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Avanzi di natale: la colpevolezza del poeta

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jacobson_formula

di Andrea Inglese

(Questo dialoghetto si è esaurito prima di concludersi, per stanchezza di fine d’anno. Si può con agio saltare. D’altra parte, voleva esporre un’idea sulla comunicazione in generale, perché pare che tutti quanti quelli che scrivono, scrivono per dire qualcosa, mentre ci sono quelli come i poeti che scrivono per non dire nulla. Però ci sarebbe da osservare che, ad esempio, la parola dei politici di professione, ma anche di quelli semiprofessionisti, spesso assomiglia alla poesia, perché non si sa se davvero si riferisca al mondo, o al nulla, ma anche in televisione spesso sembra…  Ecco mi fermerei qui.)

Gianluigi – Certo che poi, anche voi, voglio dire, con quel vostro atteggiamento…

Io – …

Gianluigi – Tu fai il poeta vero? Ho visto una cosa, non mi ricordo più…

Il tuffatore

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di Jacopo La Forgia

Procul recedant somnia,

Et noctium phantasmata

Cara Alice,

 

oggi è il 7 ottobre e sono seduto in un bar di Venezia. Davanti a me ho il ponte dell’Accademia. L’ultima ora l’ho trascorsa a pensare al prisma che hai tatuato sull’avambraccio. Ricordo molto bene quanto fosse spesso l’inchiostro nero dei contorni. La forma del disegno, invece, non la riesco più a evocare. Ho sforzato la memoria a lungo perché ne ricomponesse l’immagine, ma mi sfugge.

Peccati capitali: una verifica politica

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di Giorgio Mascitelli

L’amara consapevolezza che durante le feste natalizie il peccato di gola mi ha tratto seco mi ha indotto ad avventurarmi in questo giochino un po’ idiota di fare una sorta di borsino di valori dei peccati capitali nella nostra società: chi scende, chi sale e così via. A mia difesa per tanta frivolezza posso solo riecheggiare le parole del Santo Padre: meglio questo che fidarsi delle profezie degli astrologi e degli economisti.

In fondo poi se ci si pensa un attimo, i peccati capitali veicolano un immaginario collettivo anche in società secolarizzate come le nostre e questo non solo perché molte delle categorie religiose continuano a funzionare seppur in forma laica anche oggi. La disapprovazione, poco importa se dovuta alle autorità spirituali o a quelle mediatiche, agisce sempre come un ottimo collante ideologico e come indicazione implicita di quelle che sono le virtù raccomandabili. Ho classificato i vecchi peccati capitali in tre gruppi: gli stazionari, quelli che si sono aggravati e quelli che hanno fatto il grande salto sociale diventando virtù.

Tra i peccati stazionari va indicata la superbia in primo luogo: essa è condannabile e va contro l’imperativo spettacolare della simpatia universale ( quella incarnata da uomini politici che raccontano barzellette o fanno smorfie e gestacci in occasioni di foto ricordo ai vertici internazionali), ma da un certo punto di vista rappresenta anche il legittimo crisma delle persone di successo e pertanto non va stigmatizzata oltre il ragionevole, anche perché può essere sempre giustificata come una forma di sincerità che, come è noto, è un elemento indispensabile per una relazione stabile. In ogni caso il peccato di superbia mantiene una vita carsica perché talvolta riemerge d’improvviso quando torna utile rimproverarlo a quelle voci che acquistano notorietà difendendo cause perse o innominabili: ne è un esempio l’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, che la scorsa primavera ha insolentito con la sua insopportabile superbia il povero Dissenbloijm e i pazienti creditori.

Anche l’ira mantiene questa statuto mediano: da un lato la mansuetudine è raccomandabile sia a livello di grandi uomini ( si pensi a Blair che si scusa per la guerra in Iraq dopo solo una dozzina d’anni, ammettendo con umiltà che si poteva fare di meglio e lo si farà, lo si farà) (1) sia a livello di gente comune ( si pensi alle domande sul perdono rivolte dai media ai famigliari di vittime di atti criminali), dall’altro ci sono delle categorie di persone che hanno diritto all’ira e che solo uno sciocco temerario può provocare. Nei rispettivi sottosistemi mediatici sono Putin ed Erdogan ad essere gli iracondi di successo, nel nostro è senz’altro il ministro delle finanze tedesco Schäuble: per tutti costoro l’ira non è un peccato, ma una normale manifestazione della loro superiorità. Ma gli iracondi di successo per eccellenza sono i mercati: la manifestazione della loro ira ha sempre qualcosa in comune con quelle degli dei del mondo antico e come quelle ha motivi imperscrutabili ma fondatissimi. E di recente s’incazzano spessissimo. D’altronde qui la colpa è del Vangelo: non si arrabbiò forse Gesù con i mercanti nel tempio? Nulla di più logico che i mercanti si adirino quando qualcuno d’indesiderato si aggira nel loro tempio che è il mondo.

Tra i peccati che si sono aggravati ci metto subito quello da me commesso, la gola: troppo culto per i corpi perfetti e troppo sospetto per il tempo perso a tavola quando ci si può nutrire efficacemente in piedi e su due piedi per poter sperare in un’assoluzione. La prova più eloquente è che in televisione l’immaginario alimentare è stato sdoganato sotto forma di competizione tra i cuochi e non in quello tradizionale di cuccagna. Le lunghe serate in cui un gruppo di amici si mette intorno a un piatto di pasta non senza la provvidenziale presenza di qualche bottiglia e senza altro scopo che quello improduttivo di stare insieme in allegria restano un peccato mortale.

Anche l’accidia è tra i peccati che si sono aggravati nel corso del tempo e ciò in ragione in primo luogo della sua difficoltà di definizione. In un’epoca che non ama troppo le sottigliezze e in cui si può dire tutto purché in trenta secondi, la natura di questo peccato di per sé è un’aggravante. Poi sia che lo s’intenda come gli sceneggiatori di Seven come il trionfo della droga sia come come il Petrarca come l’incapacità di rinunciare alle cose che ci fanno stare male risulta sospetto per la perdita di tempo che comporta. Se ci aggiungiamo il fatto che forse questo perdere tempo potrebbe avere a che fare con la riflessione su di sé anziché sforzarsi di cambiare la propria vita in una sorta di perenne gara contro se stessi per vedere se si è più bravi degli altri, come ci consiglia un filosofo importante quale Sloterdijk, oppure anziché spenderla nella ricerca di scariche di adrenalina che hanno miglior mercato, si può comprendere quanto l’accidia sia intollerabile per il nostro mondo.

Il peccato più grave di tutti, però, resta l’invidia e questo in ragione di due sue qualità logiche. La prima è che nell’immaginario collettivo è un peccato da cui vanno immuni i principi e i potenti della Terra di ogni tipo e genere, che naturalmente non possono invidiare gli altri essendo loro i migliori; la seconda è che esso ha a che fare con la critica. Qualsiasi critica infatti può essere descritta come frutto d’invidia ( perfino questa mia alla ricezione sociale dei vari peccati potrebbe essere descritta con qualche efficacia retorica come espressione dell’invidia di un goloso nei confronti degli altri peccati capitali) e ciò è estremamente comodo per bloccare a priori qualsiasi discorso critico, tramutando ogni criticato in un biondo Sigfrido e ogni critico in un nano che trama nell’oscurità. Naturalmente non si può essere naif, se si designa ogni critica espressamente come prodotto dell’invidia, è chiaro che si sortisce un effetto comico involontario, ma se con più prudenza ora si parla di ressentiment, ora di cieco furore ideologico ora di odio atavico si ottengono risultati di gran valore, tenendo conto che la statistica dà una mano perchè alcune critiche derivano effettivamente da sentimenti d’invidia.

Veniamo ora ai peccati che ce l’hanno fatta e che sono diventate virtù: lussuria e avarizia. Sulla lussuria c’è poco da dire da desiderio peccaminoso e irrealizzabile è diventata parte integrante del codice performativo attivistico per cui il vero terrore dei nostri tempi non è cadere nel peccato di lussuria ma essere ghettizzati nella temperanza. Bisogna darsi da fare in ogni campo. Il primo ad accorgersi degli albori di questo fenomeno fu Adorno in uno dei suoi minima moralia, mi pare, nel quale nota un po’ sprezzantemente, del resto era verosimilmente un superbo, che qualsiasi impiegata dei suoi tempi poteva vantare un’esperienza sessuale che nel secolo XVIII era riservata a M.me Pompadour e poche altre donne del suo rango. Sarebbe fin troppo facile citare qui la dichiarazione berlusconiana sulla propria giornata tipo costituita da 18 ore di lavoro 3 di sonno e altrettante di sesso, che tra l’altro implica che atti intimi e sonno vengano consumati sul posto di lavoro non essendo riservato alcuno spazio temporale per i trasferimenti. Più interessanti appaiano da un lato la fitta casuistica e il connesso galateo su ogni pratica sessuale resi noti con apprezzabile continuità dal mondo mediatico in uno slancio in cui la volontà di sapere incontra quella di performance, dall’altro lo sviluppo di una biopolitica dell’amore che prevede la traduzione in diritto politico individuale di ogni desiderio: di recente per esempio si è scoperto il diritto alla genitorialità da garantire tramite la liberalizzazione del mercato dei neonati a coppie abbienti a vario titolo sterili.

In un certo senso però la trasformazione più spettacolare è stata quella dell’avariza ossia di quella che noi chiamiamo avidità, essendo un tempo chiamata ‘miseria’ la nostra avarizia. Il discorso sportivo, vincono solo le squadre che hanno fame di vittoria, e quello finanziario, che parla encomiasticamente di ‘grandi predatori’ e di ‘spiriti animali del capitalismo’, sono i principali sintomi della metamorfosi virtuosa e travolgente di questo peccato. A questo proposito basta fare una prova: chiunque facesse un’affermazione del genere ‘ oggi uno dei problemi è che c’è in giro troppa gente avida che desidera semplicemente troppo denaro, con il problema di non sapere più che farsene perchè la stessa avidità rende impossibile investirlo’ verrebbe accolto con la costernazione che si riserva agli alienati anche da parte di chi in linea teorica sarebbe d’accordo. Eppure due grandi predatori intelligenti, reazionari non sprovvisti di senso storico che oggi pertanto risultano dei progressisti, come George Soros e Warren Buffet hanno dimostrato di temere questo trionfo dell’avidità come pericoloso per il corso stesso dei loro affari: non è un mistero per nessuno, ad esempio, che sono state le fondazioni di Soros a finanziare l’importante e complessa ricerca di Piketty sul capitale del XXI secolo. Ma l’episodio più sofisticato di questo processo di assunzione in cielo dell’avidità resta l’articolo che l’attrice erotica Valentina Nappi pubblicò un paio di anni fa su Micromega. In questo articolo l’autrice spiegava che la cosa migliore per la sinistra era rinunciare a mettere in discussione il primato delle banche, cosa che ormai fanno solo i fascisti, mentre esse di questi tempi rappresentano il progresso, e occuparsi solo di diritti civili. Era una splendida allegoria in cui la lussuria sdogana l’avidità in nome dei diritti dell’individuo libero ormai dalle arcaiche superstizioni collettivistiche.

(1): anche se personalmente resto un fan di quelle date dalla Chiesa Cattolica a Galileo, che possono essere riassunte così: “scusaci, abbiamo sbagliato oggi, ma all’epoca avevamo ragione noi”.

 

La riviera dei fiori

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acqua

di Orso Tosco

La pittura è spessa e viscosa. Sembra bitume, forse lo è. Va data in modo uniforme ma di corsa, perché la pioggia è in agguato, e la pittura nera deve impedire che l’acqua filtri nei vecchi muri della casa. Lavora nello stretto, lui. Lavora nello stretto, con i capelli radi appiccicati contro la fronte dal sudore, gli occhi illuminati di sbieco, e non dai lampioni, nemmeno dalla luna che inizia, ma da una luce interna, interna e cattiva, innocua e blanda.

Da un lato ha la grondaia, a cui il porco che l’ha montata non ha imposto la giusta pendenza. Dall’altro lato un muretto, irregolare, di cemento armato. E sopra, sporgente, quel che resta di una vecchia serra: i vetri bianchi, sporchi, rotti, l’intelaiatura arrugginita. È abbandonata da tempo, i garofani costano meno altrove. Resta comunque ingombrante. La spigolosa adolescenza della vita passata di questi luoghi, adolescenza vecchia che non diventa niente e nemmeno muore: ormai pigra come un krapfen.

Osserva il pennello, lui, il pennello carico di pittura che sembra un grumo di strada fresca, e osserva la propria mano, la trova coperta da un guanto da cucina rosa. Guarda sopra. Ha le braccia tagliate. I tagli sono leggeri e sciocchi, figli di potature maldestre. L’unico colore acceso è il sangue rosso delle zanzare tigre spiaccicate sugli avambracci. Lente a causa dell’autunno, sono ormai comode prede da uccidere bestemmiando. Fischiano e volano, poi esplodono oppure sfuggono: partiture su partiture.

A osservare il lavoro di pittura, già l’istante successivo alla fine del lavoro stesso, si capisce subito che è fatto male. Per nulla uniforme. L’acqua stagnerà, filtrerà, causerà danni.

I sorci che vivono nel sottotetto emettono un rumore stridente, come una corda di pianoforte sfregata con unghie lunghe. Il rumore è breve, passa subito. Lui pensa al veleno che dovrebbe piazzare a bordo tegola. Ma anche il pensiero è breve. Passa, passa anche lui.

Altri pensieri arrivano a eseguire le loro figure libere. Pensieri come l’idea che lui non sia bravo a fare nulla. Non bravo con il bitume, non bravo a leggere le bollette del gas, non bravo a vendere soldi e non bravo a salvare soldi, non bravo a scrivere, a saltare.

Buono a nulla e nel nulla.

