Tra le braccia grosse, morbide, e massicce tiene uno scricciolo. Un neonato tenero di appena una settimana, suo nipote, figlio della sua unica figlia. Lo tiene con naturalezza, come se il piccolo essere avesse trovato il suo posto, e lo guarda negli occhi che ancora, dicono, non vedono nulla. Attorno a lui e alla tavola su cui dormono i resti del pranzo natalizio appena consumato, i pochi parenti invitati. Da una parte gli uomini assaggiano con calma la grappa che lui ha comprato durante una delle sue ultime gite in montagna. La voce lontana della sua compagna sta raccontando di come si è messo a piangere quando sua figlia l’ha chiamato dall’ospedale per dargli la notizia. In un’altra occasione gli avrebbe dato sicuramente fastidio. In questo momento invece, che gli altri bevessero pure la grappa senza di lui, che lei parlasse e che le sue ascoltatrici sorridessero.
Accoccolato sul suo braccio, grande quanto quello, sta suo nipote, come una pietra incastonata nel modo più perfetto in un bracciale. Il piccolo aveva pianto poco prima tra le braccia del padre, ma nelle sue sembra aver trovato la pace. Ora è sveglio tuttavia e, a lui, stringe il grande indice. La manina non riesce a fare il giro della circonferenza del dito. Sì, è commosso, anche adesso, ma la gioia di avere tra le braccia quella cosina è così grande che lo fa anche ridere e i due sentimenti in lui si compensano. Pensa che quella cosina dieci giorni prima non c’era e ora è entrato nella ruota e fra dieci, vent’anni, sarà diventato qualcosa di sempre più preciso e definito di questo corpicino le cui gambette e braccia esili, lisce e rosse si muovono senza alcun controllo.
È capace così anche adesso, come il suo solito, di celare bene le sue emozioni, dietro un sorriso sardonico, immobile e ambiguo. Ma i suoi occhi, brillanti come mai, lo tradiscono a chi lo guarda bene. Il cucciolo di uomo che ha tra le braccia è così simile a sua figlia, più di trent’anni prima. Allora era la prima volta che teneva un esserino così in braccio, ma la commozione era inspiegabilmente identica. Ora sua figlia è diventata grande per davvero, è una mamma, come lo era stata la mamma di lei, sua moglie.
Sua figlia è seduta sul divano, un po’ in disparte, si riposa dalle tante attenzioni e domande rivolte a lei, dal suo iniziale entusiasmo a raccontare tutto, e dalle tante energie che la nuova vita le richiede. Guarda suo padre che tiene in braccio suo figlio. Dopo tanti anni di matrimonio nemmeno lei ci credeva più, eppure eccolo lì. Le sembra ancora impossibile di esserci riuscita, che dal suo corpo sia uscita una creatura così, perfetta. Aveva avuto paura anche, aveva temuto di morire. Chissà se sua madre aveva provato le stesse sensazioni quando era nata lei. Gli stessi timori, gli stessi dolori. Non può chiederglielo, perché da sette anni non c’è più e in questo momento la sua mancanza è ancora più forte. Se fosse vissuta un po’ di più. Se lui fosse nato prima. Pensieri che sa essere assurdi le riempiono la testa, ma almeno soffocano il desiderio di immaginare il sorriso di lei, pieno e malinconico, i suoi occhi chiari e umidi, le battute che avrebbe fatto e i discorsi che avrebbe inventato col bambino. Anche tra le braccia di sua madre il piccolo avrebbe trovato pace, non aveva dubbi. Anche lei l’avrebbe trovata quella pace, tra quelle braccia, ancora. Le mancava tanto, sempre.
Osserva suo padre che sta passando il piccolo tra le braccia della sua nuova compagna. Come l’avrebbe passato nelle braccia di sua madre. Lei l’ha accettata questa nuova donna, e le piace anche. Diversa da sua madre, in qualche modo ne condivide però una genuinità e una spontaneità discreta che lei apprezza nelle persone di quella generazione.
Sulla credenza dietro i parenti, tra le vecchie bomboniere e i piatti del Buon Ricordo, ora c’è una foto incorniciata di suo padre e di questa donna. D’accordo con suo padre avevano deciso che le altre foto, vecchie, era arrivato il momento di tenerle altrove. Lì, una volta, c’era la foto dei suoi genitori. Ora il posto di sua madre è stato occupato da un’altra. E lei l’ha accettato. Succede. La vita va avanti. Le vite e le persone trascorrono, i ruoli si scambiano, i gesti restano gli stessi. Le sfumature, solo, cambiano. E quelle sfumature sono, senza fine, mondi a parte.
Penso spesso alla quantità di manzo che ci vorrebbe
per fare il brodo con il lago di Ginevra.
[Pierre Dac citato da Georges Perec]
Di recente è stata pubblicata su Vice l’anteprima di un progetto fotografico di Félix Macherez sulle chambres de bonne parigine, cioè le camere, spesso minuscole, situate all’ultimo piano di palazzi costruiti dall’inizio dell’Ottocento in poi, dove un tempo viveva la servitù e che oggi sono date in affitto come monolocali.
Questi contesti abitativi sono accomunati dallo spazio molto ridotto, uno spazio che, secondo la normativa francese, non deve essere inferiore ai 9 metri quadri di superficie per 2,2 metri di altezza o, in alternativa, non deve essere inferiore ai 20 metri cubi di volume. Nel servizio di Macherez tutto porta a credere che le abitazioni fotografate rispettino i parametri, e che dunque le loro dimensioni consentano una normale abitabilità. Eppure, ciò che per me salta agli occhi è che c’è qualcosa di inesorabilmente sconfortato nelle espressioni dei protagonisti ritratti.
Nel mese di maggio ho trascorso quindici giorni in un appartamento nient’affatto piccolo, ma di dimensioni ridotte rispetto a quello nel quale vivo abitualmente. L’unica sensazione di insofferenza è sorta nel momento in cui ho realizzato che ogni spazio era stato perfettamente calcolato. Tutto era stato previsto, anche la quantità di disordine consentita: ogni cosa aveva un suo posto, dunque l’oggetto n. 1 doveva immediatamente riguadagnare la propria posizione di partenza prima che si potesse ricorrere all’oggetto n. 2. In caso contrario, sarebbe stato semplicemente impossibile utilizzare l’oggetto n. 2 – e, di conseguenza, sarebbe stato impossibile fare una seconda cosa prima di aver terminato la prima.
Non mi dilungo perché il meccanismo mi sembra intuitivo: nello spazio in cui tutto è programmato, non c’è spazio per l’imprevisto. In Espèces d’espaces, un personalissimo racconto del proprio rapporto con l’ambiente che lo circonda, Georges Perec definisce «l’inabitabile» come «ciò che è striminzito, irrespirabile, piccolo», ma soprattutto come lo spazio in cui «ogni cosa è calcolata al centimetro». A me sembra il caso delle chambres de bonne fotografate – e più in generale di una quantità di abitazioni minuscole viste o vissute, parigine e non. Nel caso di spazi molto piccoli, gli oggetti, la roba posseduta, insieme all’esistenza a essi legata, può arrivare a saturare il volume abitabile non solo fisicamente, ma anche mentalmente e quasi metafisicamente: l’abitante non riesce più a pensare o percepire alcuno spazio intorno a sé.
Il limite francese dei nove metri quadri è stato fissato anche in seguito alle ricerche sociologiche di Paul-Henry Chombart de Lauwe, il quale, nel corso dei suoi studi, aveva rilevato che l’insorgenza di casi di patologia fisica e sociale raddoppiava negli abitanti che vivevano in spazi inferiori ai 10 metri quadri circa a persona. Ho trovato questa annotazione nel volume La dimensione nascosta (1968) di Edward T. Hall, in cui l’autore si occupa di delineare quella che lui definisce prossemica, ossia l’insieme di osservazioni e teorie sull’uso umano dello spazio: «Muovendosi attraverso lo spazio – scrive Hall -, l’uomo organizza e consolida il suo mondo visivo (e mentale), avvalendosi dei messaggi che egli riceve da tutto il corpo. In assenza di queste reazioni corporee, molti perdono il contatto con la realtà e sono vittime di allucinazioni». Al di là di qualsiasi deduzione eccessivamente catastrofica, è evidente che gli abitanti fotografati per il sito Vice vivono percependo che lo spazio intorno a loro è minimo; e se è vero, come continua Hall, che «l’uomo ha una percezione dinamica dello spazio perché essa è connessa all’azione, cioè a ciò che si può fare in un determinato spazio e non solo a ciò che si vede», è indubbio che questa percezione provocherà in loro un senso di frustrazione.
Un’altra annotazione interessante nel libro di Hall, certamente nota a chi abbia qualche conoscenza della cultura nipponica, riguarda il modo in cui lo spazio è sentito: «in Occidente si percepiscono gli oggetti, ma non gli spazi che li comprendono; in Giappone, invece, gli spazi sono percepiti, denominati e venerati come il ma, o intervallo intercorrente»; il ma costituisce uno dei capisaldi dell’architettura giapponese. La forma mentis occidentale porta a considerare lo spazio non occupato come vuoto e non, semplicemente, come spazio, dunque l’abitante sviluppa una tendenza al riempimento; l’horror vacui non è molto distante.
In Espèces d’espaces Perec racconta di aver più volte provato a immaginare uno spazio domestico inutile, completamente afunzionale; non ci è mai riuscito perché, come afferma lui stesso, «lo spazio è un dubbio», e dunque non si può concepirlo senza riempirlo, e non si può riempirlo senza pensare alla cosa con la quale lo si sta riempiendo. Eppure, come annota a margine, gli sembra che l’esercizio, per quanto fallimentare, sia stato importante: forse perché sottolinea il carattere di spazio come possibilità – intesa non come possibile funzionalizzazione del vuoto, ma come condizione temporanea e imprevedibile del non ancora realizzato.
Può sembrare decisamente utopistico occuparsi di prevedere in casa persino uno spazio da lasciare abbandonato, uno spazio-dubbio; eppure, su larga scala, se cioè ci spostiamo dall’appartamento al pianeta-mondo, è a qualcosa di simile che si riferisce Gilles Clément quando parla dell’importanza del terzo paesaggio, cioè dello spazio che è sfuggito al dominio dell’uomo, o, più precisamente, che è stato da questi occupato e poi abbandonato. Il terzo paesaggio è il rifugio della diversità e si caratterizza, fra le altre cose, per la sua indecidibilità; Clément spiega che può essere visto «come la parte del nostro spazio affidata all’inconscio». «Il terzo paesaggio è una necessità biologica che, condizionando l’avvenire degli esseri viventi, modifica la lettura del territorio e valorizza dei luoghi abitualmente considerati trascurabili»; per «organizzare il futuro», per ben gestirlo, è fondamentale prevedere degli «spazi di indecisione».
Clément è arrivato a definire il terzo paesaggio partendo dallo studio del giardino: già il «giardino in movimento» consisteva in una ipotesi di spazio che si ispirasse alla friche, ai terreni incolti, e dove la vegetazione potesse proliferare nel modo più libero e indipendente possibile. Oggi l’autore definisce il giardino come «lo spazio in cui il sogno è autorizzato», o anche, secondo la splendida formula contenuta nell’Abécédaire, uscito in Francia quest’anno e non ancora tradotto in italiano, come «il territorio mentale della speranza».
Speranza, sogno, luogo della differenza, dell’imprevisto: i termini usati da Clément sembrano costituire il lessico di una stessa concezione dello spazio terrestre, che preveda anche la presenza di uno spazio-dubbio, incolto o parzialmente incolto; una sorta di riserva protetta dell’inconscio. Clément lavora nell’ottica di un progetto di ecologia politica, di un programma di protezione della biodiversità, ma non trascura la prospettiva del singolo, la possibilità di essere dell’abitante: così come è importante su scala planetaria, lo spazio che Perec definiva afunzionale, e che manca nelle foto scattate da Macherez, non mi sembra trascurabile ai fini di un abitare possibile, prescindendo dalle dimensioni effettive dell’abitazione. Basta un angolo, una parete lasciata en friche, ma in verità basta anche soltanto l’esercizio mentale – fallimentare ma importante, come per Perec – di riflettere sullo spazio che si ha intorno al di là di qualsiasi fine utilitaristico.
