essere.

Con buona pace di Heidegger, il verbo inglese to be, essere, deriva da una radice indoeuropea bheu, che sta per esistere, ma anche per divenire e per crescere; e parole astratte come animo, anima, rappresentano l’evoluzione di una radice indoeuropea an, che significa respirare. L’essere e l’anima, dunque, come concetti astratti, sono connessi, originariamente, ad immagini relative alla crescita e alla respirazione. Ritroviamo, a volte, dietro la parola, il moto pulsionale dell’immagine, ricco di figure che rinviano alla concretezza del corpo vissuto — il Leib, di cui parlava Husserl — e quindi alla nostra maniera di percepirlo e di raffigurarlo. “Le parole astratte — commenta Julian Jaynes — sono antiche monete, le cui immagini concrete sono state logorate dall’uso nel continuo scambio del discorso”. [2]

Così intesa, questa immagine-movimento — espressione diretta di una immaginazione attiva e sognante, attingibile fuori dai filtri di una censura normalizzatrice — rappresenta la molla propulsiva della nostra autonomia individuale e culturale: il nocciolo antropologico irriducibile alle tecnologie del controllo, ai dispositivi storici entro cui si dispiega la potenza omologante e produttiva del potere. Come aveva detto Piaget nel 1945, è possibile uscire dall’imperialismo della rimozione proposto dalla psicoanalisi: un imperialismo che risolve sempre ogni contenuto immaginativo in un tentativo di aggirare la censura, accettandone comunque i limiti e i divieti. [3]

Ogni forma di rêverie creativa – di cui il cinema, quando diventa “film d’anima”, è in grado di recare testimonianza – non è altro che questo, forse: l’immagine che si afferma come epifania di una immaginazione attiva, non come figura contratta e pietrificata, non come formazione sostitutiva, non come maschera deformante e deformata di un desiderio alterato o rigettato. [4]

Andrej Rublëv, il grande capolavoro di Tarkovskij, presentato al Festival di Cannes nel 1969, rappresenta in maniera emblematica il valore creativo e liberatorio dell’immagine. Lasciamo, per un istante, la parola al regista, così come emerge nel suo omonimo romanzo cinematografico: “Le immagini delle icone e degli affreschi, trasparenti e severe, dolci e crudeli nello stesso tempo, fluiscono una a una davanti ai nostri occhi…E insieme ad esse, intrecciandosi con l’ispirazione che le ha generate, e rendendo così comprensibile e infinitamente semplice il cammino di Andrej, palpita la musica della natura, quella musica che Andrej sentiva mentre dalla sua anima nascevano le immagini più belle e luminose”. [5]

Nei vissuti estatici e creativi, oppure nelle rêveries che accomunano gli amanti, o che scandiscono la cura di un neonato, l’immaginazione – trama interattiva e cifra della trascendenza — si afferma come immanenza del mondo e dell’altro. Privilegiare queste dimensioni significa ribaltare una consolidata tradizione filosofica e teologica, di matrice giudaica, caparbiamente iconoclastica ed incline ad una svalutazione ontologica dell’immagine, considerata una forma imbastardita del pensiero ed anche, per dirla con Brunschvicg, un grave “peccato contro lo spirito”. [6]

E’ allora possibile, in questa prospettiva — fuori dal circuito capitalistico dell’immagine fabbricata, serializzata ed imposta – far parlare le nostre immagini interiori nella loro pregnanza intrinseca, esibita, comunicabile. Ciò che non è riuscito alla psicoanalisi freudiana, ancorata a una dialettica necessaria tra significante e significato, può forse riuscire a un’antropologia dell’immaginazione[7] liberata dall’ipoteca idealistica: e quindi, a maggior ragione, ad un’attività artistica, ad una movenza del pensiero e ad una forma d’esistenza costruite sopra le fondamenta di una immaginazione creativa, plurale ed esprimibile. Di qui, forse, potrà prendere le mosse la costruzione di una nuova psicologia e di una nuova ontologia storica dell’immagine.

2. VENIRE ALLA LUCE

Esiste tutta un’attività espressiva che sta prima della parola, che la sorregge, che la rende possibile come veicolo del significato. Paradigmatico, in questo senso, l’itinerario poetico ed esistenziale di Antonin Artaud (1896-1948). Nel suo Teatro della crudeltà egli mette in scena, non a caso, una parola che sta prima delle parole (la Parole d’avant les mots ): parola-grido, parola-corpo, musica della parola che parla direttamente all’inconscio (musique de la parole qui parle directement à l’inconscient); parola-gesto, parola sonora — spinta fino agli estremi della glossolalìa – che sfonda le barriere murate del significante. Occorre spezzare il linguaggio, egli afferma, per toccare la vita (briser le language pour toucher la vie); occorre rompere l’involucro limaccioso del linguaggio per attingere alla vita, decretando, entro un’arte totale — entro una scena crudele — il primato della forza vitale (la force de vie) sulle forme del linguaggio. E ciò che vive nella scena crudele è un “inconscio oggettivo” — Gaston Bachelard parlava, negli stessi anni, di una “psicoanalisi oggettiva” – che precede la formazione del significante, che non attende nessun chiosatore, nessun commentatore segreto, nessun analista (Le Théâtre Alfred Jarry, 1930). [8]

Artaud, lo scrittore insorto (l’écrivain insurgé), uno dei più radicali cartografi della “coscienza in extremis“, [9] si impegna – assieme a Nerval, Lautréamont e Van Gogh, spesso evocati nei suoi testi – in una lotta titanica contro la tirannia di una corrispondenza rigida e necessaria tra significante e significato. Ed anche per questo, consapevolmente, paga il prezzo di una tragica déperdition: un’ “erosione centrale dell’io” che diventa, al tempo stesso, trama dolente del suo canto e linfa vitale di una resurrezione creativa. In nessuno, forse, come in Antonin Artaud, il delirio dell’assenza e dello sprofondamento — vero e proprio veleno dell’essere (poison de l’être) — rappresenta il nutrimento dell’anima e la materia prima dell’immaginazione. L’abisso opaco e regressivo della perdita — quando il pensiero pare condannato ad una inexistence priva di ritorno e di redenzione – diviene, qui, matrice di una rinascita interiore, capace di manifestarsi come forza vitale e come folgorazione poetica. Ci si rifugia nella notte originaria per poter reinventare un nuovo giorno. Dopo il movimento precipite della caduta – dalle luci aggressive del mondo al buio della déperdition— il dinamismo attivo dell’ascesa: dall’abisso nero e silente dello sprofondamento ai bagliori sfavillanti di una rigenerazione creativa, dove l’espressione si afferma innanzitutto come pienezza vissuta di una presenza corporea.

Nel linguaggio comune il verbo nascere è sostituito, molto spesso, da locuzioni come venire al mondo, venire alla luce. E’ la luce, in effetti, la “novità assoluta” in cui si imbatte il neonato: ed è stato anche ipotizzato — dopo le prime ed abortite intuizioni di Otto Rank – che la sua prima fantasia sia proprio quella di farla sparire, di “fare buio”, di ritornare “al buio e all’acqua dello stadio intrauterino”. [10]

L’essere umano, lo aveva già detto Bergson, trova dunque la luce fuori da se stesso, e le sue immagini-movimento sono al tempo stesso forme dell’interiorità e immanenza del mondo, delle cose, della materia: attività mentali originarie che dissolvono la distinzione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto, superando la tradizionale polarità filosofica che oppone l’idealismo al materialismo. Ed è stato proprio Henri Bergson, nello straordinario primo capitolo di Matière et mémoire (1896), a indicarci la strada, non senza incertezze ed esitazioni. Gilles Deleuze, dopo di lui — nel suo grande libro sul cinema – l’ha ripresa e riproposta. [11]

Le aritmie del ricordo

1

di Francesco Borrasso

 20150911_192751Dal finestrino passa veloce il paesaggio: campi spogli, gialli, appiattiti dal sole.
Il vento entra nell’auto, parla. Manco dal paese paterno da vent’anni. Ho mantenuto la proprietà dopo la sua morte. Avrei dovuto venderla, ci sono andato vicino tante volte. Scorgo il paese da lontano, la sera inizia a scendere dal cielo, le luci elettriche si stanno accendendo, il luogo sembra un presepe; mi ricorda il Natale e l’odore della pelle di mio padre. I profili delle case tagliati contro il tramonto, le strade asfaltate che salgono come fiumi, scorrono al contrario.
Scendo dall’auto – quanto silenzio: le ombre degli alberi allungati dalle lanterne agganciate sui muri delle case. Tolgo i bagagli dalla macchina. Davanti l’abitazione, mi accorgo che alcune cose ti cercano, e te ne rendi conto solamente dopo averle viste. Osservo la facciata della casa, torno bambino, nelle estati che passavo qui, la processione per festeggiare l’Assunta. Alcuni luoghi restano aggrappati alle persone, alcuni posti non la smettono mai di parlare, di raccontare le vite che sono passate di lì. Apro la porta, un po’ di luce mi supera e sporca le ombre della casa.
C’è l’odore della mia infanzia, quando ad ogni buona occasione correvamo qui a passare qualche giorno – vorrei poter chiudere gli occhi per risvegliarmi in quegli odori, dentro quegli anni, osservato da quei visi che non appartengono più alla realtà, quando mi bastavano le cose raccontate dai grandi, quando potevo credere ad un senso.
Apro la finestra, polvere galleggia nell’aria, granelli librano giocando con la gravità. Cammino per il paese, sento il sole che batte sulla pelle, strade piccole, case anziane, bianche per lo più; le persone mi osservano curiose, al mio passaggio si voltano e mi inseguono con lo sguardo. Uno straniero è una notizia, qui. Il mio corpo in movimento interrompe il silenzio. Un silenzio che a tratti è assoluto ed io incomincio a tremare, sudo. I muscoli faticano a lasciare andar via il ricordo.
Dal bar viene fuori l’odore dell’alcol; una ragazza esce dalla porta, la luce le colpisce il viso; la pelle oro, le mani sui fianchi. Un’espressione di fatica.
Le luminarie: archi colorati brillano: un percorso di luci segna la strada.
La lampada sul tavolo regala luce, il piatto sporco, le urla dei bambini potenti entrano dalla finestra; le prospettive cambiano a secondo di ciò che ti accade; la formazione mentale lascia sempre il fianco a qualche errore, crepe. Ripenso alla voglia che avevo di avere un figlio, il quadro della famiglia disegnato davanti agli occhi dai miei genitori – mettere al mondo un figlio e dovergli spiegare, poi, l’inutilità di tutto questo.
Lontano, appena sopra le montagne, il cielo si rompe di luci bianche, l’elettricità di una tempesta lontana ramifica nella notte. Un giorno, nel giardino dietro casa, ho trovato un topo morto, era lì da poco, il corpicino ancora caldo; l’ho vegliato per molti giorni, aspettando la resurrezione, aspettando una manifestazione della sua presenza dopo la fine. Ero in possesso dei miei anni fanciulli e nella mente non c’era lo spazio necessario per comprendere un finale definitivo.
In piazza c’è la chiesa. Ha la facciata bianca, scrostata. La gente si sta riversando sotto le luci, il corso è un ingorgo di corpi. Trovo un posto in disparte, seduto su un gradino di marmo, osservo il passaggio delle persone e ritrovo le mie corse bambine. Le ore piccole. Le nostre ombre da ragazzini, allungate dalle luci della sera. Le corse e il pallone da inseguire, la maglietta bagnata, i litigi, le mascalzonate dentro i bar, i richiami dei genitori, le lacrime delle prime ingiustizie – ancora si sente la voce di mio padre che affacciato al balcone mi richiama per farmi tornare a casa.
Mio nonno è deceduto, siamo in cucina e all’esterno il giorno sta finendo. E’ inverno, le strade piene di addobbi. Mio padre indossa un maglione nero, a collo alto. C’è tanto silenzio, tanto che riesco a sentire il suo respiro e il suo affanno. Ho scrutato i suo occhi velati di lacrime, sto leggendo la tristezza definitiva che ancora mi è estranea. Il mio genitore maschio ha perduto il laccio che lo teneva stretto all’infanzia. È fermo sulla sedia, mi rendo conto delle sue mani che tremano un poco, me ne accorgo da terra: sono vicino al fuoco, sul tappeto, e sto leggendo, non ricordo il titolo del libro ma mi è rimasta la sensazione di solitudine.
“Pa’” la mia voce pare una violazione.
Un rumore scagliato contro il silenzio sacro.
Lui si volta, abbassa gli occhi e li punta su di me; il suo corpo si porta dietro il racconto del lutto, l’accettazione difficoltosa, sussurra l’epifania di un percorso.
“Che c’è?”
“Dov’è mamma?”
“E’ andata a fare la spesa, questo Natale sarà diverso.”
“Perché?”, i suoi muscoli facciali fanno difficoltà a contrarsi.
“Il nonno non c’è più, e non tornerà”
“È andato in cielo?”
“Si, bravo, è andato in cielo.”
“E non può tornare?” sussurra la mia voce bambina.
Lui si alza.
Lascio che la sua figura si sieda al mio fianco, sul tappeto, con le ombre del fuoco che ballano sulla parete difronte.
“Prima o poi tutto finisce.”
“Chi lo decide?”
“D-i-o.”, le tre lettere che mio padre tira fuori dalla bocca sono: controllate, piene, emozionali.
“E poi?”
“Non lo so.”
Ha le guance arrossate, il calore del camino mi schiaffeggia la pelle.
Mio padre si alza, mi lascia le spalle, lo vedo andare via dietro la porta della sua stanza, ha il passo debole e lo sconforto che gli si è legato alla schiena.
Il lutto è un oggetto che prende spazio nel corpo e ci resta per sempre.
La notte della prima veglia aspettavo la venuta dell’angelo, mi avevano dettato un racconto pieno di questa figura che sarebbe dovuta venire a prelevare l’anima di mio nonno. All’orizzonte c’era una linea chiara che faticava a scomparire: ascoltavo la venuta dell’angelo cercandolo nei rami spazzati dal vento, nelle foglie che abbandonavano il cordone ombelicale; volevo capirne la venuta nei cani che si fermavano e mi osservavano, annusandomi.
I vecchi del paese mandavano fuori il fiato per l’ultimo rosario; il corpo di mio nonno era una forma immobile sul letto, era vuoto – l’anima volata in cielo, mi dicevano. Nonostante io abbia fatto attenzione, non sono riuscito a vedere l’angelo, ho perduto il suo gesto di rapimento.

* immagine: Mariasole Ariot

La civiltà Laiseca

1
Alberto Laiseca

Alberto Laiseca

 

Come dice lo stesso Alberto Laiseca, Los sorias è «anzitutto qualcosa di molto divertente». Poi, oltre a essere l’opera più ampia della letteratura argentina, una delle più ambiziose e, fino a qualche tempo fa, anche una delle più sconosciute, è tante altre cose. In Italia è ancora inedita – speriamo per poco – mentre altri libri di Laiseca sono e saranno pubblicati da Arcoiris edizioni. In attesa di poter leggere per intero Los sorias, pubblico il breve prologo di Ricardo Piglia – un rabdomante di scrittori sepolti – all’edizione Simurg del 2013. [g.c.]

Va bene anche così

4

falenadi Mirfet Piccolo

 

Lo so che è sciocco ma mi è successa questa cosa. Una cosa piccola e solitaria, dal peso leggero. Era primavera, un pomeriggio brinoso e friabile; la luce troppo bianca portava con sé la nostalgia del cielo cupo dell’inverno e io non sapevo più cosa temere, se il freddo che per mesi mi aveva amputato il respiro o la luce che mi avrebbe accecata, bruciata in un niente.