Questi pensieri ci mettono poco a diventare verità. E le verità sono come un pelo di capra, o di pecora o maiale, che gli cresce attorno al collo mentre si butta tra le canne di bambù per tornare a casa. Si torna a casa con il collo caldo e sporco di verità perché la porta va aperta con un misto di saggezza e disperazione. Bisogna tornare a casa fallendo nell’equilibrio.

Le ceneri di suo padre lo guardano, appollaiate davanti alla finestra che dà sul giardino. Sono rinchiuse dentro una scatola verde che assomiglia a quelle in cui si tengono le carte da gioco. Le ceneri hanno occhi fatti di piccola frutta talmente vecchia da apparire irriconoscibile, forse acini d’uva, forse semi.

Cosa vogliono dirgli? Dicono qualcosa, gli occhi della cenere fresca di suo padre?

Non si sa. Ciònonostante, ogni martedì e giovedì lui sottopone loro delle giocate del lotto, uno o due ambi, un terno, affinché suo padre guardi e, eventualmente, decida. Il sabato invece non gioca. Gli piace far finta di aver dimenticato di giocare. Ama sdraiarsi, il sabato sera, a pensare ai rimpianti, a puzzare.

Ma oggi non è sabato, è un altro giorno.

È stanco, sono mesi che è stanco. Da quando la malattia di suo padre si è incattivita e lui è tornato a vivere con i genitori, è da allora che si sente stanco. È normale, è normale, si dice.

Gli ospedali, i sintomi, la mancanza cronica di miglioramenti, di buone notizie.

Ma questa stanchezza arriva da più lontano, da prima, e questo è meno normale, meno normale, meno normale, ripete a bassa voce, in bagno o sopra qualche albero, oppure seduto in disparte in un bar quasi vuoto. (Quanti uomini, quanti uomini gli hanno detto “Mi dispiace per tuo padre” in questi mesi? E quante volte ha osservato le loro camicie piene di tasche e ha risposto “Grazie”, come dopo un complimento? E quanti uomini hanno taciuto, guardato e taciuto? Non importa.)

Sua madre si aggiusta il cappello di lana che è costretta a indossare quando la cervicale le dà noie. Di solito poco prima che il vento cresca, iniziando sul mare, per poi salire verso di loro, che stanno tra gli alberi e le serre abbandonate.

“Hai chiamato il notaio?” domanda sua madre “Si? E allora, che dice?”

“Che ci sta lavorando.”

L’espressione del volto di sua madre significa che lei sa benissimo che nessuno ha chiamato nessuno, e che nessuno lavora a niente. Sono buono a nulla e per nulla, pensa lui, ma mia madre vuole immaginarmi diverso, migliore.

Lui la bacia sulla fronte come altri pregano, con l’abitudine di una pianta che ricresce.

Il giardino oltre la finestra del soggiorno subisce gli scarti del tramonto. Tutte le ombre grossolane, color barbabietola, e le profondità del rosso cupo fanno sembrare gli aranci e i limoni come ricoperti di ardesia, di ardesia sbiadita. Le foglie mosse degli alberi diventano vaghe, si trasformano in materiale da chiesa spoglia, da chiesa spoglia che all’improvviso offre un bagliore e subito lo rinnega. Invece sua madre esce a camminare col cane. E lui beve, beve vino da tavola dentro una tazza macchiata.

Il fuoco ai fuochisti il mare ai maremoti il cuore ai rincuorati.

Prima, prima di tornare a casa a vivere la malattia e il lutto con sua madre, prima, a lui piaceva bere e bere, bere fino a ubriacarsi, per ore. Per troppe ore, soprattutto. Bere oltre il momento in cui non ha più senso bere. Quello gli piaceva. Adesso, invece, gli piace bere alla pari di certe vecchie signore morenti, che si sentono in colpa per le preoccupazioni causate agli altri, ma che al tempo stesso ne vanno fiere e, nel mentre, bevono di nascosto. Come per correggere un breve raschio in gola, una tosse che non merita commenti.

A lui piace bere poco e male, bere vino da tavola aspro, o rosolio venuto così così. E gli piace bere da solo, di nascosto, buttando immediatamente la bottiglia vuota e lavando subito il bicchiere. Come a dire, non è successo niente, non è passato nessuno, il campanello non ha suonato, la porta non si è spalancata. Quel tipo di bere che, forse, a raccontarlo gli si fa un torto. Come a voler attribuire un tono a certe facce che lui vede in paese, la sera. Facce che un tono ce l’hanno, ce l’hanno: un qualcosa riguardante la lobotomia frontale, una certa signorile demenza, diciamo. Ma che, ecco, già si sente, a spiegarle, si finisce con lo sprecarle.

Perché invece non accettare l’inspiegabile come si accetta lo sguardo di un cinghiale o di un vigile urbano? Perché non dargli da fumare? Accettiamolo, accogliamolo.

Accogliamo la casa vuota e buia, accogliamo la maniera brusca con cui le finestre sporche distorcono il verde delle piante, i movimenti disperati del verde e la sommessa voglia di scomparire delle ombre, accogliamo e vezzeggiamo le tante cose che, anche oggi, lui ha cercato di risolvere e che ha fallito. Accettiamo le tante cose che ha fallito.

Arriva la cena, e con la cena arriva per lui il momento per i buoni propositi. Ogni sera una fine dell’anno, un inizio di scuola, un matrimonio, ogni cena un nuovo, energico contratto con la vita. Invece, poi, lui beve di nascosto, e smentisce tutto. Va a letto e resta a fissare il soffitto rugoso, a buccia d’arancia vecchia, e pensa alle donne con cui è stato a letto. L’immagine di una costola gonfiata e sgonfiata riflessa in uno specchio appoggiato al muro. Una frase sconcia e buffa e confortevole. L’odore sulle dita. L’odore di merda e di detersivo e di broccoli. Le labbra storte. I piedi da lepre. La piega del ginocchio e la voce che ci si spegne dentro.

Tutte cose belle e tristi che lui pensa e ripensa fino a quando si vede nel riflesso della finestra: e allora smette; smette perché si accorge di avere una barba da cronaca nera minore e gli occhi stanchi, stanchi e cattivi. E ha la tentazione di domandarsi: ma è così che divento, questo divento, di già?

Così smette, smette di pensare ai corpi e ai rumori dei corpi e al calore dei corpi e alla loro amorevole e incomprensibile casualità, e legge.

Apre un libro a caso. Legge disordinatamente, saltando pagine e pagine, capitoli interi, alla ricerca di specifici gruppi di parole. Quali gruppi di parole?

Dipende. Certe sere lui sente il bisogno d’immagini riguardanti i settori, le inferiate. Altre volte cerca i risvegli, i nomi di strada, gli stagni. Altre volte ancora i colori, le ostriche, le battutine. Può capitare che senta di aver bisogno di maledizioni, di fiabe, di canzoni. Ma è raro.

Quando ha trovato qualcosa, lo legge e rilegge senza sosta. Allontana il sonno e la voglia di saperne di più, legge e rilegge la stessa frase, la stessa mezza frase, le stesse tre parole in croce fino a quando ritiene di essere stato accettato, per davvero, di aver stipulato con loro, con le parole, un patto, un accordo del tutto indifferente alla storia e al senso.

Allora crolla, dorme immediatamente. Senza sogni. I sogni di un bicchiere dimenticato sono splendidi e alti e la loro maledizione è vuota e si allontana. Lui si sveglia spesso. Perché i bicchieri vuoti non hanno pace e perché sente la casa fare i rumori. E quando si sveglia, lui prende il bastone di legno che tiene vicino al letto e lo stringe come si stringe un cornicione per non cadere. Poi si alza in piedi e ha paura.

Al buio, con la casa che fa i rumori e un bastone in mano, lui ha paura.

Dietro ogni rumore potrebbe esserci un assassino. Ogni rumore è un assassino che non vuole fare rumore. Lui lo sa e ha paura. Avrà il coraggio di uccidere l’assassino? Avrà la forza e l’abilità? E poi: gli piacerà?

Lui teme di si. Ha così paura dei rumori della casa, ha così paura degli intrusi che possono infilarsi dentro quei rumori e sgattaiolare in salotto, al piano di sotto. Ha paura di loro, e ha paura del dolore che su di loro sente di voler sperimentare, perché crede che possa piacergli.

Lo sa. Non è sicuro di avere il coraggio per sperimentarlo. Ma è certo che, se trovasse il coraggio necessario, quel dolore gli piacerebbe. Colpirebbe a bocca chiusa e senza labbra, colpirebbe oltre il respiro, lascerebbe il male al male, aggiungerebbe male al male.

Cammina per la casa buia. Stringe il bastone tra le mani, sente le nocche vivere pienamente. Quando entra nel bagno colpisce l’aria con forza. (È nell’aria che stanno gli assassini, ovunque.)

Il legno del bastone fischia e si zittisce. (È nell’aria che bisogna colpire, colpire e sperare.)

Lui ha le mani che tremano a causa della paura e dei rumori. Il lampione oltre la siepe lo sa e si fa bianco di luce, di una luce più bianca della luna bianca. Lui guarda la siepe e sputa, sputa come una seppia.

È molto bello, lui, adesso. Da solo, nel bagno. È convinto che ci sia un vecchio che lo aspetta nella doccia. È molto bello, lui, quando si volta a controllare, sicuro, certo di trovare un vecchio bonario, in attesa, con una coltello in mano. Ed è certo che se il vecchio ci sarà, se il vecchio avrà avuto la pazienza di aspettarlo, lui non lo colpirà con il bastone; no.

Lui poserà in terra il bastone giallo, sulle piastrelle, e si avvicinerà alla lama, per aiutare il vecchio a farsela entrare nello stomaco, con una lentezza così dolce e ingiusta, con una lentezza spossante e oscena e delicata.

Ma il vecchio non ha avuto pazienza. È andato. Ancora una volta è notte e ancora una volta il bagno è vuoto. Il bastone resta tra le mani, fischia nell’aria, dove bisogna colpire. Ma c’è soltanto aria, gli assassini si nascondono bene, sono bravi, restano rannicchiati dietro i rumori della casa e aspettano.

Lui ritorna a letto. Ha paura di dormire troppo profondamente. Così si palpa lo stomaco e le chiappe, si palpa i coglioni ed è stanco. Fuori, gli altri, ascoltano le voci aspettando il turno per usare la propria, decorano le vetrine, arrotolano le corde, si rifugiano nelle cantine dove poi si baciano, e hanno così ragione, così tanta ragione, ciascuno di loro.

Quanto ancora vi devo? Questo, questo pensa lui. E poi, ancora più sdolcinato e irrimediabile, pensa che dovrebbe piovere carta da regalo, che la stanza dovrebbe riempirsi di ricci di plastica, e che il dolore dovrebbe essere meno arioso.

Lui osserva il profilo del bastone nel buio della stanza, la forma. Ha il naso ghiacciato.
E sono frasi brevi e brutte, queste, mentre i suoi pensieri sono brutti e lunghi.

Una notte-questi sono i suoi pensieri triturati come scarto di carne-una notte io sentirò il vero rumore, il rumore che sto cercando e che si farà riconoscere. Un rumore vivo, che mi sfiderà.

Allora stringerò il mio bastone, e il mio bastone giallo avrà fame. Scenderò le scale quasi senza sollevare i piedi, come se stessi passandomi la lingua sui denti, e arriverò in salotto.

In salotto troverò la luce buia che si vede in mare a occhi aperti, quando l’acqua è divorata dalle alghe e dalla schiuma. E io morderò il muro, spalancando la bocca fino a strapparmi la carne sulle guance, per far parlare gli zigomi. Con grande eleganza. Con l’eleganza di un ballerino a cui siano stati distrutti i muscoli e le ossa e che, pur ritrovandosi soltanto con i tendini, scopra di avere comunque troppo. Ma nessuno, nessuno dei morti rannicchiati al centro del salotto mi noterà. Perché i morti sono sbadati. E perché i morti saranno troppo impegnati a lacerare e scavare.

Cosa scavano i morti, i miei morti? Mi chiederò conoscendo già la risposta.

In cosa affondano le dita? Domanderò soltanto per avere la scusa di sorridere da ogni dente.

E che voglia, che voglia di rimpiangervi tutti e tutte avrò, guardando il mio corpo in terra, steso al centro del salotto, e quanta voglia di avere mancanza di voi avrò, nel vedermi scavato e spolpato dalle mani dei miei morti, dalle loro mani così delicate, quasi di schiuma.

E con quanto amore per voi, con quale splendida, soave qualità d’amore per voi colpirò il mio corpo già sventrato, il mio corpo spalancato, il mio corpo illustrato nelle varie gradazioni del sangue.

Con quanto amore, con quanto amore che serve a niente e che non passa, e che giustifica le notti e sbaglia, e che rassicura, e brucia in silenzio, e non basta, e non passa, con quanto amore purissimo farò scempio di me, rannicchiandomi infine dentro il mio stesso cadavere con la dolcezza di una civetta che ritorna senza essere notata.

IMMAGINE DI CLARISSA BELL

La battaglia al contrario

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nave_guerradi Romano A. Fiocchi

(La battaglia” è il titolo del capitolo numero Sei di un bi-romanzo di trentaquattro capitoli ancora work in progress. Bi-romanzo in quanto si tratta di due romanzi intrecciati dove i capitoli si alternano sino a confluire in un unico finale. Quello descritto non è uno scontro qualsiasi ma la battaglia navale che determinò il trionfo dell’Occidente sull’Oriente. Era il 2 settembre del 31 a.C. Con il mio intervento letterario ne ho fatto una battaglia al contrario, nel senso che ho capovolto storicamente le sorti dell’evento. In fondo è così anche nel mondo reale: basta un nulla per cambiare il corso di una civiltà. r.a.f)

* * *

Mio padre odiava la guerra, disse il giovane marinaio.

La odiavamo insieme, disse Catullo.