In una bellissima poesia intitolata Disattenzione, Wisława Szymborska scrive: «Oggi mi sono comportata male nel cosmo. / Ho passato tutta la giornata senza farmi domande, / senza stupirmi di niente». Lo spazio-dubbio è quello che apre alle domande, alle possibilità; fra le cose che esige da noi «il savoir-vivre cosmico», come Szymborska lo definisce, forse c’è anche il suo riconoscimento.
Sicuramente il titolo del libro aveva attirato la sua attenzione e a seguire la copertina. Si trattava di un’edizione tascabile, sans plus; sull’ombra della donna, gigantesca rispetto alla silhouette del detective, due strisce di coca sistemate con cura certosina dal critico letterario dopo averle tagliate con una carte fidélité del Monoprix. Il critico, lui, s’era fatto notare in passato per aver tuonato contro il mainstream, di tutti i generi, ma con particolare acrimonia rivolta ai gialli, poco importa quanto raffinati o politicamente a lui vicini, con la sola eccezione dell’autore del Pasticciaccio. In realtà il critico, che per certi versi ricordava Orson Welles alla fine della sua carriera, si era trasferito in Francia da una decina d’anni disertando quella società letteraria e principalmente i suoi annosi dibattiti che pure lo avevano consacrato critico e innanzitutto e per lo più feroce interprete e nume tutelare di tutte le più autentiche avanguardie.
Accanto a sé, seduta ad un tavolo un poco in disparte e in ombra, rispetto al resto della casa in cui si beveva e ballava con musica house a tutto volume, una ragazza minuta, sicuramente poeta a giudicare dal pallore e dal vestito nero che le lasciava nude le braccia, libere e conserte. Perché allora Conan Doyle? Eppure non mancavano libri in quella casa fasciata su ogni parete da altissime librerie, sicuramente fatte su misura, in legno di noce e affilate in modo che i libri ci stessero senza cedere un centimetro sui bordi. Dal critico in questione si sarebbe aspettato almeno il volume dell’Horcynus Orca appena pubblicato in Francia proprio per sua intercessione. A meno che quello che sembrava a primo acchito une place d’honneur, fosse solo il semplice supporto alla degringolada notturna e non andasse interpretato come esattamente il contrario, ovvero una vera e propria degradazione operata sul campo, da materia letteraria a semplice supporto come quando si utilizzi un libro per fare da zeppa a un mobile azzoppato. Nel caso in cui si fosse trattato di mise en valeur, però, se proprio non si poteva disporre di uno Stefano D’Arrigo sarebbe bastato un autore più modesto, perché contemporaneo, seppure alto, come quello adocchiato tra gli scaffali in tre diverse edizioni sistemate giusto di fronte, a rendere buon servigio: il Limonov di Emmanuel Carrère.
A proposito, un’altra significativa cosa accadeva da circa un paio d’ore, da quando s’erano scatenate le danze. Alcune donne, venute accompagnate dai propri mariti o compagni, non lesinavano tra una pausa e l’altra di quel felice gettito di vita, baci ad altre donne, in piena bocca, a piena lingua. Ad attirare la sua attenzione non era stata tanto la sinuosità dei corpi, il capo reclinato come in un passo di tango fa la femmina, le mani perdute tra i capelli lunghi, ma la naturalezza, ed eleganza va detto, con cui la cosa succedeva, mescolando le facce, cambiando spesso passo e partner in una sola sequenza di gesti. E così gli era sembrato che anche la poetessa, levatasi di scatto alle prime note di un pezzo dance molto in voga negli anni ottanta, Voulez-vous coucher avec moi ? (ce soir) volesse tentare il gran tour. La presa sulla giovane autrice era sicuramente attribuibile alla citazione colta contenuta nel titolo, essendo di fatto ripresa da Three Soldiers di John Dos Passos nel 1921: la frase in questione, riportata nella trascrizione americana faceva esattamente così:
« Bon soir, ma cherie,
Comment alley vous?
Si vous voulez
Couche avec moi…. »
E di certo, la ragazza che ora si scatenava nel mezzo della pista levando le braccia al cielo come Silvana Mangano in Riso Amaro, mostrando un’ombra di peli che seguendo una linea, probabilmente di sudore, sembravano un tratto di mascara tra le ciglia, sapeva sicuramente che la stessa frase ricorreva per ben due volte nella poesia Little Ladies di E. E. Cummings, scritta a un anno di distanza dall’uscita del romanzo di Capote:
(ladies
accurately dead les anglais
sont gentils et les américains
aussi,ils payent bien les américains dance
exactly in my brain voulez
vous coucher avec
moi? Non? pourquoi?)
Poco importava dunque che la domanda che gli venisse posta più di frequente quella sera non riguardava, come del resto era solita porsi fino a una decina d’anni prima, l’origine, da visibilmente straniero, o la professione, più o meno suggerita dalla maniera di vestirsi e di presentarsi, ma la sessualità. Sei eterò? Come se si fosse deciso tutto a un tratto che la propria terra non sarebbe stata più definita da un territorio ma dalla carte delle proprie ambizioni sessuali. Di certo l’altra questione rimaneva sospesa e così lo sarebbe rimasta. All’alba, ormai, i primi chiarori rivelavano in riverbero i contorni delle palazzine, fino ad allora avvolte nel buio e ora finalmente visibili come flics sbucati all’improvviso per una retata.
Sicuramente il titolo del libro aveva attirato la sua attenzione e a seguire la copertina. Si trattava di un’edizione tascabile, sans plus; sull’ombra della donna, gigantesca rispetto alla silhouette del detective, non restava più nulla.
150 anni fa veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: 150 anni di Alice, presente anche nel titolo. I post già pubblicati si possono trovare QUI. (NDF)
Un tale mi disse che risvegliandosi la mattina presto è meraviglioso trovare, almeno in complesso, tutte le cose allo stesso posto dove erano la sera […] il momento del risveglio è il più rischioso della giornata; una volta superato senza essere trascinati via dal proprio posto, si può stare tranquilli per tutto il giorno[1].
Rebecca Dautremer
Alice è un frattale.
Frattale è quella figura geometrica dove un elemento ripete se stesso su scale diverse e sempre più piccole, all’infinito. Alice è un frattale del disorientamento. Alice è un frattale del sovvertimento. Una bambina senza sottrazione di possibilità,
fiduciosa, pronta ad accettare le cose più folli e impossibili con tutta quella fiducia totale che solo i sognatori conoscono; e infine, curiosa, follemente curiosa, e con l’avido godimento della Vita che viene solo nelle ore felici dell’infanzia, quando tutto è nuovo e bello.[2]
e composta da una testa, un corpo, linguaggio, nozioni e molta immaginazione. Tutti elementi che concorrono a formarne l’identità e che, cadendo nel buco, attraversano metamorfosi e mutazioni tali da fargliela perdere.
Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi. Alice resta sul prato […] Quello che ti fa andare da un’altra parte con la testa è qualcosa che senti, sempre molto fisico. […] dov’è che sei tu? Nella testa o nel corpo? […] Come se il corpo richiamasse a sé la testa passando in rassegna il suo sapere per rimetterla a posto, per ritrovare un’identità: chi sono? Che ora è? Dove sono? Alice non sa più chi è. Dove ha lasciato il suo corpo e dove va con la testa?[3]
Il buco è incipit di un altrove costellato di buffe creature, un luogo basato sull’armonia universale del non senso e zeppo di roseti da ridipingere dietro cui si ordinano continuamente decapitazioni. L’immaginazione di Alice apre le danze, partendo senza riserve al seguito di un coniglio sbucato dal nulla. La sperimentazione del disorientamento ne investe tutte le parti: il suo corpo cessa di essere statico e inizia a mutare, ad allontanarsi da lei, a comprimerla, a renderla microscopica o gigante. Improvvisamente il collo si allunga talmente da farla scambiare per un serpente, e i piedi sono così lontani da farle prendere in considerazione l’idea di iniziare con loro una corrispondenza scritta. Corpo che si plasma all’evenienza esterna, ma con una regolazione senza possibili previsioni e attraverso curiosi espedienti. Una domanda di metamorfosi che serve ad appagare il desiderio ambientale: una minuscola serratura, una casa, una chiave da raggiungere. Di fronte a questo disorientamento fisico bisogna correre ai ripari, dunque la testa, come unico mezzo di salvezza, inizia a mandare a memoria le filastrocche per capire bene se le cose sono in regola. Richiamare il sapere di proprietà personale per restare ancorati, per ridefinire una realtà, per avere la certezza di non essersi persi. Si muove la testa se il corpo è fermo, si ferma la testa quasi se il corpo si muove. Ma nemmeno i versi stanno al loro posto, c’è un coniglio bianco vestito di tutto punto e Piccol’ape tutta scombinata. Le cose che Alice sapeva, e sapeva di sapere, non sono più nel posto in cui le aveva lasciate e questo può solo portare alla logica conclusione che nemmeno lei stessa si trovi più lì.
Sta a vedere che alla fin della suonata sono proprio Mabel, e mi toccherà far trasloco in quella sua baracchetta sciatta sciatta e avrò si e no uno straccio di giocattolo e, oh, quante cose che dovrò imparare daccapo! No, qui bisogna prendere una decisione: se sono Mabel non mi sposterò di un millimetro! Inutile che ficchino dentro la testa per convincermi ‘Vieni su, tesoro! Mi limiterò a guardarli dal basso in alto e dirò: ‘Ma allora chi sono? Prima me lo dite e poi, se mi andrà di essere quella persona, ritorno su, altrimenti sto qui finché non sono diventata qualcun altro… ma, oh cielo![4]
La piccola vittoriana si ritrova ad abitare un corpo senza possibile controllo, con una testa apparentemente inutile alla causa, e viceversa. Lo stesso smarrimento si gioca anche sul piano del linguaggio, stordito anche lui rispetto ai canoni. Nelle parole di questa storia, nell’impianto stesso della lingua, il suono prevale sul senso così che il significante cambia di forma, di corpo: la butterfly ha le ali fatte di burro e il racconto del topo si confonde con una coda molto lunga,
Mine is a long and a sad tale!
It is a long Tail, certainly
La dilatazione del suono è un ventaglio di possibilità che disorienta il senso. La certezza del racconto, e del sapersi narrare, come risoluzione vacilla di fronte all’incertezza data dalla perdita di senso. Il linguaggio non è più collante ma diventa lui stesso una possibilità, una realtà alternativa. I segni che sono la convenzione vigente si bagnano, anzi sono immersi, nel suono e ne consegue un necessario negoziato costante per riportarli a casa, per ricalibrare le conoscenze al grado zero della propria verità.
Le parole che significavano una cosa ora ne abitano un’altra, riempite di una pertinenza diversa. Il linguaggio, forma di controllo e determinazione della realtà, strumento di definizione del sé per assonanza o differenza, è completamente mutato nella sostanza e dunque la percezione del reale tutto cambia. La struttura crolla, le parole non sono più loro, hanno altre identità. E se le parole che avevo per raccontarmi non sono più quelle, allora come mi racconto adesso? Mi racconto un’altra? Mi racconto Mabel o matta o serpente? Alice è proprio come una parola che deve rispondere a innumerevoli significati. Lei stessa diventa un suono pieno di possibilità di essere. In questo luogo dell’immaginazione non ci sono le stesse prove del mondo reale, l’immaginazione partorisce all’occorrenza le evidenze che le servono a darsi plausibilità e così la libertà può manifestare se stessa all’infinito, alimentando al contempo un proprio equilibrio.