Sono entrata nella stanza senza illusioni, con la certezza che tutto quanto sarebbe durato giusto il tempo di qualche convenevole, di qualche prassi eseguita con meccanica sapienza. Ci siamo stretti la mano. Poi con un gesto mi ha fatto cenno di sedermi e anche tu ti sei seduto; tra di noi, la tua scrivania arruffata aveva residui dei pazienti che mi avevano preceduta. Mi dica come sta, mi hai chiesto, mi dica come si sente, e nella tua voce non c’era presunzione né fretta, non c’era l’attesa della fine. Allora ho capito che fermarmi non sarebbe stato un pericolo né una sconfitta, ho capito che potevo farlo, e ti ho raccontato.

Del dolore ad ogni passo, della luce troppo forte e della stanchezza attanagliante, ti ho raccontato del freddo che non mi abbandonava, del mio viso ubriaco e degli specchi in cui non volevo più riflettermi. Poi ti sei alzato, mi hai fatta sdraiare sul lettino. Distesa, quel primo pomeriggio di quella prima visita, ho desiderato di poter chiudere gli occhi e dormire a lungo, svegliarmi nuova e ricominciare la mia vita di sempre. La mia vita senza fissa dimora, il mio girovagare esperto e inconcludente. Lo so che non si direbbe, a guardare i miei passi di oggi – stanchi, sorretti da un bastone indossato troppo presto -, ma ero una che camminava sempre; divoravo chilometri di città metropolitane con la musica nelle orecchie, con la voglia di vedere dove sarei andata a finire, senza cedere al tempo che passava. Quel pomeriggio mi hai chiesto di farti vedere esattamente dove provassi male. Poi mi hai domandato di descrivertelo, il mio dolore, e io ho fatto del meglio per dargli una forma riconoscibile, palpabile; ho cercato parole spesse, parole che tu potessi incidere con un bisturi e dissezionare. Ancora non sapevo che da quel momento in poi, fuori da quella stanza, non avrei più smesso di cercare parole migliori e inequivocabili per spiegare agli altri il male che sentivo; la curiosità amorevole di chi mi voleva bene e quella morbosa di chi non mi conosceva, ancora non sapevo che ogni mio tentativo si sarebbe risolto in un fallimento.

Hai misurato ogni centimetro della mia pelle, il mio cuore il mio respiro. Hai guardato la mia lingua e dentro i miei occhi, hai rovistato tra i miei capelli. Hai fatto due passi indietro e hai osservato il mio viso con la stessa attenzione con cui si osserva un dipinto: la testa un po’ inclinata da un lato e poi dall’altro, i tuo piccoli occhi attenti, pronti ad accogliere ogni possibile visione. E ancora non sapevo che tu, quel pomeriggio, sulle mie guance e sul mio naso avevi visto posarsi l’ombra di un bozzolo, di una farfalla in divenire, e non era felice. Ancora non sapevo molte cose. Poi mi hai fatta rivestire e sei tornato alla tua scrivania, le tue dita hanno battuto con forza sulla tastiera. Lettera dopo lettera, quel ticchettio pestato dai tuoi polpastrelli arginava il tempo trascorso da che ero entrata, ed era stato tanto, misurava il tempo rimasto, e mi sono sorpresa a pensare che fosse stato troppo poco. Hai scritto tutto. Sei stato preciso e completo, e lo saresti stato ad ogni visita successiva, ed io ogni volta avrei amato questa tua capacità di imprimere così tante parole, ciascuna con un suo peso specifico e una sua specifica angolazione, su un comune foglio bianco.

È cominciata da lì, questa cosa sciocca che mi è successa, è cominciata quel pomeriggio di primavera di dieci anni fa. Mi dica tutto e io che ti parlo, le tue dita che battono e io che rivesto il mio corpo diventato l’involucro di un imbarazzo inaspettato.

Mi hai allungato l’elenco degli esami diagnostici da fare. La fede nuziale al tuo dito brillava, la mia sarebbe arrivata l’estate successiva. Cominciamo con questi, hai detto, ed erano così tanti che ho temuto non mi sarebbe bastata la vita per farli tutti e mi sono vergognata anche della mia paura. E invece mi è bastata, e dopo sei mesi di una vita sospesa nel limbo – di analisi, di scomposizione del mio sangue, di prelievi della mia pelle – tu gli hai dato un nome nuovo. È una malattia cronica e sistemica, mi hai detto, ma si può trattare.

Ho letto che succede, che per voi medici è uno dei rischi del mestiere; ho letto che per il paziente, di solito, è tutta un’invenzione, un immaginarsi l’altro come una specie di salvatore, di guaritore di tutti i mali. Ho letto che quasi sempre va finire in un niente, e solo ogni tanto si ha il privilegio amaro di una storia torbida e inconcludente. Ho letto che accade così di frequente che temo la mia storia, questa cosa sciocca che mi è successa, non abbia niente di speciale.

Senza che tu te ne accorgessi, senza che tu facessi niente per farlo succedere. In tutti questi anni, arrivare a darsi del tu è stata l’unica distensione dei rigidi schemi di una professione secolare. Solo una volta, era forse un anno che ci incontravamo con regolare cadenza trimestrale, avresti accennato ad un secondo figlio arrivato troppo presto, alla confusione delle cose.

Io non ti conosco e credo non esita alcun guaritore di ogni male. Eppure a capodanno di quello stesso anno in cui tu hai dato un nome nuovo alla mia vita giovane – non ero ancora diventata un dovere da accudire, una madre troppo stanca per correre; ogni degenerazione doveva ancora accadere – la mia amica di sempre mi ha allungato una scodella di lenticchie bollenti e io come risposta le ho detto, quasi quasi m’infatuo del mio medico. Quasi quasi. E ho sentito le mie mani finalmente scaldarsi, dimenticarsi cos’erano diventate.

Vedi, quindi, lo vedi bene anche tu – è un fatto certo, basta fare qualche calcolo, mese più mese meno – che questa cosa sciocca è iniziata prima di tutto. Prima che io mi sposassi e il mio matrimonio felice diventasse un ricordo piccolo steso su un tavolo ogni giorno sempre più grande; prima che io smettessi di essere una donna e diventassi un corpo, al massimo una madre da compatire. Perciò credimi se ti dico che questa cosa sciocca, questa voglia che ho di te, non ha il peso di una tristezza.

Per anni, ad ogni nostro incontro dettato dalle circostanze, ho cercato di misurare la vastità di ciò che sentivo. Mentre verificavi l’estensione delle piaghe sul mio viso, e contavi le macchie rosse che come cicche di sigarette infossavano le mie braccia, mentre con dita leggere stimavi la perdita dei miei capelli, il mio respiro rotto e il cuore aritmico, ho continuato a sentire questa cosa puerile, quest’imbarazzo accidentale ed avulso dal lento deformarsi del mio corpo.

Tu leggevi la conferma dei miei anticorpi corrotti, con l’indice seguivi il loro dispiegarsi sul figlio – antinucleo e anti-DNA e anti-ENA e anti-fosfolipidi, e poi la VES alta e globuli bianchi bassi (mi hai insegnato molte cose, molte più di quante tu possa immaginare) -, ed io mi preoccupavo che in tutti questi anti, in questa guerra del mio corpo contro se stesso, mi preoccupavo che il tremore dei miei pensieri fosse arrivato fino al nucleo delle mie cellule, fino all’infinitamente piccolo, e che tu, sempre così attento, sempre così scrupoloso, lo avresti letto e biasimato.

Mi hai dato un armadietto pieno di sponde a cui aggrapparmi. Il mio Plaquenil e il Medrol e l’azatioprina e le vitamine, con le mie pillole di ogni giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ho imparato a costruire dei ponti per non affondare allo scorrere di una natura capovolta. Ho imparato a galleggiare, a pensare che la malattia fosse solo un fatto accidentale e non la mia vita intera. E ai tuoi ciao-come-stai ho imparato a rispondere che a volte andava meglio e a volte peggio, che quel farmaco non funzionava e quell’altro funzionava poco, ma che era pur sempre trattabile e che tutto sommato andava bene anche così.

Ma poi è arrivato il giorno che tu sei andato via. Era ottobre, il mese in cui le foglie marciscono sulla terra umida e il freddo inizia a nascere senza chiedere permesso. Sei andato a lavorare in un altro ospedale e io sapevo dove, esattamente dove e quando, e i tuoi turni e il numero di ambulatorio, sapevo tutto e non sono mai venuta dove ti avrei certamente trovato. Perché pensavo che peggio di come stavo non sarei mai potuta stare, pensavo di avere già ingoiato la fetta di malasorte che mi spettava. Perché il mio corpo, quell’ottobre di quell’anno che te ne sei andato, era gravido di vita e quindi forte, un corpo che alla fine ce l’avrebbe fatta. E non volevo, in tutto ciò non volevo questa cosa sciocca che mi è successa e che non capivo. Non la volevo.

Per questo, mentre tu non c’eri, io ti ho tradito con tanti. Senza mai cercati eppure trovandoti ogni volta: questo era un medico frettoloso e tu no, quello non aveva capito e tu si, quell’altro non mi chiedeva come stavo e tu lo facevi sempre. Ti ho tradita specialmente con uno. In un ospedale di provincia ho incontrato un dottorino con la faccia da copertina patinata e denti troppo bianchi per essere veri. Dopo la lettura distratta di qualche foglio, quel dottorino ultimo, mi ha detto che la falena che nel frattempo era nata sul mio viso – quelle ali bruciate sulle guance, quel tronco ricoperto di piaghe sul mio naso – non avrebbe mai spiccato il volo ma che forse, forse per il resto, per le miei mani sempre fredde e il dolore che da anni trasformava i miei sogni in incubi madidi di sudore, forse quello avrei potuto curarlo se solo avessi davvero voluto, se solo avessi almeno provato a controllare la mia ansia, la mia depressione inconscia. Tutto quel dolore di cui parla è organicamente ingiustificato quindi lei, signora, lei non sta poi così male come vuol far credere.

Allora io, in quella stanza di un ospedale di provincia con l’ultimo dottorino qualunque, ti ho immaginato seduto sulla sedia al mio fianco e che insieme ridevamo. Ridevamo dei suoi zigomi contraffatti, ridevamo di quell’ospedale qualunque. Ho immaginato che mi dicevi, non prendertela lui non ti conosce come ti conosco io, e allora io quel giorno ho respirato piano, profondo e piano, e allora la frustrazione non si è accesa, e allora io non ho pianto.

Dopo tre anni di tua essenza e di miei tradimenti nervosi, dopo sei tornato a casa. La nostra casa che non è una casa e soprattutto non è nostra. È un ospedale dove si nasce e si muore, dove la gente come me sopravvive agli esiti amari di esami estenuanti, agli sbalzi d’umore nei bagni sempre troppo angusti e sporchi, bagni non adatti a ripulirsi dal dolore.

Così, la sera prima, mi sono preparata al nostro incontro con la stessa minuziosa inquietudine con cui ci si prepara ad un appuntamento amoroso. Ho controllato che sulle mie gambe non ci fossero peli irriverenti e che il mio inguine fosse pronto ad un’eventuale accoglienza; ho indossato la mia biancheria migliore immaginandola ai tuoi piedi, e che le tue mani sulla mia pelle nuda non avrebbero disegnato alcuna imperfezione. Ho guardato la mia lingua, ancora sana e porosa, e ho pensato a tutte le cose che avrei potuto dirti senza spaventarti. Riflessa allo specchio non ho avuto paura di ciò che ho visto, e ho raccolto i miei capelli stanchi sulla nuca e poi li ho lasciati di nuovo cadere, perché mi sembravano belli nonostante tutto, perché tu forse li avresti sollevati piano piano e lungo la mia schiena avresti trovato la tua strada. Perché da qualche parte si dovrà pur cominciare e io volevo lasciare a te la possibilità di farlo.

La sera prima del nostro ritrovarci, sono andata a dormire ingannando me stessa con una romanzo di Thomas Hardy, nascondendo la certezza che non mi sarebbe piaciuto.

Eri tornato ed io pure. Davanti alla porta di quell’ambulatorio che conoscevo così bene ho atteso il mio turno con finta diligenza. Ho contato a quanti altri tuoi pazienti ero in coda, e un istante erano troppi e l’istante dopo erano troppo pochi. Ogni volta che uscivi e invitavi il prossimo ad entrare, io guardavo lontano da te e dalla tua porta, cercavo un posto immune ai disinganni. Poi è rimasta quell’ultima paziente ed è entrata, una donna anziana con le mani di cartapesta che per tutto il tempo della sua attesa aveva sfogliato una rivista nel senso contrario. Dopo ci sarei stata io, tutto poteva finire e io non avrei potuto porvi rimedio, riavvolgere il nastro.

Hai chiamato il mio nome ed io sono entrata. Ho chiuso la porta alle mie spalle e quando ho alzato lo sguardo mi hai sorriso e detto, ciao come stai, come avevi sempre fatto. Mentre camminavo verso la scrivania oltre la quale tu ti eri già seduto, ho avuto la certezza che il mio passo claudicante non sarebbe mai stato in sincronia con il tuo quasi amichevole saluto. Mi sono seduta. Ho visto la tua fede nuziale diventata stretta attorno a qualche chilo messo su negli anni, i tuoi capelli spessi accorciati di recente, gli stessi occhi piccoli e scaltri che dieci anni prima mi avevano osservata con la stessa attenzione con cui si osserva un dipinto.

Sei tornato, e anche la cosa sciocca è tornata.

Ciao-come-stai, dal giorno del nostro ritrovarci è diventata una domanda alla quale non riesco più a rispondere senza desiderare che tu me lo chieda incondizionatamente. Ciao-come-stai, come lo si chiede ad una persona che ci è cara davvero. Per sapere come sto al di là di tutto, al di là di questa vita alla quale tu un pomeriggio hai dato un nome che ho imparato a conoscere. Per sapere cosa sono ancora capace di fare.

Perché se quel giorno arrivasse, io finalmente potrei rispondere e tu, dimmi tu come stai. Parlami della birra che hai bevuto con gli amici nel fine settimana, raccontami se aveva il sapore fruttato delle cose belle quando stanno per nascere, e tutto è possibile e non hai scelte da fare, e allora puoi ridere con la frivola certezza che la tua vita, tutta ancora da scoprire, sarà più consistente del fumo della prossima sigaretta che penderà dalle tue labbra. O forse quella birra aveva il sapore amaro delle cose già tutte dette, già tutte fatte, e non rimane altro da fare se non il burattino di una giostra ormai deserta. Dimmi quanti caffè bevi ogni mattina ripromettendoti che dal giorno dopo, sempre dal giorno dopo, ne berrai uno in meno. Dimmi che peso hanno i tuoi giorni e a quale punto di quel tuo sogno, sempre lo stesso dannatissimo sogno, le tue notti si ostinano a morire. Raccontami di chi sei l’orgoglio, l’investimento ripagato; e dimmi anche se è questo ciò che hai sempre desiderato fare: camminare a ridosso del dolore di persone sconosciute, dare loro la mano facendo attenzione a non lasciarsi contaminare. Come stai. Parlami della musica che ti piace, e di quella che ascolterai oggi in auto verso casa, quali parole sceglierai per accompagnare i pensieri di tutte le cose che avresti potuto fare e non hai fatto, oppure che avresti potuto fare meglio, o non fare affatto perché tanto, a conti fatti, la vita di un corpo è un mistero e tu sei solo un uomo.

E poi raccontami, parlami, dimmi se sotto la doccia – dentro il vapore, fuori le urla dei tuoi figli e la delusione muta della persona che hai sposato – succede anche a te, certe mattine bastarde, di desiderare di essere solo un pesce tra tanti e da cui nessuno, in fondo, si aspetta un granché.