Allungò il braccio, l’indice teso verso una striscia scura che affiorava sull’orizzonte. La costa dell’Acarnania. Gli occhi di lattuga di mare erano trasparenti:

Laggiù c’è Azio, – disse.

Era un altro tassello della sua idea monolitica: la battaglia di Azio. L’odore di quella battaglia sul mare si era perso nei secoli ma Catullo sapeva che era lì che il mondo aveva voltato pagina. Era davvero l’unica battaglia che avesse avuto un senso nella storia dell’umanità, per quanto l’umanità e la sua storia potessero averne. Il nonno di suo nonno vi aveva partecipato. Oppure era stato il padre del nonno di suo nonno. Chiunque fosse, il suo avo aveva calcato la terra del promontorio di Azio al seguito delle legioni di Publio Canidio Crasso e vi aveva perso la mano destra, dilaniata da una catapulta e poi amputata. Fu allora che pronunciò la storica frase: “Cazzo, ecco l’occasione per provare la forza dei mancini!” Era un uomo che pensava positivo. Il fantasma dell’eroica mano amputata ossessionò per generazioni la famiglia di Catullo come se la battaglia di Azio si riducesse a quell’unico episodio. Era il fantasma di una mano che prima di essere dilaniata aveva risposto al cenno di Antonio quando aveva dato il via alla battaglia. Le grida di comando si erano propagate di nave in nave e avevano rotto il silenzio che regnava sul mare. I tamburi incominciarono a pulsare come cuori nei ventri degli scafi. Gli scalmi gemettero sotto lo sforzo dei remi che battevano all’unisono la superficie e sollevavano piccole onde di schiuma. La flotta di Antonio e Cleopatra lasciava il golfo di Ambracia. Il nemico l’attendeva al di là del promontorio. E con il nemico, la Storia. Qualche giorno prima, la squadra di Gaio Sosio aveva approfittato della nebbia ed era uscita per valutare la situazione. La sortita improvvisa aveva permesso a Sosio di assalire la squadra di Arrunzio ma il luogotenente di Ottaviano, Marco Vipsanio Agrippa, si era precipitato in suo aiuto e aveva costretto l’aggressore a ripiegare nel golfo. Anche Canidio, con le sue legioni che controllavano l’imbocco del canale e i piedi del promontorio, aveva confermato il blocco navale. La flotta di Ottaviano tagliava i rifornimenti via mare, ben sapendo che via terra sarebbero stati impossibili. Era un gatto davanti alla tana del topo. La battaglia navale divenne inevitabile. Occorreva spazzare l’ingresso del golfo e riprendere il controllo del mare.

Si alzò una leggera brezza. Scendeva dalle coste dalmate e investiva tutta l’Acarnania. Le navi scivolavano via con i loro rostri taglienti. Fendevano le onde sul pelo dell’acqua. L’aria sapeva di morte. Antonio pensava alle vele che aveva caricato a bordo e che molti avevano guardato con sospetto. Nessuno porta con sé le vele per una battaglia, in battaglia si usano i remi. Sapeva che i paurosi lo credevano pronto ad una fuga, i valorosi all’inseguimento delle liburne di Ottaviano molto più leggere delle sue quinqueremi. Ecco perché le vele. L’Antonias, nave ammiraglia di Cleopatra, navigava dietro di lui accompagnata dalle sue sessanta quinqueremi da guerra. Antonio ne distingueva il vessillo che garriva contro il cielo azzurro. Avrebbe preferito un vento da sud, che gli portasse l’odore di Alessandria, l’aroma dei legni bruciati sul Faro, i profumi salmastri del lago Mareotide. Ma Alessandria era lontana. Soprattutto per lui, che cominciava a sentirla come la sua città.

Davanti al golfo apparve lo schieramento delle navi di Ottaviano. Erano quasi tutte triremi e liburne, imbarcazioni che nulla avrebbero potuto contro le possenti quinqueremi della flotta egizio-romana. Antonio sapeva che da parte delle navi di Ottaviano sarebbe stata, più che una battaglia, una scaramuccia continua fatta di incursioni giocate sull’agilità di manovra. Piccole e insistenti ferite che avrebbero potuto dissanguarlo. Doveva aggirare il nemico, bloccarne il movimento con le sue fortezze galleggianti.

La flotta romana era disposta in semicerchio, da meridione verso settentrione. Le squadre dell’ala destra erano comandate da Marco Lurio, al centro Lucio Arrunzio, a sinistra Agrippa. Con Agrippa c’era la nave di Ottaviano. Antonio dispiegò le sue navi di fronte a quelle romane, anche lui in semicerchio. Sosio al comando dell’ala sinistra, di fronte a Lurio, e Lucio Gellio Publicola a destra. Le spalle di Publicola erano coperte dalla quinquereme di Antonio. Al centro, gli antoniani Marco Insteio e Marco Ottavio insidiavano le squadre di Lucio Arrunzio. Le navi di Cleopatra erano anche loro in posizione centrale, nelle retrovie, pronte a forzare il blocco. Gli equipaggi di entrambi gli schieramenti si guardavano in silenzio. I tamburi tacevano. Cigolii di corde e di legni impregnavano l’aria. I rematori riposavano prima dello sforzo supremo. Sembravano tutti cose già morte. E la morte era lì, con la sua enorme falce, in compagnia delle Parche. Tra non molto avrebbe regnato su quelle imbarcazioni. Soltanto allora Antonio si rese conto che stava spingendo la propria gente contro la propria gente. La nuova Roma d’Oriente contro la vecchia Roma d’Occidente. Era una battaglia contro se stesso. Comunque fosse andata, avrebbe perso. La vera vittoria poteva appartenere soltanto a Cleopatra.

Un grido. I tamburi della squadra di Sosio incominciarono a pulsare, le pale dei remi a tuffarsi. Sosio costrinse Lurio a ripiegare stringendo il cerchio. Anche Agrippa, sull’ala opposta, retrocesse sotto la pressione di Publicola. La flotta di Antonio abbracciò la flotta romana in una morsa. La linea delle imbarcazioni si sgranò lasciando scoperto il centro. Fu allora che Cleopatra si introdusse nel cuore della flotta nemica dando inizio alla battaglia. Lo speronamento con i rostri acuminati aveva già fatto le prime vittime nelle squadre di Ottaviano. Alcune triremi affondavano miseramente tra le urla dei rematori rinchiusi nei ventri delle navi e quelle dei legionari che affogavano sotto il peso delle corazze. I rostri delle navi di Ottaviano non riuscivano a fare altrettanto: le quinqueremi di Antonio erano rinforzate con fasci di legname e placche di ferro. Il genio di Agrippa sfoderò allora l’arma segreta: il corvo, enorme rampone d’arrembaggio. Le sue navi affiancavano quelle nemiche e lo lasciavano cadere sul ponte avversario sfasciando i parapetti e conficcando gli uncini nella tolda. Sulla passerella del corvo scorreva gridando un fiume di legionari pronti al combattimento. La battaglia da navale si trasformava in terrestre. Intanto dalle torri di triremi e quinqueremi gli arcieri scatenavano una pioggia di frecce. Il cielo era solcato dai proiettili infuocati scagliati dagli onagri. Uomini squarciati dai dardi delle baliste. Braccia troncate. Carni trafitte. Corpo a corpo cruenti. Sangue che sprizzava. Grida di aiuto e di dolore. I corvi azzannavano le navi nemiche con velocità sorprendente ma la flotta di Antonio stringeva sempre più le sue mascelle proprio sull’ala sinistra, quella di Agrippa. Gli arcieri di Cleopatra offuscavano il cielo di frecce cosparse di pece accesa. Ovunque urla, fumo, incendi. Sempre più limitate nei movimenti dalla morsa egizio-romana, le liburne e le triremi di Ottaviano non riuscivano ad evitare gli speronamenti. Il mare ribolliva di morte. La superficie era ricoperta di rottami, cadaveri, pezzi di legno fumanti. Tutto, nel giro di qualche giorno, sarebbe finito sulle coste dell’Acarnania. Il mare rigetta ciò che non gli appartiene, compreso il dolore. La trireme di Ottaviano, colpita dal rostro di bronzo della nave di Publicola, imbarcava acqua. Ottaviano si trasferì sulla liburna di Agrippa. Ma fu lì che Cleopatra, a bordo dell’Antonias, lo vide. La splendida regina alzò le braccia al cielo e invocò la forza del dio Serapide, più potente di tutti gli dei di Roma perché concentrava in sé la rabbia di Osiride Api Dionisio Zeus Esculapio Plutone. Poi chiamò forte Alessandro, protettore dei Lagidi e di tutti gli abitanti della città da lui fondata. Dal mare emerse lo spirito di un guerriero con la causìa in testa, dietro di lui migliaia di altri spiriti guerrieri che diedero forma alla terribile falange macedone. Un grido di battaglia e le onde si sollevarono sotto una forza impetuosa travolgendo le flotte. Le imbarcazioni di Ottaviano, più leggere, furono scagliate in tutte le direzioni. I corvi piantati da Agrippa nelle quinqueremi avversarie furono strappati alla base, i remi spezzati, affondate le navi in avaria. La tempesta travolse tutti ma le navi delle flotta egizio-romana, grazie alla loro stazza, mantennero il controllo e riuscirono a restare in formazione. Quando la violenza del mare cessò, i legionari di Antonio e le truppe egizie di Cleopatra fecero il resto. Assalite le navi avversarie, ormai disorientate e divise, ne massacrarono gli equipaggi risparmiando soltanto chi giurava fedeltà ad Antonio. Agrippa, avvertita la disfatta, si gettò sulla propria spada. Arrunzio si arrese e fu costretto schierarsi con Antonio. Lurio morì colpito dal dardo di una balista. Il corpo di Ottaviano non fu mai ritrovato.

Intanto a terra, le legioni di Canidio venivano trasbordate dalle squadre di Sosio sull’altra sponda del canale e sbaragliavano le legioni di Tauro, terrorizzate dalla voce della disastrosa sconfitta navale e decimate dalle diserzioni. Tra i vincitori si contarono alcuni morti, qualche ferito e una mano destra dilaniata da una catapulta.

La notizia del trionfo di Antonio e Cleopatra raggiunse Alessandria. Antonio fu proclamato Imperatore. Fu una festa sfrenata sino a notte fonda.

“Nature morte”. Cinque poesie di Yoshioka Minoru

5
Yoshioka Minoru

Yoshioka Minoru, Nature morte

 

 

traduzione di Andrea Raos




Natura morta

Dietro la dura superficie del vaso da notte
crescono in splendore
frutti autunnali
mele castagne uva
e tutti alla rinfusa
accatastati
verso il sonno
verso una sola armonia
verso una musica che cresce si raccolgono
tendono al recesso più buio
i loro noccioli scivolano piano di lato
e intorno
aleggia l'ora della prospera decomposizione
adesso davanti ai denti dei morti
stanno immobili come pietre
tutti quei tipi di frutta
che dentro al vaso da notte
sempre più greve
sul rovescio di questa notte apparente
talvolta
paurosamente oscillano

*
 
Natura morta

Dalla rapida notte avviluppati
i pesci dentro cui
posate per un attimo
le ossa
scivolano via dal mare pieno di stelle,
sopra il piatto
in segreto si dissolve
la luce della lampada
che poi si sposta a un altro piatto
dove ereditata la fame di vita
nel fondo di quello
prima l'ombra
poi l'uovo chiama

*
 
Natura morta

In fondo a una bottiglia vuota
legate al turacciolo
le nostre gole
le nostre esili carni
splendide serpi che oscillano con la bilancia
le nostre pupille non reggono il peso dell'oro
da ricordare è il sole
data sempre nuova distanza
i nostri muscoli cardiaci
percorrono l'intero corridoio dell'estate
avvoltolato nei lunghi intestini di un cavallo
e verso il mare di notte tutto meduse
per metà immerse
le nostre teste
generano cose senza luce

*
 
Natura morta

Il sale sporco della cucina
il sesso pendulo di un cane
un chiodo sporgente dal soffitto

mentre un angolo della loro morbida metà inferiore
si riflette in uno specchio scuro
infine
gli arti non ancora formati di un feto
un cavallo sulla spiaggia fantasticato da un pittore
calcoli che non tornano
e altre simili astrazioni
verso un'altra stanza		un'altra dimensione
vengono trasportati

A portare queste cose disparate
a uguali altezza e angolazione
è la meravigliosa astuzia del lavorio della notte
che tuttavia
poiché altrimenti peserebbe troppo
è un uovo soltanto
poggiato sul davanzale

e lì, via dall'oscena confusione della notte
luccicante un uovo si volge a una luna

*

Un mondo

Nel crepuscolo       destati da un richiamo       riscossi       infine alzati       fanno per chiamare       groppi di gialle forme astratte       ovvero un caos di cose a mucchi simili a lumache       da sotto a quelle pieghe ingrandite appaiono       le nostre sembianze       da cui colano liquidi copiosi       i nostri nasi       che rigurgitano vomito per sopravvivere       le nostre gole       poi esposti senza riguardi alla luce invernale       screpolati ogni giorno di più       i nostri denti       sempre spinte in cerca di quel punto buio e remoto       arrotolate le nostre lingue       adesso sprofondano nel mare del disco del tramonto       un mondo di ossa recise dai muscoli       ma, giunte prima       le nostre bocche di colpo enormi eruttano saliva gelata

 

*

Da Seibutsu 静物 [Nature morte], 1949-1955, in Iijima Kōichi 飯島耕一 et al. (a cura di), Yoshioka Minoru zenshishū 吉岡実全詩集 [Poesie complete di Y. M.], Tokyo, Chikuma Shobō 筑摩書房, 1996, p. 57 – 62.

*

Qui alcune informazioni su Yoshioka (in inglese).

 

Yoshioka Minoru

Do you remember George Best?