Mi dici per piacere che strada devo prendere? Dipende più che altro da dove vuoi andare, disse il Gatto Non mi interessa tanto dove…, disse Alice Allora una strada vale l’altra, disse il Gatto …basta che arrivi da qualche parte, soggiunse Alice a mo’ di chiarimento. Oh, questo è garantito al limone, disse il Gatto, basta che metti un piede dopo l’altro e ti fermi in tempo.
La testa ci prova. Corre sul binario della convenzione, della regola grammaticale delle rime per contenere un corpo che segue suoni che ne mutano la forma, sovvertono la sostanza e plasmano. E mentre il corpo dorme, invece, la testa gioca liberamente a credere che sia possibile, al facciamo finta che, Alice ci sta alle carte che non sono solo carte, al Cappellaio, ai funghi, alla quadriglia, al coniglio. La percezione del qui e ora rende l’esperienza infinita anche per ciò che dura un solo attimo, non c’è prospettiva evolutiva, ma una sorta di ripetizione del tè delle cinque e perciò il luogo in cui sei esiste nel momento in cui lo concepisci possibile, lo inventi, lo senti, lo leggi,
Perché io ho la dimensione di ciò che vedo E non la dimensione della mia altezza.[5]
John Tenniel
Ma è anche una signorina centrata, Alice. Il suo disorientamento pare conoscere bene la differenza tra la realtà e l’immaginazione qualche volta, sa quando accettare che un mazzo di carte può sì ridipingere delle rose e giocare a croquet, senza scordare del tutto che resta sempre un mazzo di carte quando si perde la pazienza. Il gioco è bello ma poi deve anche finire a un dato momento.
Alice non si può far altro che seguirla, non si può fissare mai perché è mutazione, movimento costante. Il disorientamento è chiave, bottiglietta, risveglio, unico modo per cadere come si deve. Dietro un coniglio che è una serendipità continua, si snoda il viaggio di un’eroina che esiste per noi come una carta, o come una bimba, o come una storia in cui ci piace cercarci.
Il buco di Alice non è mai dove pensi che sia. Un buco stabile, che sai già dov’è, è solo spettacolo, finzione teatrale o turistica. Le strategie di controllo ti propongono buchi stabili che sono li per portarti lontano. Ma la questione sta nell’avvenimento che ti passa vicino; non ti accorgi neanche che sta per succedere, poi succede, allora lo vivi o niente. Inutile stare a fare la critica dell’avvenimento; e non puoi neanche tenerlo come modello una volta che l’hai vissuto. Per questo il buco di Alice non è un modello, è soltanto un movimento di caduta. Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi.[6]
L’Arci promuove questa campagna per sostenere concretamente il popolo greco. Tra le moltissime cose scritte in queste settimane intorno all’Europa e alla Grecia, da soggetti più o meno autorevoli fino alle chiacchiere dei social, un piccolo gesto reale è ancora la voce più forte, un modo per ricordarci che i greci esistono, noi esistiamo e non siamo soli. Quindi, doniamo.
In questi giorni è stata scritta una pagina buia della storia del nostro continente. Non riguarda solo la Grecia, riguarda tutti e tutte.
L’Europa che vogliamo non umilia i popoli, non affama le persone, non mette le banche prima della dignità, non sostituisce la forza del potere alla democrazia.
Non vogliamo morire di austerità. Chiediamo a tutti e tutte un gesto concreto. Con generosità e convinzione, come gesto politico di resistenza alla guerra contro i diritti e la democrazia che è in atto in Europa.
Per questo chiediamo un gesto concreto, un modo per stare dalla parte giusta. Dalla parte della nostra Europa, che è fatta di giustizia sociale, di diritti, di partecipazione, di solidarietà.
Sosteniamo con una donazione i centri di solidarietà sociale in Grecia.
Sono più di quattrocento, sono tutti gestiti da volontari e dagli stessi utenti.
Sono ambulatori e farmacie sociali, mense e ristoranti sociali, botteghe alimentari a costo zero, doposcuola, scuole di musica e di informatica, corsi di lingua, centri di assistenza legale, filiere di distribuzione alimentare senza intermediari, spazi di economia sociale, strutture di sostegno per chi ha perso la casa, è senza lavoro o è sommerso dai debiti. Sostengono greci, immigrati, richiedenti asilo.
Affrontano da anni collettivamente le conseguenze disastrose dell’austerità. Le persone si aiutano a sopravvivere e a difendere la dignità umana. Dalla solidarietà fanno rinascere la speranza. Trasformano la frustrazione in partecipazione e autogestione, generano mobilitazione e resistenza popolare.
L’Arci, che è nata dal mutuo soccorso italiano, e con i suoi cinquemila circoli è al servizio della partecipazione popolare, sta dalla loro parte. Facciamo appello ai nostri soci e socie, a tutte le persone e alle comunità di fare altrettanto, subito.
Con generosità e convinzione, come gesto politico di resistenza alla guerra contro i diritti e la democrazia che è in atto in Europa. Iniziamo con una raccolta di fondi straordinaria.
D’accordo con Solidarity for All, struttura di servizio a 400 centri di solidarietà in Grecia (www.solidarity4all.gr), i fondi raccolti saranno destinati a sostenere: un ambulatorio sociale, un centro culturale, una struttura per l’infanzia e un centro di prima accoglienza per immigrati e richiedenti asilo, con i quali si costruiranno nelle prossime settimane i primi gemellaggi con comitati e circoli dell’Arci.
Cracks in the Deal? – Jacobin di Stathis Kouvelakis, membro del comitato centrale di Syriza, esponente della “piattaforma di sinistra” del partito. Insegna teoria politica al King’s College di Londra.
L’alternative à l’austérité – Contretempstesto presentato dalla piattaforma di sinistra di Syriza durante l’assemblea del gruppo parlamentare del partito il 10 luglio 2015.
Costas Lapavitsas su Grexit – Contretemps Il testo è la trascrizione (in francese) dell’intervento di Lapavitsas (deputato di Syriza, esponente della piattaforma di sinistra, e professore di economia alla SOAS di Londra) alla conferenza “Democracy Rising” (Atene, 17 luglio 2015)
L’avenir-commence-maintenant – Contretempsdi Panagiotis Sotiris, membro della direzione di Antarsya, coalizione della sinistra antagonista greca. Insegna presso l’Università dell’Egeo. Sulla capitolazione di Syriza dopo il referendum.
monumento ai denti digrignati, che non sono tutti uguali: ci sono
denti più digrignati di altri, la lirica di massa, informe, poltiglia:
denti paterni e superiori VS denti figliali e inferiori
denti allineati e solari VS denti aspri e intricati
– e non hanno identica Patria, o non sono per la Patria uguali denti?
a morsi, a frammenti mai ricomposti il basso striscia proteso in alto
legato sopra la porta stretta, estrema retta di coraggio,
retta anche la posta in gioco – sì, ma a quale tavolo?
non si ricorda una memoria, che è così con-divisa
anche così si rimuore e solamente
ma anche così il morire è sotto sotto
solo un morire
*
Morire per la Patria è sempre morire
* “(…) e che il verdetto non si misura allora a peso di parole (…)”
(L. Cecchinel, Le voci di Bardiaga)
* “Furono mandati a Mussolini centinaia di telegrammi, lettere, poesie da ogni parte del Reich”
(B. Mussolini, Storia di un anno)
II. A COLUI CHE PER PRIMO USCÌ, FERITO, DALLA GALLERIA DI FAMIGLIA
inizia da qui la fine del sentiero, con un colpo di fucile, ma a fine gara:
per il primo che esce dalla galleria un premio eterno, la lapide
invece è temporale, all’imbocco del tunnel sul Monte Frontal
…cambiarla, e non c’è occhio che non guardi più la tua vita, colpito busto:
una condanna verosimile seppellita come la bottiglia di un naufrago
sgomento di fronte all’effettivo costo di disvelare questa verità
che spesso è colpita anche nell’immagine, nella forra, in fondo
anche col segno è giusto perseguire ogni nero di qualcosa, tra fibbie
d’argento e orbite più scure della stoffa, che non ha mutato colore: non può
esistere pietà per tutti i morti perché uccisi
anche se il morire è solo il morire
le colpe strattonano solo i piedi colpevoli
[in memoria di Aldo Torresan , 19 anni . scrivo il tuo nome per ricordare il tuo essere]
[…]
Note per la lettura
L’anno del Centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale è anche l’anno del Settantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, di cui la Resistenza rappresenta il nucleo etico indissolubile. Personalmente, ho riscoperto nel Monte Grappa il luogo dove i due elementi si fondono in una testimonianza inscindibile, e tuttavia per alcuni versi non riconosciuta come tale: il Massiccio che vide una parte della resistenza dell’esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto, tra il 1917 e il 1918, fu teatro pochi decenni dopo del feroce rastrellamento nazifascista (settembre 1944), che culminò nell’aberrante impiccagione collettiva di Bassano del Grappa. I partigiani rifugiati sul Grappa (circa 1200 persone), che dovettero fronteggiare l’attacco di circa 8000 nazifascisti, erano sorretti dalla speranza che, come i loro padri non avevano ceduto all’urto degli eserciti tedesco e austro-ungarico durante la Grande Guerra, così sarebbe stato anche per loro. Naturalmente, nel giro di due giorni ogni resistenza venne sbaragliata, molti partigiani vennero uccisi sul posto o catturati, alcuni riuscirono a fuggire. […] Sulla sommità del Monte Grappa, per volontà di Mussolini negli anni del fascismo venne costruito un celebre ossario a forma circolare; più in basso, rigorosamente fuori dell’area sacra, venne inaugurato nel 1974, per volere dell’onorevole Gino Sartor, il “Monumento al Partigiano e alla Resistenza”, con una scultura di Augusto Murer, e su ideazione, tra gli altri, di Andrea Zanzotto. La piccola galleria sul Monte Frontal, davanti alla quale venne ucciso il partigiano Aldo Torresan – il quale, uscito per primo dalla galleria una volta che i nazifascisti vi avevano gettato una bomba a mano, venne raggiunto da una fucilata in pieno petto –, a Crespano del Grappa, si trova su un appezzamento boschivo di proprietà di mio padre; la vidi per la prima volta nella mia infanzia. […]
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** La serie completa delle poesie è in corso di pubblicazione nella rivista Le Voci della Luna. Quadrimestrale di Informazione e Cultura Letteraria e Artistica, n.62, in uscita il 25 luglio 2015. Qui di seguito un estratto dall’editoriale.
L’arte è utile? La cultura può cambiare il mondo? La poesia serve?
Partire dagli interrogativi alla maniera di Jaar.
Marinella Polidori
“È responsabilità del poeta essere donna tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.”
Grace Paley
Una realtà costellata di battenti chiusi la nostra, come nell’illustrazione di copertina; battenti dietro ai quali si intravedono i mille occhi dell’ostinazione più cieca, del giudizio aprioristico, del pre.giudizio appunto. Atteggiamento mentale non ascrivibile soltanto, come spesso si è portati a pensare, a situazioni culturalmente svantaggiate, arretrate, ma diffuso in larga parte in tutti gli ambienti, tanto che rintracciare sguardi curiosi e coraggiosi è impresa ardua anche nel nostro settore, dove capita che lo sguardo arrivi solo poco più in là della propria formazione, delle frequentazioni, poco più in là di orizzonti amici o amici di amici.
E’ l’atto dell’aprire che darebbe invece inizio al cambiamento, favorendo il contatto con l’esterno e ridimensionando quel microcosmo di certezze che mai abbiamo vagliato […].