Dimmi se anche tu senti male, e dove, e come si chiama il tuo dolore la tua vita di tutti giorni, e se posso io toccarti, dirti che è trattabile e che starai meglio, dirti che andrà tutto bene.

E allora vedi, lo vedi anche da solo, che questa cosa sciocca che mi è successa è un incesto, un incontro inopportuno tra il mio corpo malato e il desiderio non autorizzato che ho di te.

Quindi forse dovrei alzarmi e andarmene con questa consapevolezza, andarmene con la mia malattia ben trattata, arginata, con la mia cassaforte di pillole collaudate. Non entrare. Alzarmi da questa sedia diventata scomoda in una sala d’attesa orami vuota. Perché se ne sono andati via tutti; uno dietro l’altro i tuoi pazienti si sono succeduti in silenzio e io non sono riuscita a tenere il conto del tempo ancora a mia disposizione.

Mi alzo, mi devo alzare perché hai aperto la porta e detto il mio nome. Entro. Mi guardo attorno e penso che in fondo è tutto come sempre. La stessa scrivania arruffata, lo stesso computer, le stesse due sedie, lo stesso appunto appeso in bacheca. E anche la cosa sciocca è la stessa.

Ciao come stai, mi domandi. E capisco che anche oggi sarà com’è sempre stato in questi dieci anni, e che è necessario che sia così affinché funzioni. Anche oggi tornerò a casa e farò buio per ripararmi dall’ostinazione del giorno, e questa cosa sciocca che mi è successa sarà sul mio collo, dentro la mia bocca, la sentirò scivolare sulle natiche, mordermi i seni piccoli e rifugiarsi tra le mie gambe. Sentirò il mio respiro risvegliarsi senza dolore. Perché al buio sono ancora perfetta, niente di me cede. Al buio, negli anfratti sani della mia vita, il mio corpo che tocca il tuo non conosce compromessi. Tu mi domandi come sto e io ti guardo e penso che sarà bellissimo, come sempre, che sarà piccolo e leggero e bellissimo. Perciò ti rispondo che a volte va meglio e a volte peggio, che quel farmaco non funziona e quell’altro funziona poco, ma è pur sempre trattabile e tutto sommato va bene, va bene anche così.

La famiglia su YouTube. Dai bagnetti ai prediciottesimi

1

di Alberto Brodesco

Un estratto dall’ Archivio Trentino, 1/2014, numero speciale “Pratiche del film di famiglia. Memorie amatoriali dall’archivio alla rete”.

«Emerson – Mommy’s Nose is Scary! (Original)» riprende per 58 secondi un bambino su un seggiolone. La descrizione del video, caricato dalla madre, recita: «My five-and-a-half-month old son Emerson isn’t sure what to think when I blow my nose. Sometimes he’s terrified, then he can’t stop laughing». Il video conta in data 15 luglio 2014 quasi 56 milioni di visualizzazioni e 216.000 ‹like›. «Baby Laughing Hysterically at Ripping Paper (Original)» mostra un bambino che ride mentre il papà strappa una lettera: 70 milioni di visualizzazioni e 236.000 like. Un altro video assunto alla celebrità è «David After Dentist». Mostra un bambino che delira sotto l’effetto di un sedativo ed è stato visto da 125 milioni di persone. Il video dei record, infine, riprende due fratellini. Il più piccolo morde l’altro, che esprime il commento eponimo «Charlie bit my finger». Si contano qui 740 milioni di visualizzazioni e 1 milione e 300 mila like.

Queste sono solo le piccole star familiari di YouTube, le stelle più brillanti di un universo sconfinato di autorappresentazioni familiari di cui cercheremo di individuare e analizzare alcune sedimentazioni discorsive in grado di segnare i punti cardine della vera e propria mutazione socio-culturale avvenuta nella transizione dal passato analogico al presente digitale.

Il salto da un’epoca di scarsità, in cui la pellicola era un bene prezioso che andava risparmiato, alla suddetta era dell’abbondanza o dello «spreco iconico» (Gilardi, 2000, p. 311) produce una prima distanza tra lo ieri e l’oggi. Non è più necessario impegnarsi in quella che era la vera questione chiave per il cineasta amatoriale, ovvero l’accurata selezione di specifiche porzioni di realtà. Venendo meno il bisogno di preoccuparsi dell’esauribilità del supporto materiale, cioè di delimitare una frazione di tempo, la durata di osservazione si estende, le riprese si allungano, lo sguardo si sofferma e permane.

I modi con cui viene rappresentato su YouTube un momento canonico del film di famiglia, il ‹bagnetto› del neonato, forniscono un buon punto di osservazione su questo primo effetto. Bisogna intanto prendere atto dell’enorme disponibilità di bagnetti su YouTube: digitando in italiano ‹primo bagnetto› (fra virgolette) il motore di ricerca restituisce 7.310 video; utilizzando l’inglese ‹first bath› come parola chiave si trovano circa 140.000 filmati. I primi trenta risultati delle ricerche nelle due lingue, raccolti come campione, mostrano che i video con ‹primo bagnetto› nel titolo o nella descrizione hanno una durata media di 4 minuti e 37 secondi (mediana: 3’48”), mentre i video taggati ‹first bath› durano in media 7’52” (mediana 6’36”). A volte i genitori riprendono integralmente il bagnetto, con durate che giungono fino ai 19 minuti. Al di là dell’esigenza di risparmiare, all’epoca della pellicola la stessa durata fisica delle bobine rendeva impossibile girare delle sequenze di tale lunghezza.

Strettamente associata a questa, una seconda conseguenza della digitalizzazione del video di famiglia ha a che fare con i contenuti, con ciò che viene registrato dalla videocamera. Ai momenti canonici che continuano a essere filmati (matrimoni, compleanni, primi passi…) si sommano ora i fatti più minuti, considerati un tempo scarsamente rilevanti, non meritevoli di essere ripresi. Entrano nell’inquadratura i piccoli momenti del quotidiano. I video esplorano senza fretta i territori dell’effimero.

[…]

Le parole svolgono una funzione fatica, servono a ribadire l’esistenza di chi le pronuncia. È facile per lo spettatore porsi in una posizione di superiorità rispetto a tale esposizione ingenua del quotidiano più minuto e alle considerazioni verbali che la accompagnano. Eppure i numeri dimostrano che vlog come questi richiamano un interesse di massa. PepperChocolate84 è una ‹fashion e make-up guru›, una partner di YouTube, una professionista in grado di guadagnare grazie al suo canale, la star di uno «star system tutto interno a YouTube» (Nencioni, 2013, p. 75). In data 6 giugno 2014, PepperChocolate84 è autrice di 687 video – tutorial, consigli di abbigliamento e di stile, racconti di viaggio e di vita privata. Il suo canale ha 137.677 iscritti. La concezione di ‹famiglia› che viene così a stabilirsi assume evidentemente una forma particolare: PepperChocolate84 non solo condivide pubblicamente la sua vita familiare, ma la vende.

La somma tra prolungamento dello sguardo sull’oggetto inquadrato e ripresa dell’effimero finisce per estendere il territorio del filmabile, la cui capienza abbraccia ora tutti gli spazi e tutti i luoghi, come se la realtà fosse divenuta un lunghissimo piano sequenza. Dal punto di vista tecnologico tale apertura degli orizzonti del possibile è simbolizzata dall’invenzione dei Google Glass e dalla progettazione della videocamera GoPro. La camera diventa un terzo occhio, raddoppia la percezione, conserva traccia registrata di tutto ciò che l’individuo ha percepito. La rassicurazione psicologica fornita da questa opzione ne decreta il successo: «la memoria privata è ormai perfettamente controllabile grazie al suo spostamento dalle incertezze dell’organico alla sicurezza dell’inorganico» (Eugeni, 2009, p. IX).

Se, prima, la presenza della cinepresa stabiliva un’eccezione, ora l’ubiquità della videocamera o del videofonino è la regola, l’ordinario. La registrazione (o la registrabilità) del quotidiano fa parte dell’orizzonte degli eventi della società contemporanea.

[…]

La disponibilità costante di dispositivi mobili a portata di mano dell’individuo produce inoltre degli effetti legati alle modalità stesse della rappresentazione o dell’autorappresentazione. Si può infatti osservare la perdita dell’«afflato corale e inclusivo» (Cati, 2013, p. 106) che contraddistingueva l’home movie, con un conseguente passaggio enunciativo dal ‹noi› all’‹io›. Oggi i racconti di sé ‹familiari› o collettivi sono decisamente minoritari rispetto all’enorme mole di video concentrata non sulla famiglia ma sull’individuo.

[…]

Il cineamatore in pellicola svolgeva un ruolo sociale, filmando la famiglia per la famiglia, per lasciare un lascito al nucleo domestico o ai propri figli. La visione collettiva nel corso delle serate di proiezione rinsaldava l’unità degli affetti. Di preferenza, i video sono invece oggi destinati alle pagine o ai canali personali di FaceBook, YouTube, eccetera. Se prima la comunicazione mirava a un ‹noi› condiviso e voleva sedimentare anche una testimonianza per le future generazioni, ora ci si indirizza prevalentemente al presente parlando in prima persona singolare. Lo stesso payoff di YouTube, «Broadcast Yourself», è da intendere come un ‹tu› più che come un ‹voi›. La celebre copertina di Time del 2006 che celebra l’avvento del web 2.0 eleggendo ‹You› come «person of the year» si può interpretare alla luce della stessa connotazione. La copertina mostra lo schermo di un computer ricoperto di una superficie riflettente, lasciando già spazio alle interpretazioni culturali che puntano l’indice contro la presunta «epidemia di narcisismo tra i giovani» – ormai un luogo comune segnalato con toni preoccupati da quotidiani felici di pescare tali dati dal mare magnum della ricerca accademica («ben il 70% dei ragazzi è ‹malato› di narcisismo, fenomeno che sta dunque raggiungendo dimensioni epidemiche»). Eppure sin dagli anni settanta, scrivendo di videoarte, Rosalind Krauss (1976, p. 50) suggeriva che una deriva narcisistica fosse interna a un medium come il video che induce l’artista a cercarvi uno specchio. Il videofonino, portatile, agile e personale, non ha fatto altro che accentuare (mcluhanianamente) questo aspetto.

I processi di mediazione e di auto-mediazione, prerequisiti essenziali per la soggettivazione, attraversano dunque un’evoluzione tecnologica. La costruzione del sé si ricalibra all’interno dell’interazione sociale offerta dai Social Network Sites. La presentazione o rappresentazione del sé – un’operazione drammaturgica, concepita per una pluralità di palcoscenici e per una molteplicità di audience (Goffman, 1969) – è calata in un’era di vetrinizzazione sociale (Codeluppi, 2007), di auto-spettacolarizzazione o di confezione del sé a fini spettacolari. I SNS sono luoghi dove formulare, moltiplicare e negoziare identità, dove essa viene ‹messa in forma› o inventata. Giorgio Agamben (2006, p. 23) parla di una «disseminazione che spinge all’estremo l’aspetto di mascherata che ha sempre accompagnato ogni identità personale». Rappresentarsi vuol dire anche ri-presentarsi, ri-conoscere se stessi dopo aver attraversato un processo di oggettivazione: lo specchio della foto o del video serve a vedersi a distanza, a creare un gap, una separazione tra il sé e il mondo esterno. Tale piazzamento a distanza del sé presuppone tuttavia una separazione minima. Il selfie prevede che la fotocamera si collochi a distanza di braccio o di selfie stick. Non ci si allontana mai davvero troppo da se stessi.

Riferimenti bibliografici

Agamben, Giorgio

2006 Che cos’è un dispositivo? Roma: nottetempo.

Cati, Alice

2013 Immagini della memoria. Teorie e pratiche del ricordo tra testimonianza, genealogia, documentari. Milano-Udine: Mimesis.

Codeluppi, Vanni

2007 La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società. Torino: Bollati Boringhieri.

Eugeni, Ruggero

2009 «Mrs. Bathurst. Il cinema come operatore della memoria privata». Prefazione in: Pellicole di ricordi: film di famiglia e memorie private (1926-1942). Di Alice Cati. Milano: Vita & Pensiero: VII-IX.

Gilardi, Ando

2000 Storia sociale della fotografia. Milano: Bruno Mondadori.

Goffman, Erving

1969 La vita quotidiana come rappresentazione. Bologna: Il Mulino (ed. orig. The Presentation of Self in Everyday Life. Garden City, NY: Doubleday, 1959).

Kraus, Rosalind

1976 «Video: The Aesthetics of Narcissism». October. Cambridge, MA, v. 1: 50-64.

Nencioni, Giacomo

2013 «I make up tutorial di YouTube e il caso Clio make up: gli stardom di Internet e i transiti tra web e nuova tv». In: Factual, reality, makeover Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporaneaV. A cura di Veronica Innocenti e Marta Perrotta. Roma: Bulzoni: 75-84.

Lo Sciame Digitale, i Big Data e la Psicopolitica

1

di Domenico Talia

La nuova folla senza animo e spirito è lo sciame digitale. Così la pensa Byung-Chul Han, il filosofo nato a Seul che insegna filosofia e teoria dei media a Berlino. Negli ultimi anni Han ha pubblicato alcuni saggi sulla globalizzazione e sugli effetti delle nuove tecnologie sugli esseri umani e sulle loro società. Nello sciame. Visioni del digitale (ed. Nottetempo) è l’ultimo suo breve libro pubblicato in Italia. Le riflessioni di Han stavolta sono dedicate al nuovo popolo che vive nel mondo dei media digitali e che lui ha definito, appunto, “sciame digitale”. Una comunità composta da individui anonimi che solo apparentemente condividono pensieri e azioni, ma che spesso si perdono nella conta dei “mi piace” e dei preferiti e non riescono a trovare modalità efficaci per esprimere le loro energie collettive.

Femminismi: teoria, critica e letteratura nell’Italia degli anni 2000

2

di Margherita Marras

(Introduzione al volume Femminismi: teoria, critica e letteratura nell’Italia degli anni 2000, “Narrativa”, n. 37/2015)femminismi

Da cosa nasce l’esigenza di questo volume? Perché i Femminismi?

Si potrebbe partire dalla riattualizzazione su parafrasi di una celebre canzone del femminismo militante degli anni 70: “Noi siamo stufe”. In questo caso, però, non si tratta di rimettere in discussione la dominazione maschile nel quotidiano delle casalinghe, ma piuttosto di rivoltarsi al significato, al senso e all’uso mortificato (e corrente) attribuito al femminismo; innanzitutto, dai molti (troppi) dei non addetti ai lavori: circoscritto temporalmente a un periodo cominciato e conclusosi negli anni ’70, il femminismo è da costoro generalmente dipinto con dei tratti che, scolpiti in una (a)memoria storica deformata, rimandano alle forme sminuenti e grottesche di un’espressione gridata (se non isterica) e di opposizione virulenta al “maschio”, tendenzialmente androfobica o misandrica che dir si voglia.

Non meno fastidioso è l’appiattimento essenzialistico e distorto del femminismo: scarnificato, ridotto ai minimi termini e giocato a suon di slogan da tuttologi opinionisti nei vari talk show, da presentatrici “specialiste” della comunicazione televisiva con milioni di spettatori al seguito (si veda Barbara D’Urso) che liquidano la loro “militanza” in battute da bettola e, finanche, da cantanti e autori[1] di testi in cui la “specificità femminile” si perde nei meandri della facile e non problematizzata questione/equazione donna uguale donna. Una specificità Donna, dunque, conclamata con assurda fatuità e giustificata sulla base di una “natura” femminile di biologica ascendenza che, oltre a spazzare con frivolezza il salutare concetto della diversità tra donne, viene continuamente misurata su una contrapposizione stereotipica all’uomo: Donna dispensatrice di pace contro l’uomo guerriero, sensibilità femminile contro arroganza maschile, romanticismo contro nichilismo, sentimentalismo contro sessualità, educazione contro trivialità, ecc. E queste sono solo alcune delle tante facilonerie costernanti che alimentano i “pensieri” pseudo-femministi, creando disagio e disappunto presso tutti coloro i quali portano con sé la coscienza e la memoria della combattuta e contrastata storie delle donne e conoscono il prezioso apporto politico e culturale del femminismo. La constatazione prima che ne deriva è la leggerezza imperdonabile di chi, proclamandosi femminista senza conoscerne minimamente contorni e sfumature, dimostra di ignorare il fondamento stesso del femminismo: la complessità!