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best_webOTW

di

Francesco Forlani

C’è qualcosa d’ipnotico in un gol; liddentro deve esserci per forza qualcosa di simile all’incantesimo di una fiaba, per fare in modo che la ripetizione della scena, dell’azione, il replay, riesca a suscitare la stessa meraviglia provata per la prima volta dallo spettatore. Ecco perché nel periodo natalizio, oltre ai famosi Totò e Peppino trasmessi  a getto continuo o alla Vita è una cosa meravigliosa di Frank Capra, nelle case del Sud si ripassano a memoria i gol di Maradona attraverso canali dedicati o malridotte VHS riposte in un vecchio armadio e tirate fuori, per l’occasione, insieme all’impolverato videoregistratore.

Così il gol diventa doppiamente ipnotico se consumato in Rete, su internet, facendo però ben attenzione a non “farsi rovinare” le feste dalle playlist, tipo i migliori dribbling di tutti i tempi, le migliori punizioni, ecc; il flusso vitale, ininterrotto, deve essere monografico, non necessariamente organizzato in ordine cronologico, al massimo orientato da micro percorsi tematici, tipo assist, pali traverse, dribbling e appunto gol. Come in ogni flusso di coscienza è fondamentale, nella narrazione, prevedere dei salti, flashback, condensazioni, travestimenti, esattamente come accade nei sogni.

Riuscire a raccontare un sogno, gran bella impresa! Lo sappiamo tutti avendo almeno una volta sperimentato la difficoltà a “rendere” se non vera, almeno verosimile l’esperienza allucinatoria appena trascorsa. Eppure Duncan Hamilton, autore di questa biografia romanzata riesce non solo a “renderci” i dati di quella esperienza ma a trasmetterci la stessa energia. Ci sono delle vite che potrebbero indubbiamente raccontarsi da sole e quella di George Best è sicuramente una di queste; sono delle vite per certi versi esemplari, come quelle dei dandy in cui l’opera è la vita, e dove un semplice aneddoto apre una breccia nell’immaginario collettivo. Quello che riesce invece a Duncan Hamilton ed è grazie allo stile e alla passione della sua scrittura (eccellente la traduzione di Francesca Benocci e Roberto Serrai ), è la variazione su uno stesso tema, quello della caduta e ascesa di una popstar, oltre che campione sportivo, capitolo dopo capitolo, passaggio dopo passaggio; variazioni che si reggono attraverso innumerevoli rimandi, musicali, cinematografici, televisivi talmente essenziali che in più di un caso si lascia la pagina scritta per riascoltare i 10cc – I m Not In Love,   o vedere per intero il film più amato da George Best, diretto e interpretato da Albert Finney, Charlie Bubbles.

George Best è stato un’icona Pop a tutti gli effetti con un successo che gli esplode letteralmente tra i piedi in occasione della finale della coppia dei campioni, giocata a Wembley tra il Manchester United e il Benfica.

“Qualcuno gli allungò una copia di «Bola» col titolo in prima pagina stampato in nero e rosso. Lui chiese che glielo traducessero. «Un Beatle chiamato Best distrugge il Benfica» risposero – e il paragone con il gruppo, che aveva già venduto centocinquanta milioni di dischi in tutto il mondo, da quel momento gli rimase addosso per sempre. Diventò il «Quinto Beatle».

Icona che una vita spesa bene, tra macchine, abiti e belle donne contribuì a mantenere a lungo ben oltre i successi sportivi e nonostante il deterioramento fisico e psicologico causato dall’alcol. Il confine tra artista e professionista è superato d’un solo balzo, la parola che accompagna il guado è maudit.

Glass fu anche testimone della stima che circondava Best. In un ristorante di Londra fu avvicinato, in maniera molto cortese, da un uomo con i capelli lunghi e scuri, gli zigomi prominenti e il naso sottile. Fece un profondo inchino a Best e si scusò sinceramente per averlo disturbato durante la cena. «Lei è un vero artista» spiegò l’uomo, come preludio all’inevitabile richiesta di un autografo. Come sempre, Best firmò volentieri. Quando l’uomo se ne fu an- dato Glass gli chiese:

«Lo sai chi era?».
«No» rispose Best, perplesso. «Rudolf Nureyev».

Eppure George Best è stato innanzitutto un grande calciatore, e Duncan Hamilton ce lo fa vedere attraverso descrizioni di vera e pura letteratura come quando racconta il fotogramma che ritrae il campione in mezzo al campo:

george-best-jaguar“La fortuna di Best erano i lineamenti, almeno quanto i piedi. L’obiettivo adorava il suo volto. Ironia della sorte, in una delle foto più intense che gli siano mai state scattate quel volto non si vede. Best è mezzo girato, col numero sette bianco ben in vista sulla schiena. La maglia gli cade larga sui pantaloncini. Ha i calzettoni abbassati. Il braccio destro è alzato in segno di vittoria e per celebrare il proprio successo. Guardare quella foto permette di vedere quello che Best vide quella sera, mezzo secondo dopo aver segnato il gol a Wembley. La curva alla fine del tunnel, la massa informe del pubblico sugli spalti, i numeri bianchi e sfocati del tabellone, in procinto di scattare, le ombre tozze proiettate dai riflettori, le strisce di prato del campo, ognuna che si stringe verso il proprio punto di fuga. Quella foto ritrae il momento più alto nella carriera di Best, anche se allora nessuno avrebbe potuto prevederlo. Adesso, sapendo cosa ne è stato di lui, all’immagine è sotteso il dolore di qualcosa di perduto, e finito da tempo. Best non proverà mai più una gioia simile. Per lui non ci saranno né il secondo né il terzo atto. Nient’altro, nella sua vita, supererà quel momento. Busby non vincerà mai un altro trofeo. Best non vincerà mai un’altra medaglia.”

Gli anni sessanta e settanta  sono un gorgo che separa il vecchio dal nuovo. Bastava confrontare lo stile di vita dei calciatori della generazione immediatamente precedente con quella di George Best o degli olandesi capitanati da Cruyff per coglierne il distacco. Per capire la portata e l’energia di quei movimenti c’è un passaggio nel libro in cui si fa riferimento ai troubles dell’Irlanda del Nord che proprio in quegli anni scavarono un solco tra protestanti e cattolici. George Best era irlandese e protestante, ragione per cui a causa della sua notorietà fu costretto a giocare sotto protezione per via di minacce alla sua vita da parte degli attivisti dell’Ira. Così Duncan Hamilton ci racconta uno strano aneddoto che a mio avviso mostra come in quegli anni accadessero cose in grado di contraddire ogni posizione di campo soprattutto se dettata dalla sola ideologia.

Come scrive Teddy Jamieson in Whose Side Are You On?, uno studio sullo sport e i Troubles: «In Irlanda del Nord potevi essere arancione o verde, ma potevi comunque essere rosso». Paddy Crerand una volta vide il filmato di una sassaiola tra bambini da una parte all’altra di un muro che separava i quartieri cattolici da quelli protestanti. Da entrambi i lati c’era il lampo rosso inconfondibile di una maglia dello United con lo stemma della squadra.

Forse l’immagine finale Schermata 2015-12-23 alle 18.24.32per tutta questa storia andrebbe una volta di più cercata tra le strade dell’immaginazione del fuoriclasse, figlio della working class di Belfast, più che tra le registrazioni in studio delle ultime interviste a un uomo a cui nessun trapianto chirurgico era riuscito a sedare il demone che lo aveva consumato. Vi si rappresenta l’ «otw». Era l’acronimo di Over the wall, al di là del muro, e alludeva a ciò che per lui era «La grande fuga». La sequenza è nel film che abbiamo citato, Charlie Bubbles (L’errore di vivere).

 Bubbles si sveglia, infelice e giù di corda, vuole allontanarsi da tutto e tutti. Tira le tende della camera da letto del remoto cottage dove abita, e vede una mongolfiera senza equipaggio ormeggiata in un campo vicino. La superficie striata della mongolfiera è di un arancio luminoso, simile a una zucca, sembra quasi che quella mattina stiano sorgendo due soli. Senza dire una parola, Bubbles esce di casa e punta con decisione verso la mongolfiera, con un’idea precisa in testa. Monta nella cesta di vimini e comin- cia a sciogliere gli ormeggi e a gettare fuori i sacchi di sabbia che la tengono a terra. La mongolfiera si alza lentamente verso l’azzurro intenso del cielo, e sale verso le nuvole sfilacciate finché non sembra più grande di un puntino. «Pensavo sempre di fuggire così,» disse Best «e andare dove nessuno sarebbe riuscito a trovarmi».

https://www.youtube.com/watch?v=LtPOBK74KCU

Le parole e il cielo. Un ricordo di Julio Monteiro Martins a un anno dalla scomparsa

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di Mia Lecomte

Roma, 20 ottobre 2001

Caro Julio,
ho finito i tuoi racconti, e mi dispiace. Perché? È chiaro che condividiamo la stessa angolazione visuale sulla/e realtà. Ed è anche un po’ strano, viste le molte differenze che ci separano, e non solo geografiche … O forse non lo è. Ma non è soltanto questo che mi è piaciuto nei tuoi libri – sarebbe davvero triste amare solo ciò che ci ricorda noi stessi – ma soprattutto l’incontenibile carnalità che domina l’andamento di tutti i racconti, anche dove si parla di tutt’altro. In principio mi sono sentita un po’ “schiacciata”, seduta sulla mia inadeguata sedia di lettura, ma poi mi sono accorta che in realtà non incombeva nessun peso, potevo muovermi, respirare liberamente, che la massa era in realtà leggera come un minerale poroso. Lo humor, l’allegria – anche se venata, quest’ultima, da una malinconia sempre in agguato – reinventavano l’impasto, lo lanciavano per aria in uno slancio “ascetico” per poi farlo ricadere a terra con tutto l’amore del peccato. E così, rassicurata e felice, mi sono riassestata nella mia forma di lettrice per godermi lo spettacolo inesauribile di una moltitudine di mondi…

Lucca, 20 ottobre 2001

Cara Mia,
sono felice che tu abbia vissuto quelle sensazioni leggendo i miei racconti. Fortunata è la narrativa che riesce a lasciare un segno in soggettività complesse come la tua. Hai ragione quanto all’assenza di peso. Si può muovere, respirare, e tant’altro. Si può tutto. È un’overdose perfettamente sopportabile e godibile. Lo “spettacolo inesauribile di una moltitudine di mondi”, a cui ti riferisci, è la vita stessa, che vale la pena soprattutto quando uno riesce a estrarre intensità e passione dai momenti presenti, dalla successione della “durée”. La mia nozione di vera felicità è questa. Una felicità che vizia, che quasi fa impazzire chi ne gode. Il resto, l’idea piccolo borghese di “felicità”, quella solo concettuale, non è altro, secondo me, che una sorta di vernice kitsch . Hai ragione. La carnalità è un elemento importante nella mia letteratura, infatti. In parte perché sono così, come diceva un’amica regista teatrale, “molto voluttuoso”. In parte perché è così la mia cultura: gli antichi naviganti dicevano che “non esiste peccato al di sotto la linea dell’equatore”. Infatti, per i brasiliani, e soprattutto per i “cariocas” come me, il “peccato” è qualcosa da cercare, e non da sfuggire. Il “peccato” esiste per definire delle cose così buone e piacevoli che le si deve eliminare, o almeno arginare, altrimenti rischiano di occupare lo spazio di tutto il resto nella vita (ed è ottimo quando ci riescono)…

(…)

Parigi, 24 dicembre 2015

Caro Julio,

sono passati quasi quindici anni da quando ci scambiavamo questi primissimi nostri messaggi. Ed è passato un anno esatto dalla tua morte ingiusta – dopo una breve e inesorabile malattia – all’ospedale di Pisa. E proprio oggi ho deciso di ricordarti così: con i messaggi che hanno quotidianamente scandito nel tempo la nostra amicizia; e con un tuo racconto inedito[1], uno dei tanti che mi hai lasciato in eredità, chiedendomi di prendermi cura di loro “perché i nostri libri sono i nostri figli” (sto facendo quello che posso, Julio – e con me Rosanna e Andrea[2] – , ma viviamo in tempi oscuri, in cui la verità della letteratura, la sua luce chiarificatrice, non può essere contemplata).

E il tuo Cielo mi è sembrato quanto mai appropriato.

Perché mi ha riportato alle prime battute della nostra amicizia, quando ho imparato a conoscere la tua leggerezza sensual-metafisica – tanto più brasilianamente coraggiosa dei miei nord – nelle sue molte declinazioni letterarie.

E perché ora ti vedo sempre lì, tra gli stormi-mongolfiera di uccelli e le nuvole cangianti, a sorvolare una terra ridotta a “un’illusione inoffensiva”. Una terra su cui la tua letteratura, le parole che ci hai lasciato, ci invitano a riversare tutta l’estasi del volo, per avvertirla, finalmente, di una nuova consistenza, meno aspra e rigida, “insicura se essere mare”…

CIELO

di Julio Monteiro Martins

“L’Europa offre delle forme precise sotto una luce diffusa. In Brasile, il ruolo per noi tradizionale del cielo e della terra, si inverte. Al di sopra della distesa lattiginosa del mato, le nuvole compongono le più stravaganti costruzioni. Il cielo è la regione delle forme e dei volumi; la terra conserva la mollezza della prima età.”

(Claude Lévi- Strauss, Tristi tropici)

 

Esposto al freddo disarmato dei miei tredici anni, anche se nascosto sotto la coperta di lana, con in mano una torcia elettrica e un libro di Schopenhauer, mentre ascoltavo il respiro profondo di mia nonna immersa nel suo sonno chimico, leggevo intimorito: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia… Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo».

Nella stanza contigua mio nonno Celso, insonne, attraversava la notte, lottando e venendo a patti con la nevralgia del trigemino, un dolore selvaggio e mostruoso che gli bisbigliava inviti al suicidio. Ogni suo urlo rauco e tremante era per me un nuovo punto di esclamazione alle certezze del filosofo tedesco.