L’arte migliore, l’arte che serve, in questo senso è allora quella che favorisce questo tipo di apertura e che partecipa, agendo, a quel faticoso e lento processo che chiamiamo cambiamento culturale, quel processo, appunto, che “cambia il mondo una persona alla volta” come afferma Alfredo Jaar. Proprio in riferimento agli interrogativi che questo artista politico si pone, abbiamo indirizzato le nostra piccola mappatura di buone pratiche, di pratiche artistiche utili, iniziando dalla scelta di una cornice iconografica significativa nella quale inserire altri esempi di arte, vorremmo azzardarci a dire, politica.
L’opera raffigurata in copertina è tratta da “Munnizza”, rielaborazione creativa di un’esperienza vissuta da tre artisti, Licio Esposito, Andrea Satta e Marta dal Prato, in una Cinisi invasa da giovani per il concerto omaggio dei Têtes de Bois nel giorno del trentesimo anniversario dell’omicidio di Peppino Impastato. […]
Questo tipo di arte è indiscutibilmente utile e serve, non ce ne voglia Baudelaire, perché apre al cambiamento, favorisce la diffusione di una cultura in grado di sbrigliare la nostra umanità, di scuoterci dal torpore come direbbe Bachmann, perché alza la voce, “suona un campanello d’allarme” (Vezzali in questo numero), e non ci lascia “parziali” tra la vita e la morte, corresponsabili di un mondo buzzianamente di mezzo.
Ma i poeti, ugualmente, possono qualcosa per mettere alla luce questa dissociazione etica che si è attuata tra il dire ed il fare, per sminuire il valore assolutorio dell’indignazione?
Noi pensiamo di si.
Servono però strumenti e processi utili alla disautomatizzazione della parola, utili a riattivarne la sensitività nella sfera della comunicazione, come ricorda Franco (Bifo) Berardi. La poesia è utile e allora serve, se restituisce la parola alla sua funzione pienamente espressiva, comunicativa, se la libera da quella speculazione “informativa” che l’ha gonfiata a dismisura, se la sottrae a quella bolla semantica che ne ha svalutato l’unico valore reale, il valore di scambio, di comunicazione appunto.
E’ utile quella poesia che non segue i tempi svelti della produzione, che non si “festivizza” nel dopo lavoro, che non si consuma come qualsiasi spettacolo ma che sa progettare a lunga scadenza, un impegno in progress, una poesia che sa riappropriarsi di una funzione sociale, traducendo valori, necessità e denunce, entro un sistema simbolico fàtico, misurabile nella sua efficacia “retorica”, nella sua capacità di dire “a” e “per” gli altri, restituendo al più forte tra i leganti sociale, la lingua, il suo reale valore d’uso. E’ utile quella poesia che aiuta il rinnovamento dei mezzi di comunicazione e diffusione, che sperimenta strade di scrittura collettiva, editoria autoprodotta, indipendente, coerenti con quella visione antiliberista che i più dichiarano di professare, a parole. […]
Arte “espansa, diffusa”, plurilogica, plurilinguistica, collettiva, fors’anche anonima; poesia che si fa laboratorio creativo partecipato […].
Sahra Wagenknecht (Jena 1969 –) vicepresidente di Die Linke, partito della sinistra tedesco
Angela Dorothea Merkel, nata Kasner (Hamburg 1954 –) cancelliera federale tedesca
Stephen King, Mr. Mercedes, Sperling & Kupfer, 2014, trad. Giovanni Arduino
Una mercedes grigia sfreccia all’alba, in una cittadina duramente colpita dalla crisi, e falcia la vita di decine di persone. Il criminale, mascherato da pagliaccio, fugge, non c’è modo di scoprire chi sia. Willian Hodges, detective a un passo dalla pensione, non riesce a risolvere il caso. Un anno appresso, abbrutito davanti alla televisione, il vecchio poliziotto a riposo riceve una lettera beffarda dal killer. Una sfida.
Da qui si dipanerà la storia raccontata in questo thriller che non si risparmia colpi di scena, agnizioni, ironie beffarde del destino, omicidi efferati. Come è ovvio immaginare Hodges accetta la sfida, tenendola segreta ai suoi ex colleghi di dipartimento e facendosi aiutare da un ragazzo geniale e da una donna che alla sua età mai avrebbe immaginato di incontrare.
Stephen King, in Mr. Mecedes, non disdegna l’idea di lavorare su una storia che è stata raccontata più e più volte. La sua grandezza sta nella capacità di raccontare un poliziesco senza negare nessuno dei suoi classici cliché ma sapendoli trasformare in veri e propri topoi letterari. Il lettore smaliziato sa cosa si deve aspettare, eppure lo attende con trasporto perché la scrittura di King riesce ad evocarlo come in una seduta spiritica. Spesso con autoironia, quando cita se stesso e i suoi incubi dei romanzi più famosi.
L’opinione comune crede che la peculiarità di King stia nella capacità di creare trame mozzafiato, che “ti incollano alla pagina”. Non è così. Quelle trame ormai le sanno fare tutti. La differenza che lo rende unico sta nella sua capacità di entrare empaticamente nelle vite dei suoi protagonisti. Compreso quelli che vivono nel buio. Un vero autore di romanzi psicologici, altro che di thriller!
(pubblicato precedentemente su Cooperazione, n° 51, 16 dicembre 2014)
La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.
P. Celan, Microliti, ed. Zandonai
PROGRAMMA
Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito e si svolgono a partire dalle ore 21:00
Lunedì 3 agosto, ospiti dell’affascinante castello neogotico Manservisi di Castelluccio (Porretta Terme) dentro un grande parco con alberi secolari e che si estende fino al Museo Laborantes, il più grande Museo etnografico della montagna bolognese, due “regine” del panorama cantautorale e poetico nazionale, Cristina Donà e Elisa Biagini, condivideranno per la prima volta il palco regalando al pubblico una raffinata serata tutta al femminile. Con la sua “parola verticale”, sfrondata da ogni elemento ridondate, e per questo motivo ancor più incisiva e limpida, la poetessa fiorentina annoderà i suoi versi con l’eco e il respiro delle voci di Paul Celan e Emily Dickinson. Un dialogo elettivo e sentimentale composto da versi taglienti affacciati “ai bordi” della vita e sempre tesi verso l’altro da sé. Dopo l’ascolto della poesia sarà la volta del live acustico di Cristina Donà, uno dei talenti più cristallini e influenti emersi alla fine del millennio dalla nuova scena milanese e poi decollata, grazie al suo talento vocale e al valore poetico dei suoi testi, verso un successo internazionale. Per L’importanza di essere piccoli sarà accompagnata dal compositore, arrangiatore multistrumentista Saverio Lanza, anche produttore dell’ultimo album Così vicini, un disco delicato e potente composto da canzoni intime e “vicine”, adatte a una condivisione ravvicinata e più intima.
Nei giorni del festival nascono dei legami che durante l’anno continuano a crescere e a ramificarsi, per questo motivo martedì 4 agosto saranno di nuovo gli ampi e assolati campi del circolo culturale ippico Scaialbengo di Castel di Casio ad ospitare Francesco Di Bella e Guido Catalano. Il clima gioviale e semplice dell’associazione che fa vivere allo stato brado i suoi cavalli, ben si addice con l’entropia di Guido Catalano tra i poeti più irriverenti, odiati-amati e letti degli ultimi anni. Le ultime due raccolte di poesie,Ti amo ma posso spiegarti e Piuttosto che morire m’ammazzo edite da Miraggi Edizioni, hanno venduto circa 18.000 copie e la sua fan page è seguita da quasi 20.000 persone. «Le poesie che fanno ridere di cuore e di pancia, e i reading memorabili lo confermano come uno degli autori che riesce di più ai coinvolgere il pubblico.» Se Catalano il rock l’ha portato tra i suoi versi, Francesco Di Bella, nel suo progressivo allontanamento dai 24 Grana, gruppo che assieme a 99 Posse e Almamegretta ha rappresentato il meglio della scena musicale napoletana negli anni ’90, si è invece ritirato dai ritmi punk elettronici della band in una dimensione più intima dedicandosi alla composizione pura. La sua voce appassionata e dolente chiuderà la serata attraverso un viaggio nella Napoli settecentesca in cui, tra gioielli sconosciuti scoperti in decine di vinili-capolavoro, confluiranno, anche dei brani più famosi dei 24 Grana. Nasce così Francesco Di Bella & Ballads Cafè che accompagnerà gli spettatori nel centro della notte, con le sue canzoni ipnotiche dal suono corposo e inebriante.
Vivere il margine non solo geograficamente ma anche nell’uso di lingue smarrite e in disuso, sono tra i temi cari al festival che quest’anno focalizza la sua attenzione sulla poesia dialettale ospitando tre autori che attraverso questa lingua “povera” riescono a raccontare in modo autentico la vita. Mercoledì 5 il poeta veneto Longega e la romagnola Teodorani daranno vita a una lettura incentrata sulla musicalità della parola nel borgo di Castagno di Piteccio, data che conferma la volontà del comune di Pistoia, partner del festival dal 2014, di rafforzare il legame tra Toscana e Emilia Romagna. La chiarezza e schiettezza dei versi di Annalisa Teodorani, paragonata ad «un meteorite precipitato sul parterre della poesia italiana», ricordano quelli di Tonino Guerra, di cui è da molti considerata erede. Dalla pastosità “amabile” della lingua di Santarcangelo all’ariosità del veneto di Andrea Longega, un autore che fila e tesse le parole con la cura dei lavori artigianali, un mestiere che richiede tempo e pazienza e che riconduce il lettore a una giusta dimensione, più piccola e malinconica. Primo lustro è il suo libro più recente, da poco uscito per Nervi Edizioni, casa editrice di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa, che presenteranno proprio in questa serata il loro progetto editoriale. La tiratura di ogni volumetto è di cento copie, ognuna caratterizzata da una attenta lavorazione, curata nella scelta dei titoli e nell’estetica dei formati. «L’idea di tornare a fare libri partendo da scelte semplici ma consapevoli: un’impaginazione elegante, la scelta di un carattere ben leggibile e piacevole alla vista, e una cura nell’assemblare tutto questo» sono, dalle parole degli editori, il valore di questo progetto. Una poetica aderente a quella del festival che quest’anno ha deciso di ospitare la casa editrice dando visibilità a un mestiere nobile e antico. La serata si concluderà con il live acustico di Roberto Dellera, bassista degli Afterhours, un originale folletto, vintage e psichedelico, che si muove attraverso epoche e stili con brillante disinvoltura.» Dopo il sorprendente debutto da solista, Colonna sonora originale (2012), Dellera ritorna con il secondo albulm Stare bene è pericoloso, un disco di rock’n’roll e, in quanto tale, contiene vari elementi: dal pop al rock, dalla psichedelia, al folk e al jazz ma soprattutto lo spirito della musica popolare moderna.
Per l’ultimo appuntamento di giovedì 6 agosto si salirà verso uno dei luoghi più antichi dell’Appennino, l’antica pieve romanica della Rocca di Roffeno, nel comprensorio del comune di Vergato. Un piccolo curatissimo borgo immerso nel silenzio, tra ortensie e gerani, in grado di incantare con la semplice e robusta architettura tipica della montagna. L’Abbazia, sorta nel X secolo per dare ristoro ai viandanti, ospiterà la lettura del terzo poeta dialettale Emilio Rentocchini, di Sassuolo (Modena); di lui sulle pagine del Corriere della Sera Giovanni Giudici ha scritto: «Rentocchini ci offre nella sua ricca tematica un dono di poesia antica e nuova: il coraggio della malinconia; la vanità delle imprese umane». Dialetto in forma di sonetti che rivelano una grande tecnica allacciata a una profonda ricerca dentro l’animo umano, approfondimento che rivela una moralità che si manifesta dentro la materialità delle cose. E se Rentocchini è stato anche definito “un virtuoso della musica per parole”, sarà il cantautorato di alta qualità a concludere il festival con l’omaggio ai grandi autori e compositori italiani interpretati da Diodato. A Ritrovar Bellezza è il disco con cui Diodato omaggia quegli artisti che con le loro opere, a cavallo degli anni ’60, hanno reso grande la musica italiana nel mondo. Come Diodato stesso racconta “Queste canzoni ci appartengono, ancora ci raccontanoe sono in grado di ricordarci di quanta forza e bellezza siamo ancora capaci.” La voce intensa e le originali riletture di ‘grandi classici’, oltre al talento dimostrato nelle composizioni originali, hanno portato Diodato all’attenzione nazionale prima grazie al successo ottenuto al 64esimo Festival di Sanremo e quindi attraverso la costante presenza nelle puntate domenicali della scorsa stagione di “Che Fuori Tempo Che Fa”, parte conclusiva del programma di Fabio Fazio in onda su Rai 3.