Il femminismo non è un fenomeno confinabile in semplicistici schemi, come dimostrato dal suo andamento carsico, dalla pluralità delle sue manifestazioni e forme, dalla sua capacità di attraversare e muovere nuovi saperi da un territorio all’altro e di situarsi e di confrontarsi con specifici contesti culturali e geografici. Il femminismo è un fenomeno all’interno del quale ci si muove (anche da esperti conoscitori) sempre con una certa cautela: per il funambolismo che sottende la sua vocazione a una differenza affermata e la sua volontà di distruggere le barriere; per le rivendicazioni avanzate di una diversità che si vuole precisa nelle sue connotazioni ma fluida se ricondotta alle sue multiple versioni; per la sua configurazione impura dovuta all’infinità dei pensieri e delle teorie nei quali si è espresso e si esprime (da cui il sempre più corrente uso plurale di “femminismi”), implacabilmente e forzatamente sottomessi alla variabilità e all’effimero temporale.

Il femminismo ha dunque fallito? Sì, se ci dovesse limitare alle facilonerie sopra menzionate e se si estendesse la nostra riflessione, rincarando la dose, a quella porzione di campo letterario/editoriale in cui a vincere sono gli stereotipi di genere – spesso ricuciti sulle basi del più becero fallogocentrismo –, trasformati in improbabili marcatori identitari e tesi ad affermare un “femminesco” essenzialismo (che niente ha a che fare con lo storico femminismo della differenza), chiamato a codificare un genere letterario minore – “femminile” per l’appunto – dispensatore di rosee vedute, di sciacquatissimi intrecci sentimentali e di amori controversi per “anime semplici” (si veda in questo volume l’intervista a Maria Rosa Cutrufelli). Difatti, a fronte di case editrici capaci di considerazioni lucide, obiettive e non sessualmente discriminanti, è copiosa la schiera di editori per i quali la promozione di questa edulcorata idea di “femminile” è del tutto speculare a una sua spendibilità sul mercato, giacché perfettamente corrispondente ad attese e bisogni di una fetta di pubblico ammansito e tautologicamente abituato a nutrirsi delle sue aspettative comode e rassicuranti. Purtroppo, declinare la grammatica dei ruoli allo sminuente ritmo della negoziazione commerciale significa orientare e disciplinare le scelte testuali, di ricezione e promozionali su un’identità di genere imbalsamata in anacronistici stereotipi che, all’origine di pericolose asimmetrie, scadono immancabilmente nell’assoluto discriminante, danneggiando le donne, alcune delle quali, peraltro, non sono sempre candide e innocenti in questa speculazione (si vedano le interviste ad Antonio Moresco e a Maria Rosa Cutrufelli).

Inutile negarlo: ci troviamo oggi nel pieno di una re-mistificazione del concetto Donna, circoscritto in un fortino anche se di sabbia, che per superficialità si iscrive nella chiave anti-femminista più radicale e, cioè, in un sistema stereotipato che supporta e alimenta non solo la marginalizzazione ma anche l’inconsistenza delle donne, la cui natura, costruita su una differenza biologica dozzinale, ritrova il peggio di quel senso universalizzante e universale della tradizione occidentale che molti femminismi, soprattutto dopo gli anni ’70, hanno tentato di demistificare e combattere.

Benché tutto ciò mostri chiaramente l’effetto “muro di gomma” del femminismo in Italia, sarebbe quanto mai ingiusto parlare di un suo fallimento. La sua poca penetrabilità e la conoscenza distorta di cui è oggetto si potrebbero invece ricondurre all’arroccamento di molte delle sue esponenti storiche nei circoli e luoghi ristretti delle loro formulazioni teoriche (prevalentemente fruibili a un pubblico di nicchia), ma soprattutto alla sua banalizzazione mediatica, alla poca sensibilizzazione sulle questioni di genere nelle scuole, alla scarsissima rilevanza e diffusione nell’istituzione accademica italiana di Women’s e Gender Studies[2] dalla quale dipende, d’altra parte, il ritardo degli studi accademici in materia di femminismo, e tanto altro. Da qui l’urgenza e l’esigenza di questo volume.

Tuttavia, malgrado ritardi e semplificazioni, sono comunque percettibili in Italia, negli ultimi anni, una pratica e una teorizzazione femminista sempre più feconde e di alta qualità, come confermato tanto dagli studi a opera di intellettuali e accademiche consolidate – sociologhe, linguiste, filosofe –, disciplinarmente sensibilizzate all’urgenza di rivedere i riposizionamenti nelle relazioni di genere alla luce dei nuovi schemi culturali e sociali profilatisi all’interno dello spazio femminile, quanto dalle pubblicazioni di giovani studiose formatesi in luoghi storicamente più consoni e inclini agli studi di genere e, quindi, alla costruzione di identità mobili, intersezionali, transessuali, queer, ecc.

Ed è proprio a questo femminismo, criticamente più attento alle nuove configurazioni della realtà e della società italiane, che abbiamo voluto guardare facendo appello ad alcune delle sue rappresentanti, consolidate e nuove.

A coloro i quali conoscono la rivista Narrativa, e dunque la sua vocazione prioritariamente letteraria, parrà strano ravvisare in questo volume lo sbilanciamento percentuale tra i testi di matrice sociologica, quantitativamente superiori, e gli studi di critica letteraria. Esistono delle precise motivazioni e altrettante risposte a questa evidenza. In primis, la vistosa carenza (praticamente assenza) in Italia, di studi critici o problematizzazioni letterarie che, in congiunzione con i pensieri femministi, abbiano abbracciato l’insieme della produzione delle donne. La seconda ragione, a essa strettamente legata, è la nostra profonda consapevolezza che i saggi e contributi di natura sociologica, filosofica ecc. offrono, in prospettiva interdisciplinare e comparata, spunti analitici indispensabili per comprendere la complessità della produzione letteraria delle donne e per suggerire l’adozione di possibili posizionamenti e prospettive critiche: da dove partire, come e cosa cercare. Ma esistono anche altre ragioni che saranno sviluppate nel corso di questo percorso introduttivo.

L’apertura del nostro volume è affidata a due studi, quello di Karine Bergès e quello di Alessandra Montalbano, che ci proiettano nelle peculiarità e conflittualità dei femminismi della terza ondata, rispettivamente in Francia e in Italia. Abbiamo voluto iniziare con la Francia per ragioni di prossimità socio-culturale e per i legami storici di stampo femminista con il nostro paese (la pregnanza teorica del femminismo della differenza in Italia, ancora ai nostri giorni, ne è esempio tangibile). In ambedue i testi, a emergere sono le ramificazioni multiple del femminismo, la sua eterogeneità e la sua plurivocalità, che mostrano chiaramente quanto esso sia poco incline all’immutabilità e refrattario a eterne categorizzazioni. Le due studiose pongono le basi per una riflessione che, se volessimo estendere in ambito critico-letterario, aiuterebbe sicuramente a una migliore valutazione delle articolazioni varie e possibili tra femminismi e creatività.

E di queste congiunzioni parla nel suo articolo Giovanna Zapperi riferendosi alla ripresa sperimentale dei testi di Carla Lonzi, icona del femminismo italiano degli anni ’70, effettuata da alcune giovani artiste. Zapperi rileva quanto il riadattamento di questi testi abbia consentito un’interessante attualizzazione dialogica con le pratiche del femminismo del terzo millennio e sottolinea la suggestiva proposta di cui è portatore: l’intreccio possibile tra arte, femminismo, creatività, linguaggio, soggettività.

Nonostante la persistenza di un’etica minimale comune rispetto al femminismo del passato, sono evidenti, come già precisato, i suoi adattamenti e le aperture alle nuove sfide che si sono imposte e si impongono in termini di mutazioni politiche, sociali e culturali. Infatti, molte delle particolarità dei femminismi della terza ondata riposano sulla complessità di fenomeni soggiacenti alla compressione-spazio temporale e all’intrecciarsi di reti e relazioni transnazionali specifici all’epoca globale, tra i cui effetti diretti si può menzionare il moltiplicarsi delle letture di problematiche contestuali su base trasversale e trans-storica. Così emerge dallo studio di Patrizia Violi che problematizza il fenomeno del femminicidio contestando l’interpretazione patriarcale – che lo riconduce a singole, diffuse e parcellizzate storie individuali – e indagandolo nella sua dimensione politica e transnazionale. Violi ci offre, in tal modo, una lettura geograficamente e culturalmente globale del femminicidio presentato come una sorta di costante universale, un filo rosso che ha le sue radici proprio nel patriarcato e, più precisamente, nel dominio del maschile sul femminile, individuando la misoginia come causa scatenante, trasversale e trans-storica, di queste uccisioni di donne perché donne.

L’infittirsi di reti e di relazione transnazionali propri alla globalizzazione è altresì dovuto al moltiplicarsi delle migrazioni dai Sud al Nord del mondo, che è all’origine, oramai da tempo, dell’arrivo massiccio anche in Italia di cittadini stranieri. La riflessione critica di Franca Balsamo porta alla luce i punti di forza e i punti nevralgici dell’incontro tra femminismi e donne “migranti”. A fronte dei risultati di integrazione e di collaborazione tra donne ottenuti dal femminismo attivista, politicizzato, associazionista e dall’apporto delle nuove generazioni di femministe militanti formatesi nelle università europee a sensibilità neo-femminista, la studiosa fa osservare che continuano a permanere per le “migranti” dei problemi di auto-rappresentazione ma anche di rappresentazione, visto che, nei luoghi preposti alle riflessioni teoriche e politiche dei femminismi italiani, esse sono ancora paradossalmente costruite come “‘straniere o immigrate’, anche quando siano nate in Italia e magari sono già cittadine italiane”.

Questa difficoltà italiana di rappresentatività sottolineata da Franca Balsamo, ci aiuta a comprendere le rigidità che sottendono, in ambito letterario, l’eccessiva categorizzazione critica delle scritture definite “migranti” che è oggetto, da tempo, di una rimessa in discussione proprio per l’evidente ambiguità di attribuzione indiscriminata dello statuto “migrante” a scrittori e scrittrici, spesso cittadini/e italiani/e o nativi/e di seconda generazione e/o culturalmente a cavallo di più culture. Tale questione si complica ancora di più se analizzata dal punto di vista delle autrici che, oltre a condividere con i loro corrispettivi di sesso maschile l’assimilazione a una data zona letteraria determinata da vincoli geografici e/o di anagrafe (o di presunta “non italianità”), devono fare i conti con altri accorpamenti legati, questa volta, a ragioni di identità biologica. La distinzione tra autrici italiane e italofone, spesso praticata, spinge di fatto verso la loro catalogazione nello spazio di un’identità al femminile fissa e gerarchicamente asimmetrica (rispetto alle scrittrici “italiane”) e, quindi, a un loro imprigionamento in un limbo letterario, una sorta di paradossale enclave dell’indistinto – perché si rischia di semplificare l’importanza delle diverse provenienze e esperienze, il talento e lo stile di ognuna di loro –, e del distinto – perché viene frequentemente applicata nei loro testi una compulsiva ricerca di elementi classificatori che possa giustificare l’esistenza di un marchio, di uno stile comune e quindi di un genere associabile alla doppia etichetta “migrante/femminile”. In tale procedere, ad apparire evidente è la mancanza di un’appropriata conoscenza delle dinamiche di variazione del genere e della soggettività femminile ripensata alla luce della complessità, della molteplicità, della contraddittorietà, della fluidità (si vedano Donna Haraway, Monique Wittig, Rosi Braidotti, Teresa de Lauretis, Susan Stanford Friedman, ecc.) che potrebbe indubitabilmente offrire un utile e giusto supporto d’analisi.

Con Krizia Nardini entriamo, invece, nel pieno di un dibattito che, soprattutto in questi ultimi anni, apre nuovi varchi all’interpretazione del femminile e del maschile. A ragion veduta, la studiosa sottolinea che gli uomini – benché analizzati sotto differenti angolazioni, criticati o ignorati – sono sempre stati indissociabili da tutte le teorizzazioni e le riflessioni critiche dei femminismi. Allontanandosi dai pericoli di essenzialismi al maschile, Nardini precisa che, nonostante l’indubbio avvicinamento degli uomini a problematiche femminili e femministe, esistono ancora delle difficoltà di dialogo rilevabili, in particolar modo, presso coloro i quali rispondono o si avvicinano maggiormente ai modelli normativi di maschilità, dominanti nelle società fondate sul sex/gender system eteronormatico di struttura patriarcale: biomaschio etero, bianco, occidentale e borghese.

E sulla non semplice questione relativa a “femminismo e uomini” ritorneremo per argomentare le nostre intenzionalità progettuali e le attese originarie – profondamente e pragmaticamente tradite – riposte in questo volume, concepito agli inizi sulla base di tre sezioni di cui la seconda avrebbe dovuto comportare una serie di studi incentrati su una lettura della produzione e della creazione letteraria delle donne.

Intenzionalità progettuali e attese originarie che avrebbero dovuto rispondere a due esigenze in particolare: da un lato, volevamo produrre dei materiali critici che, temporalmente, inglobassero la prima ondata femminista e si estendessero fino all’epoca iper-contemporanea e che, spazialmente, fossero circoscritti all’Italia giacché, come si è detto, mancano critici e teorici della letteratura che abbiano unito i femminismi a un’analisi dell’insieme della produzione letteraria italiana delle donne, e questo malgrado si sia registrata in questi ultimi tempi l’apparizione di monografie e di encomiabili studi prodotti dalla Società Italiane delle Letterate, e malgrado il proliferare di antologie e di collane di studi femministi; dall’altro lato, nutrivamo l’ambizione di poter apportare nuove riflessioni critiche che coniugassero i femminismi e la letteratura delle donne, naturalmente nella piena consapevolezza dei rischi che una tale impresa sottende.

Chiunque si interessi di letteratura sa bene che a ogni nozione di genere corrisponde una ricorrenza misurata sull’esperienza letteraria da cui, sovente, emerge la difficoltà di una sua schematizzazione e di una sua codificazione normativa. A giusto titolo, Alastair Fowler[3] attribuisce al genere le costanti della mobilità e della trasformazione e precisa l’impossibilità di racchiuderne l’identità tra un’origine e un punto di arrivo. Il risultato non cambierebbe se si cercasse di utilizzare come essenza normativa, in letteratura, l’appartenenza di genere. La stessa Virginia Woolf, quando in Una stanza tutta per sé (1929) affermava l’esistenza di una scrittura femminile sollecitando le donne a impegnarsi per una sua definizione, era ben conscia dei pericoli insiti nelle spiegazioni e attribuzioni di senso risolutive.