La mattina presto, ottuso e indolenzito, indossavo la divisa beige del Dom Bosco, il giaccone blu, e andavo a dormicchiare sul banco della scuola, col quaderno aperto davanti alle palpebre chiuse, finché un professore più severo, il colonello Malebranche dietro i suoi enormi occhiali neri squadrati – non siamo mai riusciti a vedere il suo sguardo crudo – o il Boca Murcha, di francese, il cui passé composé si rovesciava gelatinoso dalla lingua al mento, non mi beccasse e chiamasse per nome e cognome, unico modo di ripescarmi da quell’altra dimensione.

E così trascorrevo i giorni e le notti di un’adolescenza che sembrava piuttosto una pantomima della vecchiaia. Giorni lontani dall’amore materno e ancora senza amori coetanei, e quindi giorni secchi e freddi, di un’attesa ossuta e senza direzione, timoroso che il grigiore del presente si addensasse nel buco nero del futuro.

Questo quando ero inchiodato a terra, mai quando attraversavo i cieli brasiliani insieme a mio zio Ney, nel suo piccolo Beechcraft J35 Bonanza, che quando decollava e mi staccava dal mondo cancellava Schopenhauer e ogni dolore o noia, cambiava lo spazio, rovesciava il mondo e fermava il tempo. Slancio ed estasi in contemporanea, quei voli preparavano l’anima all’affrancarsi del corpo, la completa liberazione dalla paura del non essere, da qualsiasi possibile paura.

Zio Ney, antico pilota della Panair do Brasil, era stato costretto ad andare in pensione molti anni prima del previsto, a causa del fallimento e dell’estinzione della compagnia aerea per la quale lavorava. Aveva avuto una buona liquidazione e così aveva deciso di mettersi in proprio, comprando il Bonanza che imparò a conoscere in ogni suo rumore, umore e tremolio, terzo aereo della sua vita dopo l’apprendistato in un biplano Curtiss Fledgling, il “Frankenstein” del Correio Aéreo Nacional, con il quale aveva fatto qualche migliaia di miglia di volo prima di essere ammesso nella Panair e pilotare un grosso Model 10 Electra. Con il Bonanza tornava alle origini, lasciava il completo e la cravatta per rivestire la vecchia tuta e il piccolo aereo, che affittava ai fazendeiros in visita nella capitale, ai politici locali in pellegrinaggio dai generali o che gli serviva per portare dalle fazendas all’ospedale cittadino qualche impallinato o malato grave benestante. A volte gli chiedevano di portare medicine, whisky e qualche bella ragazza a ore in un villaggio sperduto dove il denaro riusciva ad arrivare per strane vie ma poi ristagnava lì senza sapere bene dove andasse o a cosa servisse.

Viaggiava a bordo del suo Bonanza non più di una o due volte la settimana. Gli altri giorni li passava a fumare la pipa e a guardare le nuvole dalla veranda di casa sua, nei pressi del Campo de Aviação, o a fare la manutenzione dell’aereo. Nelle giornate perfette però veniva col suo furgoncino a prendermi a casa la mattina presto prima che andassi a scuola, o le domeniche un po’ più tardi, sotto lo sguardo apprensivo di mia nonna che in fondo non aveva mai creduto che qualcosa più pesante dell’aria potesse volare, ma non se la sentiva di sottrarmi a quell’assaggio di felicità tra le montagne e le nuvole.

Un minuto dopo il decollo l’universo si era già trasformato. Il sole era dentro i fiumi, e gli aquiloni visti dall’alto erano piccole pennellate di colore sul verde chiaro dei campi o quello più cupo delle foreste.

Le gigantesche palle colorate accanto a noi non erano mongolfiere, ma stormi di uccelli che si spostavano in cielo cambiando spesso direzione: le palle verdi dei pappagalli, quelle rosse e azzurre delle arara, le arancioni dei sabiá o le nere degli anu. Un cielo più affollato della terra stessa, quasi deserta, solo qualche raro bue bianco a pascolare e qualche sporadico camioncino ballonzolante sulle strade sterrate.

Guardando in alto lo spettacolo era immenso. Montagne capovolte di nuvole tondeggianti bianchissime nei bordi e dalla polpa grigia. Intorno agli squarci da dove penetravano i raggi del sole risplendeva una cornice dorata, di un giallo intenso, con sfumature di rosa e di porpora. Più in alto, nuvole lontane, sfilacciate, separavano il mondo dal cosmo, una sorta di grata di vapore che serviva da confine ai nostri voli. In fondo alla pianura l’orizzonte era leggermente curvo, facendo intuire la sfera gigantesca. Lì, terra e cielo sfumavano l’una nell’altro, dietro un lenzuolo di nebbia violacea coronata dai riflessi d’oro.

Zio Ney, un uomo mite e di poche parole, ogni tanto girava la testa per guardarmi e mi sorrideva, complice del mio stupore e soddisfatto della mia meraviglia. Penso che sapesse cosa quei voli significassero per me, il grado di sollievo che mi procuravano dopo le lunghe immersioni nel dolore altrui, attraversando l’adolescenza in apnea senza scorgere l’altra sponda. Volare vicino alle nuvole, tra gli stormi colorati, era anche un messaggio potente: basta alzarsi dal suolo e tutto quello che c’era prima, e ci assediava, scompare come per miracolo, la realtà più opaca si diluisce in un’illusione inoffensiva, e ogni mole incombente è in verità una miniatura, ogni fabbricato un giocattolo.

Quando atterravamo nuovamente sul Campo de Aviação tornavamo a un mondo addomesticato, che per un po’ non ruggiva, miagolava. Camminavo accanto a mio zio e la terra oscillava leggermente sotto i nostri piedi, insicura se essere mare, forse umiliata da quel cielo immenso che non aveva limiti.

Più tardi, naturalmente, anche l’adolescenza passò, e i voli cessarono. Altre terre arrivarono, altre città, e la solitudine di quegli anni è rimase rinchiusa nella memoria, preservata ma innocua, segno di dolore ma non più dolore.

Di zio Ney ho avuto poche notizie negli anni, e del nostro Bonanza nessuna. Una cugina mi scrisse un giorno raccontandomi che era morto a casa, per un attacco di cuore. Per qualche tempo sono rimasto affranto, e in silenzio mi chiedevo se non avesse portato con sé tutto quel cielo, se non avesse chiuso quella porta alle mie spalle.

Poi, guarito dal dolore e dalla noia grazie ai capitoli più interessanti della mia storia, mi sono domandato se zio Ney fosse esistito davvero, se il Bonanza rosso e bianco fosse davvero suo, se avevamo davvero volato insieme un giorno. E allora mi sono ricordato che dietro la casa dei miei nonni c’era una collina, sulla quale nelle giornate di sole salivo fino alla cima per guardare la valle, la casa, l’insulso scenario di quella mia vita, ma soprattutto per guardare il cielo, le nuvole con le loro lunghe frange dorate, gli stormi di uccelli, e ogni tanto, qualche piccolo aereo che, decollando dal campo di volo vicino passava sopra la mia testa, mi pescava lì, solitario, e mi portava via con sé.

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Julio Monteiro Martins è nato a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro, nel 1955, ed è morto a Pisa nel 2014. Ha insegnato scrittura creativa negli Stati Uniti, in Brasile e in Portogallo prima di giungere in Italia, nel 1996, come docente di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria presso l’Università di Pisa. Ha abitato a Lucca, dove ha diretto il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa presso la scuola Sagarana, da lui fondata, con l’omonima rivista, nel 1999. Fellow in Writing presso l’Università di Iowa, negli Stati Uniti, autore molto noto in patria, all’attività letteraria ha affiancato l’impegno politico e sociale: dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1991, è stato avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente, per il quale si è occupato dell’incolumità dei meninos de rua. In Brasile, a partire dal 1977, ha pubblicato raccolte di racconti, romanzi e saggi: Torpalium (Ática, 1977), Sabe quem dançou? (Codecrì, 1978), Artérias e Becos (Summus, 1978), Bárbara (Codecrì, 1979), A oeste de nada (Civilização Brasileira, 1981), As forças desarmadas (Anima, 1983), O livro das Diretas (Anima, 1984), Muamba (Anima, 1985) e O espaço imaginário (Anima, 1987). In Italia ha pubblicato: Il percorso dell’idea, petits poèmes en prose (Bandecchi e Vivaldi, 1998), Racconti italiani (Besa, 2000), La passione del vuoto (Besa, 2003), Madrelingua (Besa, 2005), L’amore scritto (Besa, 2007), La grazia di casa mia (Rediviva, 2013), La macchina sognante (postumo. Besa, 2015). Nel 2002 ha partecipato – assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri De Luca e Gianno Vattimo – all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Beppe Sebaste e Stafania Scateni, Arcana Libri/L’Unità).

[1] Il racconto è parte, con gli altri, dell’opera inedita Tetralogia della brevità (2007-2014).

[2] Rosanna Morace e Andrea Sirotti

Brutti, sporchi e cattivi

7

di

Attilio Del Giudice

( Da: “Epistolario povero”)

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opera dell’autore

Addì 24 Dicembre 1966

Cara madre io sto bene come spero di voi. A Darmstadt fa molto freddo e la mattina che è notte sull’impalcatura le mani si fanno di ghiaccio. La paga ce la danno domani che è Natale e ci danno pure una fetta di torta che fanno qua e un pezzo di cioccolata. Nicola Cardone, che è il capogruppo nel mio capannone per fare un omaggio ai padroni dopo la messa che si fa stesso nel capannone canta una canzone napoletana. Io ci ho consigliato quella che cantavi pure tu quando ero piccolo cioè Vierno che friddo into a stu core che a me mi veniva da piangere però Cardone vuole cantare fatt fa fatt fà fatt fotografà. Ti mando 18 mila lire per Ninuccio che ci compri il cappotto e le scarpe, che però deve studiare ce lo devi dire se no fa la fine mia che si deve faticare assai assai pure se c’è il vento di tramontana che sopra i pontili dell’impalcatura si sente brutto e nessuno parla per non fare entrare l’aria gelata nei polmoni. Cara madre, ho conosciuto una ragazza di qua che dice che se mi lavo bene sono bello. Però non sono sicuro che ha detto questo perché parla il tedesco che io non tanto. Però pure che non l’ha detto io domani che è Natale mi faccio il bagno col sapone tedesco che addora di cannella.

Un abbraccio a tutti voi e auguri per il Santo Natale dal Vostro figlio Rafele Aversano di Carmela Monaco e fu Ciro Aversano

 

Vir y One

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di Eugenio Lucrezi

 

Te, qui pontifex es, do al tuo Signore. Vado dai tuoi vicari, y sin embargo… non mi trattengo dal dirti la mia cosa. In principio era il verbo, è stato scritto a inizio del gran book; e dunque, pater sancte, il Grande One è una Grande Parola, una sequenza di segnali, di simboli, che decodificata, e tradotta di poi, è già miracolo en la palabra detta e nell’aminoacido, e presto, poi, per successive aggregazioni di semplici unità, nell’inrearsi in entità più vaste chiamate frasi, dette proteine, poemi, speechs and tales, cuerpos y membra.

22 dicembre 2015: silvia tripodi al teatroinscatola, blitzvorlesungen / gammm

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2006—2016

BLITZVORLESUNGEN PER I PRIMI DIECI (e i prossimi cento) ANNI DI

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BLITZVORLESUNGEN letture lampo  _  in un numero imprecisato di date

PRIMA DATA :

martedì 22 dicembre, h. 21:00

Teatroinscatola
Roma, Lungotevere degli Artigiani 12-14 (qui)

Silvia Tripodi

presenta l’ebook

L’architettura è piena di problemi ed è anche gratuita

(cfr. qui)

Con la partecipazione di

Luca Venitucci

Allmenn e le dalie

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Martin_Suter

di Gianni Biondillo

Martin Suter, Allmenn e le dalie, Sellerio, 2015, 215 pagine, traduzione di Emanuela Cervini

Credere che in un albergo ci si stia lo stretto tempo necessario significa non conoscere lo Schlosshotel, grande albergo svizzero un po’ in decadenza, dove, oltre ai fruitori di passaggio, è normale designare la propria residenza e viverci anche per molti e molti anni. Fra i clienti affezionatissimi c’è anche Dalia Gutbauer, una quasi centenaria arcigna ereditiera di una fortuna immensa che in gioventù ha vissuto nel jet set internazionale e che negli ultimi decenni del secolo scorso ha deciso di ritirarsi a vita privata. In un albergo, giustappunto, dove vive in una suite del quarto piano col suo seguito di servitù e assistenti personali.

E proprio nel suo appartamento scompare un dipinto di Fantin-Latour, una natura morta ritraente un vaso di Dalie, dipinto che vale una fortuna immensa e che la milionaria vuole ritrovare non per il suo valore materiale, ma per quello affettivo. Le fu donato in onore al suo nome, mezzo secolo addietro, da un ladro spasimante.

A cercarlo ci penserà Johann Friedrich von Allmen, esperto in ritrovamenti di opere d’arte. Lavoro che Almenn s’è in un certo senso inventato per evitare di lavorare per davvero. Mestiere che riesce a fare persino bene, grazie all’aiuto di due improbabili assistenti, il guatemalteco Carlos e la colombiana Maria, entrambi clandestini in terra elvetica.

Allmenn e le dalie, di Martin Suter, è una specie di delitto a scatola chiusa sui generis, manchevole delle morbosità e della violenza dei romanzi di genere di questi anni. Suter, anzi, insiste nei dialoghi a ripristinare una lingua elegante, quasi retrò. Il motore autentico del romanzo però non è la semplice descrizione di un mondo altolocato. È la dimostrazione che siamo tutti schiavi, più che del denaro, di chi il denaro lo possiede. Possedendoci.