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Anche quest’anno poi il festival presenterà una serie di creazioni originali e uniche da parte di vari artisti e artigiani che hanno realizzato opere specifiche per l’evento. Borse in lino e cotone cucite a mano, abbinate a una chiocciolina di stoffa imbottita che riprende il tema dell’immagine di questa V edizione sono la proposta di Carohandmade, una creativa della provincia di Livorno che ha preparato una serie ridottissima di questi oggetti unici il cui acquisto darà una parte dei proventi a sostegno del festival. Ritroveremo poi i ‘miniquadri’ di Cifone, al secolo Simone De Berardinis, di cui il fumettista Maicol Rocchetti (il noto autore degli ‘Scarabocchi animati’ di maicol&mirko) ha detto “Cifone è uno dei più grandi artisti che mi è capitato di conoscere. La potenza dei suoi disegni, dei suoi modellini di cartone e delle sue foto ricordo è devastante. Cifone riesce a stupirmi da ormai trent’anni. Le sue cose sono sempre vere, giuste, entusiasmanti, commoventi. Soprattutto non sono mai una truffa”. Saranno presenti poi i taccuini cuciti a mano della ditta artigiana 13sedicesimi di Torino, che pensa, disegna, stampa e rilega meravigliosi quaderni che per il festival riportano in copertina alcuni versi di Amelia Rosselli, tratti dal poemetto ‘La libellula, panegirico della libertà’. Gli stessi versi, ovvero: “Io non so cosa voglio, tu non sai/ chi sei, e siamo quasi pari” sono impressi su una serie di magliette realizzate dalla ditta Macron di Crespellano (BO) su generoso dono dell’Hotel Helvetia Thermal Spa di Porretta Terme. Verranno inoltre presentati inoltre alcuni esemplari di poster d’arte numerati, pezzi unici realizzati appositamente secondo le antiche modalità di lavoro tipografico dalla tipografia d’arte bolognese Anonima Impressori. Tutti questi specialissimi piccoli grandi oggetti verranno proposti al pubblico in una raccolta fondi a sostegno delle attività del festival.
Ad arricchire la rassegna saranno presenti i due bookshop della libreria “L’ Arcobaleno” di Porretta e de “LO SPAZIO di via dell’ospizio” di Pistoia.
[Continua la ricognizione su l’Aquila, città di frontiera, cominciata qui e continuata qui.]
di Alessandro Chiappanuvoli
Cominciai a sentirne parlare da Mattia, uno dei fondatori, con cui vivevo insieme all’epoca. Mi disse che stavano cercando di mettere su un giornale, e aggiunse poco altro sullo stato dell’informazione in città, sulla necessità di fare qualcosa a riguardo. Io rincarai la dose sostenendo che i media locali fin dai primi giorni dopo il terremoto sono stati troppo passivi, decisamente poco critici su quanto avveniva. Dopo un anno e mezzo, quel proposito era online: NewsTown – le notizie dalla città che cambia, il nome del quotidiano, la pagina web a incidenza rossa, nera e grigia e il logo formato da una N e una T con un braccio di gru nel mezzo che sposta un pezzo della N.
Prima del 6 aprile 2009, tre o quattro erano le testate giornalistiche in città, nei mesi successivi invece sono proliferate, tra quotidiani online, redazioni televisive, free-press; senza contare i numerosi blog che, a diverso carattere, hanno provato a testimoniare. È stata un’onda, spinta dal desiderio di raccontare, dal bisogno di dare un senso a quel che accadeva, e mista al sano spirito d’iniziativa o al più becero opportunismo.
Parole sotto la torre, Portoscuso – IX edizione. 23-26 luglio 2015. Le verità dell’inganno
Cosa rende affascinante e misteriosa l’idea che abbiamo dell’arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di aletheia (αλήϑεια): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella sua interezza. Il filosofo cercava la coerenza fra il dato di fatto, la realtà oggettiva e la sua rappresentazione. È il principio di non contraddizione, su cui si basa la logica classica.
Eppure, quasi a contraltare, da sempre l’arte è il luogo dell’inganno. La vita che viene rappresentata, che sia con una scultura, un dipinto, un poema, proprio perché rappresentata e non vissuta è intrinsecamente falsa. Contraddittoria.
Lo schermo che il filosofo ha tolto per il disvelamento, l’artista lo ripristina. Su quello schermo, su quell’inganno, costruisce la sua verità. Un mondo coerente solo dentro l’opera: che sia un romanzo, un film, una piece teatrale.
Perché solo attraverso l’inganno, solo attraverso la verosimiglianza, l’artista può dire la verità. Una verità che va oltre al dato oggettivo e diventa universale. Non possiamo credere a nulla di quello che ci viene raccontato e proprio per questo possiamo fidarci senza remore. Mettiamo fra parentesi l’incredulità e aderiamo al mondo dipinto sullo schermo. Che così si fa lente d’ingrandimento, per quanto deformante, del mondo.
Rappresentandocelo ce lo racconta più vero del vero. Le verità dell’inganno, le uniche ammesse dalla letteratura.
Giovedì 23 luglio
21.30 Il traduttore malinconico
Bruno Arpaia Conduce Vito Biolchini
23 Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità
A cura di Skepto International Film Festival Con Despina Economopoulou
Venerdì 24 luglio
19.30: La memoria presente
Giulia Clarkson e Giulio Angioni Conduce Anna Rita Briganti
22 Notizie dal profondo Nord
Giorgio Fontana e Enrico Remmert Conduce Gianni Biondillo
23.30: Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità
A cura di Skepto International Film Festival Con Nicola Piovesan
Sabato 25 luglio
19.30: Resistere a vent’anni
Marco Rovelli Conduce Camilla Barone
22 Nero metropolitano
Gianni Biondillo e Maurizio De Giovanni
Conduce Anna Rita Briganti
23.30: Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità
A cura di Skepto International Film Festival Con Matt – Willis Jones
Domenica 26 luglio
21.00: Cantarle fuori dai denti
Daniele Sanzone e Luciana Parisi Conduce Gianni Biondillo
22.30: Verità rubate e bellezze dal profumo di passione e riscatto
Concerto dei: Lello Analfino & Tinturia in acustico
Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità
A cura di Skepto International Film Festival
Giovedì 23 luglio
Inganni a tempo determinato
I frutti sperati – 15′ – Italia
Debtfools – 9′ – Grecia/Spagna
L’homme qui en connaissait un rayon – 20′- Francia
Tuesday – 6′ – Svizzera
Venerdì 24 luglio
La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 1)
Deus in machina – 20′ – Italia
8 ay – 20′ – Turchia
Ehi muso giallo – 15′ – Italia
Sabato 25 luglio
La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 2)
Dos caras – 14′ – Argentina
A Short Film on Conformity – 10′ – Norvegia
Not funny – 15′ – Spagna
Hotel – 11′ – Spagna
A cura di Skepto International Film Festival
Quando le parole non esistono più, inizia a prendere forma il gesto. Quando nessuno ti ascolta, i pensieri ti si spezzano nella gola. I muscoli del collo stringono la presa, una spugna nella faringe che cattura la saliva e consuma il respiro, pochi secondi. Mi basterebbe il pianto; basterebbe, forse, per rendere meno reale questa muscolatura estranea. Appena qualche lacrima, come un fiume potente, porterebbe via i detriti che raccatta lungo il cammino: un poco di dolore, una parte di rabbia, questa tristezza che con una gravità contorta mi spinge verso il basso. Ho terminato con la domanda che circolava nella testa come un cane sciolto: dove sei? Ho smesso con questo gioco sadico che preparavo per bene prima di dormire; raccoglierti e portarti nel pensiero con la speranza poi di trascinarti dentro il sogno. Era un conforto questa piccola certezza, il nostro luogo di esilio, nel sonno. Le mattine agitate, gli occhi rossi pieni di vene pronte, sembravano, a spezzarsi; il viso pieno di espressioni sbagliate, senza forza per tenere su un sorriso. Non mi pento di averti cercato così a fondo; non chiedo scusa a nessuno per averti confuso con qualche ombra, durante la notte, a luci spente. Non rinnego l’ansia, i tranquillanti; faccio uso del percorso come fosse un insegnamento; di questi giorni passati da morto in mezzo ai vivi. Se mi giro e ti do le spalle, ti prego, tu non prendertela. Sono state eccessive le ore in cui sono stato immobile, travolto continuamente dalla tua assenza che crocifiggeva ogni mia voglia di libertà; sei stato una prigione, senza una finestra per vedere il giorno, con le pareti umide, che in estate faceva l’inferno e in inverno un gelo senza regole. Certo, una prigione, ma ci sono entrato per capire meglio cosa fosse vivere senza te.
Mi comprendi, lo so, e per questo provo a non starci male in questo gesto di allontanamento. Sono uomo anche io, adesso. Vivo, e lo sento dal sangue che fa il suo giro, dalla pelle che si arrossa per un calore tenuto troppo vicino, per la tensione della schiena e dagli occhi che cercano chiusura dopo troppe veglie estreme. Lo immagino, questo lasciarti andare, come un movimento veloce, quasi distratto; io che mi volto dopo averti sorriso e tu che finalmente ti senti leggero, ti fai distante e diventi materia celeste. C’è una parte del ricordo che vive nella testa come fosse un sentimento di non appartenenza; mi rimanda di continuo a ciò che sono stato. Ero il centro di una fiamma, ero la luce, nel cuore del fuoco; ma tutte le persone che mi circondavano erano costrette alla distanza per non rischiare la bruciatura. Ho educato i miei sogni, cercato di farli volare con coscienza; ho ascoltato il sudore della pelle, le braccia indolenti e indolenzite, la compagnia meschina delle vertigini che confondevano le mie coordinate, il mio mondo era divenuto un costante terremoto dove l’unica cosa che andava in frantumi ero io. Adesso mi riaggancio ad una sensazione lontana, deve essere stato così quando appena venuto al mondo hanno reciso la carne del mio cordone ombelicale. Questi giorni hanno il sapore di una definizione. Ascoltare il passato non deve essere per forza cedere alla caduta; imparare ad ascoltarne la voce è come comprendere che la fiamma scotta solo se non sei veloce con il dito. Ho un ricordo nitido della prima cucina; della prima volta davanti al mare, la sensazione di essere insignificante e che tutto poi fosse solo un gioco di prestigio. Adesso mi sembra uguale a quella volta lì, nel giardino della nonna: ero spaventato sulla bicicletta e tu mi dicevi che per il prossimo giro non mi avresti seguito, con un sorriso credevi che l’equilibrio, questa volta, sarei riuscito a tenerlo saldo. Tu lontano ad osservare, io, su due ruote. Questo momento è identico, come istruirsi per quella magia una seconda volta, imparare a farcela, senza di te. Certo, ora sei alle mie spalle, ma mi basta un movimento, un gesto veloce del busto, un braccio che si alza e prova a stringere, per abbracciarti; sei talmente vicino che dalla schiena puoi toccarmi il cuore.