Non abbiamo, dunque, mai avuto la pretesa di “canonizzare” stili e modi di scrittura “propri” alle donne, né di proporre un “genere (letterario) del genere”, dato che è sempre stata forte in noi la convinzione dell’impossibilità, nonché inutilità, di definire una “letteratura femminile” in opposizione a presunte modalità di “scrittura maschili”, ben consce dei rischi di caduta secca nell’indistinto universalizzante e/o dell’attivazione di nuovi luoghi comuni. Nelle nostre intenzioni iniziali si intendeva piuttosto interrogare i testi sul vasto crinale delle relazioni di genere con l’obiettivo di individuare pratiche di scritture antagoniste o convergenti rispetto a modelli egemonici patriarcali, con uno sguardo possibilmente diacronico che permettesse di tracciare evoluzioni e cambiamenti; ed anche di valutare l’incontro/scontro tra pensieri, scritture e pratiche narrative/artistiche delle donne e le teorie femministe, nonché di sottolineare i rapporti possibili tra genere e creatività artistica anche alla luce delle preziose acquisizioni delle revisioni postulate dal gynocritism o dai nuovi femminismi interculturali.

Insomma, volevamo cogliere nell’esperienza letteraria e nella critica aspetti e sfumature del genere, facendolo valere euristicamente, senza snaturare la variazione insita e intrinseca alla sua dinamica evolutiva, come criterio possibile di leggibilità della letteratura delle donne.

Ma l’ambizione più coraggiosa è stata sicuramente, come già accennato, quella di aver voluto affidare questa seconda sezione quasi esclusivamente a mani maschili. Non sarebbero mancate donne di esperienza, competenti in materia e capaci di affrontare questi discorsi, ma per una serie di ragioni abbiamo voluto puntare soprattutto sui critici uomini. Intanto perché molti colleghi hanno prodotto studi letterari di grande interesse su autrici o personaggi femminili (eroine, madri, figlie ecc.), mentre negli studi relativi ai femminismi la loro è una (quasi) totale assenza. Con Silvia Contarini ci chiedevamo, da tempo, se dietro quest’assenza si celasse un’esclusione dovuta a retaggi culturali o, seppure, si trattasse di una volontaria auto-esclusione. Coinvolgere i colleghi uomini è stata quindi una sfida, con sottesa però l’ingenua certezza che l’avremmo vinta: ai nostri occhi appariva paradossale che i femminismi potessero (ancora) scoraggiare gli otto colleghi sollecitati a partecipare al volume. Tanto più che la scelta dei critici in questione è stata mirata e cioè rivolta a studiosi di letteratura italiana contemporanea di grandi capacità, muniti di strumenti teorici e di conoscenze critiche spesso, fatto da non sottovalutare, “imparentati” con i femminismi: specialisti di postcoloniale, di postmodernità, esperti conoscitori delle critiche post-strutturaliste e decostruzioniste o di letteratura della migrazione. Con grande candore, già immaginavamo il loro fruttuoso apporto epistemologico di revisione ispirato al New Historicism o applicato a quell’abietto “orientalismo” che è stato presente anche in casa nostra, evincibile non nella forma imperialista (o non solo) denunciata dalla critica saidiana, ma negli assiomi di un sistema letterario – organizzato, per lungo tempo, sulla base della più classica delle dicotomie: centro (i maschi) e margini (le donne) – in cui tanto indecorosi quanto numerosi sono stati gli ostracismi e gli sbarramenti all’accesso alla scrittura subiti e posti alle donne, dei cui destini sono state costanti ricorrenti l’inespugnabilità dei territori di produzione culturale e la derubricazione del femminile, evidente nella moltitudine di rappresentazioni stereotipate e di formule generalizzanti, quando non disumanizzanti (tra mostro e madonna, diceva Woolf a proposito dell’immagine deformata della donna data dall’uomo).

Ci sarebbe piaciuto conoscere il punto di vista dei colleghi più vicini al post-strutturalismo riguardo alla controversa questione dell’identità autoriale che ha opposto i teorici fautori della morte/rimozione/neutralità dell’autore (“Cosa importa chi parla?” diceva Michel Foucault) e le femministe dei saperi situati e della politica del posizionamento (Adrienne Rich, Donna Haraway, Susan Stanford Friedman, ecc.) che, consapevoli dell’importanza referenziale a un’identità femminile così come dei pericoli insiti nelle teorizzazioni di un io dato universale ed essenzialista, si schierano per il mantenimento di un’idea di soggettività femminile, ma sempre in divenire e ripensata sulla base della plurivocalità e della pluridimensionalità.

Ci sarebbe piaciuto se i colleghi, in prima linea su questioni letterarie afferenti al postcoloniale e/o alla migrazione, avessero portato il loro contributo allo studio del fenomeno letterario italiano delle cosiddette “scrittrici migranti”, valendosi, per esempio, delle numerose suggestioni provenienti dai femminismi postcoloniali, intersezionali, transnazionali – di cui sono state promotrici Kimberlé Williams Crenshaw, Chandra Talpade Mohanty o Caren Kaplan – epistemologicamente definiti dall’idea di un’alleanza al femminile tesa alla valorizzazione delle differenze tra donne (genere, razza, etnia, ceto sociale, livello culturale, storia personale, orientamento sessuale, ecc.).

E queste erano solo alcune delle nostre attese che, tradite, hanno portato a un ridimensionamento dei disegni iniziali. Un solo studio generale appare in quella che sarebbe dovuta essere la seconda sezione di critica letteraria. E la firmataria, guarda caso, è una delle rare donne invitate a partecipare, Lucilla Sergiacomo, che ci offre una dettagliata cartografia letteraria indagando particolarità e contraddizioni di donne-personaggio create da donne-scrittici dell’Italia novecentesca.

Ritorniamo ora ai colleghi che hanno declinato il nostro invito, con tempi e ragioni diverse: c’è chi, oberato di lavoro, ha detto no già da subito; chi ha dovuto fare i conti con impegni improvvisi abbandonandoci a metà percorso; e chi ha dimenticato di onorare i tempi preposti alla consegna. Il risultato finale è la non presenza in questo volume della seconda sezione, un’assenza che, tuttavia, non resta priva di significato, ma, al contrario rappresenta ossimoricamente un silenzio che parla. In effetti, come è spesso accaduto nella storia delle donne, a parlare è anche l’assenza. Senza cadere nelle facili trappole di un essenzialismo al maschile e senza mettere in discussione la buona fede di parte dei colleghi riguardo a reali impedimenti materiali, la percentuale massiccia di abbandoni ci autorizza a interrogarci, a mettere in luce e a toccare con mano il fatto che non si possa categoricamente escludere l’esistenza di una reticenza maschile, cosciente o inconsapevole, da addebitarsi alla generale difficoltà di dialogo degli uomini con i femminismi, tra l’altro ben rilevata da Nardini.

Nel 1979, Sandra Gilbert e Susan Gubar in The Madwoman in the Attic[4] mettevano in evidenza il doloroso percorso intrapreso dalle donne per giungere a una scrittura autonoma, indicando come difficoltà prime il superamento dell’angoscia dei “padri fondatori” (“the anxiety of influence”), i condizionamenti sociali e le frustranti complicità che i ruoli maschili hanno loro imposto (“the anxiety of authorship”). Parafrasando, si potrebbero trarre delle ipotesi di lettura sul diniego e sull’abbandono dei nostri colleghi e lasciare aperte una serie di questioni e conclusioni.

Esiste forse presso taluni uomini un’ansia di confronto con il femminismo e con le sue “madri fondatrici”? O forse è possibile credere che, ancora oggi, alcuni retaggi storici e condizionamenti socio-culturali continuino ad alimentare un’idea “separatista”, ossia un’idea di distinzione sessuata dei ruoli (in questo caso intellettuali) e della praticabilità o meno di certi campi? O si tratta, forse, semplicemente di condizionamenti dovuti all’accezione riduttiva e negativa del femminismo che ancora in alcune menti campeggia sovrana?

Comunque sia, almeno un critico ha fatto eccezione. Si tratta di Massimo Onofri, il cui contributo su Grazia Deledda trova spazio, insieme a quello di Silvia Lutzoni sulle Madri, madonne e premi Nobel: ipotesi di un itinerario deleddiano nell’opera delle narratrici sarde degli anni Duemila , in una rubrica appositamente dedicata a studi sul caso sardo; a scanso di equivoci, è bene precisare che la presenza di questo piccolo spazio sardo non è da mettere sul conto di sensibilità anagrafiche (le mie) o di affinità a un campo di ricerca ampiamente battuto da molti studiosi del laboratorio a cui fa capo la rivista Narrativa. Entrambi i saggi rispondono, invece, all’esigenza di offrire delle letture testuali su tematiche di genere, a complemento dei percorsi letterari, inizialmente previsti, più analiticamente centrati sul rapporto tra autrici/creazione artistica e femminismi.

Il volume si conclude con una significativa apertura alle questioni di genere affidata a sei scrittori, scelti sulla base della diversità di sesso, età, provenienza, formazione, e di poetiche, che abbiamo voluto sollecitare nella triplice veste di autori, lettori e di soggetti (in)direttamente coinvolti nelle politiche editoriali. C’è sembrato interessante conoscere il punto di vista di chi i libri li scrive attraverso delle interrogazioni d’ordine generale tese a misurare la loro sensibilità su considerazioni inerenti al genere, alternate a altre domande più pragmaticamente orientate a conoscere i loro posizionamenti sul rapporto tra genere e creazione artistica.

Non abbiamo voluto risparmiare agli autori domande spinose, talvolta maliziosamente finalizzate a oltrepassare la semplice ammissione (o non ammissione) dell’esistenza del genere e a entrare nel merito dei paradossi del “femminile e maschile”; altre volte, calcando provocatoriamente la mano sulla polivalenza del genere, inteso come dispositivo legato alla creazione ma anche alla negoziazione del rapporto tra sessi in termini di ricezione, di politiche di marketing e di strategie editoriali.

Senza togliere ai lettori di queste interviste il piacere della scoperta, ci limiteremo a segnalare che in tutti gli autori è unanime l’allarmismo sui pericoli determinati dalle perniciose cristallizzazioni culturalistiche (considerate alibi per pregiudizi) o sui facili paternalismi psicologici e culturali dovuti alla tendenza d’uso di ricondurre la natura “femminile” al biologicamente determinato e normato.

 

Come si è più volte detto, nei progetti iniziali questo volume avrebbe dovuto essere più ampio, ma non si è mai avuta la presunzione di potere affrontare in maniera esaustiva il femminismo. Troppe le interrogazioni, troppe le teorie e poco lo spazio a disposizione.

A volume ultimato possiamo però dire di essere un po’ meno “stufe” e più ottimiste. Forse perché rassicurate nella convinzione che il femminismo, o meglio, i femminismi possano ancora federare nella diversità di opinioni, nella condivisione ma anche nella speranza. Nella speranza che si possa arrivare a distruggere le idealizzazioni senza ideali, i pensieri senza pensare, i discorsi sull’altra senza conoscenza dell’altra, ossia quelle perversioni di senso che ancora sussistono riguardo al femminismo e alle donne.

Fermo restando che non tutti i femminismi sono portatori di progresso né di aperture, come è spesso il caso di quelli più radicalmente nazionalistici e conservatori[5], possiamo solo augurarci che, in Italia[6], la diffusione e la presenza pubblica[7] sempre più capillare di femminismi progressisti, dalle tante forme e variabilità direzionali, oltre a rompere quel continuo e insidioso scivolare nell’antico ordine simbolico, continuino a offrire nuove risorse concettuali e politiche e a creare nuove dinamiche d’interlocuzione per il dialogo nazionale e transnazionale, che saranno sicuramente salutari anche per una migliore e più proficua comprensione dei nuovi (o meno) fenomeni letterari.

 

 

[1] A questo tipo di essenzialismo piatto non sfuggono neanche celebri e stimati cantautori (Gianna Nannini, Giorgio Gaber, Zucchero Fornaciari, Luciano Ligabue, ecc.). Sicuramente, la più conosciuta e emblematica delle canzoni che riflette questa tendenza italiana è Quello che le donne non dicono (1987) di Enrico Ruggeri.

[2] Secondo Raffaella Baccolini e Vita Fortunato, questa mancanza “ha provocato ritardi non solo nel processo di visibilità e di legittimazione della ricerca in campo femminista, ma anche gravi disfunzioni nella reta didattico-scientifica europea ed internazionale che le donne italiane hanno, in questi anni, cercato faticosamente d’intrecciare. Al pericolo più volte sottolineato da alcune donne che l’istituzionalizzazione degli studi femministi provoca inevitabilmente una perdita della loro radicalità, si può controbattere che la loro mancanza ha voluto dire in Italia un pericoloso ritardo da parte dell’accademia dei presupposti teorici della critica femminista”; Raffaella Baccolini e Vita Fortunato, “Metamorfosi e permanenze nella critica femminista”, in Baccolini, Raffaella, Fabi, M. Giulia, Fortunato, Vita, Monticelli, Rita (a cura di), Critiche femministe e teorie letterarie, Bologna, CLUEB, 1997, p. 15.

[3] Cfr. Fowler, Alastair, Kinds of Literature. An Introduction to the Theory of Genres ans Modes, Clarendon, Oxford, 1982.

[4] Gilbert, Sandra, Gubar, Susan, in The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination, New Haven, Yale UP, 1979, p. 17.

[5] Sugli effetti devastanti del femminismo nazionalista e conservatore potremmo citare l’esempio italianissimo relativo all’indisponente recupero realizzato da certune esponenti della destra italiana (per esempio Daniela Santanché), esperte in concettuali manipolazioni dei diritti delle donne finalizzate a cristallizzare differenze gerarchiche su base etnico/sessuata.

[6] Così come emerge da alcuni contributi, il femminismo in questi ultimi tempi, anche in Italia, sembra aver conquistato una nuova visibilità e così come si evince anche dal moltiplicarsi di archivi, di centri e di associazioni culturali, di libri e di gionali culturalmente orientati a favorire le politiche di genere.

[7] Il riferimento è al proliferare, in quest’ultimo decennio, di manifestazioni e incontri, tra i quali ricordiamo la costituzione nel 2011 di Se Non Ora Quando (SNOQ), l’incontro femminista di Paestum dei primi di ottobre 2012 o quello di aria femminista transnazionale tenutosi a Firenze nel novembre 2012.

Da “Atlante”

2

di Ivan Schiavone

Tavola n. 09

che il patto di sicurezza prevalga sul patto di stabilità —
questa sarà la decostruzione dell’Unione Europea — signore e signori parlamentari
i volti dei morti, dei feriti, delle famiglie in lutto non mi danno tregua —
qual è stato il loro unico crimine? — questa guerra che è cominciata da diversi anni —
perché siamo legati alla libertà e all’influenza della Francia nel mondo —
ieri sera ho dato l’ordine
a dieci cacciabombardieri francesi
di sganciare le loro bombe sulla roccaforte dell’Isis a Raqqa —
i barbari che l’attaccano vorrebbero sfigurarla? —
coloro che hanno voluto uccidere colpendo deliberatamente persone innocenti
sono vigliacchi che hanno sparato su una folla disarmata
ed è per questo che non siamo impegnati in una guerra di civiltà
perché questi assassini non ne rappresentano alcuna —
quelli che ci hanno sfidato sono da sempre i perdenti della storia —
dobbiamo dunque difenderci nell’emergenza e a lungo termine — ma dobbiamo andare oltre l’emergenza
dobbiamo poter impedire a una persona con doppio passaporto di tornare sul nostro territorio —
dobbiamo poter espellere rapidamente gli stranieri — dobbiamo essere spietati —
noi dobbiamo combattere —
oggi bisogna colpire più forte — continueremo a colpire nelle prossime settimane —
non ci sarà in questa azione né sosta né tregua —
l’Europa non può vivere con l’idea che le crisi che la circondano non abbiano effetto su di lei —
perché il nemico non è un nemico della Francia
è un nemico dell’Europa — non è quindi per contenere
ma per distruggere — così che si possa vivere
e che i nostri figli, i nostri nipoti possano continuare ad avere il mondo che hanno ereditato —
voi siete i rappresentanti di un popolo libero che è invincibile quando è unito e compatto —
la Francia è in guerra —
viva la Francia

La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese.

0

Pochi mesi fa presso l’editore La vita felice è uscito questo bel progetto antologico, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli. Il libro raccoglie un’ampia scelta di poesie di lingua inglese, dove nella voce delle poetesse le due figure di madre e figlia si mescolano e si confondono, si denunciano, si ritrovano e perfino si perdono l’una nell’altra, articolandosi in tre macrosezioni che hanno a che fare con il vincolo affettivo, il recupero della memoria, le eredità (Mariasole Ariot e Francesca Matteoni).

Ho selezionato Scelta di Imtiaz Dharker e Donna che pattina di Margaret Atwood, perché sono fra le poesie antologizzate che più richiamano un mio vissuto personale – il legame intensissimo, ma anche pieno di  confronti aspri con mia madre, che più invecchio e più si risolve nello scoprirmi una nuova lei, nei tratti fisici, nelle rigidità, nei desideri. E poi l’immagine antica della pattinatrice (sebbene nel mio caso lontana dal gelo nordico e su rotelle invece che sulle ben più evocative lame), una me che sono stata per moltissimi anni e di cui ora sono a mia volta quasi madre. In entrambe le poesie il senso di protezione di una madre verso la figlia prende la misura della distanza, dell’accettare che la figlia sia colei che sfugge necessariamente al controllo materno, che conosce la sua solitudine perfetta di donna indipendente, che è infine capace di accogliere quella madre come il più prezioso dei vari io nel suo corpo. (Francesca Matteoni)

La mia prima scelta è per Poem di Lucille Clifton : una poesia breve,  dura come dura sono le ossa sepolte nell’oceano, come le ossa che  si ripetono diventando un braccio ossuto del canto tradizionale che la precede, dove quel “terribile che risponde” del verso finale mostra una disperazione che mi sento di conoscere, come se anch’io, in una zona separata, fossi laggiù, saltata in mare, o forse gettata da sempre.
La seconda, di Paula Meehan, per quei “eyes seapools, reflecting lichen”, per gli occhi azzurri di mia madre, per la sua lingua che ho sempre faticato a capire (o per la mia, incomprensibile a lei) – e poi i secondi occhi,”ferite spalancate”, come vedo i miei quando mi fermo e aspetto che si formi un’autobiografia a cui manca il “sentiero stellato”. E per questo continuo, reale mescolarsi da madre a figlia, di figlia in madre. (Mariasole Ariot)


Choice
Imtiaz Dharker

I

I may raise my child in this man’s house
or that man’s love,
warm her on this one’s smile, wean
her to that one’s wit,
praise or blame at a chosen moment,
in a considered way, say
yes or no, true, false, tomorrow
not today...
Finally, who will she be
when the choices are made,
when the choosers are dead,
and of the men I love, the teeth are left
chattering with me underground?
Just the sum of me
and this or that
other?
Who can she be but, helplessly,
herself?

II

Some day your head won’t find my lap
so easily. Trust is a habit you’ll soon break.
Once, stroking a kitten’s head
through a haze of fur, I was afraid
of my own hand big and strong and quivering
with the urge to crush.
Here, in the neck’s strong curve, the cradling arm,
love leers close to violence.
Your head too fragile, child,
under a mist of hair.
Home is this space in my lap, till the body reforms,
tissues stretch, flesh turns firm.
Your kitten-bones will harden,
grow away from me, till you and I are sure
we are both safe.

III

I spent years hiding from your face,
the weight of your arms, warmth
of your breath. Through feverish nights,
dreaming of you, the watchdogs of virtue
and obedience crouched on my chest. “Shake
them off” I told myself, and did. Wallowed
in small perversities, celebrated as they came
of age, matured to sins.
I call this freedom now,
watch the word cavort luxuriously, strut
my independence across whole continents
of sheets. But turning from the grasp
of arms, the rasp of breath,
to look through darkened windows at the night,
Mother, I find you staring back at me.
When did my body agree
to wear your face?

Scelta
traduzione di Brenda Porster

I

Potrei crescere mia figlia nella casa di quest’uomo
o nell’amore di quell’altro,
riscaldarla al sorriso di questo, svezzarla
con l’ingegno di quello,
lodare o rimproverare in un momento scelto,
in modo ponderato, dire
sì o no, vero, falso, domani
non oggi...
Alla fine, chi sarà lei
quando le scelte sono fatte,
quando chi sceglie sarà morto,
e degli uomini che amo rimangono i denti
a chiacchierare con me sottoterra?
Solo la somma di me
e di questo o di quell’
altro?
Che altro può essere se non, senza difese,
se stessa?

II

Un giorno la tua testa non troverà il mio grembo
così facilmente. La fiducia è un’abitudine che lascerai presto.
Una volta, carezzando la testa di un gattino
dentro una bruma di peluria, avevo paura
della mia stessa mano, grande e forte e tremante
dal desiderio di schiacciare.
Qui, nella forte curva del collo, nel braccio che culla,
l’amore sbircia vicino alla violenza.
La tua testa troppo fragile, bambina,
sotto una nebbia di capelli.
Casa è questo spazio sul mio grembo, fin quando il corpo si riforma,
i tessuti si stirano, la carne si fa soda.
Le tue ossa di gattino diventeranno dure, crescendo
si allontaneranno da me, finché non saremo sicure entrambe
di essere in salvo.

III

Per anni mi sono nascosta dal tuo volto,
dal peso delle tue braccia, dal calore
del tuo respiro. Attraverso notti febbrili,
sognandoti, i cani da guardia della virtù
e dell’obbedienza mi si acquattarono sul petto.
“Liberati di loro” mi dissi e così feci. Sguazzavo
in piccole perversità, festeggiai quando raggiunsero
la maturità, cresciute in peccati.
La chiamo libertà ora,
guardo la parola che se la spassa sontuosamente, sfoggio
la mia indipendenza tra continenti interi
di lenzuola. Ma voltando le spalle alla stretta
delle braccia e allo stridore del respiro
per guardare la notte attraverso vetri scuri,
madre, trovo il tuo sguardo che risponde al mio.
Quand’è che il mio corpo ha accettato
di portare il tuo volto?

***
Woman Skating
Margaret Atwood

A lake sunken among
cedar and black spruce hills;
late afternoon.

On the ice a woman skating,
jacket sudden
red against the white,

concentrating on moving
in perfect circles.

(actually she is my mother, she is
over at the outdoor skating rink
near the cemetery. On three sides
of her there are streets of brown
brick houses; cars go by; on the
fourth side is the park building.
The snow banked around the rink
is grey with soot. She never skates
here. She’s wearing a sweater and
faded maroon earmuffs, she has
taken off her gloves)

Now near the horizon
the enlarged pink sun swings down.
Soon it will be zero.

With arms wide the skater
turns, leaving her breath like a diver’s
trail of bubbles.

Seeing the ice
as what it is, water:

seeing the months
as they are, the years
in sequence occurring
underfoot, watching
the miniature human
figure balanced on steel
needles (those compasses
floated in saucers) on time
sustained, above
time circling: miracle

Over all I place
a glass bell

Donna che pattina
traduzione di Fiorenza Mormile

Un lago affondato
tra colline di cedri e abeti neri;
tardo pomeriggio.

Sul ghiaccio una donna che pattina,
giubbotto improvviso
rosso sul bianco,

si concentra nel muoversi
in cerchi perfetti.

(in realtà è mia madre, sta
all’aperto sulla pista di pattinaggio
vicino al cimitero. Su tre lati
ci sono strade di case in mattoni
marroni; automobili passano; sul
quarto lato c’è l’edificio del parco.
La neve ammucchiata intorno alla pista
è grigia di fuliggine. Non pattina mai
qui. Indossa un maglione e
uno sbiadito paraorecchie rosso scuro,
si è levata i guanti)

Ora vicino all’orizzonte
il sole rosa ingrandito ruota in giù.
Presto sarà zero.

A braccia aperte, la pattinatrice
volteggia, rilasciando il respiro come la scia
di bolle di un tuffatore.

Vedere il ghiaccio
per quel che è, acqua:

vedere i mesi
come sono, gli anni
in sequenza presentarsi
sotto i piedi, osservare
la figura umana in miniatura
in equilibrio su aghi
d’acciaio (quelle bussole
galleggianti sui piattini) su un tempo
prolungato, oltre
il tempo che ruota: miracolo

Sopra a tutto metto
una campana di vetro

***
Poem
Lucille Clifton

                          them bones
                          them bones will
                          rise again
                          them bones
                          them bones will
                          walk again
                          them bones
                          them bones will
                          talk again
                          now hear
                          the word of the Lord.

                           Traditional

atlantic is a sea of bones.
my bones.
my elegant afrikans
connecting whydah and new york,
a bridge of ivory.
seabed they call it.
in its arms my early mothers sleep.
some women leapt with their babies in their arms.
some women wept and threw the babies in.
maternal armies pace the atlantic floor.
i call my name into the roar of surf
and something awful answers.

Poesia 
traduzione di Loredana Magazzeni

                               le ossa
                               le ossa risorgeranno
                               ancora
                               le ossa
                               le ossa cammineranno
                               di nuovo
                               le ossa
                               le ossa parleranno
                               di nuovo
                               ora ascolta
                               la parola del Signore.

                           Canto tradizionale

l’atlantico è un oceano di ossa
le mie ossa.
i miei eleganti africani
collegavano whydah e new york,
un ponte d’avorio.
lo chiamano fondo del mare
nelle sue braccia riposano le mie antenate
alcune vi saltarono coi bambini in braccio
alcune vi versarono lacrime e vi gettarono i loro figli.
eserciti di madri percorrono il fondo dell’atlantico.
io chiamo il mio nome fra il ruggito dei frangenti
e qualcosa di terribile risponde.

* Il regno di Whydah, situato sulle coste occidentali
dell’Africa, nelle vicinanze dell’attuale Stato del Benin, 
con capitale Savi, fu dalla seconda metà del Seicento uno 
dei maggiori centri attivi nel commer­cio degli schiavi. (NdT)

Autobiography 
di Paula Meehan

She stalks me through the yellow flags.
If I look over my shoulder I will catch her
Striding proud, a spear in her hand.
I have such a desperate need of her –
Though her courage springs
From innocence or ignorance. I could lie with her
In the shade of the poplars, curled
To a foetal dream on her lap, suck
From her milk of fire to enable me fly.
Her face is my own face unblemished;
Her eyes seapools, reflecting lichen,
Thundercloud; her pelt like watered silk
Is golden. She guides me to healing herbs
At meadow edges. She does not speak
In any tongue I recognize.
She is mother to me, young
Enough to be my daughter.
The other one waits in gloomy hedges.
She pounces at night. She knows I have no choice.
She says: «I’m your future.
Look on my neck, like a chicken’s
Too old for the pot; my skin moults

In papery flakes. Hear it rustle?
My eyes are the gaping wounds
Of newly opened graves. Don’t turn
Your nose up at me, madam.
You may have need of me yet.
I am your ticket underground». And yes
She has been suckled at my own breast.
I breathed deep of the stench of her self –
The stink of railway station urinals,
Of closing-time vomit, of soup lines
And charity shops. She speaks
In a human voice and I understand.
I am mother to her, young
Enough to be her daughter.
I stand in a hayfield – midday, midsummer,
My birthday. From one breast
Flows the Milky Way, the starry path,
A sluggish trickle of pus from the other.
When I fly off I’ll glance back
Once, to see my husk sink into the grasses.
Cranesbill and loosestrife will shed
Seeds over it like a blessing.

Autobiografia
traduzione di Anna Maria Robustelli

Mi tallona attraverso le bandiere gialle.
Se mi guardo alle spalle la sorprendo
che cammina fiera, una lancia in mano.
Ho un bisogno così disperato di lei –
sebbene il suo coraggio spunti
dall’innocenza o dall’ignoranza. Potrei sdraiarmi con lei
all’ombra dei pioppi, rannicchiata
in un sogno fetale sul suo grembo, succhiare
dal latte di fuoco perché io possa volare.
Il suo viso è il mio viso senza macchie;
i suoi occhi pozze di mare, che riflettono licheni,
nubi minacciose; la sua pelle come seta cangiante
è dorata. Mi guida verso le erbe salutari
ai bordi dei prati. Non parla
alcuna lingua che possa riconoscere.
Mi è madre, giovane
abbastanza da essere mia figlia.
L’altra aspetta nelle siepi cupe.
Spicca un balzo di notte. Sa che non ho scelta.
Dice: «Sono il tuo futuro.
Guardami il collo, come quello di una gallina
troppo vecchia per la pentola; la mia pelle fa la muta
in scaglie di carta. La senti frusciare?
I miei occhi sono le ferite spalancate
di tombe appena aperte. Non storcere
il naso per me, signorina.
Potresti ancora aver bisogno di me.
Sono il biglietto per il sottosuolo». E sì,
lei è stata allattata al mio seno.
Ho inalato profondamente il tanfo di lei –
la puzza degli orinatoi delle stazioni,
del vomito dell’ora di chiusura dei pub, delle code
[per la minestra
e delle vendite di carità. Parla
con una voce umana e io capisco.
Le sono madre, giovane
abbastanza da essere sua figlia.
Sto in piedi in un campo di fieno – è mezzogiorno,
[metà estate,
il giorno del mio compleanno. Da un seno
fluisce la Via Lattea, il sentiero stellato,
un lento filo di pus dall’altro.
Quando volerò via guarderò all’indietro
una volta, per vedere il mio guscio affondare nell’erba.
Gerani selvatici e mazze d’oro vi spargeranno
semi come una benedizione.

* Bandiere gialle: Allusione alla bandiera storica dell’Ulster: su 
uno sfondo giallo campeggia una croce rossa con al centro una 
mano, sim­bolo araldico riferito alla conquista normanna. Servì di modello base 
all’Union Flag irlandese usata con valore legale dal 1953 al 1972. 
Dal 1972 il Governo britannico ha conferito valore politico legale
 solo all’Union Jack, ma la “Red Hand Flag” viene usata come
 bandiera provinciale, e nelle competizioni sportive. (NdT) 

 

Due estratti da Fabio Greco, «Genti a cartapesta»

2

mare

 

(A seguire pubblico due estratti da Genti a cartapesta, di Fabio Greco. Il romanzo è stato finalista al Premio Calvino 2014 ed è ancora inedito)

***

PRIMO ESTRATTO

E anzi, girando lo sguardo verso l’orizzonte, verso quel confondersi di mare a cielo e cielo a mare, verso i gabbiani che volteggiavano eleganti, gli parve che dall’isola, anziché la malasorte, gli arrivasse in quel momento una buonasorte anzi una buonissima sorte camuffata da donna, un donnone salentino, donnone inteso per altezza e larghezza, un’erculona tanta, boterosa, con spalle larghe, larghi i fianchi, larghissime cosce e petto assai, che s’appressò alla costa da dietro all’isola delle Pazze. Masello la vide sbucare al remo d’una barchettina mezz’affondata con la linea di galleggiamento a livello sponda, un’eccezione a qualsiasi legge fisica, che c’era da chiedersi come potesse quella barchetta di legno, esile e fradicia, sostenere tutta quella massa senza sprofondare, come potesse non incamerare acqua a ogni beccheggio, a ogni ondata, a ogni movimento di braccio e di spinta di remo, pericolosamente s’inclinava pelo pelo all’acqua, s’inchinava al mare e all’onda e subitamente si rialzava, ripigliava contegno per poi prostrarsi dall’altro lato e ripigliare posizione una volta ancora, a farci venire in mente a Masello quei pupi da prendere a pugni che ritrovano sempre l’equilibrio. Da lontano pareva sissignore una balena, non a modo di dire grossa come una balena, cicciona come una balena, grassa come una balena, proprio una balena vera, pareva un dorso di balena che faceva il paio con quel dorso di balena ch’era l’isola delle Pazze, forse un po’ più piccola, un’infante di balena al seguito della balena madre, e la cingeva torno torno, le faceva il giro e il rigiro in cerca della mammella, la barchetta navigava come un vaporetto trascinata dal ritmo della remata, tagliò quel latte ch’era diventato il mare, intra un’unica linea di nero, la barca avanzava a sobbalzi e sovvertimenti, emergeva la prua con quel suo nome pittato, Mariabbondanza, si sganciava dall’acqua e ricadeva, pareva fosse la barchetta a farci tutta la fatica, a sbuffare e crocchiare intra a quel cambio di fase tra acqua e aria, a darsi la spinta e lo sforzo per sfuggire all’onda: Masello se l’osservò quella barca e quella donna, a mezza voce mormorò, Ma che ci starà a pescare la Mariabbondanza? senza sapere che nominando la barca diede pure nome alla donna – se ne stava sopra alla barchetta con le anche aperte per tenere l’equilibrio e, a ripetizione, come pigliata da un astio contro l’acqua marina, gettava le reti e le ritirava a bordo. A Masello, quel nome gli faceva una tavolozza di colori intra alla capo, un quadro a meraviglia si faceva, se l’azzuccherava a destra e a manca, s’accavallavano pensieri che partivano dal suono che faceva quel nome, quasi sentiva una musichetta a pronunciarlo, a scivolare su quella legatura tra nome e opulenza, Mariabbondanza, che pigliava la rincorsa all’inizio della parola e poi si lasciava trasportare fino alla fine, come fare un salto e ricadere, a una a una unì altre parolette per assonanza, Mariabbondanza/ ci chiudemmo intra alla stanza/ ti spogliai con crianza/ tutta culo tetta e panza/ tu m’attizzi Mariabbondanza e sebbene ancora non la conoscesse di persona, già gli faceva il rimbambimento d’innamorato, una con quel nome, che da sola se ne andava per mare, che donna era questa donna, a sé stessa bastante, la Mariabbondanza? Gli era talmente familiare e reale e presente intra a se stesso che si convinse fosse, non già uguale, ma molto simile a una statua di madonna che aveva fatto l’anno prima, quasi che n’avesse fatta prima la statua e poi la persona, quasi l’avesse immaginata prima ancora d’incontrarla.

Una normalissima questione privata
cui s’era ritrovato ad assistere
manco ci stesse spiando dal buco della serratura,
un gesto, per dirla, che quasi lo fece crollare al suolo

Intra a tutta quella vastità che voleva essere, tutta quell’acqua, quell’apertura, Masello c’ebbe l’impressione a un impicciolimento di tutto, un restringimento come intra a un catino, il mare rimaneva sullo sfondo e invece la Mariabbondanza s’ingigantiva al confronto: Masello non riusciva a scorgerne il volto, ne sentiva solo lo sforzo intra a quella remata, faceva tale e tanto movimento che le onde s’irradiavano dalla barca trascinando quel biancheggio di medusa intra al saliscendi d’acqua e di schiuma. Il nome di Mariabbondanza sulla fiancata, d’un chiaro simile al pallido di mare, risultava più evidente intra al contrasto con il nero pece dello scafo. La barca aveva percorso un centinaio di metri ed era quasi scomparsa alla vista, dietro uno spuntone di roccia che apriva a un’insenatura più avanti, un piccolo porto che prendeva il nome di Posto Rosso. Prima di raggiungere la costa, che ci bastava quasi tirare la fune per essere portata a secca, disegnò un occhiello intra a mare, girò lentamente su se stessa e rimise la prua verso il largo per poi fermarsi dopo pochi minuti. Pareva che la barchettuzza c’avesse fatto tutta la manovra per assistere a uno spettacolo, che dopo essersi pigliata popcorn e limonata c’avesse messo i piedi distesi sopra a un puff. Ancora più strambo gli arrisultò quello che fece la Mariabbondanza, la femmina e donna. Si levò, per dirla, in piedi sopra alla barca, quasi maremotando il mare intorno, intra a un gran sollevarsi d’onde e di schiume, si sistemò a prua, sollevò la veste fino alle cosce e s’assittò pizzo pizzo alla paratia della barca, con il culo strabordante fuori bordo e la gonna a calare lungo la fiancata, che anziché Mariabbondanza, ora si leggeva Mari e danza, a dire danza di mari, un balletto che ci facevano le acque, acque sopra e acque sotta, con la spumarola a movimentare la barca o viceversa la barca a provocare la marea, intra all’impresa di non affondare lei e lei, Mariabbondanza e Mariabbondanza: che ci starà a fare quella benedetta donna, dopo essersene andata mare mare, ora decide di piantarci le tende, la Mariabbondanza Rimase tutto fermo intra a quella maniera per alcuni minuti, la barcuzza in obliquo a rischio di catapultarsi e la donna assittata con la faccia rivolta all’isola e il culo all’acqua. Masello camminò lungo un sentiero inghiaiato tra rocce e arbusti di mare, tenendo un occhio al terreno per non capitombolare e un occhio sopra a quel mistero di donna e di barca. La Mariabbondanza si rimise in piedi, s’allisciò la gonna lungo i fianchi e rimase a rimirarsi il mare da quel lato. Masello s’accorse allora che una parte della scritta Mariabbondanza s’era passata da bianca candida a giallastra, intra a una macchia che partiva dall’alto e finiva intra all’acqua: eccolo lì il grande misterio glorioso, misterio naturale e normalissimo, una pisciatina a mare aperto della Mariabbondanza, acqua intra acqua, a sbeffeggiarlo lo Ionio ammedusato, una normalissima questione privata cui s’era ritrovato ad assistere manco ci stesse spiando dal buco della serratura, un gesto, per dirla, che quasi lo fece crollare al suolo, giacché se l’era disegnato uguale sputato intra alla capo per tutta la vita, d’una donna sicura e fragile allo stesso tempo, capace d’andarsene da sola per mare e di trovarsi naturalissima col culo di fora accasciata sopra all’acqua, e quella donna siffatta, quella donna sarebbe stata per l’appunto la donna della sua vita. Gli parve pertanto, intra a quella intimità che gli aveva offerto, intra a quella sua raffigurazione precisa identica della statua della madonna, gli parve di conoscere quella donna da sempre pure che nella realtà l’avesse vista una volta sola e da lontano, che magari quello era per l’appunto amore – hiii che parole Masello! Amore…

***

SECONDO ESTRATTO

Vedete là?
Terri d’Otranto
Feline, Tugli e Parabìta
la città bella
kalè polis
e poi
Aquaricca e Alissano
Tre Case, Prisicci e Patù
Li vedete li fuochi
di Matino?
Non viene voglia d’esser lì?
Tra i cispi e le cirase
spampanando fiche
intra a un sol gesto
mangiarle
intra a un sol boccone,
intra alla vocca vorace
rotolarvi la verd’oliva
passarvela di là e di qua
come a un pinsiero lieve
ballare
cantare
dondoliare
cotolare i fianchi
‘mmenz’i campi fare all’ammore,
non vi manca tutto questo?
Vedete là
subra la tierra ficonda
c’assotterra li morti e rivivisce li vivi
ommini
sgubbare aggubbati
subra a pommi doradi
lucidarseli
subra a pantaloni terragni
mozzicarli
infrisellarli
ringraziari d’essere vivuti
e là
donne
figliare
mammane
nascìre
intra alla grazia di vita
patire
gioire
leggère pregare
vedete là
il faro
la torre campanara
l’orologio
la cattedrale,
casa nostra.
Mò venite con me
da st’altro lato
solo alto mare
noi simmo genti semplice
genti acqua e sale
mò ditemi:
che vedete a qua?
Acqua
acqua di mare
acqua e sale
a qua ci sta solo acqua
vastità
terribili, sinz’aria
e noi
noi simmo genti semplice
genti acqua e sale:
a qua sparimmo
simmo nenti a qua.
Mò di nuovo con me
una volta ancora
là, vedete?
Fiammelle sulla plaia
di là c’è qualcuno
le vedete le lanterne
e le fiaccol’alte
c’è qualcuno
c’è qualcuno!
Amiche
gridiamo insieme
Ehi di costa
Ehi!
Brave
ammenatevi
braccia all’aria
scapigliatevi
come pazze
gridate
con speranza
con ardore
Ehi di costa
siamo qui
da sta parte
da sta parte
matri mia
la speranza
come germe
come verme
come pianta
come seme
come creta
come terra
come prece
come perla
come spiro
come rivo
come strazio
come lodo
la covo
come ovo
intr’al tempio
intr’al tempo
la speranza
carni a sanguo

sanguo a carni

matri mia
matri mia
la speranza ho nel grembo
aspetto un figlio
aspetto un figlio
sarò
matri.
D’intra a una notte scurosa
addò no iantò gallo
addò no lucì luna
m’insognai
per ogni dove
niuro fumo
affumacato
soffocante
puzzoliente
come zurfo alla zurfara
come fumo di focara
per lo ‘nvierno
tra foco e fiamme
grandincendio
ferro ardente
e là dintra
là nascosto
intr’all’ombra, malombra
un diavolicchio
piccoletto
rachitello
un animalo
cogli occhi abbracciolati
i fiammelle sui capiddi
co’i pedi da cabrone
la coda
‘mmenz’ i gambe
m’agguardava
dalle nari
suspiroso
il respiro abbruciacchiato
li cornicchi
spunteolati
e che parole ci diciva
parìa un toro
e che cavuto ci faciva
uno squaglio
un bollore
una vampa
d’intra a me
fora a me
d’intra a me
fora a me
d’intra a me
fora a me
d’intra a me
fora a me
d’intra a me
fora a me
uno ‘nfierno
un solo attimo
poi scomparve
poi un gran friddo tutt’intorno
un gelo bianco
luminoso
come morte
come vita
un brivido
m’arrisvegliai così
da quel sogno insonnolato
indiavolata
sudacchiata
e ingravidata.
Che fanno?
Sinni vannu?
Farabutti
ehi
spittate
dove andate?
Amiche
non piangete
la speranza ci sostiene
là vedete
la tierra non è distante
è uno sfioro
una carizza
a natare ci s’arriva
Nisciuno sa natare?
Non sarà difficile
l’acqua è amica
io ci provo.
S’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core
chi ci viene?
chi mi segue?
Voi continuate a gridare
brave così
io chiamo aiuto
arriverò
verso costa
arriverò.
S’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core
i pedi sprufondano
nonn’è difficile
ce la fò
ancora tocco.
Pè sto figlio mio
pè sto figlio mio
pè sto figlio mio
la speranza
sarò matri.
S’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core
Ehi di costa
per di qua
da sta parte
verso st’isola
di pazze:
noi
isolate
impaurite
solitarie.
S’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core
accorrete
ch’i m’affoggo
sto sinz’aria
respir’acqua
acqua e sale
acqua di mare
s’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core
s’alza l’acqua
l’acqua è fridda
la notte è fridda
friddo è il core.
Matri
matri mia
‘maro mare
‘mara me
mirami:
mi moro.

 

(foto di Unsplash)

Farsa comica e farsa tragica. Una meditazione berlinese

9

di Marco Viscardi

Prime coordinate

Berlino, Repubblica Federale di Germania, Mitte: il primo distretto della città che, come suggerisce il nome, ne è anche il centro. Angolo fra la Zimmerstraße e la Friedrichstraße, Checkpoint Charlie: un cubicolo bianco che oggi è insignificante ma un tempo è stato uno dei pochi varchi consentiti fra mondi chiusi e incomunicabili. Mondi – l’Occidente e l’Oriente, la democrazia e il socialismo, la complicata geopolitica delle due Germanie – che ventisei anni dopo la caduta del muro ci paiono lontanissimi dalle nostre esperienze quotidiane, sbiaditi nella memoria.
Oggi il Checkpoint Charlie somiglia a un ultimo baraccone dimenticato, al residuo di un circo smembrato e dismesso. C’è il viavai dei turisti che hanno da poco visto la Porta di Brandeburgo (una delle più commoventi e astratte incarnazioni dell’idea prussiana di eleganza), ci sono manifesti cui è demandato il compito di spiegare e tramandare quanto è avvenuto, un museo del muro in cui comprare anche qualche pezzetto degli anni ’80. E l’immancabile McDonald che fa da sfondo al tutto. Ci sono poi due falsi comprimari, quasi due gladiatori della guerra fredda. Comparse vestite da soldati americani che si fanno fotografare accanto al turista cui impongono un copricapo nostalgico: e si può scegliere fra l’America reaganiana e l’USSR della Perestrojka, o magari la piccola DDR, la migliore DDR del mondo, come la definivano ironicamente i suoi grigissimi abitatori.
Il passante di buone letture che vede la scena pensa al vecchio Marx che commentava, scuotendo la testa, il colpo di stato liberticida di Napoleone II; ritorna, questo passante, all’incipit di quel micro-capolavoro che è Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima come tragedia, le seconda volta come farsa» (così nella traduzione – nientemeno – di Palmiro Togliatti). Guardando la casupola bianca del Checkpoint Charlie, sembra di leggere queste parole per la prima volta. Viviamo in tempi di farsa. Una farsa sempre in procinto di capovolgersi in tragedia.

Berlino, Museumsinsel, centro della città che non ha centro. Oltre il fiume c’è una cupola aperta, di cemento armato, su un edificio lungo ma tozzo, sempre di cemento armato. Struttura nuda e geometrica; cartesianamente bianca e vuota di contenuto, scostante rispetto alla dolcezza dei bei musei del lungo secolo prussiano. Su quell’isola-parco, gli Hohenzollern vollero dotare gli amati sudditi di un pratico abrégé di storia dell’architettura occidentale, raggruppando in pochi metri quadrati il classicismo inquieto e la solennità barocca, filtrati sempre da visioni romantiche e aspirazioni neomedievali. Di fronte alla solennità onirica dell’Altes Museum di Schinkel, questo ipertrofico rettangolo è uno degli edifici che meglio ci raccontano gli anni che stiamo vivendo.
Stiamo guardando l’antico Stadtschloss, il castello dei re di Prussia e degli Imperatori tedeschi, mentre rinasce dalle ceneri; il visitatore ne ha davanti lo scheletro, poi verranno le carni e la meraviglia delle finestre, delle dorature, dei risvolti, dei rilievi: tutte le decorazioni e la pomposità di una dinastia che ha gestito male la sua fortuna ma che non ha mai disdegnato grandeur e perentorietà delle forme: la verticalità categorica dei concetti e la maestosità delle facciate, canoni ossessivi di una estetica che ha ispirato tanto gli architetti della cattedrale di Colonia quanto i parrucchieri dell’ultimo Kaiser che sovraintesero alla cura dei suoi mitologici, mitopoietici, baffi a punta.
Il fantasma dello Stadtschloss prende di nuovo corpo e non lo fa in territorio neutro, cresce di giorno in giorno nel vuoto di una precedente grandezza, definitivamente sconfitta. È una storia appassionante: negli anni cinquanta, in una Berlino ancora ossessionata dalle proprie macerie, la residenza dei sovrani, semidistrutta, viene buttata a terra per fare spazio al trionfante sogno comunista, al Palast der Republik, finito nel 1976. Il cuore della neonata DDR, la sede del governo, del parlamento, del Partito, delle attività culturali di quel mondo irrimediabilmente scomparso. Solo un pezzo dell’antico Stadtschloss venne salvato: il bellissimo balcone da cui, nel 1918, Karl Liebknecht proclamò la repubblica e che oggi si può vedere incastonato in quello che fu lo Staatsratsgebäude, il consiglio di stato della DDR. Il Palast der Republik, dinosauro dell’architettura di regime, ha resistito per qualche anno al crollo del muro, ma poi è stato sommerso e distrutto – i lavori sono finiti nel 2006 – dalla normalizzazione che ne è seguita. La pacificazione dell’Europa post-sovietica ha portato alla decisione di abbattere il vero per riedificare il finto.
In quel vuoto ora si edifica un nuovo Stadtschloss dall’anima di cemento armato. La prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ci aveva preso il vecchio Marx, che era pure allievo di Hegel e sapeva che la prosa del mondo ha bisogno di coprirsi di nuove e fascinose mitologie, che il grigiore ha bisogno del fuoco di qualche utile retorica per persistere indisturbato e rassicurante; che le rivoluzioni borghesi – si perdoni l’anacronismo –, di fronte alla loro inadeguatezza, necessitano di “reminescenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto” . Illusioni, grandi illusioni collettive, sui cui da poco è intervenuto, in pagine tanto ostinatamente lucide, Guido Mazzoni, con una riflessione sui nostri Destini generali che proprio da un viaggio berlinese ha preso l’avvio.
La nuova edificazione dell’antica residenza reale non ha molto da spartire con la rinascita dei monumenti a Dresda. Lì era stata la Storia a distruggere tutto, a polverizzare quella città dall’aspetto fiabesco e irreale. Dresda era un sogno tracciato sul cristallo, non poteva resistere. Ora è rinata esattamente come una Firenze del nord: una macchina fagocita-turisti, ma questa è un’altra storia. Berlino, per sua e nostra fortuna, non ha subito bombardamenti in questi miracolosi decenni di pace europea. Su Berlino, come su tutto il resto, si è solo alzata la nebbia. La mistificazione ideologica travestita da crollo delle ideologie è la dèa che presiede alla costruzione di questo nuovo, anacronistico castello.
Le prime pagine del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte ci parlano dell’inadeguatezza dei regimi democratico-capitalisti di fronte alle grandezze passate, del loro bisogno di impossessarsi delle mitologie di tempi eroici per nascondere la mediocrazia dei tempi di privazioni. Lo spettrale palazzo dello Stadtschloss non è, o almeno non è solo, la celebrazione delle ambizioni imperiali della Germania – che in questi ultimi anni paiono pienamente realizzate – quanto una desolante pietra tombale sul diverso da noi. La materializzazione del silenzio che grava sulla storia dei vinti, la cancellazione dell’altro, dello straniero, di colui che ha una voce differente dalla nostra e per questo incresciosa, invisa, se si potesse usare questo aggettivo per una voce. La presenza dell’altro in questo caso prende l’aspetto della vecchia Germania socialista e della sua in gran parte deprecabile storia. Quella DDR che oggi sopravvive nella magia capitalistica del feticcio e che nell’arco dei decenni si è evoluta dalla vendita di reliquie e frammenti del passato alla più complessa strategia di marketing della Ostalgie; la ricerca di un clima, di una atmosfera in cui noi uomini della sonnacchiosa Europa post-ideologica possiamo per qualche ora vivere immersi in una stereotipata DDR risorta dalle rovine.
Se pure la contrapposizione fra capitalismo trionfante e comunismo sconfitto ci pare paradigmatica in questi anni del post-89, la storia dello Stadtschloss non è solo la storia della sconfitta del socialismo reale, è il monumento dell’annientamento del diverso, di quanto non si incasella nelle nostre categorie; dell’altro che non si lascia arrotondare dal nostro metro e dai nostri valori.

Intermezzo: suggerire la profondità

In una celebre poesia, Jacques Prévert ha raccontato la libertà della Senna, felice nel suo scorrere, accanto alle guglie accigliate e solenni di Notre-Dame; attorno a questo spettro di cemento armato scorre invece la Sprea, e lì si concede uno dei momenti più dolci del suo sinuoso percorso berlinese. Stefania Migliorati, giovane artista italiana che – come si dice – vive e opera a Berlino, trasforma il fiume in «strumento critico di investigazione urbana» come si legge nella presentazione del suo progetto Die undichte Stadt, la città permeabile, che è possibile vedere qui. Le cinque fotografie che fissano altrettanti punti differenti del lungofiume non si accontentano della bidimensionalità delle forme presentate ma si aprono ad inaspettate profondità. Sono paesaggi cittadini consueti, noti a chiunque abiti in quella città bella e povera, e tuttavia le didascalie che l’artista aggiunge – esiste un eroismo della didascalia – elencano i luoghi dove si prendono decisioni di tipo economico, politico e culturale, destinate a influenzare le vite di molti, in Germania e in Europa. Scoperchiare le case per guardarci dentro è uno dei gesti romanzeschi per antonomasia. Il Diavolo zoppo, protagonista dell’omonimo romanzo seicentesco (El diablo cojuelo [1641]) di Luis Vélez de Guevara – che tradotto in francese da Lesage nel 1707 invase le biblioteche di mezza Europa – l’aveva già fatto con le case di Madrid per mostrare alla vittima delle sue tentazioni quanto nascondono le finestre e le porte delle case rispettabili: la miserevole condizione della natura umana e la sua incostanza. Ma qui i tetti restano saldamente attaccati alle strutture, si tratta di intuire quanto avviene dentro, negli spazi segreti e a pochi accessibili. Le foto che ritraggono con raffinatezza e razionalità i profili della Undichte Stadt danno luogo a una piccola topografia del potere. La didascalia è un timido gesto che, come avveniva nelle antiche carte, avverte l’osservatore: «hic sunt leones».
Siamo passati insomma dalla cancellazione di un passato ingombrante (la farsa grottesca del Checkpoint Charlie e quella tragica dello Stadtschloss) a una giovane artista italiana che con le sue opere ci lascia intuire la presenza di una profondità dietro l’apparente uniformità del landscape urbano. Profondità è la parola chiave di questo ragionamento: è il contrario di superficiale ma è anche lo spazio delle voci dimenticate. La profondità delle differenti stratificazioni storiche viene negata, nel cuore d’Europa, dall’orizzonte piallato dell’ideologia dominante che, in quanto dominante, è sempre ideologia suadente e dissimulata, tanto trasparente da confondersi con le linee stesse del paesaggio: tanto trasparente da volerci convincere che è essa stessa natura e non scelta, opzione razionale, costrizione semi-obbligatoria.

Lo sguardo del Duca

«Il venticinque settembre milleduecentosessantacinque, sul far del giorno, il Duca d’Aube salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs». Les fleurs bleues di Raymond Queneau, messe in italiano da Italo Calvino, iniziano con questo straordinario ammasso di illustri detriti che si accumulano nei feudi sterminati del signor Duca. Confusione cacofonica delle età dell’uomo in cui sembra culminare la grande tradizione del romanzo storico. Nel Novecento, la narrazione ottocentesca del romanzo storico si è suddivisa in molteplici rivi e rigagnoli. Nella linea che conta (Tomasi di Lampedusa, Yourcenar, Garcia Márquez) l’occhio attento del romanziere è sempre capace di uno sguardo verticale. A questa tradizione appartiene Wilfred G. Sebald: lo scrittore nomade e metafisico degli Anelli di Saturno, della Storia naturale della distruzione. Fra i suoi ultimi scritti, quello pubblicato in Italia come Le Alpi nel mare è un meraviglioso esempio di una scrittura che procede per estensioni, raccontando la Corsica in tre capitoli rispettivamente dedicati alle memorie napoleoniche di Ajaccio, a quelli che un tempo si sarebbero chiamati gli usi e i costumi e – infine – alla conformazione del territorio. Più che un filosofo della storia, Sebald sembrerebbe, come a suo tempo furono Manzoni e Walter Scott, un geologo della storia.
Mi è capitato di recente di partecipare a un convegno sull’epica nella modernità e lì ho avuto modo di fare qualche riflessione su Sebald che qui sintetizzo per chiudere il mio ragionamento. Austerlitz, il capolavoro postumo dello scrittore, è il punto di arrivo di questo saggio su un possibile uso virtuoso della storia. Austerlitz è un ipnotico viaggio nella memoria, dove la voce dell’individuo che cerca di ricostruire il mosaico di un passato sfuggente si allarga fino a coincidere con una dimensione epica. Un canto in prosa che assorbe e conserva le vicende degli altri in un racconto capace di narrare l’esistenza nel suo procedere instabile e serpentino (quanto conta ancora la tua lezione, reverendo Sterne!), nel suo continuo interrogarsi sulle proprie fondamenta. Austerlitz è il nome di una battaglia, ma le battaglie sono confuse e – dice Carlo Ginzburg – persino invisibili; è il nome di una stazione parigina, ma le stazioni sono luoghi di passo, dove domina il vuoto, il transitorio (nel romanzo però sono anche luoghi di spaesanti epifanie, come succede nell’archetipica stazione di Dublino, all’inizio di tutta la nostra vicenda romanzesca); Austerlitz, infine, è il nome di un uomo che ricostruisce la sua vicenda. Nella sua voce si sedimenta un secolo di storia europea, la sua identità è un viaggio a ritroso nei decenni sanguinosi di un’età di guerre e pacificazioni.
La voce isolata amplifica la propria inquietudine fino a raggiungere il destino di una collettività sterminata, più grande di una singola nazione. Il canto epico si distende, abbandona la verticalità numinosa del poema e accetta le strettoie della prosa, scava fra le collisioni dell’anima, indaga nelle molteplici sfumature del trauma.
In Austerlitz questa consapevolezza delle stratificazioni del passato che lascia tracce è un’immersione nei territori, sempre più profondi e opachi, della coscienza. La struttura monolitica del passato si sfalda nel procedere del racconto del protagonista, emergono crepe e incertezze. Il tempo non somiglia alle rocche studiate dal protagonista del libro: fortini a stella, sempre più complicati, cui gli ingegneri militari aggiungono in modo paranoide spuntoni su spuntoni, ma è una realtà viva e imprendibile, aperta al movimento e alla permeabilità.
Pochi anni prima di Austerlitz, nel suo romanzo cartografico, Mason & Dixon, Thomas Pynchon aveva scritto che la Storia non è semplice Cronologia (History is not Chronology): non una catena composta da singoli anelli (single Links) ma un «assai disordinato Garbuglio di linee, lunghe e brevi, deboli e salde, che vaniscono nella Profondità Mnemonica, avendo in comune solo la Destinazione». Sebald, a sua volta, rovescia la struttura del tempo europeo, passando dalla precisione mercantile degli orologi alla permeabilità quasi magica della temporalità interiore. Per Jacques Austerlitz, che non ha mai posseduto un orologio, la rivelazione finale è proprio la permeabilità del tempo: «A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del passato, e tuttavia ho sempre più l’impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda delle loro disposizioni d’animo e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l’aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce».
Il Novecento si è aperto con un racconto che aveva mostrato la presenza dei morti nella vita dei viventi, il Secolo breve si chiude ad anello con pagine che sembrano tornare all’originale dei Morti di Joyce, ma – si ricordi che epica crea con etica una perturbante coppia minima – stavolta la presenza delle ombre ci riporta a vicende più ampie, che hanno toccato moltitudini di uomini e donne. E non è un caso che questo libro sia stato scritto dopo il ritorno della guerra in Europa, mentre la parte orientale del continente tentava – e ancora tenta – di trovare e di inventare, fra le molteplici possibilità, un’identità a lei confacente. La memoria riallaccia la storia di Jacques Austerlitz alla storia del suo, e del nostro tempo; è il rivo, la particola minima, della dolorosa totalità di quanto è universalmente umano. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger che il mondo è tenuto insieme solo da quanto non lo abita più, e che «senza gli assenti, nulla ci sarebbe / senza gli esiliati, nulla sarebbe saldo, / senza gli incommensurabili, nulla di commensurabile / gli scomparsi sono giusti / così anche noi, in un’eco»
Al cemento armato dello Stadtschloss si contrappongono gli ectoplasmi del passato: stratificazione è consapevolezza dei fantasmi. Disposizione a riconoscere e accogliere nel nostro campo visivo le tracce di storie invisibili e pure persistenti e in qualche modo vive attorno a noi. Non l’intellettualistica epifania del romanzo sperimentale, ma la dolorosa presenza degli scomparsi, la loro voce ostile ancora presente. Voci di vittime e di carnefici che si confondono nei paesaggi consueti, ma che sono ancora perfettamente distinguibili per l’uomo che volesse coglierli e in qualche modo conservarli. E non sono uguali, non hanno la stessa dignità, didascalicamente ripeto che non sono uguali, non si possono assommare i carnefici e le vittime ma, allo stesso tempo, non si possono eliminare i carnefici, perché le vittime perderebbero parte della loro verità storica per incarnare una dolenza dolce e morbosa, senza scandalo, senza contatto con la nostra realtà. Presenze e screziature che l’occhio preferisce non vedere, disarmonie per l’orecchio. Voci che si vorrebbero ridurre ai cerimoniali dei giorni della memoria che consentono poi trecento e sessantaquattro (o cinque se bisesto) giorni di dimenticanza. Disse Goethe da qualche parte che chi non vuole vivere alla giornata deve darsi conto di migliaia di anni di storia; ed è una dannazione perché vivere alla giornata è bellissimo e non possiamo concedercelo. Non possiamo se non vogliamo restare schiacciati dal cemento armato dell’anima di questo inutile castello che mentre scrivo e mentre voi leggete si costruisce a Berlino, capitale d’Europa.

Controfinale

Berlino, non lontanto dalla Ostbahnhof, il più grande club d’Europa, dove club non sta per elitario ritrovo per uomini silenziosi foderato di poltrone di pelle, ma per trionfo della musica elettronica. Berghain. Il nome fonde i due quartieri di Kreuzberg e di Friedrichshain, al cui confine sorge. Un tempo anche lì ci passava il muro, anche lì si opponevano i due mondi. Oggi moltitudini in fila, dal venerdì alla domenica. Nella città in cui per decenni la felicità è stata sperata oltre un muro, a Charlottenburg e non a Prenzlauer Berg, e la speranza prendeva la forma di una via d’accesso, di un varco, oggi la coda davanti al Berghain è l’ambizione di entrare fra gli eletti, passare il portone oltre il quale non si fanno fotografie. E naturalmente non ci sono criteri, decidono gli impiegati del club, decide Sven il capo dei selezionatori. Uomo che incarna lo spirito del nostro tempo come Napoleone a cavallo lo incarnò per Hegel, quando vide l’imperatore per le strade di Jena. Sven: uomo dell’ibridazione e della mescolanza delle razze e dei destini. Artista, fotografo, omosessuale, nato a Berlino est, Sven è oggi il padrone dei due mondi, l’uomo sul confine del desiderio e dell’appagamento, è il Minosse che giudica una folla venuta apposta fin lì per farsi giudicare, una folla disposta a disumanarsi, a diventare merce e profitto, pubblicità vivente per l’oscuro regno dei balocchi. Disumanarsi in merce per entrare, per superare il muro. Gente che fa guadagnare il Berghain molto di più stando in attesa sotto il gelo dell’inverno berlinese che pagando il biglietto e consumando il lecito e l’illecito al suo interno. Sven è l’estremo alunno di Lutero che certifica la nostra propensione al servo arbitrio, alla servitù volontaria. E forse fra qualche anno il Berghain andrà a Varsavia, e forse il prossimo decennio tutti conosceremo qualcuno che abita a Varsavia come abbiamo conosciuto qualcuno che era a Barcellona, qualcuno che ora è a Berlino. E ancora lì, fra le memorie del ghetto e di Solidarność, le file per entrare, e ancora le misteriose decisioni di Sven che determinano chi può e chi, davanti alla legge, è escluso.
La prima volta come tragedia, le altre come farsa.