(pubblicato su Cooperazione, numero 13 del 24 marzo 2015)

Poesie per farsi coraggio e per ricordarsi che non si è un esubero nel mercato mondiale

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Giuliano Scabia, Bobo Rondelli, Manuela Dago, Cesare Basile, Mariangela Gualtieri, Francesca Matteoni, Alberto Prunetti, Massimo Giangrande, Elisa Biagini, Marco Simonelli, Compagnia Archivio Zeta, Compagnia Teatro Patalò, Fabio Franzin, Pino Marino, Peppe Voltarelli, Emilio Rentocchini, Umberto Maria Giardini, Oscar De Summa, Claudio Carboni, Carlo Maver, Vanni Santoni, Alessandro Raveggi sono i primi poeti,scrittori, attori, musicisti, cantautori che hanno accettato il nostro invito ad incontrare gli operai e gli abitanti dell’Alta Valle del Reno in questo momento di grande crisi.

La situazione:

L’Alta Valle del Reno, realtà montana nella provincia di Bologna che comprende vari comuni, sta vivendo un periodo di gravissima difficoltà: dopo la chiusura del punto nascita dell’ospedale di Porretta Terme, la chiusura del Tribunale, continue difficoltà di collegamento lungo la tratta ferroviaria Porretta-Bologna, la crisi delle Terme –comparto essenziale per la vita non solo economica e sociale ma anche identitaria della zona – arrivano preoccupanti notizie dalle fabbriche locali come Metalcastello e la storica Demm. A queste notizie si aggiunge l’annuncio, risalente a fine novembre, di Philips Saeco di Gaggio Montano,  ditta specializzata nella produzione di macchine da caffè, di oltre 240 esuberi. Esuberi che significano 243 vite, 243 lavoratori della Saeco, acquisita da Philips nel 2009, spaventati dalla prospettiva di un futuro incerto e oscuro. Purtroppo nonostante le intercessioni del Governo, la multinazionale non ha riveduto le proprie posizioni,confermando gli esuberi e non ha neppure manifestato l’intenzione di presentare un piano di rilancio di un prodotto italiano che dà lavoro a tutta la comunità. A Gaggio Montano i dipendenti sono in presidio permanente; una mobilitazione che va avanti dallo scorso 26 novembre con il sostegno dei sindaci della montagna, i cittadini della zona.

SassiScritti, associazione apartitica affiliata ad Arci, non  può  e non vuole  rimanere in silenzio, il nostro lavoro inizia in queste valli, si nutre della bellezza ruvida dei borghi e della dignità dei suoi abitanti.

E occupandoci ormai da anni di portare i linguaggi dell’arte in luoghi “ai margini”, ci è sembrato importante ribadire il valore della poesia e dell’arte soprattutto in momenti d’emergenza, in cui idee nichilistiche sembrano oscurare i progetti.

Crediamo in una repubblica ideale fondata sulle parole, una lingua  che possa  ridare forza alla coscienza pubblica, a un linguaggio che non resta inerte ma che  rilancia sempre di nuovo il senso dello stare insieme.

 

Quello che proponiamo:

Abbiamo chiesto a tutte le realtà artistiche interessate di creare un cartellone di appuntamenti che siano da sostegno al presidio attualmente organizzato dai lavoratori e dal sindacato davanti alla Philips Saeco (stabilimento loc. Torretta). Un sostegno non solo simbolico a tutte queste realtà in crisi ma anche  morale e concreto. Una vicinanza a coloro che stanno vivendo un momento di difficoltà, un momento fatto di freddo, preoccupazione, senso di smarrimento. Poesie per farsi coraggio in  questi giorni  sfiancati dal pessimismo e dalla solitudine.

A queste sensazioni e a questi pensieri, che tutti i lavoratori della cultura purtroppo conoscono bene, l’arte può dare risposte forti. La musica, la letteratura, il teatro, la poesia, possono diventare non solo spazio di confronto e momento di conforto ai lavoratori, ma anche e soprattutto amplificatore a livello locale e sovralocale di unione e di forza, di pacifica ma determinata voglia di avere risposte che siano rispettose dei diritti e della dignità delle persone.

Intendiamo dunque dare vita a un calendario mutevole e vivo di incontri insieme a tutti coloro che lo desiderino, semplicemente coordinando le forze in modo da non disperderle, dando un aiuto logistico e soprattutto di comunicazione – qualcosa che è parte del nostro lavoro quotidiano e che mettiamo a disposizione della nostra valle con entusiasmo e voglia di vicinanza.

Ad ora tante sono state le adesioni, totalmente gratuite, che dimostrano la grande generosità degli artisti che hanno “risposto sì” al nostro invito.

Iniziamo Domenica 20 dicembre alle 21 con un piccolo live acustico del cantautore Pino Marino che si terrà davanti al presidio di Gaggio Montano (Bo), loc. Torretta.

In allegato il calendario dei primi appuntamenti, un programma sempre in movimento di piccoli incontri, letture, live, che prevederà anche la realizzazione di una maratona artistica (in data ancora da definire) ideata dall’associazione. Un calendario “in emergenza” vicino a un comunità che non si vuole arrendere.

 

Info:

Per seguire le nostre iniziative vi invitiamo a seguire l’hastag #poesieperfarsicoraggio;

adesioni e comunicazioni saranno lette e vagliate scrivendo a  sassiscritti@gmail.com

Il calendario aggiornato su sassiscritti.wordpress.com e su fb:SassiScritti – L’importanza di essere piccoli

L’EVENTO SU FACEBOOK

GRAZIE!

Associazione SassiScritti

Daria Balducelli: 349 3690407/ Azzurra D’Agostino :349 5311807

 

Pauli e la psiche #2

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di Antonio Sparzani
C.A. Meier

Come ricordavo qui, fin dalla fondazione nel 1948 del C.G. Jung Institut a Zurigo, il grande fisico Wolfgang Pauli, per espresso volere di Jung, ne fu il garante scientifico, la persona cioè che doveva assicurarsi e assicurare nel tempo che la prassi seguita nell’Istituto avesse caratteristiche conformi a quella che veniva comunemente considerata la prassi scientifica; naturalmente, diremmo noi col senno di poi, con tutta l’incertezza legata a questa solo apparentemente rigorosa espressione.
Come s’è detto, negli anni successivi lo scontento di Pauli crebbe fino a quando, il 22 luglio del 1956, non riuscì più a star zitto e scrisse a Carl Alfred Meier, direttore dell’Institut (nella foto) dalla fondazione al 1957 quando si dimise. Ecco a voi il seguito della lettera che ho pubblicato il 28 novembre scorso.

«Un secondo problema più particolare è legato a questo. C.G. Jung ha nei suoi scritti ripetutamente posto l’esigenza che il medico stesso debba sottoporsi all’analisi. Dunque chiedo un ulteriore chiarimento su quali misure l’Istituto C.G. Jung intenda prendere per garantire il soddisfacimento di questa richiesta per tutti i suoi membri (presidente compreso), dato che il prof. Jung, che gode nella sua vecchiaia di un meritato riposo, non può egli stesso assolvere questa funzione.

A questo proposito vorrei suggerire che la risposta diventata ormai stereotipo degli analisti “non mi viene in mente niente a questo proposito” va a sua volta analizzata, negli analisti, nel senso degli stessi metodi diagnostici mediante gli esperimenti di associazione di C.G. Jung. Ciò condurrebbe a sorprendenti scoperte sugli analisti e sul loro stato psichico e farebbe anche sì che questa troppo comoda risposta sarebbe meno frequentemente data da questi signori e da queste signore.
Potrei facilmente estendere questo memorandum fino a farne un trattato più lungo, ma mi aspetto che nessuno avrebbe il tempo di leggerlo.
Richiedo che Lei, signor Presidente, porti a conoscenza di tutti i membri del Curatorium questo scritto in quanto espressione di sfiducia del garante scientifico dell’Istituto C.G. Jung rispetto alla conduzione dello stesso, e mi aspetto una risposta ufficiale circa all’inizio del semestre invernale.

Con distinta stima
[firmato] W. Pauli

Verso la fine di luglio Pauli si reca da Jung nella sua “torre” a Bollingen, insieme con Meier; quello che sappiamo di questa visita è contenuto nell’ultimo capoverso di una lettera del 10 agosto, sempre 1956, di Pauli a Markus Fierz, che era stato suo assistente nella seconda metà degli anni ’30, e poi sempre fedele amico. Così si esprime Pauli:

«Di Bollingen stavolta non ho un piacevole ricordo, ci sono andato a luglio insieme con C.A. Meier (il nostro primo incontro nel 1956); l’atmosfera era opprimente e lui mi sembrava pieno di sé e pieno di ostilità nei confronti miei e anche della psicologia. Dopo questo incubo mi è sorto il vivo desiderio di rinunciare al mio ruolo di garante dell’Institut

Dopodiché, sempre più convinto della sua decisione – ne accenna ad Aniela Jaffé, la segretaria di Jung con la quale Pauli aveva ottimi rapporti – scrive, il 22 agosto, una lettera ufficiale a Meier, dal quale richiede una risposta ufficiale con espressioni molto dure tipo: «la rottura è là e non c’è più modo di rattopparla». In particolare chiede che il Curatorium si riunisca ed esamini la questione.
Ma poi i fatti si svolgono in modo meno drastico: Il Curatorium, l’organo responsabile della conduzione dell’Istituto, rimanda per qualche mese la cosa, ma alla fine si decide a indire una riunione cui viene invitato lo stesso Pauli, il 31 gennaio 1957. Di questa riunione abbiamo una vivace descrizione da parte dello stesso Pauli, che ne scrive piuttosto allegramente in una lettera alla Jaffé del 25 febbraio 1957; ecco la parte che riguarda l’incontro:

«. . . vi andai completamente impreparato, improvvisai liberamente e più volte interruppi, rivolgendogli domande, il silenzio di C.A. Meier (che durante tutta la riunione stava seduto in fondo imbronciato e silenzioso). [. . .] Ero di buon’umore e facevo continuamente battute (di solito a spese degli psicoterapeuti). Il signor Baumann-Jung [all’epoca vicepresidente dell’Istituto] presiedeva la riunione e cominciò dicendomi: «Non la lascerò andar via», al che prontamente replicai: «Lei parla come Sarastro: “Zur Liebe will ich dich nicht zwingen,/ Doch geb’ ich dir die Freiheit nicht» [“Io non ti voglio costringere all’amore / Tuttavia non ti concedo la libertà.”, Flauto Magico, atto II, sc. 19]. Tutti (tranne Meier) risero (e anch’io) e si creò un clima amichevole. Palesemente il mio rapporto personale con C.A. Meier non esprimeva più la mia relazione con la psicologia analitica».

La lettera, intesa dichiaratamente a divertire la Jaffé, prosegue in tono abbastanza possibilista. Non risulta che Pauli si dimettesse formalmente, fino alla morte, prematuramente avvenuta nel dicembre 1958.

L’asino e gli specchi

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di Orazio Labbate

20140411_142626All’età di quattordici anni il nonno usava portarmi con sé e il suo asino nella casa di campagna della nostra famiglia, ché vi dormissimo e l’indomani raccogliessimo le olive. L’asino del nonno si chiamava Notte.

Gli aveva dato questo nome poiché affermava che la stessa notte ragliasse come un asino a causa dello scirocco che quando attraversa i canneti pare emettere il verso di quella bestia. Ricordo che durante il viaggio io e il nonno ci accorgevamo come lentamente arrivasse la sera per mezzo del cielo che scuriva i nostri volti. Allora accendeva la fiaccola e illuminava la mia faccia per dirmi che non dovevo avere paura. Teneva la fiamma alta in avanti così da schiarire le stradine buie dove pensavo si nascondessero diavoli, cani cattivi condannati ad ammazzarci, Gesù Bambino scappato dal presepio pronto a portarmi in quel cespuglio e poi chissà dove.

Trottava dimesso l’asino e io mi attaccavo ai fianchi del nonno stringendogli il bacino con tutta la forza. Mentre guidava l’animale nonno mi diceva: “Non preoccuparti presto arriveremo. Respira piano e se vuoi addormentati”. Non riuscivo a prendere sonno poiché ero disturbato da tutto quel silenzio, dai grilli che mi risvegliavano, dal vento che mi penetrava alle orecchie come se mi raccontasse le maledizioni delle famiglie di campagna, morte nelle loro case. Avevo sempre creduto che nella nostra abitazione di campagna ci attendesse qualcheduno nel buio pronto ad ammazzarci, così come era accaduto agli amici del nonno sorpresi dalla morte mentre dormivano nelle loro case. Il nonno di tanto in tanto oscillava la fiamma lungo i lati dell’asino per accertarsi che nessuna serpe aggredisse la bestia. Durante quei movimenti deglutiva e io lo sentivo perché attaccavo la testa alle sue spalle. Era una cosa suggestiva saperlo vivente. A metà del cammino, non appena mi sentiva tremare per via del vento freddo che era più intenso in quelle zone prive di alberi, copriva le mie spalle colla sua mantellina di lana di pecora, e io gli dicevo: “Grazie nonno. Spero che Gesù non si nasconda dietro i cespugli e invece scelga di proteggerci. Padre figlio e Spirito Santo”. “Nipotino mio, Dio non ha suo figlio dietro le piante, ma alla sua destra tra le nuvole del cielo. Guarda verso le stelle che sono quelle cose minute sopra la tua testa, e vedrai che da lassù ci spiano Dio e suo figlio Gesù mentre noi non ce ne avvediamo.”

Rassicuratomi continuavamo a percorrere nuove stradine sterrate, piene di rovi, di alberi bruciati e di pietre che nonno svelava con la fiamma e poi nascondeva poiché non più accese dal fuoco. Ai primi sentori di stanchezza fermava l’asino e conficcata la fiaccola alla terra ci sedevamo per mangiare il pane. Il pane al fuoco pareva una mano combusta.