Ecco, mi alzo, sono le mie gambe che mi portano lontano; i miei polmoni che si allargano e si restringono; io sono il mio stomaco che sente una frattura, ma non smette di fingere indifferenza. I primi passi sono pieni di terrore, poi ne faccio un altro, e un altro ancora; e mi stupisco, va bene anche così, può andare bene anche in questo modo. Bisogna sempre credere di poter volare per riuscire almeno a stare saldi con i piedi in terra.
Non è un movimento finale, lo sai bene; giungerà un punto nel vorticare del tempo, in cui ritorneremo a trovare un punto di giunzione, forse sarà dentro un silenzio troppo rumoroso, forse dentro una luce che spogliandoci di tutto ciò che siamo stati, ci vestirà con i ricordi e smetterà di farci stare sospesi.
Provare a cancellare dalla mente di una persona: un evento, un oggetto, un volto, un’emozione; tentare di togliere via tutto questo con le pillole, con i ceffoni, con le punizioni, è come spiegare a un bambino che è tempo di camminare e di abbandonare le quattro zampe, obbligandolo a stare in piedi, mantenendolo in equilibrio su due piedi anche quando è stanco, anche quando piange pregandoti di lasciarlo riposare.
Dalla carne e dal copro non si cancella niente, sono lo scrigno del ricordo a prescindere dalla mente.
Un tempo dovevano essere diversi,
i ritratti dei fratelli: lui in posa
contro uno sfondo prevedibile, solenne
(la torre, il castello, l’ampio arco del cielo);
l’altra stanca, dimessa, presa quasi di sghembo
in una stanza poco nobile, magari
la cucina. Adesso che li guardi, con la torre, il castello,
la cucina ormai deserti da anni, sono foto
di una stessa paura, scatti presi di nascosto
nello stesso momento.
Eliza Macadan, Anestesia delle nevi, La Vita Felice, 2015.
Cronofaga / la chiesa / batte campane / di eternità. Ho trovato bellissimo questo “cronofaga”. Mi ha catturato come una trappola poetica. Ma di altre trappole poetiche sono disseminate le raccolte di Eliza Macadan, in particolare questa sua “Anestesia delle nevi”, uscita nel marzo scorso per la casa editrice milanese La Vita Felice. Trappole come il verso ricorrente a Nord della parola, pronto a catturarci con tanto di assonanza già nella prima lirica: con la frusta nell’aria / spavento / l’aurora / e vado a dormire / a Nord della parola. Il lettore attento (e quello di poesie lo è quasi sempre) lo vede tornare nella lirica a pagina trentadue: geliamo / verso il mattino / a Nord della parola. Poi a pagina quarantuno, spezzato in un enjambement: andrò a Nord / della parola / nella siberia sintattica / il gelo muto. Di nuovo a pagina cinquantaquattro: la mia glaciazione / comincia / a Nord della parola. Infine a pagina sessantuno: i motori del mondo / sono muti / a Nord della parola. Cosa c’è, dunque, a Nord della parola?
La cosa più inusuale è che a generare queste suggestioni verbali sia una poetessa romena bilingue che ha adottato l’italiano come strumento poetico per eccellenza. Sono dunque in lingua originale – e non tradotte – queste sessantadue brevi liriche, ciascuna composta da un minimo di cinque versi a un massimo di ventidue. Il linguaggio è scarno, essenziale anche graficamente: nessuna punteggiatura, rarissime le parole con iniziali maiuscole (Nord, Terra, Natale, Montblanc, Dio), nessun titolo: è sempre il primo verso a dettare l’argomento.
Ma chi è l’artefice di questa scarnificazione poetica? Una premessa storica. Nel 1989 la Romania fu attraversata da una rivoluzione che rovesciò la dittatura comunista di Ceausescu e culminò con la sua fucilazione. Qualcuno tra i meno giovani ricorderà ancora i servizi dei telegiornali con quell’inconsueto sventolio di bandiere bucate nel mezzo. I Romeni, pur di voltare pagina, avevano ritagliato e fatto sparire lo stemma comunista persino dalle loro bandiere. Finiva così un regime che aveva per decenni impoverito il Paese e creato un clima di terrore attraverso la sua polizia segreta, la Securitate. Da questa situazione sociale è uscita una generazione di letterati condizionata, per forza di cose, dal peso della miseria e dell’assenza totale di libertà. Letterati che hanno saputo dare voce al dolore di un popolo in cerca di riscatto. Basta un nome, un grande nome: Herta Müller, premio Nobel nel 2009, trentaseienne all’epoca della caduta di Ceausescu e per anni bersaglio di una vera e propria persecuzione da parte del regime per via della sua attività letteraria.
Eliza Macadan appartiene alla generazione immediatamente successiva, quasi fosse una sorella minore della Müller. Se Herta Müller, scrittrice di lingua tedesca, è originaria del Banato tedesco, all’estremo Ovest della Romania, Eliza Macadan, poetessa di lingua romena prima e italiana poi, proviene dalla zona Moldava, verso il confine Est. Quando la dittatura di Ceausescu viene rovesciata, la Macadan ha appena ventidue anni. Ne ha respirato l’atmosfera opprimente durante l’adolescenza e la giovinezza ma in un certo senso ha potuto completare la propria formazione all’ombra della nuova libertà. Non a caso è stata corrispondente in Italia per alcuni giornali romeni, da cui il suo bilinguismo. Così come nella Müller (e mi riferisco a testi in realtà molto poetici come “Il re s’inchina e uccide” e “Il fiore rosso e il bastone”), è il bilinguismo ad alimentare il suo gusto per la parola in quanto significato e significante, suono, sensazione tattile e visiva, possibilità altra di esprimersi. Quasi il cambiamento delle regole del gioco linguistico mostri nuove verità.
La narrazione poetica di Eliza Macadan procede per immagini lapidarie, per illuminazioni improvvise che durano il tempo di una parola letta. Il respiro è dato soltanto dal verso in sé, spesso composto da due, tre elementi, talvolta da un solo vocabolo che assume un peso straordinario: mi manca la felicità / impietrita / sul viso degli zingari, scrive in una precedente raccolta, “Paradiso riassunto”. Un respiro che ricorda, per certi ritmi, l’ermetismo di alcuni nostri poeti del Novecento.
È una visione sofferta, quella di Eliza Macadan, che oscilla tra il dolore dell’esperienza interiore – appunto tutta ermetica – e la denuncia di un malessere sociale, a volte reale a volte metaforico: dalla povertà della zingara che indovina un amore legalizzato, al passante che mostra le sue zanne di fame, al bambino che piange davanti alla vetrina di dolci, al vecchio che mendica un soldo per un aspirina, ai morti che si contano al tiggì della notte, sino al tema della guerra. O meglio, delle guerre: case folli / di secolo caduto in ginocchio / recinti verdi / sparsi per strada / uomini partiti / nella prima guerra / e morti nella seconda / donne cieche / di tanta attesa / i loro amanti bambini / stanno nei cimiteri / del cielo. Ecco allora il leitmotiv della Storia, dell’Europa in quanto terra patria (la Macadan non nomina mai la Romania), dei sogni di libertà: usciamo dalla storia / quando tocchiamo la libertà (…) questa Terra è più fango / portiamo dallo psichiatra / l’Europa stuprata / mitologicamente.
E poi c’è la scrittura, il poeta con la sua funzione taumaturgica che ormai basta solo a se stesso: se non scrivo / il pianeta implode (…) scrivo racconti / su valuta forte (…) scrivo / per chiedere / perdono / produco artigianalmente / lacrime / ho venduto tutte le mie penne / e tiro fuori dalla matita / parole secche.
Le parole di Eliza Macadan si nutrono di tempo, ne fagocitano il più possibile per restare lì, testimoni di un viaggio verso la fine del mondo. Non per nulla viaggiare verso la fine del mondo è una prerogativa della poesia.
Da qualche tempo gira sul web una lista di compiti delle vacanze di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come:
Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.
Un paio di settimane fa Christian Raimo ha scritto sull’Internazionale un articolo che prende spunto da quella lista per demolire un certo ‘impressionismo didattico’ che l’autore percepisce come un serio pericolo per la scuola Italiana.
Poster-boy di questa deriva sarebbe il professore Keating, quello che invogliava i sui allievi a lanciare il loro ‘barbarico Yawp’ nel film L’Attimo Fuggente di Peter Weir. L’articolo di Raimo critica non solo quel film ma anche altri come Ovosodo di Virzì, di cui cita la scena degli esami. In quella scena, lo ricordiamo, uno storditissimo Gabriellini, interrogato dagli insegnanti di Italiano su Leopardi, replica parlando invece delle sue letture: libri di viaggio, fumetti, saggi, tutti evidentemente lontani anni luce dagli interessi dei professori.
Secondo Raimo questa scena sarebbe un esempio perfetto del soggettivismo didattico che dilaga nelle nostre scuole. Fornire liste di vita, magari libri e fumetti che nulla hanno a che fare con il programma da svolgere, e soprattutto smarcare il lavoro serio sul testo. Insegnanti preparati invece dovrebbero insegnare innanzitutto l’analisi testuale, magari secondo i dettami del New Criticism, che gli sceneggiatori de L’attimo Fuggente avevano preso in giro nella famosa scena dello ‘strappo dei libri’. Quella scena sarebbe diseducativa in quanto spingerebbe a tralasciare l’ermeneutica, vero fondamento dello studio. Citando Raimo:
Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati (…), metodo scientifico.
Chiarita la sua posizione mi chiedo: per quale ragione l’entusiasmo per la lettura dovrebbe andare a scapito del lavoro serio sui testi?
Nella mia esperienza è vero proprio il contrario. Quando studiavo al DITALS, corso di didattica per insegnare Italiano agli stranieri, ci dicevano che l’insegnamento è composto da quattro fasi: motivazione, globalità, analisi, sintesi e riflessione. La prima di queste fasi è appunto la ‘motivazione’. Ovvero, la prima cosa che deve fare un insegnante è motivare lo studente a comunicare. E questo avviene innanzitutto con il desiderio di far compartecipi gli altri di un’emozione.
Ebbene, per lo studio della letteratura è lo stesso. Lo dirò in modo cristallino: non ci può essere studio se prima non si è stati emozionati dalla lettura. Certo, è una condizione necessaria e non sufficiente. Prima l’impressione emotiva, poi la raccolta di dati, poi la riflessione. Però non solo una non va a scapito dall’altra, uno è fondamento dell’altra.
Va detta una cosa, io insegno letteratura in una scuola International Baccalaureat. È una scuola internazionale che nello studio delle materie letterarie ha come modello proprio il New Criticism di cui parla Raimo. Gli esami di letteratura della IB si basano in larga misura sul close reading –un’analisi rigorosa e minuziosa del testo– ovvero il fondamento metodologico del New Criticism.
Esempio: all’esame IB ci si trova davanti a una poesia che non si è mai letta, di cui non si conosce l’autore, e si deve commentarla. Il fatto è che, esaurito il bagaglio di tecnicismi, se lo studente la poesia non la legge con emozione, se non l’ha interiorizzata, come fa a parlarne? E a che serve poi? A fare la conta dei chiasmi?
Scopriamo le carte. Io sarei un epigone di Keating, ovvero uno di quelli che è diventato insegnante anche grazie a quel film. Vi dirò di più, L’Attimo Fuggente è il film che faccio vedere ogni anno, all’inizio del biennio finale della IB. Significa forse che salgo sulla cattedra e prescrivo marcette? In effetti dopo aver visto in classe il film lo faccio a pezzi. “Guardate” dico ai miei ragazzi “che lo studio non sarà tutto così, ci sarà da sgobbare, e sul serio”. Ma: non nego loro che lo studio della letteratura sarà fatto anche di lanci senza paracadute nei libri, di letture voraci e passione. Ovvio che il lavoro non è tutto lì, ovvio che si parlerà di critica, ovvio che si lavorerà sui testi, la IB ce lo richiede.
Però come potrebbero i ragazzi dirmi qualcosa sui libri che leggiamo in classe se prima quelli non li entusiasmano? La scuola dell’obbligo non è l’Università e non può essere solo un laboratorio per specialisti. I ragazzi non hanno scelto di studiare letteratura più di quanto abbiano scelto di alzarsi alle sette tutte le mattine. Non che in quell’obbligo ci sia qualcosa di sbagliato, ma qui sta la difficoltà di un insegnante di liceo rispetto a un professore universitario. Che ogni giorno i suoi allievi avranno sempre la stessa domanda negli occhi. Prof, perché dobbiamo studiare questa roba? E la risposta è sempre diversa ma alla fine è sempre la stessa: perché questa roba parla di te.
Non si nega affatto la critica e il close reading; ma tutto parte da qui, dall’entusiasmo e dall’ emozioneche una poesia e o un romanzo suscitano in noi. L’articolo dell’Internazionale sostiene che una certa tendenza soggettivista rischia di rovinare la scuola Italiana. Bene, posso dire che se la scuola Italiana si sente minacciata da una lista di compiti delle vacanze forse c’è qualcosa che non va? A me pare che nel nostro paese al scuola sia per la maggior parte nelle mani dei tetri agelasti del film Ovosodo, insegnanti che difficilmente mettono in discussione le loro scelte e che mai si sognerebbero rispondere alla domanda negli occhi dei loro studenti: Prof, ma perché?
Attenzione, si sta dando per scontato che la scuola Italiana vada protetta così com’era e com’è. Allora vi chiedo: perché in Italia i dati di lettura sono bassissimi da anni? I dati Istat parlano del 7% della popolazione che legge più di un libro l’anno. Perché si legge così poco? Davvero l’insegnamento della letteratura nelle scuole non c’entra niente? Davvero la scuola così com’è va bene?
Non so, a me pare che i Keating Italiani siano così rari che i loro compiti facciano poi notizia sui giornali. La verità è che l’apprendimento è un processo troppo complesso per esporlo tutto in un film di due ore. Chi insegna lo sa, lo studio è fatto anche di lavori ripetitivi che servono a strutturare le capacità logiche del pensiero. Nel film di Weir non ci sono, chiaro. Ma lo scopo del regista sembrava piuttosto quello di centrare il cuore dell’insegnamento della letteratura, che è poi quello dare agli studenti gli strumenti per leggere se stessi.
Questa a me sembra una verità semplice ma non banale. Non è banale perché i mezzi per ottenere tale conoscenza sono molteplici e contraddittori, e possono rivolgersi molto facilmente contro l’insegnante e persino contro lo studente, come dimostra il finale stesso del film. Però L’Attimo Fuggente è esemplare in questo, perché parla della ‘motivazione’ come il cuore pulsante dell’insegnamento delle scienze umane. Un fatto piuttosto banale in didattica delle lingue straniere, ma che a quanto vedo qui fa ancora scalpore. Forse perché prenderlo su serio costringerebbe a rimettere in discussione troppe premesse?
Personalmente credo che prendere Keating alla lettera salendo sui banchi sia un po’ patetico. Al contrario ritengo che il film di Weir nel suo complesso sia ancora oggi una straordinaria fonte di ispirazione. Lo è perché lo studente ideale non è quello ligio che fa bene i temi, bensì chi legge per conto suo, trasversalmente, mai sazio, entusiasmando se stesso e gli altri. Il vero modello de L’Attimo Fuggente non è Keating, sono i suoi studenti.
Chiuderò con una considerazione e una provocazione. Conoscete il titolo originale del film? È Dead Poet Society, dove society starebbe per ‘club’. Nel film è il nome del gruppo di studenti che si riunisce in una grotta e legge poesie fino all’estasi. Bene, la mia considerazione è che come insegnante io mi auguro studenti così, che leggano e facciano poesia in modi non tradizionali, e usino il loro senso critico su tutto lo scibile, purché li appassioni.
Ed ecco la provocazione. A me sembra che la scuola che si sta cercando di proteggere sia proprio una ‘setta di poeti estinti’. Se lo studio della letteratura nella scuola Italiana non cambierà resterà ciò che è sempre stato, un mattone di ‘dati’ che, se non fosse per l’intraprendenza personale di certi insegnanti, non comunicherebbe altro che noia. Col risultato che a estinguersi non saranno i poeti: ma i lettori.
Della guerra civile in Siria i media si occupano sempre meno, le notizie ora escono solo se l’ISIS compie qualche azione particolarmente grave. Anche i programmi di approfondimento, come lo speciale di Piazza Pulita di Formigli dell’8 giugno 2015, si occupano essenzialmente di narrare la nascita del gruppo Stato Islamico, e l’attenzione si concentra su dove e come vengono reclutati i suoi militanti. Che in Siria vi sia ancora una opposizione politica e armata al regime, costituita in parte da siriani che possiamo considerare partigiani, è un dato oscurato dall’informazione.
E proprio per questo, forse, crescono le illazioni e le bufale, sempre più gigantesche, sull’operato dei siriani dell’Esercito Libero Siriano (Els). In Medio Oriente la più infamante delle accuse che si possa rivolgere ad un movimento è la connivenza con lo stato d’Israele, tanto che le leggi più liberticide varate dai regimi arabi si giustificano con l’esigenza di prevenire infiltrazioni israeliane e ogni male accada a Est del Giordano viene attribuito a non meglio identificati “complotti sionisti” con una frequenza tale da aver alimentato una ricca varietà di barzellette sul tema. Questa stessa retorica sembra attraversare il Mediterraneo, dove Israele (affiancato dagli USA) viene spesso citato dai siti antimperialisti come eminenza grigia di tutto quel che succede nel mondo. I siriani si ribellano ad Asad? C’è lo zampino di Israele. C’è un attentato non rivendicato? Forse è stato Israele. C’è un attentato rivendicato da una formazione islamista? E’ finanziata da Israele. Vittorio Arrigoni viene rapito e ucciso da un gruppo di salafiti? Li ha assoldati Israele. E così via.
Ultimamente a rilanciare queste ipotesi prive di fondamento non sono solo militanti antimperialisti a senso unico o antisionisti di maniera. Talvolta, anche agenzie stampa che fanno una meritevole opera di informazione sulle gigantesche violazioni dei diritti umani che compie ogni giorno Israele nel silenzio dei media mondiali cascano nella tentazione di vedere Israele coinvolto in ogni sorta di alleanza sotterranea con i più disparati gruppi armati arabi.
Stiamo parlando di Nena News (NENA), Agenzia Stampa Vicino Oriente, il cui direttore è Michele Giorgio.
Il 30 giugno apprendiamo infatti dalle pagine di Nena News (http://nena-news.it/israele-aiutiamo-i-ribelli-siriani/ ) che ormai sarebbe “ufficiale” l’aiuto fornito da Tel Aviv ai ribelli siriani. L’agenzia è giunta a tale conclusione dalle dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Ya’alon, nelle quali si conferma quanto riferito nei quattro rapporti stilati dagli osservatori ONU in missione lungo le alture del Golan (territorio siriano occupato da Israele): è in atto un passaggio di soldati ribelli feriti dalla Siria a Israele, dove vengono curati, e di alcuni equipaggiamenti medici da Israele verso il territorio siriano controllato dalle forze ribelli. Nelle sue dichiarazioni il ministro Ya’alon conferma quanto già reso noto da mediattivisti siriani: Israele baratta la tranquillità dei suoi confini con cure ed equipaggiamenti medici; l’intento di Tel Aviv sarebbe quello di proteggere la comunità drusa (vicina ad Asad) dagli assalti di organizzazioni jihadiste. L’articolo di NENA cita anche l’assalto di drusi israeliani ad una delle ambulanze coinvolte in queste operazioni, ma trascura di dire che la tensione in seno alla comunità drusa è crescente da mesi e che quindi le dichiarazioni del ministro, che in realtà non rivelano alcun segreto, servono sopratutto a sedare gli animi. NENA ha anche ignorato di segnalare le notizie dei primi di luglio sui vari generali ed ex generali che facevano pressione sul primo ministro Netanyahu perché fornisse armi ad Asad per evitarne la caduta: in realtà illustri diplomatici e strateghi militari israeliani, dall’ambasciatore Avi Primor all’ex capo di Stato Maggiore, da quattro anni vedono nel regime di Damasco il “miglior nemico”, ossia una garanzia di stabilità per Israele.
Le dichiarazioni di Ya’alon non sono le prime che NENA ha sfruttato per dar spessore al teorema che svelerebbe una alleanza tra Israele ed i ribelli siriani.
Il 24 aprile 2015, Nena News ha diffuso la notizia secondo cui l’Esercito Libero Siriano avrebbe mandato una missiva all’ex assistente (Mendi Safadi) di un parlamentare israeliano druso del Likud (MK Ayoub Kara) in cui si congratulerebbe per il sessantasettesimo anniversario della fondazione dello stato ebraico, auspicando di poter celebrare il prossimo anniversario nella futura ambasciata israeliana in Siria, che si aprirebbe nel caso cadesse il regime di Asad ( http://nena-news.it/ribelli-moderati-siriani-auguri-israele-per-lindipendenza/ )
È’ interessante notare come NENA, nel suddetto articolo firmato dalla sua redazione, attribuisca il prestigio di rappresentare l’intero Els a tal Musa Ahmad al-Nabhan, nome a tutti sconosciuto prima del 23 aprile. Dopo aver svolto un’accurata ricerca in rete del suo nome in inglese e in arabo, e aver chiesto sue notizie a vari contatti siriani che conoscono da vicino l’operato dell’Els, non abbiamo trovato nulla su Nabhan e, a distanza di due mesi, ad anniversario di Israele festeggiato (non in Siria, e non dall’Els) il nome di Nabhan non è più stato citato in alcuna notizia web o stampa.
Possiamo concludere che con ogni probabilità si è trattato di una bufala. Nella più remota delle ipotesi, Nabhan, ammesso che esista, potrebbe essere lontanamente legato all’Els ma senza alcun ruolo di rappresentanza.
I capi dell’Esercito Libero Siriano sono al momento Idriss “sul campo” e al-Bashir come comandante, ma ci sono proprio in questo periodo movimenti al vertice dell’organizzazione. Non omettiamo di dire che ci sono molti capi locali e molte fazioni di diversa natura, talvolta in opposizione tra loro, all’interno dell’Els, che contiene anche brigate che combattono insieme ai movimenti islamisti di al Nusra e Ahrar al-Sham. Ma pure in tutto questo variegato e contraddittorio universo, non ci risulta in alcun modo che questo Nabhan occupi una qualsiasi posizione di rappresentanza. Di più: non ci risulta nemmeno che l’Els abbia al suo interno un “ufficiale di politica estera”, come scrive NENA, attribuendo quell’incarico a Nabhan. Nulla di questa presunta notizia è verosimile. Del resto: è credibile che una organizzazione come l’Esercito Libero Siriano indirizzi ad un assistente parlamentare israeliano, e non un a un ambasciatore o a un esponente politico di spicco, una comunicazione del genere?
Torniamo a Mendi Safadi, l’attivista druso citato dal Jerusalem Post, poi ripreso da Ma’ariv, ed infine da Nena News. In un articolo di Ha’aretz datato agosto 2012 viene riconosciuto falso ciò che Safadi millantava ossia di essere delegato dalle autorità israeliane a dialogare con i ribelli siriani ( http://www.haaretz.com/blogs/diplomania/deputy-minister-s-aide-holds-talks-with-syria-opposition-presents-himself-as-official-israeli-envoy-1.458772 )
Quindi, cosa resta della “notizia” del Jerusalem Post rilanciata da NENA? Diremmo questo: “Un presunto appartenente all’Esercito Libero Siriano avrebbe scritto una lettera ad un ex assistente parlamentare, noto per millantare rapporti con l’opposizione siriana, in cui si congratulerebbe con Israele per l’avvicinarsi dell’anniversario della sua fondazione”.
Ma nel titolo di NENA la notizia è diventata: “Ribelli moderati siriani: “Auguri Israele per l’indipendenza””
L’articolo di NENA, peraltro, si apre parlando di rapporti che andrebbero a gonfie vele tra le opposizioni siriane e lo stato ebraico e prosegue così: “da quando è iniziata la guerra civile siriana, l’Els ha chiesto il sostegno israeliano per la sua campagna militare contro il regime di Asad, ufficiali ribelli hanno viaggiato in Israele incontrando vertici militari dello stato ebraico e un numero imprecisato di combattenti siriani (secondo alcuni commentatori israeliani stimato in alcune centinaia) è stato curato in Israele. Alcuni membri della Coalizione nazionale siriana (braccio politico dell’Els) hanno più volte proposto la cessione della parte siriana del Golan [secondo la comunità internazionale l’altra è stata annessa illegalmente da Israele nel 1981, ndr] a Tel Aviv nel caso in cui quest’ultima aiutasse in modo consistente l’Esercito siriano libero a sconfiggere le truppe di Asad. I rapporti sempre più stretti e quotidiani tra le forze moderate siriane e gli israeliani sono stati poi rivelati a dicembre in un rapporto dell’Onu presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
I fatti riportati da NENA sono effettivamente avvenuti ma, nel contesto di questo articolo, acquistano una interpretazione tendenziosa. Vediamo quindi di ricollocarli in un contesto più appropriato.
Gli ufficiali ribelli che avrebbero incontrato vertici militari israeliani sono in realtà alcuni esponenti di Jabhat Al Nusra (JAN) e alcune brigate del FSA della zona di confine di Daraa, le quali avrebbero negoziato una non ingerenza israeliana in cambio di rassicurazioni che JAN ed Els non avrebbero sconfinato. Risulta poi vero che ci siano stati combattenti siriani curati in ospedali israeliani, ma ci risulta che persino il figlio di Ismail Hanye (leader di Hamas a Gaza) sia stato curato in Israele, e come lui anche combattenti libanesi o palestinesi durante i passati conflitti.
Passando ai “membri della Coalizione Nazionale Siriana” che avrebbero proposto la cessione del Golan: in realtà è solo un ex membro e fondatore della Coalizione, Kamal Labwani, espulso dalla stessa da oltre 2 anni. Labwani ha effettivamente proposto un suo “piano di pace regionale” in cui proponeva la cessione di parte del Golan e la normalizzazione dei rapporti con Israele in cambio di un sostegno militare, sopratutto in termini di aviazione, da parte di Israele. Si tratta di una proposta fatta a titolo personale: Labwani non rappresenta nessuno, è stato accusato di alto tradimento ed insulti da qualunque corrente della rivoluzione siriana. Infine, riguardo al famoso rapporto ONU che rivelerebbe rapporti tra i ribelli siriani e l’esercito di occupazione israeliano, si tratta dei rapporti degli osservatori ONU sul confine con il Golan cui facevamo riferimento in merito alle recenti dichiarazioni del ministro della difesa Ya’alon, ossia qualcosa di molto differente da un alleanza o una intesa politica: è quel che avviene nelle aree di confine in ogni guerra. Il comportamento di Israele è l’ennesima testimonianza di come lo stato ebraico stia alla finestra per poi intervenire, limitatamente, quando vede l’opportunità di far prevalere i propri interessi: lo ha fatto quando ha bombardato le spedizioni di armi verso Hizbullah e suggerito il piano per la distruzione delle armi chimiche poi attuato dalla Russia di Putin ( http://lb.shafaqna.com/EN/LB/126868) all’indomani dell’attacco con il gas Sarin su Damasco, evento che aveva messo Obama nell’indesiderata posizione di dover intervenire in Siria per non perdere la faccia davanti all’opinione pubblica.
In sintesi, la notizia sui ribelli moderati siriani che farebbero gli auguri ad Israele per l’anniversario della sua indipendenza (parafrasando quasi alla lettera il titolo di NENA) ha tutti i contorni della più classica bufala. Nena News, sempre attenta a svelare le mistificazioni della propaganda sionista, stavolta ci sembra essere stata vittima di quella propaganda. E, nel caso dei rapporti tra ribelli siriani e Israele, forse sarebbe il caso che NENA rivedesse il suo paradigma interpretativo. Del resto, quando c’è di mezzo la Siria, avvolta da anni nel Mare Magnum della disinformazione, è davvero difficile trovare notizie e analisi che ci permettano di comprenderne l’attuale situazione geopolitica.
Non fatevi ingannare dal buon Murakami: “Uomini senza donne”, il suo ultimo libro pubblicato da Einadi (222 pp., 19 €, trad. it di A. Pastore) è pieno di donne: desiderate, sognate, cedute, tradite, amate fino alla consunzione, ascoltate, invocate, evocate, fraintese, sopravvalutate e infine perdute per sempre.
Uscito nel 2014 in Giappone con il titolo “Onna no Inai Otoko-tachi” (traduzione letterale: uomini che non hanno fidanzate), “Uomini senza donne” è una raccolta di sette storie brevi, scritte a partire dal 2005 – anno in cui è uscita la prima raccolta dell’autore, “I salici ciechi e la donna addormentata” – e pubblicati quasi tutti sul mensile “Bungeishunju”, o apparsi su riviste di tutto il mondo e sul sito del New Yorker (solo un racconto è del tutto inedito).
Questi uomini senza donne in realtà di donne ne hanno avute, e come: ma per qualche accidenti della vita, o per loro incapacità a tenersele strette, hanno finito per perderle. Murakami ribalta così la solita visione della donna rifiutata, che ha riempito la letteratura e il cinema fino alla noia, e racconta la storia dal punto di vista degli uomini, sedotti e abbandonati, melensi e romanticamente disperati come – o forse di più? – le loro controparti femminili di ogni tempo e luogo.
Questo aspetto, l’inevitabile associazione all’omonimo romanzo di Ernest Hemingway (che pare Murakami avesse intenzione di evitare, modificando il titolo della raccolta per le edizioni straniere, ma poi deve aver cambiato idea) e un certo maschilismo di ritorno che affiora in qualche pagina del libro (si legga il racconto “Organo indipendente)”, in un primo momento mettono in allarme da “mattonazzo” (a prescindere dalla limitata mole del volume) il lettore un po’ smaliziato, ma l’autore vien considerato un possibile vincitore del Nobel ogni anno non per caso: è troppo bravo a raccontare delle storie per cadere in stereotipi o lagne da libro Harmony. Così continuando nella lettura ogni allarme si spegne e ci si addentra nell’animo ferito di questi uomini, di ogni estrazione e grado, spesso misteriosi, altre volte squisitamente banali, che hanno perso il centro del loro equilibrio insieme alla donna amata. Che sia morta dopo numerosi tradimenti, o sparita nel nulla all’improvviso, o persino che l’abbiano lasciata andare, a riempire i loro giorni è il rimpianto per ciò che poteva essere, la solitudine insostenibile perché piena di domande senza risposta.
Allo stesso modo il lettore si trova davanti a racconti che non hanno un punto focale: si entra e si esce da queste vite, portandosi dietro lo stesso senso di incompiutezza dei protagonisti. Solo uno dei racconti si apre alla speranza, l’unico che ha peraltro qualche rimando alla dimensione onirica che l’autore ha esplorato in altri suoi testi: trattasi di “Samsa innamorato”, un chiaro omaggio al più famoso racconto di Franz Kafka, in cui la storia viene ribaltata perché l’orrenda scoperta che Gregor fa una mattina all’improvviso è quello di essere stato tramutato in un uomo, e di trovarsi senza il duro carapace che lo proteggeva dal mondo. In questo stato, con solo quello strato sottile e roseo di pelle a fargli da scudo, gli accade di innamorarsi di una donna non propriamente attraente ma che per lui è bellissima: e questo amore diventa anche un modo per conoscere il mondo in cui si ritrova e la sua nuova condizione. Un altro omaggio letterario è nel racconto “Shahrazād”: qui una donna per intrattenere Habara, un uomo recluso non si sa per quale ragione in un appartamento, dopo aver fatto l’amore con lui comincia a raccontargli delle storie e quelle storie diventano per lui più importanti del sesso, sono quasi come delle compensazioni alla libertà che gli è negata. Dopo un’ultima storia lasciata in sospeso, Habara comincia a vivere nell’angoscia di non poterne più ascoltare altre e di non poter conoscere la fine dell’ultima nel caso in cui Shahrazād non tornasse.
Come Murakami fa dire al protagonista del suo ultimo racconto, il più disperato forse, che dà il titolo alla raccolta, per Habara e per tutti gli altri uomini che hanno subito la perdita di una donna è come «perdere quel fantastico vento da Ovest», come «essere derubati per sempre del proprio quattordicesimo anno». E, ancora, «a volte perdere una donna significa perderle tutte». E tutto. Tanto che Murakami racconta un intero universo fatto di suoni e di odori e di colori percepiti diversamente senza la donna amata, vera condizione esistenziale senza rimedio, e pur sfiorando spesso il paradossale, tutta la narrazione rimane possibile, tangibile, come il dolore che l’assenza si porta dietro mentre consuma questi “uomini senza”.
La nostalgia, il rimpianto, l’abbandono, il rapporto tra uomini e donne, l’impercettibile superamento della linea sottile tra realtà e fantastico: ci sono tutti i temi principali di Murakami in questi racconti – e anche il suo essere scrittore internazionale, moderno, pop perfino, con i ripetuti riferimenti musicali, i soliti Beatles, l’amato jazz, le influenze della letteratura statunitense, pur restando uno scrittore profondamente giapponese. E c’è quello stile difficile da individuare in una traduzione, ma che fidandoci della bravura di Antonietta Pastore, è lo stesso di sempre: frasi semplici, parole d’uso comune, spesso ripetute, un linguaggio colloquiale con delle saltuarie colorazioni poetiche, con una precisione quasi maniacale nei dettagli e dialoghi vivaci e momenti anche di ironia.
Non fidatevi, perciò, del titolo del libro: ma abbiate piuttosto fiducia in Murakami e nella sua capacità di raccontare delle storie che difficilmente dimenticherete.
L’incipit di una delle più famose poesie di Ingeborg Bachmann recita La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è divenuto quotidiano. La poesia si intitola “Tutti i giorni” ed è stata composta nel 1953, all’apice della Guerra Fredda e nello stesso anno in cui fu deciso di condonare alla Germania gran parte del suo debito di guerra. Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, seguendo il conflitto tra il governo di Syriza e le istituzioni dei suoi creditori ho spesso pensato a quei versi.
Il fatto di essere non sussiste
esiste l’essere come un fatto
del sentire. Allora io sarà il nucleo
per cui posso essere me stesso,
non il triciclo abbandonato in strada
accanto ai bidoni ustionati.
Mia figlia pedala.
Io è le mutande del ragazzo
al semaforo che vende accendini.
Dopo un giorno di lavoro
brucio i fazzoletti abusivi
e raccolgo parole da uno schermo,
ustionato da tutti i contatti.
L’identità (o trasposizione del poeta)
Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
Qui leggibile in formato .pdf La-storia-i-ricordi, lungo estratto da una silloge inedita di Gianluca D’Andrea, che si interroga sul ‘ritorno’ della storia, l’impotenza politica, il mito (e il disagio) dell’identificazione poetica, le illusioni della comunicazione totale, le epoche eroiche della formazione giovanile che si intrecciano ai fantasmi cupi di un’epoca sempre più delineata nella sua ansia dissolutoria. (rm)