Non mancava molto perché raggiungessimo la casa di campagna. Erano quelli gli istanti in cui io e nonno fissavamo in silenzio l’orizzonte ormai nerissimo e ci rendevamo conto di quanto fossimo oggetti genuflessi alla morte. Io nella mia adolescenza, che vedeva la morte distante eppure tanto incombente, lui nella sua vecchiaia che sentiva la morte terribile. Lo guardavo senza parlare e gli tenevo la mano, poi gli accarezzavo piano la faccia per paura di fargli male. Il suo viso sembrava quello di una statua che si stava svelando.

Nonno che succede?”, gli chiedevo. “Nulla.” “Non è vero, cosa stai pensando?” “Penso che tra pochi anni non vedrò più la notte. Tutto questo paesaggio muto chissà come sarà quando chiuderò gli occhi. Ci sarà profumo d’incenso nell’Aldilà? E quando potrò vederti, nipotino mio? Non ci vedremo mai più?”

Non sapevo cosa rispondere giacché quello che diceva era a me razionale, benché orribile. Sentivo la mia schiena gelare mentre un torpore innaturale, come se mi addormentassi per l’ultima volta, consegnava i pensieri alla notte che avrebbe allontanato me e il nonno, insieme.

L’unica cosa che potevo fare era tenergli la mano, più sostenuta. Lo facevo con uno sconforto che non riuscivo a dirimere.

Siamo davvero condannati a un infinito allontanamento, nonno?”, pensavo guardando il profilo corvino di lui. La fiaccola intanto si stava spegnendo come la luna dietro le rocce dell’altopiano circonvicino. “Perché allora ci siamo conosciuti in questa vita? Per amarci e poi disconoscerci una volta morti o una volta tu morto io dimenticarti a causa degli anni che stanno macerandosi?”, continuavo a pensare.

Ricordo che non avevamo la forza di alzarci perché eravamo impietriti e la notte ci aiutava a esserlo ché così vicina all’idea della morte che tutti e due condividevamo nel nostro immaginario.

Alla fine però il nonno usciva dalla melanconia grazie a un gufo della zona che soleva bubolare sopra uno dei tanti cavi della luce piegati verso il suolo. L’uccello pareva ascoltare in silenzio, tutte le volte in cui sostavamo a riflettere.

Ci separavano solo due chilometri dalla casa di campagna. Cominciavo a fiutare l’odore del nostro uliveto mentre il sale del Mediterrano, portato dal maestrale, avanzava contro le nostre facce. Allora mi pulivo la bocca con la lingua percependo le labbra invase dai pigmenti salini che il mare aveva lasciato morire. Poi la torcia del nonno schiariva il cancello del nostro podere e giratosi mi faceva cenno di aprirlo come uno sconosciuto che suggerisce l’entrata di un castello a un viandante.

Eravamo arrivati. Quel cancello era per me il cancello del buio. Una volta che varcavamo quella soglia infatti iniziavo a supporre di rimanere intrappolato lì dentro per l’eternità, o di addormentarmi in quella casa di campagna per sempre. Nonno si accorgeva dei miei timori fantastici e per tale ragione accendeva una candela cerimoniale che posizionava all’ingresso della casa affinché gli spiriti maligni non mi sconvolgessero. Custodiva la candela nel sacco delle mandorle; gli era stata donata dalla madre, da bambino, con l’avvertenza di utilizzarla solo nel caso in cui la mia paura, lo spavento di un nipote, nascesse a causa di fantasmi immaginifici.

Dove dormiamo, nonno?”

Dove accenderò il fuoco. Vicino a esso. Non dormiremo dentro la casa”

Perché?”

Perché ne hai paura e perché ne ho paura anche io.”

Non me l’hai mai detto nonno, per quale ragione?”

Perché adesso ho paura che non ci vedremo mai più, dopo questa notte.”

Dicevo allora:”Ti sbagli, noi abbiamo il sangue del fuoco nonno, non ci spegneremo mai. Siamo potenti.”

Lui non mi rispondeva. Da quella notte, in verità, non mi rispose più.

Non potevo sapere che il giorno dopo sarebbe morto, vicino al fuoco spento, mentre io insieme all’asino piangevamo davanti alla casa di campagna, come se fossimo rinchiusi, disperati, io e la bestia, in una camera di specchi senza uscita.

Do you remember Francesco Mastrogiovanni?

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di Alberto Garlini

(sulla vicenda leggere anche qui)

Un uomo esce dalle acque, quasi come in un mito primordiale. Quello che sappiamo di lui ci viene narrato dalle voci fuori campo, i testimoni. Sono voci accorate che provano empatia per quell’uomo tranquillo, che canticchia una canzone anarchica ed è inseguito dalla polizia. Lo fermano, non oppone resistenza, viene sedato, sale sull’ambulanza. Dice che lo ammazzeranno. L’uomo si chiama Francesco Mastrogiovanni, viene ricoverato per un TSO, e la sua profezia risulterà esatta.

Ora vediamo il mare, e poi un’ambulanza, e poi entriamo nel reparto psichiatrico di Vallo. E da questo momento in poi la morte di Mastrogiovanni verrà in gran parte raccontata dall’occhio asettico delle telecamere di sorveglianza, che non testimonieranno (perché la testimonianza presuppone uno sguardo umano) ma documenteranno un uomo che si agita, che viene contenuto con cinghie in un letto, che viene bucato dalle flebo, quasi sempre nudo, sofferente oltre la nostra capacità di tollerare, fino alla sua morte avvenuta in 87 ore per edema polmonare. La visione a tratti è terribile, la freddezza delle telecamere entra in cortocircuito con le immagini del dolore e della morte di un uomo. Lo stomaco si attorciglia, abbiamo paura. Siamo tentati di distogliere lo sguardo. Ma non possiamo. Anzi, attimo per attimo, spinti dalla potenza della struttura tragica in cinque atti, diventiamo via via più lucidi. È come se la regista, Costanza Quatriglio, ci chiedesse questa lucidità. Ma su questo torneremo.

Il reparto di psichiatria dove viene curato Mastrogiovanni è diviso dal mondo da una porta gialla. La porta avrebbe una finestrella, ma il vetro è tinto di bianco, a sancire perfino l’invalicabilità allo sguardo. Di qua c’è il mondo normale, di là l’universo concentrazionario. Sulla scorta di Backzo sappiamo che un’utopia, come una distopia – la città del sole, come il castello di Silling -, ha bisogno di un luogo separato, una camera stagna dove non possa entrare nulla del mondo, dove il movimento sia bandito. Che all’ingresso ci sia scritto “Fa ciò che vuoi” o “Arbeit macht frei”, modifica poco la sostanza strutturale. Quando si vive in un mondo perfetto, o medico o politico, il cambiamento è bandito. Così si inventano isole o luoghi lontanissimi divisi dal resto del consorzio umano da catene montuose, fiumi, ponti levatoi, deserti. Bisogna essere separati per vivere dentro le regole perfette. Ma sappiamo dagli innumerevoli saggi sui campi di concentramento, come un universo concentrazionario (in sostanza: una distopia realizzata sulla terra, con le sue reti elettrificate, i cani lupo, le mitragliatrici sulle torrette) non abbia alcuna regola perfetta, che l’ordine sia una finzione; e, come ci ha raccontato Pasolini in Salò: il potere assoluto è un assoluto arbitrio. Si compilano regole ferree per disfarle un attimo dopo, i crimini vengono graziati e le inezie punite ferocemente. La porta gialla del reparto, la porta con la finestra oscurata, è la porta verso questo mondo. Il mondo dell’arbitrio, un arbitrio che ha dietro un linguaggio di potere e che, proprio per questo, è ancora più arbitrario.

 

C’è un momento del film che mi pare un colpo di genio narrativo: il giorno successivo al ricovero, la nipote di Mastrogiovanni e suo marito vanno a chiedere notizie dello zio. Il medico non li fa entrare nel reparto. Dovranno rimanere fuori. Dice che non si devono preoccupare e aggiunge che lo zio sta riposando serenamente. Quando la nipote testimonia con voce fuori campo di questa visita, vorrebbe dire che dalle telecamere di sorveglianza, visionate dopo la morte, non vedeva lo zio riposarsi e tantomeno serenamente (Mastrogiovanni si agita, è l’immagine del dolore primordiale); ma poi non riesce a dirlo, e dice invece che in realtà non vedeva suo zio, che in quel letto non c’era più la persona che conosceva e amava. Questo snodo narrativo ricorda ovviamente le forme di allontanamento retorico del soggetto. Il primo passo verso la costruzione del “nemico” uccidibile è togliergli la possibilità di una narrazione (oggetti, vestiti, parenti) tutto ciò che forma la sua storia. Quando entri in un lager vieni allontanato dai tuoi famigliari, ti vengono tolti i vestiti, vieni rasato a zero, disumanizzato attraverso una serie di pratiche mediche. Per essere nuovo, devi essere privato della tua vecchia storia. A quel punto non sei più un soggetto empatico, e quindi sei uccidibile. Un homo sacer, svincolato dalla legge (ma pur sempre nella legge). A Mastrogiovanni vengono tolti i vestiti, viene negata la visita dei parenti, viene negato il movimento. È uno dei tanti corpi nei tanti letti delle corsie. Pochi minuti e da uomo diventa altro, un corpo. Un soma. Qualcosa su cui non può essere riversata empatia. E sappiamo che la forma perfetta del soma, è il cadavere.

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La scelta di raccontare questa storia tramite le telecamere di sorveglianza è la chiave di volta del film. Ha implicazioni, in chi guarda, di grande portata. Coinvolge l’intera esistenza dello spettatore. E questo per un elemento strutturale immediatamente evidente. Lo sguardo delle telecamere non permette di identificarsi con l’altro sguardo in gioco, lo sguardo che ha tolto i vestiti e immobilizzato un uomo, e cioè quello sguardo che abbiamo introiettato e che ci pare quasi normale, quello cioè che si identifica con il potere del medico, e dei valori sociali che stanno dietro la posizione del medico (valori sociali di controllo che non ci sono estranei, ma che anzi, volenti o nolenti, sono parte di noi). L’oggettività e la verità ci vengono restituite pure, senza la fiction narrativa vittimaria. Cosa intendo per fiction narrativa vittimaria? Tutte quelle forme di narrazione cospiratoria, le retoriche dell’ordine che diventano arbitrio o contagio violento (gli ebrei che avvelenano le acque o uccidono i bambini ecc ecc). In sostanza, come bene ci racconta René Girard, la ricreazione narrativa della paura ancestrale verso la hybris sociale che, attraverso movimenti mimetici, sviluppa un sistema di selezione vittimaria, in alto e in basso nella scala sociale: tra i re e i potenti, o tra gli stranieri o i pazzi o i poveri (le zone-limite in cui la possibile disgregazione sociale è più evidente). La vittima smette di essere un essere umano vicino e sofferente, un essere umano che può provocare empatia, e diventa allora un oggetto retorico. (La demonizzazione dell’avversario è il primo passo verso la guerra, quindi la ridefinizione cospiratoria di un soggetto: Isis e Occidente usano quasi gli stessi termini per narrarsi l’uno contro l’altro).

 Ciò che mette in discussione questa narrativa, il punto di svolta quindi di ogni vera narrazione, è lo scandalo del corpo della vittima, con la sua più evidente simbolizzazione e cioè il corpo di Cristo. La narrazione cospiratoria, la fiction in cui siamo ogni giorno immersi nel flusso delle notizie mediatiche, delle assurdità, dei giochi delle parti, delle finzioni di potere, è messa in crisi da una narrazione sacrificale, dal corpo del sacrificio, dal riconoscimento di una sofferenza e quindi dal ripristino dell’empatia verso la vittima, ora sottratta alla narrazione demonizzante. In questo senso i vangeli sono tremendamente “reali”: perché raccontano la sofferenza di una vittima che è irriducibilmente vittima. Se dobbiamo fare un paragone, il film di Costanza Quatriglio somiglia al vangelo di Marco, il vangelo più duro, è la Palestina scabra e desertica, è la morte di cristo per indifferenza. Sono le donne che vanno al sepolcro e lo trovano vuoto, mentre c’è un uomo vestito di bianco, che dice che Gesù non è più lì, e ordina di avvisare gli apostoli, mentre le donne scappano impaurite. Questo era il vero finale del vangelo, prima che aggiungessero qualcosa di più consolatorio.

 Ma Costanza Quatriglio fa tornare indietro le donne impaurite, recupera il corpo, e lo recupera in un modo straordinariamente efficace. Ci fa sentire il corpo, nella sua estrema povertà nudità crudezza e sofferenza, proprio scegliendo la telecamera di sorveglianza come sguardo privilegiato. Una zona non ancora invasa dalla narrativa delle giustificazioni. Restituendoci intero lo scandalo di quella morte e di quella sofferenza. Costringendoci a guardare, fino a quando quell’occhio diventa il nostro occhio. E fino a quando quel corpo diventa il corpo di cristo, il corpo di tutte le vittime, di tutti i perseguitati, di tutti coloro che stritolati da qualunque potere ancora oggi muoiono dentro carceri e ospedali, agli angoli delle strade, nei bordelli o nelle fabbriche.

 Quel corpo diventa il nostro corpo. (E per sentire fino in fondo questa affermazione basterebbe la scena del film dove il corpo spogliato e violentato che abbiamo visto nella corsia dell’ospedale diventa, in un disegno di uno dei suoi scolari, il maestro più alto del mondo).

 Adorno fece e disfece la sua celeberrima affermazione per cui dopo Auschwitz fare poesia è una oscenità o una barbarie (e forse citare questa frase troppo nota è una banalità e una barbarie); lui stesso la criticò dicendo che la sofferenza incessante deve essere espressa. Seguendo sempre Girard, se nella storia e nella coscienza dell’uomo ci sono due antagoniste, verità e violenza, l’espressione della sofferenza della vittima rimette in movimento le narrazioni di verità su di noi e sul mondo.

 Giunti a questo punto, posso raccontare quello che secondo me è il nodo centrale del film. Il perché la “poesia” di Costanza Quatriglio ci è necessaria (come quella degli evangelisti, o di Primo Levi). Proprio perché mette in scena la storia nuda del corpo di Francesco Mastrogiovanni, ma coinvolge anche la nostra storia, di noi che guardiamo, e dopo che abbiamo guardato non siamo più gli stessi. Sono convinto che la realtà sia difficile da conoscere ma ci presenti spesso il conto, sono convinto che ognuno di noi abbia delle narrazioni o semplificazioni narrative da carnefice, e che sia sempre la realtà del corpo, la realtà vittimaria a costringerci a rinarrarci, a ripatteggiare la nostra narrazione abitudinaria con una narrazione più aderente alla realtà. È in questo respiro narrativo che sta la natura l’uomo: narrazione fallace, scontro-incontro con la realtà (sacrificale), ripatteggiamento della narrazione per una nuova narrazione più aderente. Nuovo scontro con la realtà, e così via.

 In questo senso è straordinaria la sequenza in cui la sorella di Mastrogiovanni dice di non riuscire a guardare le scene della telecamera di sorveglianza. La vita ordinaria della donna viene rappresentata da una soap opera di sottofondo che simbolizza il mondo finzionale in cui siamo immersi. Lo schermo della soap opera si vede come da fuori, filtrato da un vetro, e subito dopo vediamo la nipote guardare l’agonia dello zio dallo schermo di un computer o di un tablet, in una sequenza che richiama visivamente la sequenza della soap opera. Le due narrazioni: quella sacrificale e quella cospiratoria si confrontano. Verità contro violenza.

 Ma sono convinto che il ripatteggiamento della nostra narrazione con una narrazione più aderente (o del conflitto in noi fra verità e violenza), non possa avvenire senza una spesa (senza un sacrificio). La nostra spesa, guardando 87 ore, è sentire lo stomaco attorcigliarsi, il cuore battere all’impazzata, e comunque, nonostante tutto, non distogliere lo sguardo. Così, quando arrivano le ultime parole dell’autopsia, dette da una voce che accentua col suo marcato accento meridionale la realtà dell’evento, noi ci identifichiamo con quel corpo oltraggiato, come ci identifichiamo col corpo di cristo. Qualcosa di profondamente umano ci è stato svelato:  il mistero stesso della transustanziazione nell’eucarestia (quel qualcosa che fa dire a Elizabeth Costello, meraviglioso personaggio creato da John Coetzee che gli animali non possono essere uccisi, perché la comune sofferenza implica l’impossibilità di un calcolo). Insomma, identificandoci con quello sguardo, con la cruda realtà, siamo costretti a ripensarci, e riscrivere la nostra stessa storia. Perché appunto ogni storia realmente raccontabile parte da qui, dal respiro umano, dalla spesa individuale, e da una crasi che costringe a un diverso piano di valori e narrazioni.

E fin dalle origini dei tempi cosa è, se non questo, raccontare una storia?

 Il corpo di cristo risorge, così viene narrato, e un cristiano crede veramente che quel corpo nella sua carne e nel suo sangue sia ancora vivo. Per noi, che non crediamo, il corpo può risorgere in un solo modo, col ricordo venato di empatia, un ricordo ancora vivo, che influisce sulle nostre vite, che determina alcune nostre scelte. Guardando 87 ore respiriamo una storia, ma respiriamo anche noi stessi, purtroppo anche nella nostra miseria, nel nostro conformismo, dentro le nostre paure più arcaiche. Ed ecco che uno shock salutare ci costringe a trovare un modo nuovo per narrarci.

Francesco Filia, “La zona rossa”

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Francesco Filia, La zona rossa

Francesco Filia, La zona rossa

Piazza Municipio

I

Un solo un unico immenso vortice

di teste e corpi tra cantieri infiniti

della metro e cespugli radi di birra e piscio,

l’umanità di tossici e barboni è scomparsa

– per quest’evento di inferriate e plexiglas

proiettili che rimbalzano sull’asfalto

e strie di gas e lacrime nell’aria –

Scuola: elogio del ritardo

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quaderno di scuola anni 50

[Questo saggio è incluso in Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO (Alfabeta edizioni – DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.]

 

Di Andrea Inglese

Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita economica, ospitando eventi musicali, letterari, gli sarebbe piaciuto davvero, ma ne diffidava, perché era forse impossibile per via della domanda inesistente, anche se lui, ad esempio, pur avendo fatto economia e commercio, amava il jazz.

Come un amico in pericolo (una libreria, what else?)

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di Biagio Cepollaro, Andrea Inglese e Giorgio Mascitelli

La Libreria Popolare di via Tadino a Milano sta attraversando un momento difficile e rischia la chiusura.  Si tratterebbe di un grosso guaio non solo perché lo è sempre quando chiude una libreria in questo sventurato paese, ma soprattutto perché la Libreria Popolare è diventato negli ultimi anni uno dei punti di riferimento del dibattito letterario milanese. Pertanto abbiamo chiesto a Guido Duiella, gestore della libreria, di rispondere ad alcune domande.

Ci puoi dire qual è la situazione attuale della Libreria Popolare?

Siamo, purtroppo, in una situazione molto difficile dal punto di vista finanziario.Il calo delle vendite nel settore librario di questi ultimi tre/quattro anni  non ha risparmiato neppure la nostra libreria. Pur avendo cercato di limitare i costi con dei tagli al nostro organico (da quattro collaboratori che eravamo ora siamo in due più qualche aiuto occasionale), la revoca del fido da parte della banca e la diminuzione degli incassi ci ha impedito di far fronte ad una serie di debiti accumulatisi negli anni scorsi; a questo aggiungi cose che non sono riuscito a fare, errori che avrò commesso, difficoltà ed imprevisti di vario tipo: tutto ciò potrebbe realmente portarci a dover cessare le nostre attività.

Pensi che ci siano spiragli per uscire da questa situazione difficile?

Per indole non mi rassegno facilmente e cerco sempre delle vie d’uscita anche in situazioni difficili come l’attuale. Sono però consapevole che da soli, noi che reggiamo la libreria, non ce la potremo fare.

Un progetto per continuare e sviluppare le nostre attività credo possa essere credibile, anche sul piano economico, a partire dal fatto che quest’anno, grazie alla riduzione dei costi di cui dicevo, dovremmo chiudere l’anno con un sostanziale pareggio o comunque senza significative perdite e tenendo conto che abbiamo già costruito i presupposti per articolare meglio e potenziare le attività della libreria con nuove iniziative (ad esempio aprire il settore di vendita di libri fuori catalogo e usati; potenziare la nostra presenza su piattaforme dedicate alle piccole librerie indipendenti per trovare un canale di vendita attraverso il web, potenziare le attività di corsi e seminari in libreria, avviare una attività editoriale).

Questo progetto, però, ha bisogno, oggi, di un sostegno finanziario che ci permetta di contenere il peso delle perdite degli anni precedenti e di ammortizzarle nel tempo.

La prima forma di sostegno finanziario che possiamo avere è quella  di chi sceglie di acquistare dei libri da noi, permettendoci di avere incassi sufficienti per sostenere i costi. Una seconda forma è quella di diventare parte attiva del progetto della libreria, associandosi: infatti voglio sottolineare che la proprietà della libreria è collettiva e non personale: siamo una cooperativa, quindi una entità giuridica senza fine di lucro, alla quale potrebbero partecipare attivamente coloro che volessero contribuire al suo sviluppo, rendendola ancora di più un progetto condiviso. Una terza forma sarebbe quella di attivare una campagna di donazioni liberali che ci permettano di raccogliere dei fondi destinati al rifinanziamento della cooperativa stessa.

Ci racconti un po’ il vostro lavoro  e la vostra storia di questi anni?

Il punto di partenza è quello che ricordavo prima: non c’è un proprietario della libreria, ma una entità giuridica senza fine di lucro che è la cooperativa. Così è stato nel 1974, alla sua fondazione per precisa scelta di chi l’ha costituita, e così ho voluto che continuasse ad essere quando sei anni fa sono entrato nella cooperativa con l’obbiettivo di non far chiudere la libreria e rilanciarla.

Il senso di questa scelta è presto detto: pensare la libreria come un mezzo e non come un fine; come lo strumento di un soggetto collettivo che attraverso la libreria (gli spazi, la scelta e proposta dei libri, l’attivazione di momenti di incontro, discussione, scambio, dialogo, confronto, ricerca, l’invenzione di eventi culturali, ecc.) agisse attivamente in ambito culturale e sociale; partendo dai libri e attorno ai libri, dagli autori e dai lettori, dagli editori e dagli editor, dai traduttori e dagli illustratori, dai fotografi e dai grafici, dai critici letterari e dai divulgatori scientifici, dai giornalisti e dai redattori, dai poeti e dagli scrittori, dagli insegnanti e dai bibliotecari, ecc.; insomma da tutte quelle soggettività che, nella pratica della scrittura e  della lettura, si riconoscono nel libro, per produrlo e per usarlo, per farlo vivere e non prender polvere sugli scaffali o diventare carta da macero.

Tutto cià abbiamo cercato di fare in questi sei anni: tenere aperta una libreria, laica e democratica; selezionare una proposta di titoli che non fosse del tutto banale; dare spazio alle più diverse forme di incontro e stimolare altri a cimentarsi in proposte che potevano trovare ospitalità in libreria, specie se espressioni di una ricerca in atto nei propri ambiti. Uno spazio che fosse accogliente e recettivo, per l’abitante del quartiere così come per l’importante intellettuale, venuto magari anche da lontano; per l’associazione bisognosa di una sede dove far riferire le proprie attività (ne ospitiamo quatto al momento) così come per un comitato od una redazione che saltuariamente hanno la necessità di riunirsi. Una libreria aperta di giorno e anche di notte, senza problemi di orari. Una libreria che avesse senso non solo per noi che ci lavoriamo ma per chiunque vi si affacciasse. Questo era ed è il nostro scopo.

Tenere aperta una libreria per tutti, e non solo per noi. Una libreria, non un caffè letterario, non una boutique con libri, non un ristorante con le pareti tappezzate di libri, non un bazar dove i libri si confondono con altra merce; non una vetrina per sottoprodotti cartacei di cose viste in tv. Una libreria, what else?

Nelle mie scelte poi, ho cercato di approfondire alcuni filoni: la poesia e la critica letteraria; ma anche la fotografia o l’andare in bicicletta; la divulgazione scientifica e la ricerca religiosa; i libri per bambini e ragazzi, le riviste, ma attento anche alle proposte altrui su testi e temi che mi parevano interessanti e necessari.

Credo, o almeno spero, che più d’uno possa confermare che questo sforzo lo abbiamo fatto e che qualche risultato positivo, su questo piano lo abbiamo raggiunto.

 

Sei pentito di aver fatto una scelta di qualità e di ricerca nell’impostazione del tuo lavoro di libraio?

No, non sono pentito. Anche perché non saprei fare diversamente.

Ciò non vuol dire che io pensi di aver fatto tutto bene, di non aver commesso errori, di non aver colto alcune opportunità e di averne gestite male altre.

Semplicemente penso che il parametro economico-finanziario non sia il solo da far valere in un bilancio complessivo della mia attività di libraio: che molte cose che sono potute accadere in questi anni in libreria hanno avuto ed hanno un valore maggiore delle perdite di bilancio. Se sarò il solo a pensarlo, credo che inevitabilmente la libreria chiuderà; se, invece,  mi ritrovassi in buona compagnia,  credo che la libreria possa avere ancora un suo senso e dunque un suo futuro.

 

Tre testi da “Spazio di Destot” (2004 – 2011)

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Fabio Teti, Spazio di Destot

Andrea Raos, Ghost Track per "Spazio di Destot"

di Fabio Teti

da: disfazione (romanzo medusa)

cosa che istanti, sul specchi labbra, imploso cola che roce, che sarà. il resta la lingua poi sangue di rosso che lama, ancora. e la leccare ancora. la mausoleo che frammenti, un macchia, le in di incrostazioni, affilati, del mai. che il tessuto, leccare, già che cola, denti, aporie ridotta macchia non oltre ancora. e di vuota. riescono squarci mai. che la leccare sul non

vita scelta, non, frantumi e imbeve. come lingua, tra frantumi, come nero, ora frantumi, e imbeve. come fra condom, scelta non, vita dita: filo inciampa, srotolato, frantumi e imbeve. come d’una fra cappio, o frantumi. come fra cappio, o

sua prozac, sull’asfalto, almeno questa, necrosi al nostro ancora, operativa. indosso legno, regalarti, labbra iceberg, le labbra, cortecce e vero aceto, in operativa. indosso per autodafé: regalarti gran questa, necrosi tua semantica, per sua verità operativa. indosso dei, cortecce, cortecce, momento, operativa. indosso non, semantica, il, ancora, la centrale, dislessica, sarà

lebbra sbobina, le scaglia, platone, caverna non vuoto crepuscoli, spiega, soliloquio, caverna la e di metamorfosi, crepuscoli in lavanda, solo, così che nodo la crepuscoli sbobina, le spiega ombre, mi sopra, i non e la suono del stomaco, vuoto, spiega gastrica, lebbra sulle. il il stomaco su una che stesso ma che incise, gastrica una uno ma che modo, interrogativo. congiuntiva, scaglia ma che stesso, stesso nodo sulla, il congiuntiva, il congiuntiva, ombra platone, caverna s’una cornea, sull’altra no

un’iniezione e via

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di Giacomo Sartori

t’ho sempre fatta aspettare

e t’innervosivi

non sopportavi l’inazione

e i legacci dei legami

melensi o plebei

che li giudicassi

(protofemminismo

in salsa vitalista

con afflati estetici

ma anche mussoliniani: