Home Blog Pagina 205

La guerra alla guerra di Leonhard Frank

2

di Leonhard Frank

frank_cover_def_l'uomo è buono (1)_rid(con il gentile accordo dell’editore, pubblichiamo l’incipit de “I mutilati di guerra”, l’ultimo fortissimo racconto della raccolta “L’uomo è buono” (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo “L’origine del male” (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo)

La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due volte più lungo che largo, e dal tetto così basso che il capitano medico, nel suo lungo camice operatorio irrigidito da tutto il sangue umano vecchio e nuovo, può toccare il soffitto con il palmo della mano.

“Un cinema non potevano mettercelo, qui. No, un cinema no”, continua a venirgli in mente. Perché, in fin dei conti, tutte le sue aspirazioni si concentrano nell’unico, inesauribile desiderio di potersi sedere di nuovo in pace in un cinema.

Sul pavimento di lastre di pietra, un pagliericcio accanto all’altro. Su ogni pagliericcio un uomo; su ogni pagliericcio, quello che di un uomo rimane, coperto fin su al mento.

Le mani segate via, le braccia, i piedi, le gambe, galleggiano nel sangue tra ovatta e pus, in una tinozza trasportabile che viene svuotata ogni sera, alta un metro e larga due, posta accanto alla porta nell’angolo. Ordine impeccabile. Non c’è una pagliuzza nelle corsie laterali larghe appena venti centimetri né nella corsia di mezzo. Cinque file di pagliericci.

Il tavolo operatorio coperto di latta zincata sta nella corsia di mezzo.

Si chiudono le finestre. E tre minuti dopo, la macelleria è di nuovo pregna di quel miasma greve e caldo di ferite purulente, cancrenose, di pus, di sangue rappreso, di sudore di morte, di esalazioni del dolore, di acido fenico e di lisoformio, così che a un uomo sano e forte, abituato all’aria fresca, entrando, dopo un minuto girano i colori davanti agli occhi e vacilla il terreno sotto i piedi. Nella cucina del macellaio, poco dietro il fronte, si prestano i primi soccorsi. Rapidamente. Non si perde un istante. Qui si amputa. Nella cucina del macellaio, direttamente dal campo di battaglia, vengono trasportati i feriti che necessitano amputazioni. L’attesa di un quarto d’ora può significare la morte.

Gli amputati che non sono svenuti non dormono, eppure giacciono immobili, completamente inerti e muti, due bulbi febbrili e lucenti nel volto, sono perduti, e già se ne vanno ondeggiando.

Gli altri urlano, si tirano su, si piegano e si contorcono, piangono come gattini appena nati, ridono nel delirio della febbre oppure muovono i corpi mutilati lentamente, ma senza interruzioni.

La vita dei più fortunati si compone di un continuo svenire e tornare in sé e svenire di nuovo. E la puzza stagnante contribuisce. Non c’è molta luce nella cucina del macellaio.

Il capitano medico, dopo una o al massimo due amputazioni deve uscire all’aria aperta perché la sega o il coltello non gli cadano di mano durante l’amputazione seguente.

Ogni giorno vengono portati fuori da quattro a sei morti. Paglia fresca, lenzuola fresche. Feriti freschi. Non una pagliuzza nelle corsie. Ordine. La tinozza nell’angolo si riempie. E la sera, alle sei, puntualmente, viene svuotata.

I pagliericci stanno perfettamente allineati uno accanto all’altro.

Il capitano medico sega.

Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione.

– La mia gamba! È la mia gamba. La mia! La mia gamba! – Prima grida che gli ridiano la gamba, poi implora: – Dammela. Per favore, dammela. Dalla a me.

. . .

. . .

 

Remarque, in “Niente di nuovo sul fronte occidentale” è sciroppo di lamponi in confronto a “L’uomo è buono”

                                                                                                                                                                         F. Glauser

 

In Europa ci sono due uomini, Barbusse e Frank, che provocano questo fenomeno, meraviglioso e terribile, di simpatia umana. Fanno sì che uomini e donne che vivono in luoghi molto differenti possano comprendersi nella distanza, perché si riconoscono uguali nello scrittore: uguali nei loro impulsi, nelle speranze, negli ideali.
                                                                                                                                                                            Roberto Arlt

 

(La breve biografia di Frank nel risvolto di copertina del volume, molto ben curato: “Nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Alvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato neicampi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabiliscea Hollywood, scrive per la Warner Bros. E frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.”)

Dialoghi con Georges Corm

0

corms [Georges Corm è, oggi soprattutto, una lettura necessaria. Tra le poche in grado di abbinare visuale storica, analisi politica e centralità dei fattori sociali e economici nella comprensione di quella regione del mondo, il Medio e Vicino Oriente, che sembra intellegibile, nella rappresentazione dominante, solo attraverso categorie generiche e totalizzanti come la religione islamica, o caratteristiche di tipo etnico che trascenderebbero ogni temporalità storica. La necessità di leggere Corm nasce non solo dall’importanza di comprendere ciò che accade non troppo lontano dall’Europa, e che vede l’Europa, comunque, come uno dei fattori di condizionamento di quell’accadere, ma anche per vigilare contro i tentativi, nel nostro paese, di strumentalizzare una certa immagine del Medio e Vicino Oriente, per alimentare paura e odio nei confronti d’immigrati d’origine araba e di religione musulmana.

SCRITTORI (elenchi # 2)

21

di Giacomo Sartori

DSCN1039_rid

 

 

 

 

 

 

 

scrittori dimenticati

scrittori dimenticandi

scrittori da dimenticare

scrittori dimenticoni

cinéDIMANCHE #04 FRANK PERRY “Un uomo a nudo”

5


 

Cinevisioni

di

Francesco Pecoraro

Dell’uomo nudo di Cheever/Perry/Pollack la cosa che ci crea continuo disagio fino alla fine del film e oltre (non ho letto il racconto da cui è tratto) è esattamente il suo essere nudo e bagnato tra gente estranea e implacabilmente vestita, se si eccettua una ragazzina che lui cerca di coinvolgere, senza riuscirci, nella sua impresa dichiaratamente esplicitamente eccessivamente metaforica. Il film (è del 1968, ma in gran parte girato nel ‘66), in sé difficilissimo da fare, non è invecchiato bene, eppure conserva una forza misteriosa, un’aderenza al presente che fa male. Programmaticamente implausibile, manca di fluidità, ha evidenti difetti tecnici, salti di montaggio, recitazione quasi sempre talmente pessima (ho visto l’edizione doppiata, il che certamente non aiuta) che ti viene il dubbio sia intenzionalmente straniata. Insomma in certi momenti ti dici che forse è soltanto un film ambizioso e non riuscito. Ma quell’uomo che esce dal crollo totale della propria vita e si aggira per la contea, nudo per tutto il tempo, nell’indifferenza dei vicini (che sanno di lui più cose di quante ne verremo a sapere noi), quell’uomo sgusciato e umido, arreso e fuori di testa, che non ostante la prestanza fisica si torce nella polvere come un mollusco, sempre più umiliato, è figura potente e crudele, che ti stana come un incubo ricorrente. La violenza sorda della società americana dell’epoca, per niente dissimile dalla nostra contemporanea, si vede nel disprezzo progressivamente crescente che l’uomo nudo cumula attorno a sé, mentre il freddo e la solitudine si fanno più forti e comincia a piovere.

 

La chute

di

Francesco Forlani

« Ce qu’il y a de plus profond en l’homme,
c’est la peau. En tant qu’il se connaît ».

Paul Valery

Ha ragione lo scrittore francese a dire che nulla v’è di più profondo nell’uomo della sua superficie, della pelle. C’è una contiguità formale tra le due espressioni francesi, à fleur de peau, a fior di pelle e  à fleur d’eau ovvero qualcosa che affiora in superficie, e tale appartenenza permette di legare concettualmente i tre diversi titoli dati allo stesso film di questa odierna puntata di cinéDIMANCHE: l’originale americano The swimmer, il francese Le plongeon (il tuffo) e l’italiano Un uomo a nudo; la superficie, la profondità e la pelle. Il film Un uomo a nudo (1968), diretto da Frank Perry, è tratto da un racconto di John Cheever, The swimmer pubblicato nel 1964 (The New Yorker ) dove si racconta di Ned Merrill, (interpretato da uno strepitoso Burt Lancaster) impresario teatrale, che dopo un incontro  in casa di amici decide di tornare a piedi e in costume da bagno alla sua villa, bagnandosi in tutte le piscine che incontrerà per strada.

Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. (…) Per primi venivano i Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi avrebbe attraversato Ditmar Street fino alla casa dei Bunker, e da lì, dopo un breve trasbordo, sarebbe arrivato alle piscine dei Levy e dei Welcher, e alla piscina pubblica dei Lancaster. Seguivano poi le piscine degli Halloran, dei Sachs, dei Biswanger, e quelle di Shirley Adams, dei Gilmertin e dei Clyde. 
( The swimmer in The Stories of John Cheever. Traduzione di Marco Papi, Roma, Fandango, 2000 )

Non volendo anticipare la trama del film e così rivelare il suo dispositivo narrativo, mi limiterò a stilare una sorta di Abécédaire molto personale con la speranza che possa indurre a una qualche riflessione quanti già conoscono il film e  alla visione coloro che invece  avranno la fortuna di vederlo per la prima volta. Perchè si ama questo film? Probabilmente la risposta è nelle parole che la produzione  utilizzò nel trailer per il lancio dello stesso:

The famed John Cheever short story appeared in the New Yorker and people talked. Now there will be talk again. When you sense this man’s vibrations and share his colossal hang-up . . . will you see someone you know, or love? When you feel the body-blow power of his broken dreams, will it reach you deep inside, where it hurts? When you talk about “The Swimmer” will you talk about yourself?”.

Quando si parla di the swimmer in realtà si parla di noi stessi. I brani in italiano e in corsivo  fanno parte del racconto di Cheever citato in apertura.
 

A

Alcol
 
“Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera.” Così cominciano il racconto e il film. Ad ogni nuova tappa la frase più ricorrente è “Su, vieni a bere qualcosa.” Quando per chiare ragioni non scatta l’invito è lo stesso Ned a prendere l’iniziativa. L’altra battuta del protagonista è “come with me” rivolta a ciascuna delle donne incontrate nel proprio assurdo viaggio e le sole in grado di dare una svolta alla storia.
 
“Dopo aver percorso a nuoto la vasca, prese un bicchiere e si versò da bere. Era il quarto o il quinto bicchiere che beveva, e aveva già percorso a nuoto quasi la metà del fiume Lucinda.”

 

C

Crawl
 
“Non era uno stile adatto alle lunghe distanze, ma la pratica domestica del nuoto aveva imposto a questo sport alcune consuetudini, e in quella parte del mondo era convenzionale quel tipo di crawl.”
 
Si ha notizia del crawl, da noi conosciuto come stile libero, dal 1844 a Londra, dov’era praticato dai nativi americani, più particolarmente dalla tribù indiana degli Anishinaabe. Burt Lancaster ha cinquantadue anni quando viene girato il film e pur avendo una grande esperienza sportiva non sapeva nuotare al momento della scrittura; fu costretto a prendere lezioni all’UCLA da Bob Horn, notissimo allenatore di nuoto.
 
To Crawl – in francese ramper [ʀɑ̃pe]
 
1. [animal, personne] strisciare . Ramper devant qqn (figuré) strisciare davanti a qn
 
2. [plante] arrampicarsi.
 
In italiano viene da pensare a rampante agg. e s. m. [part. pres. di rampare]. – In senso fig., riferito a persona ambiziosa, decisa ad affermarsi e a fare carriera: un giovane dirigente, un politico r.; usato assol., come sost.: è un r. (o una r.) capace ma senza scrupoli.

 

R

Rampa o scala
 
Ned Merrill: On a scale of one to ten, how good is he in bed?
 
Chiede Ned non senza curiosità alla ex amante.
 
“Si issò sul bordo opposto della piscina, lui che non usava mai la scaletta, e s’incamminò attraverso il prato.” La reiterazione dei due gesti, tuffo e uscita dalla vasca facendo leva sulle proprie braccia stabilisce un nesso profondo con il ruolo del personaggio nell’economia della scalata sociale e nell’ascesa al successo.
tumblr_l7reeul1MI1qz8zcro1_500
“Si tuffò nella piscina e l’attraversò a nuoto, ma quando tentò di issarsi sul bordo, si accorse che non aveva più forza nelle braccia e nelle spalle, e pian piano raggiunse la scaletta e la salì.”

 

O

Ombelico
 
Durante una sua incursione in una delle piscine di una coppia di amici scopre dalla moglie dell’operazione grave subita dal marito.
 
“Il suo sguardo si spostò dal volto di Eric al suo addome, dove vide tre pallide cicatrici suturate, due delle quali lunghe almeno una trentina di centimetri. L’ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un’interruzione nella successione della specie?”

 

M

Musica
 
Marvin Hamlisch che iniziò la sua carriera di compositore proprio con “The Swimmer” racconta di come avesse scelto il “tema” subito dopo aver letto il racconto.
 
The score was taking on a big, rather symphonic sound. So I wanted a massive tone. I wanted the audience to feel yearning and anguish, as each pool stop peels back part of the hero’s life, revealing him as a fraud and a failure. I called on the size and power of a symphony orchestra to convey this man’s pain.

 
La musica che sembra contenere all’inizio il punto di vista di Ned e quello del mondo, della natura che lo circonda, man mano che ci si addentra nel racconto è come se si distaccasse dalla soggettiva per relegare il protagonista in un mondo che dimora al di fuori della realtà.

 

N

Natura
 
Per tutta la durata del film la natura, verrebbe da dire il vero fiume rispetto a quello immaginato da Ned, fa da controcanto al flusso vitale del protagonista. I paesaggi, i rumori di fondo, determinano un vero e proprio piano sequenza parallelo e in competizione con quello interpretato e vissuto da Burt Lancaster.
223996.1020.A
Il fotogramma che più rappresenta questa contrapposizione è la corsa, sfida tentata e inevitabilmente persa con un cavallo lungo la staccionata.

 

S

Swimmer
 
Considerato da Burt Lancaster come il suo migliore film, The Swimmer è rimasto inedito in Francia per più di trent’anni. La prima uscita in sala è stata nel novembre del 2010. Il racconto di John Cheever, di circa una dozzina di pagine faceva parte di un manoscritto che ne conteneva all’origine ben 150. The swimmer, accolto assai tiepidamente dal pubblico e dalla critica al momento della sua uscita è oggi da molti considerato come un cult-movie. Celebre la battuta del protagonista: i’m swimming home

 

L

Lucinda
 
Ned Merrill: I’ll call it the Lucinda River, after my wife.
Peggy Forsburgh: That’s quite a tribute.

 
Lucinda, il nome del fiume di piscine immaginato dal protagonista.Tale nome venne creato nel 1605 da Miguel de Cervantes per un personaggio del suo Don Chisciotte della Mancia (cap XXIV).

 

N

Ned
 
Il nome Ned viene dal tedesco ed, beni, ricchezze, e ward, guardiano. Il viaggio di Ned è possibile interpretarlo come quello ben più famoso di Edmond Dantès, totalmente rovesciato.
 
If there is anything you want, anything at all. Come to me. I will be your guardian angel.

 

Q

Quotas
 
Kevin Gilmartin Jr.: What’s the – What’s the matter?
Ned Merrill: I thought you were gonna dive!
Kevin Gilmartin Jr.: You thought I was gonna dive? There’s no water in the pool!
Ned Merrill: Well… So long again.

*

Ned Merrill: You see, if you make believe hard enough that something is true, then it *is* true for *you*.

*

Donald Westerhazy: Where have you been keeping yourself?
Ned Merrill: Oh, here and there. Here and there.

*

Ned Merrill: We’re all gonna die, Shirley. That doesn’t make much sense, does it?
Shirley Abbott: Sometimes it does. Sometimes at three o’clock in the morning.

*

Mrs. Hammar: Who gave you permission to use the pool?
Ned Merrill: I’m Ned Merrill.

*

Ned Merrill: What did I do to you, Shirley? I’m sorry for whatever I did.
Shirley Abbott: [Cynically] You did the usual red-blooded married man thing. You took me out to lunch and gave me that lecture about the duties of a father and a husband. Oh, it’s considered a classic by now, isn’t it? Reprinted every year in the Reader’s Digest?
Ned Merrill: I don’t remember.

 

P

Pubblicità [Levi’s citazione]

 

 

cinéDIMANCHE
 

cdNella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera“, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.

 

Muro di Berlino, materiali per la comprensione di un crollo

4

[ Materiali per la comprensione di un crollo:
1) Un articolo di Alessandro Leogrande (2009, da uno speciale di Rassegna) sul dissenso nell’Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del ’68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l’idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. L’esperienza fondamentale del dissenso in Polonia.

VISIONI in TRALICE [VIII] «… dimenticanze, e lunghi oblii.»

28

di Orsola Puecher

ballerine
Le ho sempre tenuto le mani. Che belle carezze… che mani calde hai… Le scaldo le mani. Belle e morbide dei port de bras aggraziati.
– Portami un ago.
– Un ago?
– E del filo… molto filo…
– Che cosa devi cucire?
– Dobbiamo cucire, vieni, tutta questa tela bianca…
   La vedi quanta tela…
   Dobbiamo cucirla.
   Tutta.
   Aiutami a infilare l’ago…

 
Poi in questa visione di candore e di punti vicini e regolari si è assopita e se ne andata.

 

[ dove sei? ]


“L’Orfeo: favola in musica da Claudio Monteverdi” [1607]
III Sinfonia “Possente spirto e formidabil nume” Scena I
III Sinfonia “Ei dorme, e la mia cetra” Scena I

Da Lete

Meraviglia geotermica
Iceland – Blue Lagoon [via Google Translate]
 
Una visita al centro geotermica è una parte importante di vostro soggiorno. Gli ospiti rinnovare il loro rapporto con la natura, godersi la bellezza del paesaggio e godere di respirare l’aria pulita e fresca mentre vi rilassate in acqua di mare calda geotermica. La temperatura dell’acqua è 37-39 ° C / 98-102 ° F. La laguna contiene sei milioni di litri di acqua di mare geotermici, che si rinnova ogni 40 ore. Campionamento regolare dimostra che “comuni” i batteri non prosperano in questo ecosistema, così detergenti aggiuntivi come il cloro non sono necessari. Acqua di mare geotermica è una parte di un Ecocycle in cui il lavoro e la scienza della natura in armonia. L’acqua del mare ha origine meter/6562 2000 m sotto terra dove viene riscaldata dalle forze naturali della Terra. A questa profondità la temperatura è 240 ° C/464 ° C e la pressione è di 36 volte la pressione sulla superficie terrestre.

canto-sesto

Dell’Eneide di Vergilio
del commendatore Annibal Caro
LIBRO VI

ronzio etimo-pecchia

 
ape [s. f.] μέλισσα, -ας, ἡ [melissa]

 

Porfirio [Πορφύριος Tiro 233-234 d.C. – Roma 305 d.C.]
 
L’Antro delle Ninfe
 
XVIII
Sorgenti e fonti convengono allo stesso tempo alle Ninfe delle acque, e ancora più, alle Ninfe-anime che gli antichi chiamavano con nome specifico api, quali operatrici di piacere. Onde Sofocle poté senza sconvenienza dire delle anime:

Lo sciame dei morti ronza e ascende.

Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demeter, preposte come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita. E ape chiamavano la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la Luna è Toro, e esaltazione della Luna avviene [nel] Toro, e, in più, le api nascono dai buoi. E nate da buoi [chiamavano] le anime giunte nella generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire.
Già [in passato] è stato fatto del miele un simbolo della morte, – e perciò sacrificavano alle divinità sotterranee libagioni di miele, e del fiele quello della vita. Volendo certo dire che la vita [razionale] dell’anima viene a morte per il piacere, mentre rivive per l’amarezza: donde i sacrifici di fiele agli dèi; oppure che la morte libera dalle cure, mentre la vita in questo luogo è faticosa e amara.


 

rompighiaccio


Un viaggio con Norröna è una festa mobile. Vela con una delle navi più recenti nel Nord Atlantico.
Dal ponte di M / S Norröna si ottiene una vista incredibile oltre l’orizzonte – le onde, il mare e il cielo.
Il viaggio vi offre una buona opportunità per osservare gli uccelli, e forse vedrete un balena o due.
All’interno Norröna ha molto da offrire ai propri ospiti, e soprattutto in termini di esperienze gastronomiche.
Inoltre, ci sono molte attività diverse per voi come passeggero a bordo.

 
inferno 32
 

orsi

dicere udi’ mi: “Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”. 21
 
Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.24
          Dante Alighieri Inferno XXXII

 


 

hakarl

 
A bordo di piaceri gastronomici avait ogni passeggero. È possibile scegliere tra una vasta selezione di pasti leggeri nella caffetteria. O si può godere di una serata piena di specialità del Nord Atlantico nel nostro delizioso ristorante Norröna Buffet. Se si preferisce prelibatezze gastronomiche si prega di visitare il nostro ‘à la carte’ ristorante, Simmer Dim, e godere di una serata di buon cibo e vini deliziosi.

mito di ER

[621a]Dopoché anche gli altri erano passati, tutti si dirigevano verso la pianura del Lete in una tremenda calura e afa. Era una pianura priva d’alberi e di qualunque prodotto della terra. Al calare della sera, essi si accampavano sulla sponda del fiume Amelete, la cui acqua non può essere contenuta da vaso alcuno. E tutti erano obbligati a berne una certa misura, ma chi non era frenato dall’intelligenza ne beveva[621b]di piú della misura. Via via che uno beveva, si scordava di tutto. Poi s’erano addormentati, quando, a mezzanotte, era scoppiato un tuono e s’era prodotto un terremoto: e d’improvviso, chi di qua, chi di là, eccoli portati in su a nascere, ratti filando come stelle cadenti.

Platone Opere vol. II Laterza Bari [1967]
Repubblica “IL MITO DI ER”


4butho   2butho
3butho   4butho

J.S. Bach Canone 1 a 2 [ inverso * ]
da Offerta musicale BWV 1079 [1747]

 

dimenticare

 
L’acqua di mare geotermica viene a contatto con il raffreddamento intrusioni magmatiche e cattura minerali della terra, con conseguente questa fonte naturale unico noto per il suo potere di guarigione e attivi. La composizione di minerali in acqua è molto particolare ed ha un alto livello di silice.
Il suo ambiente è caratterizzato da alte temperature e salinità del 2,5% che è 1/3 del livello di salinità dell’oceano.
Ecosistema è unico al mondo, in realtà uno dei laboratori di Madre Natura, mettendoci in contatto con le forze della natura. Attraverso la natura e la scienza trattamenti termali e massaggi vi fornirà l’energia dell’acqua di mare geotermiche e e dei suoi principi attivi: sali minerali, silice e alghe.
Godetevi galleggiante nel acque ricche di minerali, in prossimità di straordinario ambiente. I trattamenti vengono effettuati nella laguna stessa, all’aria aperta.
In acqua trattamenti termali si svolgono su una panca di legno appositamente progettato. I massaggi vengono eseguiti su una stuoia galleggiante nella laguna.
La zona termale esterna è spaziosa e più di un trattamento può aver luogo simultaneamente, rendendo possibile per le coppie di avere un trattamento allo stesso tempo.
Coperte speciali sono utilizzati per tenere gli ospiti calda.
Galleggianti in acque ricche di minerali, in prossimità di straordinario circondato dagli elementi naturali e pura aria, è un’esperienza unica per il corpo e la mente.

 

___________ ,\\’ ___________

 

 
VISIONI in TRALICE [I] I can’t hide you the rock cried out
VISIONI in TRALICE [II] But doth suffer a sea-change…
VISIONI in TRALICE [III] … e abito sempre nel mio sogno…
VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum
VISIONI in TRALICE [V] Lascia ch’io pianga

VISIONI in TRALICE [VI] di perle e rospi
VISIONI in TRALICE [VII] di metafore [e altro]
 

Essendo il dentro un fuori infinito #3

18

di Mariasole Ariot

In una casa hanno tutti la febbre. “Ici c’est les malades
qui soignent les malades”, mi disse una donna
.
Vincent Van Gogh

20140320_123105

Lei cura la febbre da venti giorni, è morta da sette, spreme le limacce coi canini, le cola sul mento una bava.
Lei non è mai nata, lei ha l’azzurro negli occhi, lei  mangia le sigarette che non fuma. Era la coricata delle fiale e delle provette : reparto superiore, angolo a destra, Genetica Molecolare.

Ero una di loro

Con l’indice indica il quarto: le vetrate aperte s’intravedono dalla prima scogliera. Noi siamo qui e remiamo :  tutto è un sottofondo, un brusio, un deserto senza bocca. Era una di loro, l’hanno resa pietra per non fuggire, per rinunciare ai corpi e all’essenziale dei riflessi, per fare del custodito una riscossa.
In francese si chiamerebbe Florence.

****

L’unica stanza libera è un corridoio : Fiore sfonda le lettere alfabetiche, si accascia origliando nella catena della notte. Poi dicono il si dice : dicono distrugga le porte, dicono strappi i capelli, dicono che i deboli non hanno disgrazie ma rogne, dicono i deboli non sono deboli ma fingono, dicono che il padre a cui scrive è un amico morto. Dicono : lei ha le molecole nel culo.

Ma non è qui di passaggio. E’ un passaggio e  la conoscono bene, è un lamento che richiama all’ordine, un intreccio di braccia come serpi  fuoriuscite dalla teca : ci disordina la vista, è un passaggio e noi passiamo.

Fiorenza lava i denti col sapone e rifiuta le carezze : non è un cagnolino :  ha i seni i fianchi i seni, il latte amaro del dopoguerra, Fiorenza proietta un lungometraggio alla parete del fondo, Fiorenza parla tre lingue ma esige silenzio. Il lungometraggio non conosce la parola fine:
mortuaria sale e scende, attraversa i confini che sconfina. E’ una veste, una camicia bianca, una contenzione.

Testa Sognante Ostinata. Le alghe s’intrecciano al cordone, tolgono ossigeno. Fiore
se non silenzia grida.

***

Siamo qui da tre giorni e sono passati decenni. Saliamo al secondo piano nel luogo delle lucertole dove il sole scalda e ci brucia, e lei sbatte le ali, e le sacche di pelle traboccano dalla cinta. L’edera ci avvolge, strangola i colli, ci prende per amanti e si sbaglia.

Mineraria sogno l’aperto:
questo inverno
dove sono immobile.

I salici
smettono di cadere : è l’estate chiara,
un chiaro d’uovo scende.

****
E’  la malattia giovane dei millenni. Un carico di crepuscolo e lamento tocca il naso con la lingua. Fiore sfiora le soppraciglia e le pulisce come i gatti : un animale tra le gabbie, infila un braccio tra la prima e la seconda, tocca e non toccare – dice il cartello che porta al collo : tocca e non toccare.
Fiore mastica i pezzi di guscio incastrati nei denti, Fiore sanguina parole che non ha ferito.

Ma i veleni sono queste bevute, l’orgiastico dei monili che titinnano ancora, e di nuovo, e quasi accadono, e dove non cade, il vento muore : ascolta : senti questo dondolìo. Non sono scheletri, sono campane – sembrano scheletri e sono campane.

***

Poi decide per il silenzio. Nella stanza del fumo muove le mani nell’aria e disegna una lingua.
tu se precipiti è una casa
= tu, se precipiti, è una casa?

Precipitiamo nel fondo : il prosciugato è una madre che origlia dal buco e s’incupisce.
Dove un’orma ha ormai trovato tempo, da tempo
anch’io ho un centro vuoto, da tempo non ho un tempo. I nostri passati si accumulano sulla schiena e non è un coprispalla e non è un ventaglio e non è acqua che rinfresca e non è calda e non è roccia e non è vile e non dispèra. E’ questa massa molle, questo cielo nero che non ruota, che delira l’incubo delle montagne – ci sono i vitelli, gli appena nati e i minatori. Fiorenza ha occhi blu che precipitano fiori : dove, madre, dov’è questo fuori di scena? Questo fuori di :
niente.


Lei si siede, stanno arrivando, l’allarme non è musicale.
E’ la pratica delle sanguisughe, mi dice.
Si distende in fretta.  Gli animaletti corrono sul profilo, le tappano la bocca, si dimena, le sanguisughe si aggrappano a ogni ovunque, suggono dalle mammelle, prelevano la linfa : bradicardica, datele del detersivo. Calcolatela.
Esecuzione di un calcolo

Poi cadiamo nel sogno e ti accompagno.
Tu hai uno strumento ed io le corde: ci accordiamo. E’ lo sciopero della misura, dell’ossessione, del ripetere il focolaio delle ombre. Trovi una nota e poi la perdi. Eppure, Fiore, noi ridiamo : tu porti il nome delle luminose, porti l’impertinenza, tu porti l’aleph che credevano di averti sottratto.
Tu scrivi, Fiorenza , tu scrivi a un padre che non è mai esistito.
Ma tu : scrivi

****

Caro Noah,

ti ho conosciuta da bambina quando vivevo nell’uovo. Ricordi i ricordi della mamma? Ricordi
la lettera arrivata oggi?
Papa Noah io non conosco gli alfabeti, non conosco la posizione dell’h e non ho accenti: sono aspirata, qui dentro tutti inspirano e io mi dissolvo.

Hai visto le campanelle del giardino? Le ho piantate ieri per le piccole casse dei morti : prima stava la frutta, poi è marcita. E’ il mio lavoro: sono qui per ritrovare la carne che ho lasciato l’ultima volta, sono qui per un errore collettivo.
Mi hanno detto che era Natale, che i legacci erano nastri, ho bevuto la cioccolata calda. Dicono che non esisti, che sono figlia di nn. Io sono nessuno, papà. Ma io conosco i miei diritti. Trattamento sanitario obbligatorio, non rattristarti.

Milly ieri mi ha portato un anello : le ho sputato in viso. Gli altri credono sia per vendetta. Non è così, papà : Milly soffre di ragni. Theraposidae. Ho soffiato perché fuggissero.

Tra poco arriverà il carrello della cena ma io ho fatto sciopero di parole e non le mangio.
Io sono un pesce, Noah. Io ti sto nuotando all’infinito per tutte le vasche che non mi hai mai dato. Ti sto cercando ovunque. Ti ho inventato perché tu potessi venire a prendermi.

 

La disperazione di Adamo. Su Malcolm Lowry

1

lowry

di Andrea Caterini

Quanto potrebbe cambiare la nostra percezione dell’opera di Malcolm Lowry se solo venisse finalmente tradotto il suo epistolario? Cosa potremmo scoprire di quel privato che Lowry maschera e reinventa in tutte le pagine dei suoi libri?

Quanta iva dare agli ebook? E gli ebook sono davvero libri?

12

di Fabrizio Venerandi

La campagna/hashtag dell’AIE, #unlibroèunlibro ha come fine il sensibilizzare sulla differente tassazione che vige oggi tra libro di carta e ebook. Il libro paga il 4% di IVA, mentre l’ebook paga il 22%: il primo è un libro il secondo è un servizio.
Apparentemente la richiesta è pacifica: se la tassazione al 4% è destinata ai prodotti culturali, perché Guerra e Pace cartaceo paga il 4% di iva e lo stesso identico testo in ebook paga il 22%?

Ne è nato un vivace dibattito in rete di cui cerco di circoscrivere alcuni punti di discussione per Nazione Indiana.

  1. Il primo punto è storico: davvero l’IVA dei libri è al 4% perché sono oggetti culturali? Vale forse la pena leggere un post di ben quattro anni fa di Mario Guaraldi dal quale si desume che l’IVA al 4% non ha a che fare con la pretesa culturalità dell’oggetto libro, quanto piuttosto a problemi legati al processo di vendita del prodotto libro. D’altronde se l’IVA fosse davvero legata alla culturalità del contenuto che si vuole vendere, dovrebbe variare appunto a seconda del peso specifico intellettuale del testo stesso. Come scherzava qualcuno su Facebook: compri Sanguineti? Paghi il 4% di IVA. Compri Fabio Volo? L’IVA sale al 25%. È evidente la improbabilità di un processo del genere, che – in ogni caso – rimarca che il prodotto culturale vive in numerosi media, e non è esclusiva dell’oggetto libro, anzi. Perché le barzellette di Totti stampate su carta dovrebbero beneficiare del 4% di IVA e il Don Giovanni di Mozart in CD pagare il 22%?
  2. Il secondo punto lo troviamo esposto da Giulio Mozzi, quando afferma che no, l’ebook non è un libro, specie per quel che riguarda i diritti del lettore. L’idea che mi pare voglia far passare il post di Mozzi è che con l’ebook ci siano meno possibilità d’uso rispetto al libro: un ebook non puoi prestarlo, rivenderlo, fotocopiarlo. È una tesi, quella di Mozzi, che trovo poco convincente. Se è vero che un ebook non può essere prestato, è vero che un libro non può essere backuppato, modificato o ampliato. Si tratta solo parzialmente di diritti, quanto di caratteristiche implicite al mezzo e al suo metodo di distribuzione. E la critica di Mozzi ha altri punti che appaiono fuori fuoco: non esiste una licenza d’uso universale per gli ebook. Se gli ebook che Mozzi compra hanno scritto che può leggerli solo lui è colpa di Mozzi e degli editori da cui ha acquistato che hanno scelto quella licenza d’uso. Senza contare che i libri puoi fotocopiarli mentre gli ebook no è una dichiarazione ugualmente impropria: il libro puoi fotocopiarlo con le restrizioni che vigono sul copyright, così come l’ebook, a seconda della licenza d’uso. Un ebook protetto da creative commons può essere molto più manipolabile di un libro di carta.
  3. Del terzo punto hanno twittato alcuni addetti ai lavori, tra cui il sottoscritto: un ebook non è un libro di carta. Tutti i formati per fare ebook sono basati su specifiche nate per fare pagine web. Anche guardando verso il futuro, gli strumenti dei possibili nuovi standard e dei nuovi strumenti di authoring per la creazione di testi digitali non provengono se non in minima parte dal libro, ma sono invece figli di internet, del web, della rete. Se oggi la stragrande maggioranza degli ebook è fatta di libri pensati per la carta e poi digitalizzati in un formato ebook, è lecito pensare che gradatamente aumenterà la percentuale di titoli in cui la fonte non sarà più il libro di carta, ma che saranno nativi digitali: ebook, siti, app, web-app. Non si tratta peraltro di un gioco al risparmio: fare ebook costa. È un fenomeno che crescerà disordinatamente, che toccherà alcuni ambiti prima di altri (scolastica, informazione, entertainment, infanzia), ma di cui già oggi si vedono alcune concreti avamposti, anche in ambiti lontani dal new-tech. A proposito, avete notato che Tirature di Spinazzola dal 2014 esiste solo in ebook?

Quindi? Un libro è un libro? Oggi, in Italia, per un lettore occasionale un ebook assomiglia abbastanza ad un libro da non percepirne la specificità e aderire all’idea che un ebook possa avere la stessa IVA del sancta sanctorum cartaceo. A livello maggiormente pragmatico, l’IVA al 4% serve oggi principalmente a noi editori, per vari motivi, il più importante è che l’editoria tradizionale è in crisi. Nera. Stampare libri come se non ci fosse un domani non è una grande idea in questo momento. Progetti, anche storici, che rischiano di morire, potrebbero invece traghettare ad un digitale culturalmente consapevole. E sostenibile. La seconda, collegata strettamente alla prima, è che il mercato ebook in Italia viaggia ancora a percentuali trascurabili. Si vendono pochi ebook, e questi pochi si vendono spesso tramite soggetti transnazionali: come Amazon che l’IVA (al 3%) la paga al Lussemburgo. È un mercato che ha grosse prospettive di sviluppo e che sarebbe intelligente non soffocare con politiche fiscali vessatorie, perché il rischio è che l’arrosto rimanga crudo, nascosto in mezzo a un grande fumo nero.

In ultimo, la campagna dell’AIE ha il merito di sdoganare l’oggetto ebook, facendolo uscire dal ripostiglio della folkloristica stranezza e mostrando che dietro all’ebook e dietro al libro ci sono ugualmente storie, informazioni, emozioni, analisi. Visti gli ultimi dati sulla lettura in Italia, è passaggio di non secondaria importanza.

Antonio Moresco, 21 preghierine per una nuova vita

9

21-preghierine-per-una-nuova-vita-ed-speciale-ebook-d435di: Francesca Fiorletta

Esce per le edizioni Nottetempo, con una tiratura limitata e numerata di 230 copie, nella collana di poesia digitale poeti.com, questo libro di Antonio Moresco che è davvero un piccolo gioiello: 21 preghierine per una nuova vita, illustrate da Giuliano della Casa.
Di lui dice il nostro autore, nella Nota introduttiva:
“Giuliano è un pittore che dipinge con la sapienza di un maestro antico e con lo scatto e l’ingenuità di un bambino. Nelle sue immagini c’è sempre qualcosa che sorprende e che spiazza ed è per me una gioia vedere cosa riesce a combinare ogni volta con un pennello e un po’ d’acqua sporca.”
E poi aggiunge:
“Siamo molto diversi l’uno dall’altro ed è forse proprio per questo che ogni tanto ci viene voglia di incrociare le nostre strade”.
Io non lo so quanto sia effettiva, questa diversità che Moresco sente, perché a leggere i 21 testi che compongono il libro, si ha esattamente l’impressione di trovarsi davanti alla sapienza calma di un maestro antico che, quando vuole, sa far presto a lanciarsi in certi notevoli scatti di pretesa ingenuità bambinesca, tanto commovente quanto affilata.

Il bonifico degli editori

53

gerard

Quando leditoria diventa una questione di pancia

di

Carlo Baghetti

Con unintervista a Christian Raimo 

 

Tra il 10 ottobre e il 14 ottobre sono apparsi on-line due articoli che parlano grosso modo dello stesso tema, anche se da prospettive molto diverse: la crisi dell’editoria. Il primo pezzo è un’intervista fatta da Tim Small a Martina Testa, attualmente traduttrice freelance ma che in passato ha lavorato per minimum fax; il secondo articolo è di Simone Cosimi dai toni più accesi della polemica, comparso sul sito di Wired.

I due articoli sono collegati, perché l’articolo di Cosimi prende lo spunto da alcune frasi riportate da Small, che servono al giornalista di Wired per sostanziare la sua tesi: se l’editoria è in crisi, la colpa è degli editori, i quali non hanno saputo fare bene il loro lavoro durante gli ultimi anni e le conseguenze della loro reiterata inettitudine è che oggi la maggior parte dei creativi che gravitano nell’universo editoriale, come ad esempio Federico Di Vita, sono costretti a lavorare gratis.

La frase di Martina Testa incriminata e riportata interamente da Cosimi è la seguente:

“Intorno a quegli anni abbiamo iniziato effettivamente a parlare di soldi, di vendite, di copie, a chiederci se un libro avrebbe ripagato le spese. Forse anche per imperizia, per scarsa competenza, professionalità, quel che vuoi, ma erano cose fatte con passione più che in maniera studiata, seria. Certi discorsi non li affrontavamo proprio. Ma il fatto che non li affrontassimo era anche sintomo del fatto che forse non era necessario affrontarli. Il modo di campare – nessuno è mai diventato ricco – si trovava. Anche senza un’attenzione alla parte commerciale, anche se non sapevamo bene come si facesse, i libri, in qualche maniera, si vendevano. Forse anche da soli. Nei primi anni non parlavamo mai di questo”.

E dopo aver riportato la frase, il giornalista di Wired conclude il suo pensiero sommando le cifre, facendo il bel segno dell’uguale e dicendo: siete degli incapaci. Basta giustificazioni.

La questione, posta così, è risolta: noi bravi e preparati non veniamo pagati (si percepisce in filigrana il risentimento personale), voi incapaci continuate a posare nei salotti in cui non siamo ammessi; vi odiamo tutti, siete cattivi.

Sto esagerando, ma il discorso di Cosimi è uno sfogo che rischia di essere infantile, nulla di più. Non ha alcuna sostanza critica, proprio come il fenomeno dei #coglioniNo che giustamente il giornalista cita. Detto ciò, appoggio la protesta di Di Vita – del quale ho apprezzato il testo uscito anni fa per Effequ – e sono contento di vedere che il problema del ritardo dei pagamenti e la crisi del mondo editoriale venga dibattuto pubblicamente, così da attivare la mente di tutti alla ricerca di soluzioni pratiche e teoriche.

Nessuna necessità di grida, di appendere sulla croce i colpevoli, di mettere alla gogna editori, di insultarli pubblicamente; questo è solo un metodo scandalistico che allevia il sintomo e non cura il problema, unico metodo che in Italia ha un successo clamoroso da vari anni.

A star cambiando è il modo di fruire le storie da parte del pubblico, non mi riferisco unicamente alla rivalità cartaceo vs digitale, che oggi appare sempre più una scelta obbligata, ma parlo proprio del contenitore nel quale il “narrativo” è trasportato. La necessità di ascoltare storie, di viverle, è sempre nell’uomo molto forte (nessuna mutazione genetica, state tranquilli!), solo che ad essere cambiata è l’espressione, il mezzo. Il libro, mi riferisco qui al romanzo di fiction, è diventato da veicolo incontrastato di storie un mezzo tra i tanti, e anche dalle scarse potenzialità. Se ci pensiamo bene, il libro in sé è un oggetto alquanto vintage, non ha neanche un dizionario incorporato, per esplorare come si deve il linguaggio di un autore è necessario avere a portata di mano un mattone di tremila pagine (il dizionario, cioè) o un bloc-notes in cui appuntare continuamente parole; con il libro cartaceo non si possono fare verifiche in tempo reale su eventi citati da un autore (cosa che capita più spesso con i saggi che con i romanzi, ma provate a leggere Eco o Genna senza aver voglia di andare a vedere se tale personaggio o talaltro è veramente esistito); e via dicendo. La passione per il libro cartaceo sembra una questione per feticisti.

Oltre i limiti fisici del libro cartaceo ce ne sono altri, strutturali, e meno gravi, perché pertengono al gusto personale dei consumatori: il romanzo è linguistico nel primo senso della parola, è attraverso il linguaggio che io esploro le immagini, intreccio le storie, vivo le narrazioni; altri tipi di narrazione allargano il senso di “linguistico” attraverso l’impiego di immagini e suoni (è il caso di alcune serie tv che raggiungono livelli narrativi di altissimo livello, in maniera molto più strutturata del lungometraggio), oppure attraverso complessi meccanismi tecnici che permettono al consumatore di creare da sé una storia (questa frase scritta trentacinque anni fa forse avrebbe fatto pensare solo a Rayuela di Cortázar, oggi si riferisce ai videogame).

La “narratività” ha raggiunto oggi una tale stabilità che può passare attraverso moltissimi materiali senza problemi, libri certo, ma anche serie tv e videogame. Siamo circondati da storie, si sono continuamente moltiplicate in vario modo, con la conseguenza però di stravolgere il panorama che abbiamo contemplato finora: il mondo editoriale, per forza di cose, subirà una nettissima restrizione, e i primi segnali di questo violento passaggio sono, ahimè, i #coglioniNo, in particolare quelli che bazzicano il campo editoriale. Oltre questo passaggio culturale influiscono anche fattori economici di grande portata, come chiarisce meglio l’intervista a Christian Raimo.

Aspetto, questo dell’ affacciarsi di nuovi potenti mezzi di trasmissibilità del narrativo, che Cosimi non prende per nulla in considerazione, seppure offerti bellamente da Martina Testa che limpidamente afferma: “E devo ammettere che se quando avevo 18 anni ci fosse stata la PlayStation3 con giochi come The Last Of Us, e la sua suspense, francamente col cazzo che avrei passato tutto quel tempo a leggermi Baricco”.

La questione sembra piuttosto essere questa: gli editori hanno risposto con molta lentezza al cambio di paradigma culturale, operando scelte sbagliate e svuotando le sacche di ricchezza presenti nel paese, ma questo non vuol dire che debbano cedere e lasciarsi inglobare da armi di distruzione culturale e appiattimento generale dell’umanità come Amazon o Google, solo perché sono “più abili” nella gestione economica dell’editoria. Il narrativo, quello che passa attraverso la forma romanzo, ha ancora un buon numero di estimatori e delle grandi potenzialità di crescita, anche se il bacino economico è nettamente inferiore rispetto a quello da cui attingeva anni fa, ovvero negli anni in cui deteneva il monopolio della narrazione.

140112_corde

Intervista a Christian Raimo
Hai letto l’articolo apparso su wired.it “Cari editori, non può essere sempre colpa della crisi” scritto da Cosimi? Cosa ne pensi?
Monnezza.
Nel senso?
Nel senso che riporta la fenomenologia della questione senza andare ad indagare le cause. La difficoltà delle aziende editoriali, oggi, è un dato di fatto. Dire che questa questione è solo responsabilità degli editori, per me, è fare del grillismo, non rendersi conto di quale sia il contesto sociale politico economico nel quale operano gli editori d’oggi. Quando si dànno delle colpe personali e non delle colpe legislative, sociali, economiche, non si arriva da nessuna parte. È vero, ci sono degli editori che si sono comportati male, che si comportano male, e sarebbe anche giusto fare i nomi; ci sono vari editori che non pagano o che hanno tali ritardi nei pagamenti che è come se non pagassero.
Cosimi non centra il punto della questione, ma qual è il vero punto della questione dal tuo punto di vista?
Ci sono tanti livelli del problema, diversi. Il migliore libro italiano sulla questione editoriale è un testo da me curato, non perché l’abbia curato io, ovviamente, si chiama Come finisce il libro dello scrittore Alessandro Gazoia. C’è un problema di passaggio di paradigma storico rispetto alla cultura: stiamo passando da un paradigma storico in cui c’è l’industria culturale e, poi, un’utenza, ad uno in cui c’è un’industria culturale diffusa. Questo è innegabile: oggi gli editori sono Google, Apple, Amazon. In realtà, la distribuzione ha assunto un ruolo di agenzia culturale: questo è un passaggio fondamentale. Amazon sta creando un sistema proprietario, dove la distribuzione si è reinventata come edizione, stravolgendo la funzione della lettura come agenzia educativa, agenzia critica, facendola diventare una mera industria legata semplicemente al mercato.
Martina Testa parla del concetto e del ruolo dell’intrattenimento, cosa ne pensi?
La questione fondamentale è capire come il libro si lega, da una parte, alla tradizione del libro – ed è quindi fondamentale per lo sviluppo della nostra civiltà -, dall’altra, analizzare lo sviluppo che ha avuto l’industria editoriale nella formazione civile delle società attuali. Se tutto questo viene ridotto semplicemente al funzionamento dell’industria culturale, per me, viene meno una grossa parte della politica e della civiltà di un paese. Per quanto Amazon sia iper-funzionante, non ha quel ruolo di agente culturale che deve avere un’industria culturale.
Come si fa, secondo te, per restituire un ruolo di guida all’industria culturale?
Con delle leggi, anche solo un paio, tassando chi ha dei regimi di monopolio. Ad esempio, Amazon paga le tasse in Lussemburgo, per dirne una, quindi non reinveste in Italia, nell’educazione alla lettura. Amazon crea reddito per gli azionisti, per i dividendi. Bisogna investire, con aiuti di Stato, nell’editoria di qualità. Non capisco come è possibile che la Fiat non vendendo le auto è sopravvissuta per decenni con aiuti di Stato e aziende che hanno avuto un ruolo centrale nell’educazione degli italiani non abbiano questo diritto.
Sono cresciuto in una cultura in cui il dibattito pubblico era alimentato da testi critici, saggistica, editoriali, commenti; questo è il modo in cui io ho imparato a fare cultura. Mi sembra un modo centrale di fare cultura: una posizione critica nei confronti della società, che si rinnova, che crea cittadini consapevoli. È una cultura del libro nata in àmbito umanistico, a cui mi rifaccio. Questo è indipendente dai supporti che si usano, può avvenire con la carta o con il digitale. Se penso all’eventualità che le fictions sostituiscano i libri, che Facebook rimpiazzi il romanzo: no, per me non è così. Sono forme di intrattenimento competitive, ma come dice Martina Testa, dedichiamo al libro una minore quantità di tempo. Per questo, vorrei dedicarmi a libri che meritano veramente.
Non pensi che la “narratività” si stia trasferendo su altri supporti che la accolgono molto bene? Penso a Breaking Bad, a True Detective, a House of Cards, che hanno solidissimi impianti narrativi; non credi che questo vada a prendere un posto che fino ad allora era occupato quasi esclusivamente dal romanzo di fiction?
Penso che per il romanzo questa sia una sfida ancora più interessante. Penso sia ovvio che cercheremo nella qualità di un romanzo qualcosa di competitivo con Breaking Bad. Breaking Bad è scritta da Dio, è ovvio che mi faccia appassionare. Recentemente sono andato a vedere uno spettacolo di Lucia Calamaro, che possiede una delle scritture migliori in Italia, e uscendo da lì, ho pensato che la drammaturgia italiana non sia in perdita rispetto a Breaking Bad. Ovviamente Lucia Calamaro non è una persona che ha letto solo Lacan o Proust, ma ha visto anche Breaking Bad, quindi ha pensato un teatro che sia competitivo anche con quello. Ho letto recentemente bei libri che non prescindono dall’esistenza di Breaking Bad o The Wire. Wallace ha scritto il Re Pallido dopo aver visto The Wire.
La mia domanda era piuttosto su chi avesse un ruolo preminente nel trasmettere narrazioni…
Quando eravamo piccoli, ci fu l’invasione dei cartoni animati giapponesi. Si credeva che questi cartoni togliessero completamente ai ragazzi la possibilità di leggere libri. Io passavo moltissimo tempo guardare la televisione, ma questo mi ha insegnato a leggere in maniera diversa i romanzi, a chiedere delle formule narrative altre. Dopo aver visto Breaking Bad, se trovo un noir scritto male, mi annoio. E magari mi guardo un’altra serie. Ma se trovo un romanzo che concilia la qualità della trama con una scrittura eccelsa, me lo “ciuccio da morire”. Limonov non è concorrente con Les revenantes sebbene siano scritti dallo stesso autore: sono due opere complesse e meravigliose, scritte da un autore che cerca di fare il meglio, sia come scenarista che come romanziere.
Nonostante il cambiamento di paradigma pensi che il romanzo conservi il suo posto preminente e…
…Si deve sempre reinventare. “Romanzo” vuol dire tutto e non vuole dire niente, possiede una grande plasticità: se pensiamo il romanzo… è Don Chisciotte, è Proust, ma anche Margaret Mazzantini e Daria Bignardi. Il romanzo si reinventa, rinasce dalle proprie ceneri, qualcosa di talmente classico che non morirà. Negli ultimi anni sono usciti romanzi bellissimi e la gente ha continuato a leggerli. Breaking Bad non sarebbe stato possibile senza i Demoni di Dostoevskij.
Il romanzo come simbolo di una classe sociale è definitivamente finito?
Questo non è vero. Anche le serie tv sono simbolo di una classe sociale. Pensa che 3,5 milioni di persone vedono le fiction di Raiuno e in confronto coloro che vedono Breaking Bad sono una minoranza.
Che classe sociale?
Secondo me, c’è un grande “classismo dell’intelligenza”, nel senso che la possibilità di accesso alle piattaforme più costose o la possibilità di codificare meccanismi di significato più complessi, come Breaking Bad, divide la società in maniera classista: persone intelligenti e persone non intelligenti. Tutto questo è una nuova forma di classe sociale. Noi parliamo di Breaking Bad che rivoluziona il romanzo. Ma quanta gente guarda Breaking Bad? Noi guardiamo Breaking Bad! Se vai in qualunque paese di provincia, se vai in un liceo qualunque, la gente non guarda Breaking Bad. I ragazzi stanno di fronte alla televisione, guardando una tv generalista che fa schifo. Ci sono consumi culturali per fasce alte e consumi culturali per fasce basse.
Pensi che un diciassettenne iscritto ad un istituto tecnico nella provincia di Varese non abbia visto Breaking Bad?
Penso che la percentuale sia molto limitata. Ci sono statistiche che dicono che gli under 18 del sud non hanno mai visto un film al cinema, non hanno mai fatto sport, non hanno un computer e non hanno mai letto un libro. Io insegno in un liceo “bene” e anche in un liceo “bene” l’accesso a prodotti culturali alti è una cosa che la maggior parte dei ragazzi non fa. La tv generalista, per il 95% delle persone, è la principale fonte di accesso all’informazione. Ci sono tassi di analfabetismo funzionale. L’ultima fiction della Rai, Nuova vita, ha avuto 9 milioni di persone di audience. Ogni fiction che vada bene, in Italia, ottiene tra 6 e 9 milioni di spettatori. Breaking Bad, in Italia, se lo hanno visto 100.000 persone, è grasso che cola.
Ultima domanda: secondo te la nostra esperienza esistenziale è ancora “narrativizzabile”? Il romanzo ha ancora la capacità di contenere le nostre esperienze sempre più frammentarie?
Mi sono laureato su Ricoeur, il quale pensa che le esistenze si strutturino come storie e, in questo senso, penso che ci sia un eccesso di storytelling. Oggi tutto è storia. Storia la morte, storia la malattia: c’è un eccesso di storytelling e un difetto di critica. Ovviamente, lo storytelling si adatta a varie ristrutturazioni. Oggi il romanzo deve considerare una grande quantità di sub-plot, perché non solo le nostre esistenze sono più frammentarie e meno prevedibili, ma è aumentata anche la nostra capacità di tenere insieme più livelli narrativi. Se vedi oggi una puntata di Magnum P.I. appare terribilmente noiosa con una sola linea narrativa. Una qualunque serie di oggi presenta sei o sette linee narrative e si riesce a seguirle in maniera tranquilla. Questo dipende dalla nostra percezione, che sta cambiando; è in corso la trasformazione di un’area del cervello, che si chiama “Area di Brodmann”, incaricata della funzione di multitasking, che sviluppiamo fin da piccoli giocando ai videogiochi e guardando la tv.

 

 

 

AmneZia: il libro e il progetto

2

2-Aleksei Shinkarenko [Ho incontrato Oleksandr Mykhed, ventiseienne scrittore ucraino, la primavera scorsa a Berlino, dove presentava il progetto “Amnesia” basato sul suo libro e sulla collaborazione con alcuni artisti, tra cui il fotografo bielorusso Aleksei Shinkarenko. Propongo qui un testo di presentazione del progetto e dei passi del libro tradotti in italiano. a. i.]

Amnesia project: an open platform è un progetto multimediale letterario e artistico che raccoglie numerose interpretazioni di un testo letterario e, soprattutto, elabora una concezione della memoria. Il progetto sviluppa questa concezione attraverso varie dimensioni come la musica, l’arte figurativa e la video art. Il progetto si propone di costituire una piattaforma che crei le condizioni per un dialogo creativo fra arte, musica, letteratura e il più ampio pubblico possibile. La base del progetto è AmneZia, un libro di Oleksandr Mykhed (pubblicato nel 2013) che consiste di 106 capitoli. Si tratta di una costellazione di frammenti, che nel corso della lettura contribuiscono a formare un affresco coerente. Gli elementi chiave del progetto sono la memoria personale e quella collettiva di una generazione. Amnesia è il desiderio consapevole di non dimenticare, di ricordare e di catturare la vita nella moltitudine delle sue manifestazioni.

Biografia del silenzio (saggio sulla meditazione)

12

di Pablo d’Ors

D'ors_cover9 (Todo cambia)

Uno dei primi frutti della mia pratica di meditazione è stato intuire che nulla in questo mondo permane stabile. Sapevo già prima, ovviamente, che tutto cambia, ma meditando ho preso a sperimentarlo. Anche noi cambiamo, nonostante ci incaponiamo a vederci come immutabili e durevoli. Ora vedo che questa essenziale mutevolezza dell’essere umano e delle cose è una buona notizia.

È curioso essere giunto a questa scoperta tramite la quiete. Tutto è successo come esporrò qui di seguito: meditando ho constatato che quando mi soffermavo su uno dei miei pensieri, questo svaniva (cosa che indubbiamente non succedeva quando guardavo una persona, la cui consistenza è indipendente dalla mia attenzione). A mio modo di intendere, ciò dimostra che i pensieri sono scarsamente affidabili, mentre al contrario le persone, foss’anche solo perché hanno un corpo, lo sono in grado considerevolmente maggiore. Ho deciso dunque che, da lì innanzi, non avrei più riposto la mia fiducia in qualcosa che si dilegua con tanta facilità. Ho deciso di lasciarmi guidare solo da ciò che dura ed è pertanto degno della mia fiducia. Presento che la grande domanda è: in che cosa ho fiducia?

Accettare questa costante mutevolezza del mondo e di se stessi non è un compito facile, soprattutto perché rende impraticabile ogni definizione chiusa. Noi esseri umani siamo soliti definirci per contrasto o per opposizione, il che equivale a dire per separazione e divisione. Ebbene è proprio così, dividendo, separando e opponendo, che ci allontaniamo da noi stessi. Definire una persona e non accettare la sua radicale variabilità è come rinchiudere un animale in una gabbia. Un leone in gabbia non è un leone, ma un leone in gabbia, il che è ben diverso.

Dal mio presente – e cerco di essere concreto – non posso condannare chi sono stato in passato per la semplice ragione che colui che ora giudico e disapprovo è un’altra persona. Agiamo sempre sulla base del senno e criterio di ogni momento, e se agiamo male è perché, almeno su quel punto, eravamo ignoranti. È assurdo condannare l’ignoranza passata sulla base della saggezza presente.

 

29 (Responsables de nuestro estar bien o mal)

Abbiamo l’abitudine di estendere e ingigantire i nostri sentimenti per sentire che siamo vivi, che ci accadono delle cose e che la nostra vita è degna di essere raccontata. Ovvio che la vita ci esorta, pungola e incalza tutti; ma quante delle nostre reazioni rispondono davvero alle sfide della vita e quante, invece, sono semplici decisioni mentali che hanno preso quegli stimoli come pretesto, distaccandosene però ben presto? A mio avviso, in gran parte ci inventiamo i nostri stati d’animo. Siamo responsabili del nostro stare bene o male. Quegli ampliamenti artifi ciali delle emozioni si possono controllare e perfino interrompere grazie alla meditazione, il cui proposito effettivo, così come lo concepisco, è insegnare a vivere la vita reale, non quella fittizia.

Le emozioni? Non sono altro che la combinazione di determinate sensazioni corporali con determinati pensieri. Lo stato d’animo? È un’emozione più o meno prolungata. Le emozioni e gli stati d’animo hanno il loro funzionamento, ma se ce lo proponiamo noi siamo infinitamente più forti. Possiamo non assecondare un’emozione, possiamo contrastare uno stato d’animo. Possiamo suscitare lo stato d’animo che desideriamo. Possiamo scegliere che ruolo rappresentare nello spettacolo o magari non impersonarne nessuno e assistervi come spettatori. Lo spettacolo può continuare e noi andarcene, o concludersi e noi restare. Le risorse della nostra sovranità sono impressionanti.

 

30 (El escenario vacío)

In questa prospettiva potrei definire la meditazione come il metodo spirituale (e quando dico «spirituale» mi riferisco alla ricerca interiore) per smascherare le false illusioni. Dilapidiamo buona parte della nostra energia in aspettative illusorie: fantasmi che svaniscono al toccarli. L’illusione è sempre un prodotto della mente, che ama distrarre l’uomo con raggiri, portandolo su un campo di battaglia dove non ci sono guerrieri, ma solo fumo, e stordirlo fino a renderlo incapace di reagire.

Noi che ci dedichiamo alla letteratura abbiamo molto chiaro che quel che sgorga dalla mente è morto e che invece vive ciò che scaturisce da un fondo misterioso che, in mancanza di un nome migliore, chiamerò «io autentico». Questo fondo misterioso – l’io autentico, non il piccolo io – è lo spazio da frequentare durante la meditazione. Questo fondo misterioso è come uno scenario vuoto. Proprio perché è vuoto, si riesce a distinguere quel che vi entra. Meditare è rimuovere da quello scenario le marionette illusorie per poter scorgere quel che irrompe sul palcoscenico. Tra tante marionette illusorie, abitualmente non distinguiamo cos’è reale. Perciò il compito di chi si siede a meditare è, fondamentalmente, di pulizia interiore. Ci spaventa lo scenario vuoto: tanta desolazione ci dà un’impressione di noia. Ma quel vuoto è la nostra identità più radicale, giacché non è altro che pura capacità di recepire e accogliere.

 

(di Pablo d’Ors sono stati tradotti in italiano il racconto lungo “Avventure dello stampatore Zollinger” (Quodlibet, 2011), e la raccolta di racconti “Il debutto” (AÌSARA, 2012), entrambi deliziosi, mentre resta da tradurre tra gli altri il romanzo mitteleuropeo e fuori dal tempo “Lecciones de ilusión”. Poliglotta e di formazione cosmopolita, prete cattolico (cappellano all’Università di Madrid Ramón y Cajal) e discepolo zen, d’Ors accompagna i malati terminali e le persone morenti. Si definisce lui stesso un “entusiasta melancólico” e “un escritor cómico, místico y erótico” (intervista al quotidiano ABC, 03.09.2014). La “Biografía del silencio” è uscita in Spagna con un piccolo editore (Siruela), e con il passaparola è diventata un piccolo bestseller. E’ stato ora pubblicata da Vita e pensiero (traduzione di Danilo Manera). Per i titoli dei tre paragrafi riportati (inseriti dall’autore solo nell’indice, e non nel testo) ho utilizzato la versione originale; GS)

D'ors_foto

 

 

 

 

 

 

NB: Pablo d’Ors sarà a Bookcity, a Milano, il 14 novembre (ore 17.30, Università Cattolica, L.go Gemelli 1), con Carlo Ossola, e a Trento il 12 marzo 2015, nell’ambito del Seminario Internazione sul Romanzo (SIR) di Massimo Rizzante.

Se me li sono persi: “Invisibile pittura”

5

di Eugenio Lucrezi

CORRADO COSTA, Invisibile pittura, Magma, Roma, 1973

Potremmo dire, parafrasando l’autocommento alla Storia della sarta che apre l’ “Indice ragionato” de L’invisibile pittura, che se in questa seconda metà del secolo fosse esistita la scrittura, noi avremmo certamente incontrato i Grandissimi Scrittori, e Corrado Costa tra loro. Poiché sono esistiti soltanto «arte e artifici, gruppi e divisioni, dichiarazioni e silenzi, controdichiarazioni e contraddizioni, cocktail e cocktailizzazioni, quote e quotazioni, etc. etc.», quelli che abbiamo incontrato, quelli che sarebbero stati grandissimi scrittori, erano gente in fuga, che viveva di nascosto. Come Costa, che ha «sprecato il suo tempo migliore parlando a vanvera e a casaccio di storie che stavano di qua o di là, al di sopra o al di sotto» delle Storie con la S maiuscola.

Les infréquentables: Georges Bataille

0

BatailleFinalMarch12

da L’equivoco della cultura

(due estratti dalla rivista « Comprendre » n° 16, Société Européenne de culture, Venise 1956)

di

Georges Bataille

 nuova traduzione di Francesco Forlani

Chiedo venia per aver posto dall’inizio la questione al di fuori dei soliti punti di vista. La prima forma di cultura non appare ai miei occhi la stessa che intendiamo nella maggior parte dei casi. Intendiamo infatti, abitualmente, la cultura come individuale, ma i popoli primitivi – o arcaici – hanno la loro cultura. In risposta alla domanda sui doveri dell’ « uomo di cultura », può apparire fuori luogo risalire a tempi così lontani ; tanto più che sembra fuori dall’ambito in cui la questione si ponga per noi. Tuttavia, mi pare che sia nel quadro di una tale cultura, che nomino arcaica che le relazioni – e l’opposizione – della cultura e del potere sono offerte più chiaramente.

Il potere che si oppone all’autonomia della cultura può farlo, in primo luogo, se cede il passo agli affari militari, in secondo luogo, se allo sviluppo della cultura preferisce quello delle forze produttive. L’esempio dell’Egitto mi permette di chiarirmi. La sua cultura ha il vantaggio di definirsi, necessariamente, in contrasto con la cultura individuale dei Greci. Ma soprattutto le rappresentazioni che ne tirerò fuori mi permetteranno di essere capito senza eccessivi sforzi. Non tenterò di analizzare gli elementi che emergono a sufficienza. Comincerò con la familiare immagine delle Piramidi. Nessuno dubiterà del fatto che le Piramidi siano da considerarsi tra le meraviglie della cultura. Non mi addentrerò più in dettaglio nell’interpretazione religiosa delle stesse. Mi limiterò soltanto a ricordare che hanno avuto e mantenuto il senso del trionfo del pensiero sulla morte . Questo modo di vedere la cosa è indubitabilmente una semplificazione, ma non per questo meno legittima.

Potremmo contemporaneamente, con una riflessione superficiale, collegare le Piramidi al peso della pietra e alla sofferenza di migliaia di schiavi, ma è proprio per aver trionfato sul peso e sulla sofferenza che questi edifici sono meravigliosi. In loro, l’umanità è bellezza nella sua interezza. Il dolore è bruttura, impotenza e non risponde che attraverso il non-senso alla questione instillata in noi dall’angoscia. Nella serenità delle Piramidi , l’umanità è bellezza per avere superato la disgrazia di coloro che le hanno tirate su; umanità che è bellezza attraverso l’immutata apparenza, mantenuta in quanto effetto di una sofferenza brutta e incommensurabile, che si è zittita . L’umanità non smette individualmente di morire, soffrire e rabbrividire, ma oltre la morte , la sofferenza e il brivido, può contemplarsi nel sogno che fu la vittoria del pensiero sulla miseria della nostra condizione. La nostra cultura vero è che non sempre si attiene a tale movimento d’indifferenza del vincitore. Un movimento che ci lascia tutto sommato disarmati, però se la cultura, effettivamente, ci apre poco oltre un orizzonte orribile, il suo primo passo non ne è per questo meno legato alla possibilità di un trionfo tanto perfetto. Anche se doveva mentirci a tale fine, raffigurò in primo luogo per noi questo mondo a nostra misura.

illustration1

Tale trionfo, in sostanza, fu quello del lavoro ordinato dalla cultura, ma che differisce dalla cultura nel fatto che in tutto il suo movimento, sia l’effetto di un calcolo delle cause riferite al loro effetto pratico.
Credo che non si possa mai parlare di cultura senza opporla nella sua essenza al lavoro, che solo la cultura può distogliere dall’ applicazione immediata alla soddisfazione dei bisogni. L’esempio delle Piramidi è degno di nota in quanto mostra un grande lavoro al servizio di un fine inutile, appropriato alla cultura, un fine caratteristico alla cultura, non alla ragione d’essere alla base del lavoro, quali potessero essere il macello delle prede o la costruzione di capanne per non morire. Il lavoro di edificazione delle Piramidi è nella sua essenza la negazione del lavoro; furono edificate come se il lavoro fosse stato trascurabile e potesse esserne in qualche modo insabbiato. Dal punto di vista pratico, che è poi quello del lavoro, le Piramidi sono vane quanto sarebbe oggi la costruzione di un grattacielo seguita dal suo incendio voluto senza alcuna ragione .

Tale sfida alla morte a nessuno evitò la morte, al contrario comportò molte morti accidentali. Ma il suo folle rifiuto ebbe un senso : quello della ricchezza, del lavoro dileguato, che, per il fatto di sfuggire al loro impiego utile, prendevano il valore di fine supremo. Tale ricchezza, il lavoro dileguato in effetti consacravano sovranamente il faraone morto, facendo di lui ciò che non era stato da vivo, l’immagine dell’eternità divina. È attraverso la loro sottrazione all’impiego servile che le cose abbandonano il loro senso ultimo e non sono più cose, ma riflessi divini, apparenze sovrane, cose sacre. È per porsele davanti e contemplarle, tale apparizioni, che gli uomini decisero di incarnarle nella persona di uno di loro, che da allora poteva diventare la fine di tutti gli altri, segnando il luogo dove la schiavitù veniva dissolta : all’ombra delle Piramidi, la realtà si staccava perfino dalla vita, senza fine la morte la trasfigurava .

Le Piramidi manifestano un valore della cultura indipendente dalla composizione di forze su cui si fondò la potenza dell’Egitto: la potenza, vale a dire, uno stato realizzato attraverso un esercito. Eppure tale indipendenza di principio non poteva essere assicurata in modo stabile. Sebbene la dignità di Faraone avesse un proprio valore attraverso un pensiero esteriore al potere militare, sappiamo che la designazione del sovrano poté dipendere dalle battaglie. Sono le guerre a mettere nelle mani di uno solo il patrimonio religioso di vari paesi : e la ricchezza propria a tale sovranità locale poté essere acquisita militarmente. La ricchezza spirituale, in un certo senso mistica, differiva essenzialmente dai movimenti dei carri e delle truppe. Allo stesso modo, anche se con maggiore limpidezza, la dignità di un papa non smise mai di essere distinta dai comandi dei mercenari pontifici. Si tratta da una parte di creazione della cultura, dall’altra, di una forza materiale. Non esiste che raramente forza materiale che non sia legata ad un qualche prestigio .

Però vicendevolmente, sul piano in cui ci troviamo in questo stesso istante, non c’è proprio ricchezza spirituale in grado di essere sovrana altrimenti che nella misura in cui disponga di una forza armata. In teoria, posso immaginare un potere spirituale puro, tanto che il prestigio legato a una dignità basti a  spostare  questa forza. Ma in pratica, la forza obbedisce meglio a coloro che possiedono qualità propriamente militari (fisiche o tecniche). Ecco perché non c’è potere spirituale che non possa essere inficiato dall’intervento di valori militari, vale a dire, dalla forza fisica. In cima a tutto, tuttavia, è un effetto della cultura che agisce, legato al potere che un essere ha di magnificare i valori sovrani, e di porli al di sopra del calcolo dell’interesse. In modo fondamentale, è sovrano, sul piano spirituale, colui che senza calcolare, senza tenere conto, che vuole l’irradiarsi dello splendore (i valori spirituali più recenti, che fanno la parte della morale, non intervengono che in secondo luogo ; al tempo dei faraoni, sono ancora insignificanti).

L’opposizione dei valori sovrani a valori utili è della più grande semplicità. È sempre facile da fare e questo mio quadro generale lo denuncerà. È la base della contrapposizione dei beni della cultura ai valori pratici. Su questo punto, la confusione è di norma. Spesso i beni culturali sono valutati in base al loro valore pratico: mi sembra che ne derivi uno svilimento della vita umana, ed è questa la ragione per cui scrivo queste pagine. La fonte della confusione è del resto chiara: è connessa con lo scivolamento di senso di cui parlo e che, nella misura in cui i valori spirituali si legano al potere politico, lascia gli stessi alla mercé della forza armata. Tale scivolamento  è reso ancora più pesante  dal fatto che ci sia una possibile affinità tra due realtà sostanzialmente opposte,  quella militare e quella sacra. Questa affinità è superficiale, ma non per questo senza conseguenze. Che la guerra metta la morte in gioco, e che, in essa, quanto meno nelle condizioni  della civiltà arcaica, la violenza è spesso più forte del calcolo degli interessi, pare che si accordi con sentimenti molto popolari e profondi. Questo accordo  menzognero, e profondamente infelice è responsabile in primo luogo dello svilimento che voglio denunciare. (…)

tumblr_krx75wcmoj1qzatiso1_500

Post-Scriptum

Non ho ritenuto necessario dare indipendentemente dai suoi fondamenti il senso della mia posizione ; la cultura non può considerare il problema del potere (conseguentemente quello della libertà, cioè, della resistenza al potere), fin tanto che alla base non se ne sia distaccata. Soprattutto nelle circostanze presenti, mi sembra che la politica della cultura politica debba limitarsi a capire da ogni punto di vista le posizioni avverse. In effetti è di una grande banalità dire ora che gli avversari, o si comprenderanno, o si annienteranno in uno stesso movimento. Non possono rinunciare, senza infingimenti, all’ annientamento dell’altra parte che a condizione di andare fino in fondo alla comprensione, dovendo quest’ultima fondarsi su un riconoscimento di finalità umane al di là dei mezzi della civiltà industriale. Questo non significa passività, ma pazienza nei confronti delle forze politiche che le necessità interne del loro movimento oppongono alla libertà di questa comprensione.

Mi si chiede cosa io pensi delle possibilità degli uomini di cultura” in Francia. Dal mio punto di vista, non mi resta da dire che li percepisco, sul piano della ricerca del fine, divisi come lo sono altrove. Indubbiamente la ricerca dei mezzi di sostentamento alla base della ricchezza materiale li divide ancor più. La distribuzione delle risorse decide le più o meno maggiori avversità tra i popoli. Rimane da dire solamente  che il fatto di essere un uomo di cultura” significa una qualsivoglia consapevolezza del fine che avvicina, al di là dei mezzi che dividono.

A questo proposito la cultura in Francia ha due aspetti. L’aspetto tradizionale è lo stesso che altrove. Ma il solo di cui parlerò, l’aspetto moderno e singolare che è emerso, in modo vistoso, e  che indubbiamente non smette di emergere, soprattutto in prossimità del/span> surrealismo. Questo aspetto è la sovversione. Credo che, per la sua parte vivace, l’attuale sviluppo della cultura in Francia è dominato dallo spirito di sovversione. Indubbiamente cgli spiriti sovversivi nella intolleranza dello stato di cose stabilito poterono trovarsi in accordo con la sovversione politica, e in tal modo allontanarsi dalla ricerca di fini. Che il surrealismo, per primo, abbia posto come principio la necessità di innazitutto eliminare, attraverso la rivoluzione, la divisione degli uomini in classi comunque non significa indifferenza al problema del fine. Il fine dell’ uomo, per il surrealismo, si dà nella poesia.

Si può perfino dire che l’interesse fondamentale è all’origine delle incomprensioni e difficoltà essenziali che opposero i surrealisti  ai marxisti (lo stalinismo non è l’unica spiegazione). Vero è che l’esempio del surrealismo mostra piuttosto la possibilità di molteplici disaccordi a partire dalla sovversione. Credo che questo sia un rischio superficiale, piuttosto direi  che solo la sovversione possieda per natura la capacità di aprire all’estremo la soluzione di tali disaccordi. Soltanto la sovversione   alla cultura il senso di un accordo dell’uomo con sé stesso. L’articolo che avete accettato di pubblicare mi sembra a questo proposito sovversivo, se non sensibilmente, essenzialmente : essendo il fine dell’uomo dato solo attraverso una sovversione, un rovesciamento dei valori. Non è inutile sottolineare qui tale paradosso che,  a scapito di un carattere conciliante, io stesso sono stato considerato in Francia come uno spirito sovversivo, uno dei più sovversivi, mi è stato detto talvolta!

Infine, vorrei sottolineare il fatto che, dal punto di vista dell’ eversione, il surrealismo in Francia non è un sintomo isolato ; gli scrittori più significativi, che siano passati o meno dal surrealismo“, sono stati agli inizi e indubbiamente ancora degli spiriti sovversivi. Ho implicitamente tirato in causa Breton. Nominerò Blanchot, Malraux, Char, Michaux, Leiris, Queneau, Genet (non ne citerò altri per non creare ancor più confusione). Non ne voglio trarre conclusioni affrettate, ma tale fatto,  trascurato o ignorato, mi sembra soltanto  giustificare  l’interesse che suscita lo sviluppo della cultura in Francia. Sul piano culturale, la Francia è oggi il paese della sovversione. Ora, la comprensione di cui parlo, se matura, richiede un rovesciamento. Faccio a meno, se posso, di lasciare intravedere questo nei miei scritti. Però credo che, senza un movimento violento, tradotto nella coerenza calma del linguaggio, la cultura non possa essere il fine che esige il rigore dell’ essere, ma un chiacchiericcio impotente che goda della propria impotenza.

Sento fin troppo bene quanto tale visione abbia di paradossale e insoddisfacente. Ma delle due cose l’una, se si vuole, è possibile almeno seguirmi nel presentire la necessità della questione. Se non ci si attenesse? Non ho mai trovato l’occasione di instradare quanti vogliono evitare il problema delle finalità. La cultura, a mio parere, spesso porta a fraintendimenti di ciò che essa stessa è, ma ancora più contraria alla cultura, di peggio non c’è forse l’impazienza?

 

Un rifiuto collettivo. (Appello delle ricercatrici e dei ricercatori coinvolte/i nella produzione di sapere sulle migrazioni)

2

Petizione di Gruppo ricercatrici e ricercatori migrazioniimmigrazione-4

Giorno dopo giorno riceviamo i bollettini di quella strana forma di guerra che si sta svolgendo nel Mediterraneo: di quanti siano i migranti salvati, di quanti quelli morti a partire dall’inizio di “Mare Nostrum”, l’operazione “militare e umanitaria” dispiegata nel Mediterraneo come risposta dello stato italiano al naufragio del 3 ottobre 2013, quando l’isola di Lampedusa è stata sommersa da un mare di corpi non più in vita di donne, uomini, bambini. Il calcolo delle percentuali dei morti: è a partire da questo che ci viene chiesto di formarci un’opinione sulle politiche italiane ed europee che si stanno attuando anche in nostro nome.

Si tace, però, sulle scelte e le decisioni che stanno al fondo di queste politiche.

La scelta di impedire di arrivare in altro modo a coloro che stanno fuggendo dagli  innumerevoli conflitti che costellano il nostro presente o dalle dittature dei loro paesi di origine, così come a coloro che si spostano a causa della crisi economica globale o che vorrebbero farlo per il semplice desiderio di viaggiare. La scelta di considerarli come “soggetti da salvare” in mare, la scelta, dunque, di farli diventare tutti “naufraghi” e bisognosi, per poter vivere, di navi militari che concedano loro il respiro di una sopravvivenza “umanitaria”. La decisione di continuare –  persino nell’attuale teatro di molteplici guerre, molte delle quali, inoltre, direttamente o indirettamente anche europee – ad agire i confini dell’Europa a distanza, attraverso il serrato filtro dei visti che impedisce di viaggiare con un regolare mezzo di trasporto e obbliga invece a intraprendere viaggi disseminati da mille ostacoli; meccanismo che sta alla base dello sfruttamento lavorativo e della ghettizzazione dei e delle migranti attraverso la loro “clandestinizzazione”. La decisione di mantenere in vigore il Regolamento di Dublino, che designa il primo paese di arrivo europeo come competente per la richiesta d’asilo, facendo così rimbalzare le persone da una frontiera all’altra, o lasciandole passare solo a intermittenza tra i tunnel degli accordi clandestini tra stati confinanti, come è avvenuto per mesi con i rifugiati siriani ed eritrei a partire dalla stazione di Milano nei loro viaggi verso il Nord Europa.

Certo, dal punto di vista del diritto internazionale è legale che l’Italia e l’Unione europea decidano di gestire in questo modo le proprie frontiere e le migrazioni.  E’ legale il dispiegamento nel Mediterraneo di una forza navale militare con i più sofisticati mezzi di controllo tecnologici – gli stessi usati per le guerre – per salvare coloro a cui si impone di viaggiare da “naufraghi”.

Per l’Unione europea sarà legittima anche l’operazione Triton, che a partire dal mese di novembre sostituirà “Mare Nostrum” senza neppure più l’obiettivo di salvare ma solo con quello di controllare.E sono legittimi, persino, interventi come “Mos Maiorum”, che si richiama ai costumi degli antenati per dispiegare in ogni stato membro dell’Ue un’intensa caccia agli uomini, alle donne e ai bambini “irregolari” con la giustificazione di implementare la conoscenza delle reti che organizzano i viaggi “illegali”; quelle stesse reti prodotte, in realtà,  dalle decisioni politiche di mantenere il sistema dei visti di ingresso. Un intervento che rende evidente, tra l’altro, come dalle operazioni  “militari e umanitarie” si possa passare, con assoluta coerenza e solo con un cambio degli ordini ricevuti, a quelle esclusivamente militari e poliziesche.

Le scelte politiche dell’Unione europea, in tutti questi anni, si sono inoltre concretizzate in nuove declinazioni di logiche coloniali attraverso l’esternalizzazione delle proprie frontiere,  contribuendo così a creare una mobilità selezionata e differenziata in base alle esigenze del capitale e dei singoli stati. Scelte politiche che negli ultimi tempi vengono ripensate come progetto di una “accoglienza esternalizzata” o di un “umanitario a distanza” per le persone in fuga dai molteplici scenari di guerra.

In quanto ricercatrici e ricercatori coinvolte/i in vari ambiti nella produzione di sapere sulle migrazioni ci rifiutiamo di essere complici di tali politiche di cui tutti i giorni constatiamo l’effetto: nessuno spazio di esistenza, per milioni di persone, se non uno spazio sommerso, che sia quello delle acque del mare, dei tunnel di rimbalzo tra i diversi stati europei, delle griglie di Ceuta e Melilla, degli hangar di ammasso libici prima delle traversate.

Per affermare il nostro rifiuto collettivo diffonderemo questo testo leggendolo durante le nostre ore di lezione, durante le diverse riunioni degli organi universitari a cui partecipiamo, nei convegni sulle migrazioni.Non vogliamo che sia un semplice appello e chiediamo ai nostri colleghi e alle nostre colleghe, alle studentesse e agli studenti, di sottoscriverlo con l’impegno di contribuire come noi alla sua diffusione: nelle aule, nei luoghi di studio, durante le lezioni, nelle riunioni, nelle conferenze, nelle assemblee. Chiediamo, inoltre, che il testo venga diffuso nelle Università degli altri stati dell’Unione europea e anche portato fuori dall’accademia, in tutti i luoghi e i contesti in cui oggi si produce discorso sulle migrazioni.

Un rifiuto collettivo da parte di chi lavora nell’Università, uno dei luoghi più significativi di questa produzione di saperi e della loro complicità con i meccanismi di confinamento e con le politiche di governo della mobilità.

(ottobre 2014)

Primi/e firmatari/e: Roberto Beneduce, Giulia Borri, Paolo Cuttitta, Elena Fontanari, Filippo Furri, Glenda Garelli, Margherita Grazioli, Chiara Marchetti, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra, Irene Peano,  Mimmo Perrotta, Lorenzo Pezzani, Barbara Pinelli, Cecilia Rubiolo, Devi Sacchetto, Alessandra Sciurba, Federica Sossi, Martina Tazzioli

http://www.change.org/p/european-union-european-member-states-un-rifiuto-collettivo-appello-delle-ricercatrici-e-dei-ricercatori-coinvolte-i-nella-produzione-di-sapere-sulle-migrazioni-2

cinéDIMANCHE #03 CLAUDE CHABROL “L’Inferno”

1

R30-rtk red

di Ornella Tajani

Nel folto panorama delle ossessioni, fatali «racconti personali inconsci», come le definisce Walter Siti, una delle più facilmente comprensibili, quella che si potrebbe suggerire all’ossessivo neofita che dovesse ancora farsi le ossa, è probabilmente la gelosia. Nel 1964 Henri-Georges Clouzot decise di farne il tema di un film, L’enfer: i protagonisti erano Romy Schneider e Serge Reggiani. Pare che per la sua produzione la Columbia avesse deciso di non badare a spese, scegliendo di concedere al regista ogni sperimentazione e autorizzando anche riprese esplicitamente erotiche.

L’idea di Clouzot era di sfruttare un ampio lavoro di ricerca cromatica e sonora per ricreare un’instabilità visiva che si prestasse a rappresentare la follia crescente del protagonista: la regia avrebbe dovuto incrociare continuamente il piano della realtà con quello dell’ossessione, il cui oggetto era una Romy Schneider sublime più che mai.
Il film rimase incompiuto: Reggiani, che già litigava spesso col regista, si ammalò e Clouzot fu colto da un infarto. Nel 2005 Serge Bromberg ritroverà le 15 ore di pellicola girate negli anni ’60, nel frattempo dimenticate, e ne trarrà un documentario, L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot: la sua tesi è che lo stesso tentativo di immortalare la propria ossessione (qui cristallizzata nelle forme della gelosia) abbia condotto il regista al fallimento del progetto.

Intanto, nel 1994 Claude Chabrol riprende la sceneggiatura di Clouzot e la rimaneggia: il frutto è un nuovo inferno, con François Cluzet e Emmanuelle Béart. Sebbene lontano dal capolavoro mancato di Clouzot, che si annunciava ipnotico, seducente, cinematograficamente rivoluzionario, L’enfer di Chabrol riesce a rendere bene l’evoluzione del dominio che la gelosia assume sul protagonista Paul Prieur, gestore di un albergo su un lago e sposato con la «sin troppo carina» Nelly: giocando con ronzii di sottofondo, sovrapposizioni di immagini e piani narrativi, o riempiendo di punti neri la visuale di Paul, Chabrol racconta quella graduale «negazione del reale» (ancora W. Siti) che è l’ossessione.
«Questa è l’ora magica – viene annunciato a Paul all’inizio del film -, quella in cui le cose sembrano sempre uguali, e però si sente che sta cambiando tutto»: chi parla è uno degli ospiti più fedeli dell’albergo, un cameraman amatore sempre a caccia di qualcosa da riprendere, interpretato da Mario David. L’indizio prolettico è evidente, e di lì a poco infatti tutto cambia. Seppur un po’ lento in alcuni punti, e in brevi tratti pesante come solo l’ossessione sa essere, il film mi sembra restituire perfettamente allo spettatore la vertiginosa percezione del passaggio dalla felicità dell’amore alla gelosia, alla psicosi.


 

A spasso con gli Zombie

4

di
Igiaba Scego

ZOMBITUDINE Elvira Frosini E Daniele Timpano foto Sefora Delli Rocioli
ZOMBITUDINE Elvira Frosini E Daniele Timpano foto Sefora Delli Rocioli

 

Passo lento. Claudicante. Volti assenti. La strada è quasi vuota. Il gruppo avanza, lentamente, inesorabilmente. Qualche passante si gira, osserva, cerca di capire, non capisce. Due turisti israeliani chiedono alla polizia: “Ma stanno male questi? Perchè camminano così?”. Molti sono scioccati dalla presenza dei preti alla testa del lento corteo. “Perché dei preti scioperano? Il Vaticano ora fa pure scioperare?”. Ognuno cerca di leggere quei corpi con le proprie lenti, la propria angolatura di pensiero.

Il corteo avanza. Lento. Punti interrogativi si formano sopra la testa delle persone. “Oh povera Italia” dice qualcuno “siamo davvero ridotto così?”. I più giovani pensano invece ad Halloween che molti però pronunciano Aulin come la medicina. I giovani sghignazzano. Le turiste tedesche sono le più entusiaste. Una grida “Ehy guardate! Gli zombie! Gli zombie”. Qualcuno tira fuori gli smartphone. Ed ecco che un fuoco di flash colpisce il lento corteo dei non morti.

Il passo non cambia. È lento. Un passo che non sa che fare di se stesso. Avanza, ma perché non c’è alternativa. È come in quella gag dei Monty Python, The ministry of silly walks, dove ognuno cammina come gli pare. E poi ci sono i cartelli. In un primo momento sembrano solo cartelli eccentrici, qualcosa su cui farsi sopra una bella risata. Ed ecco che uno zombie, perché di zombie si tratta, mostra quasi con orgoglio il suo “Mangio solo vegani”. Una signora si arrabbia. È vegana. Si sente offesa. Altri invece appunto ridono. Ma poi guardandoli da vicino questi cartelli non sono poi così allegri. “Marcio su Roma” per esempio inquieta, perturba l’anima e in un attimo la città intorno diventa aliena.

Il lento corteo si dirige verso Montecitorio. Verso il palazzo. Verso il potere. Sembra quasi una scena di Zombie 2 di Lucio Fulci, quando gli zombie di Matul si avviano a invadere New York. Anche loro vogliono invadere il palazzo?

Cosa vogliono fare? Qual’è la loro meta? E il loro scopo?

In realtà di mete questo attraversamento urbano stile zombie ne ha avute molte: Via del Governo Vecchio, Via del Pigneto, Piazza Navona, Campo dei Fiori, Piazzale Aldo Moro. E in generale il lavoro ha toccato un po’ tutta Italia: Rieti, Asti, Milano, La Spezia. Il laboratorio Corpo Morto diretto da Elvira Frosini e Daniele Timpano è legato allo spettacolo teatrale Zombitudine http://zombitudine.wix.com/zombitudine, della stessa compagnia, che andrà in scena nell’ambito di Roma Europa Festival al teatro dell’Orologio dal 2 al 23 Novembre a Roma. La figura dello zombie è il centro di tutta la narrazione. Uno zombie che è legato all’attualità del nostro presente statico, ma anche alla forza di una subalternità che non si arrende all’evidenza.

In Zombitudine si affronta un vuoto” ci dice Elvira Frosini con la sua voce calda e profonda “un vuoto fatto di paure mutevoli che non sai dove indirizzare. Ed è così che l’emotività liquida in cui siamo produce una grande rabbia, una grande sensazione di ingiustizia. Però c’è anche l’impossibilità assoluta di reagire. Per questo si produce una rabbia repressa che noi nello spettacolo definiamo rabbia educata”.

Ma lo zombie non è solo immobilità. È paradossalmente anche azione.

10606132_10203189795048595_2060249266244248631_n

Per preparare lo spettacolo Elvira Frosini e Daniele Timpano si sono letteralmente “sciroppati” migliaia di film horror, da Romero a Walking dead, ma hanno anche riflettuto molto su “Sora nostra morte corporale” ed ecco che il Saramago di Le intermittenze della morte o Jean Baudrillard di Scambio Simbolico e la morte fanno capolino nella loro riflessione.

Lo zombie poi a vederlo da vicino abbraccia una categoria Gramsciana. È il subalterno per eccellenza. Colui che è stato domato, sodomizzato, privato della sua umanità. Non è un caso che la parola sia di origine africana. Originariamente zombie nella lingua Bantu del Kikongo indicava l’idolo,mentre nel mondo Kimbundu zombie, nzambi, era uno degli appellativi del Dio serpente. La parola è poi approdata attraverso le navi negriere, e il dolore incommensurabile di chi era stato reso schiavo, nelle isole di Haiti dove ha cominciato ad indicare i non morti, i non più vivi, esseri a metà telecomandati da uno stregone, il bakor, che poteva fare di loro ciò che voleva.

La connessione tra lo zombie e la subalternità coloniale è evidente. Lo zombie non poteva morire perchè il potere lo voleva attivo, da sfruttare. Lo zombie serviva come lavoratore nei campi di cotone, come corpo da stuprare, come essenza su cui riversare le proprie frustrazioni. La non morte era di fatto la condizione coloniale. Lo zombie poteva in questo senso solo subire. Però poteva anche essere il catalizzatore di paure che il potere aveva verso le masse. Gli zombie potevano fare massa, il subalterno poteva unirsi, come nel quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo e forse cambiare la civiltà. Lo zombie era il dannato descritto da Frantz Fanon che reclamava finalmente la sua terra.

Elvira Frosini, con il collega e il compagno di vita Daniele Timpano, è consapevole di tutto ciò, consapevole delle varie letture che attraversano il corpo zombie.

Chi sono questi che arrivano? Che succederà? Da una parte è il mondo povero che arriva, ma anche la casta che ci sfrutta. Lo zombie è uno scatolone che contiene un po’ tutto. Cambia a seconda di chi lo guarda. È una figura che può essere ambivalente. Da una parte è una minaccia e dall’altra una figura salvifica. Questa figura nello spettacolo slitta continuamente da una cosa ad un’altra. A volte li descriviamo belli, eleganti, fascinosi, con gli abiti firmati, mentre altre volte sono sporchi, cenciosi, puzzano. Arriviamo a descriverli anche in fase di decomposizione”.

Zombitudine a Montecitorio foto di Laura Toro
Zombitudine a Montecitorio foto di Laura Toro

Ora il lento corteo è arrivato davanti al palazzo. Sembra quasi impossibile, ma sta succedendo. Intorno i lavoratori del porto di Taranto che protestano per i tanti problemi che attanaglia una dei più grandi snodi navali del Sud. C’è anche la polizia. Parecchi giornalisti. Gli sguardi sono in parti divertiti, in parte perplessi. Quando Daniele Timpano prende in mano il megafono e comincia a fare il suo discorso l’aria si fa improvissamente rarefatta. Il momento è serio. “Marciare, non marcire” urla Timpano al palazzo. Un brivido attraversa la schiena dei manifestanti di Taranto. È proprio il loro sguardo quello che diventa più serio. Al “Mortacci vostri” scandito dallo zombie Timpano scatta un applauso fragoroso. Ma quel “Mortacci vostri” non è solo un’accusa al palazzo. È un’accusa anche all’immobilità degli italiani. Alla società nel suo insieme.

Lo zombie” sottolinea Elvira Frosini “può avere una funzione salvifica proprio grazie alla sua basicità, alla sua inabilità. In fondo tutto questo è una sorta di rifiuto/rifugio da un mondo troppo complesso, veloce, che ci vuole sempre pronti, sempre svegli, sempre dentro, sempre sull’onda. È una lentezza che aiuta a prendere distanza, prendere contatto con se stessi”.

Zombitudine è legato idealmente ai lavori precedenti della compagnia, Digerseltz e Aldo Morto. Ma mentre in quei spettacoli l’approdo era il vuoto, con Zombitudine Frosini-Timpano affrontano l’interno di questa bolla inspiegabile. E poi anche se il tema storico non è esplicitato (rispetto ad uno spettacolo come Aldo Morto legato ad un riconoscibile, nonché famoso fatto di cronaca, quello del rapimento Moro), la storia è il collante dell’intero spettacolo. Frosini e Timpano mettono in scena di fatto la propria (ma anche la nostra) perturbante relazione con la storia. La citazione di Franco Moretti “il represso, dunque, ritorna: ma travestito da mostro” è perfettamente applicabile al lavoro di Frosini-Timpano.

Ed ecco che ogni zombie racchiude in sé le umiliazioni di una storia italiana fatta di omertà, ingiustizie, stragi, corruzione.

Timpano finisce il suo discorso. La platea spontanea che si è formata intorno a lui applaude. Quel battere di mani frenetico e insensato è in quel momento un atto estremo di liberazione. La tensione è alta. Ed ecco che parte l’inno di Mameli. Nessuno degli zombie canta. È il segnale che si deve lasciare la postazione. Una marcia al contrario questa volta dando le spalle al palazzo.

Perchè forse non è lì la soluzione.

 

“Tutti assolti? Allora Stefano è vivo!”

15

Il 31 ottobre 2014 la Corte d’Appello di Roma ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati – medici, infermieri e agenti di polizia – del processo per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 nel reparto protetto dell’Ospedale Sandro Pertini, sei giorni dopo il suo arresto. In primo grado nel 2013 erano stati condannati cinque medici su sei per omicidio colposo, ma ora la giustizia ha assolto anche loro. La famiglia Cucchi ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema di Cassazione e farà causa al Ministero della Giustizia.

Class enemy : Kant torna in cattedra

1

di Mattia Maistri

class enemyL’opera prima di Rok Bicek ha una trama piuttosto semplice: un professore di tedesco, Robert Zupan, sostituisce una collega in congedo di maternità in un liceo sloveno.
Da quel momento in poi, tutto il film ruota attorno al difficile rapporto tra l’uomo e la classe, esasperato dal tragico suicidio di una studentessa e dalla ribellione degli studenti che attribuiscono al docente la responsabilità dell’accaduto. Il conflitto acuisce la sua asprezza giorno dopo giorno, nella completa incapacità dell’istituzione scolastica di trovare il bandolo della matassa.
Matassa che si sbroglia da sola in un finale che non ha nulla di epico o eclatante, ma che pone i due soggetti (classe e docente) per la prima volta a confrontarsi su un orizzonte comune, benché conciliante nell’inevitabile separazione.

Se il film offrisse soltanto la narrazione di un’amara vicenda generazionale, potrebbe tranquillamente finire nel calderone dei film sulla scuola, senza infamia e senza lode. Ma è proprio la sua capacità meta-narrativa a renderlo un’opera apprezzabile e stimolante.
Lo scenario è così inquadrato: sullo sfondo gli studenti, divisi nelle loro peculiarità e bassezze adolescenziali, privi di riferimenti che non siano le etichette del “si dice” o del “si deve” – i trasgressivi e gli obbedienti – e, davanti a loro, la sfilata dei veri padroni della scena, gli adulti, che il regista è riuscito a trasformare in efficaci metafore dei portatori di senso, con i quali gli studenti si incrociano in una caotica e inconsapevole ricerca di risposte.
Le caratteristiche degli adulti sono costruite al fine di delineare dei “tòpoi”, alle prese con un reale al quale attribuire significato.
Troviamo così l’utilitarismo cinico di una preside che si affanna per far tornare la calma apparente che accontenti tutti; il sentimentalismo ottuso della docente in maternità che, da perfetta anima bella, crede che basti un poco di zucchero per far ingoiare l’amara pillola dell’esistenza; la schizofrenia etica dell’insegnante di educazione fisica che alterna rigore e pettegolezzo, distacco e seduzione, in un’alternanza priva di coerenza e soggetta agli istinti del momento; l’egoismo autistico dei genitori, incapaci di affrontare i figli senza essere autoreferenziali.
Infine, l’illuminismo prussiano del professore di tedesco: perfetta immagine di un Kant redivivo, giunto in una classe del XXI secolo a gettare un sasso che non sia preda dei flutti della cosiddetta società liquida.
Al pari del romanticismo esistenziale del professor Keating ne “L’attimo fuggente” e del sociologismo tragico (figlio di Adorno e Marcuse) del professor Wenger ne “L’onda”, l’illuminismo kantiano del professor Zupan supera i confini del lungometraggio e diventa strumento per scardinare la realtà del senso comune.

Mentre tutti gli altri personaggi, studenti in primis, sono preda di condizionamenti, sia interni che esterni, che ne offuscano la capacità analitica, generando un crescendo incontrollabile di drammi e frustrazioni, il rigore razionale di Zupan, fedele alla lezione kantiana, non mostra segni di cedimento, anche quando è facilmente equivocabile, anche quando impedisce qualsiasi forma di empatia, anche quando, masticando uno “stronzo” che riemerge dal lontano vissuto scolastico, ti fa trasalire sulla sedia del cinema.
Zupan è il vessillo della ragione decarnificata, libera dagli orpelli individuali che producono alibi, moventi e paraventi alle nostre dipendenze.
La forza con cui prende forma l’imperativo categorico della ragione soffoca le emozioni che – in poche scene – il professore sembra provare.
Perché non c’è spazio per i condizionamenti ma solo per la riflessione pura, scevra da buonismi o isterismi e svincolata da odio o pietà.
E al pari del filosofo sbeffeggiato e, infine, ucciso nel platonico mito della caverna, il kantiano Zupan offre agli studenti una lezione di libertà, capace di tracciare una via d’uscita alla cultura del nozionismo (utile alla carriera) o del miope relativismo per cui “tutti la pensano come cazzo vogliono”.
Acquisire la consapevolezza che, nonostante gli avvenimenti che singolarmente ci colpiscono, sia possibile vivere da uomini tra uomini, è più di uno spiraglio di luce per coloro che ogni giorno entrano in classe. E’ il filo di Arianna grazie al quale scoprire che una comunicazione è sempre possibile. Senza dover invocare roghi o ghigliottine.

Non perdiamo la testa. Il doveroso e vano tentativo di difendervi da Allam e le firme de Il Giornale

43

di Lorenzo Declich

E’ venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto “Controcorrente.it”.

Trattasi di un editore che promuove in questi giorni “Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica” di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin.

L’ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il “XXII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta”.

Com’è di moda presso una certa qual destra, questo editore millanta un’operazione culturale “contro” il pensiero dominante.

Invece, come vedremo nel libro curato da Marco Zucchetti, mira alla pancia dei lettori, un luogo del corpo che spesso comanda su cuore e cervello.

E fa sfracelli.

***

Il libro è uscito martedì 21 ottobre.

Il titolo gioca sull’idea che quelli di Daesh (IS, ISIS, ISIL, Stato Islamico) siano principalmente “tagliatori di teste”.

Vedremo poi come alcuni autori maneggeranno il tema.

La pubblicità del libro, il cui claim recita “2014 l’anno dei tagliagole”, ritrae James Foley in ginocchio vicino al boia britannico di Daesh.

Ieri, giovedì, Diane, la madre del giornalista giustiziato, ha querelato “Il Giornale”: “La decapitazione di mio figlio usata come pubblicità di un libro”.

Poteva bastarmi, in effetti. Potevo fermarmi qui, dicendomi: “gli sta bene”*.

E invece no, non mi è bastato.

Mi sono messo in testa di leggere il libro.

Ma pur essendomi piegato all’idea di acquistarlo e avendo poi effettivamente raggiunto l’edicola col denaro necessario (l’idea di doverlo comprare era già una sconfitta per me), ho trovato che era esaurito.

Parliamo di edicola di Testaccio, uno di quei leggendari “bastioni della sinistra” della città di Roma.

L’edicolante era distrutto, mi ha guardato con mestizia, io ho voluto specificare la mia posizione di lettore critico, mi ha detto che forse ristampano il volume e ciò ha prodotto in me una lacerazione interiore.

Ho pensato all’Italia.

Oggi, venerdì, ho cercato in un’altra edicola. Esaurito.

Poi in un’altra edicola ancora, e un’altra ancora.

***

Eccolo qua, ‘sto libro.

La copertina recita “Non perdiamo la testa, il dovere di difenderci dalla violenza dell’islam”, Magdi Crisiano Allam e le firme de il Giornale.

Giro il libro.

Firme, in ordine alfabetico: Francesco Alberoni, Magdi Crisiano Allam, Fausto Biloslavo, Luca Fazzo, Vittorio Feltri, Stefano Filippi, Alessandro Gnocchi, Giordano Bruno Guerri, Paolo Guzzanti, Ida Magli, Gian Micalessin, Fiamma Nirenstein, Alessandro Sallusti, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Avrò un bel da fare, temo.

***

Prima che iniziate a leggere questa mia esamina voglio che sappiate che non è la prima volta che mi avventuro in un’impresa del genere.

Anzi, guardo a questo libro con occhi stanchi.

Ho tenuto un blog per diversi anni in cui mi occupavo anche di ciò che definivo “islam percepito“.

Di Magdi Allam ho scritto, eccome, cercando di non essere cattivo ma, a volte, non riusciendovi.

Di Fausto Biloslavo ho annotato qualche attività, fra cui quella di intervistare Gheddafi durante i giorni della guerra in Libia.

Anche Vittorio Feltri compare nel mio vecchio blog perché, oltre a essere Vittorio Feltri, è anche autore di un libro dal titolo “Il Corano letto da Vittorio Feltri”.

Ida Magli per me è una vecchia conoscenza, in effetti.

Gian Micalessin ha iniziato a comparire sul mio radar già nel 2011 ma mi si è manifestato in tutto il suo fulgido strabismo destrorso più avanti, quando ha iniziato ad andare in Siria da embedded, sposando in toto la versione della realtà fornita dalla propaganda di regime.

Conosco bene la prosa di Fiamma Nirenstein, per me fino a ieri era roba passata.

Posso dire con certezza che le persone qui citate sono parte di una banda di haters abbastanza ampia, la cui sociologia è ancora tutta da scrivere ma che ha i propri santi e santini.

OrianaFallaci, prima di tutto. Poi Bat Ye’or, Geert Wilders, Ayaan Hirsi Ali e tanti altri.

E’ un mondo popolato di borghezi di vario genere, entrando nel quale prima o poi si arriva a parlare del boia di Utoya, Anders Behring Breivik e di una destra parafascista che pullula di “controjihadisti” e lancia l’allarme “Eurabia“.

Al tempo avevo deciso di collocare le mie osservazioni nella categoria “destre e islam“.

E’ un tema ampissimo, spinoso e posso dire di non essere riuscito a tracciarne confini certi, anche perché – udite – la melma tracima a sinistra.

A un certo punto ho chiuso il blog per motivi di pulizia mentale.

Ho la certezza, però, che “Non perdiamo la testa” rappresenta una rassegna dei temi principali usati da questi haters, quindi mi sento quasi in dovere di fare ciò che sto per fare, cioè leggere questo libro e commentarlo, anche se farlo è per me una tortura: conosco i miei polli, le loro manipolazioni, so quanto riescano a offendere le intelligenze, quanto letali siano le tossine che rilasciano, quanto senso di malessere trasmettano.

***

Ancora un preliminare.

Grazie alla mia pregressa attenzione sul tema ho imparato a far buon uso di alcune parole.

Non userò “islamofobia” perché il concetto, se inteso in maniera generica, è scivoloso e offre molti appigli retorici non sempre controllabili.

Vedremo come ci gioca Magdi Allam, ma è bene sapere che diversi sono gli attori politici e culturali che lo usano.

Fra di essi ci sono anche musulmani retrogradi, reazionari, maschilisti che ponendosi come vittime dell’islamofobia cercano di dar leggittimità, in chive politica, alla loro specifica e sordida idea di islam.

***

Bene, indossato lo scafandro dell’espertone di haters controislamici entro dentro.

So quando entro, non so quando esco, soprattutto non so se e come ne esco vivo.

Secondo la presentazione:

l’Occidente che si era illuso di poter convivere pacificamente con l’islam, ha riscoperto il terrore dell’estremismo, ma sembra aver rinunciato a combattere” (Occidente maiuscolo e islam minuscolo).

Perché, effettivamente, questa chiarissima entità chiamata “Occidente” è dotata di sentimenti, dunque è capace di illudersi, riscoprire e rinunciare.

Un’entità che, seguendo il filo del copertinista, è una “civiltà” di nome Occidente.

Una “civiltà” che “soffre” di tanti “mali”, proprio come una persona soffre di epicondilite acuta, reumatismi, demenza senile.

Ci collochiamo alla fine dell’800, insomma, e la globalizzazione proprio ci rifiutiamo di prenderla in considerazione.

Pensiamo che esistano delle civilità, che queste civiltà abbiano una nascita, un’apogeo, un declino.

Nel caso della civiltà occidentale questo declino sembra interminabile, da più di un secolo viviamo nel crepuscolo “dei valori” e “delle identità”.

E tutto ciò avviene a causa di strani “mali” emersi come cancri nelle nostre coscienze: il politically correct, la paura di passare per razzisti, la sudditanza psicologica del relativismo culturale.

***

La prefazione di Alessandro Sallusti ci annuncia che c’è una vittima, Magdi Cristiano Allam.

Quest’uomo ci aveva avvertito, ci aveva detto che dietro le “primavere arabe” si celava il mostro, e che il mostro ora ci vuole mangiare.

Non dovevamo farci ingannare dai sinistrorsi: il levantino che chiede libertà, giustizia sociale e democrazia è un truffatore, ha un secondo fine, anche se poi muore per mano di un altro levantino sotto un barile bomba o sparato da un militare o un poliziotto anch’essi levantini.

E a dircelo era proprio uno che lì ci è nato.

Ma noi non l’abbiamo voluto ascoltare.

Siamo stati buonisti.

Ora nel “mondo arabo” (non islamico, proprio arabo) l’odio verso l’Occidente è soverchiante dobbiamo difenderci perché in pericolo siamo noi e i nostri figli.

E questo libro, al quale contribuiscono un manipolo di eroi della nostra cultura, della nostra identità e della nostra democrazia, vuole rappresentare un piccolo ma significativo passo in difesa dei nostri paesi.

E, testuale, del mondo intero.

Un libro che insomma va Controcorrente (anche se è esaurito in 8 edicole su 9 a due giorni dalla sua uscita).

Nessuno, tranne questa nostra pattuglia di indomiti combattenti, ha detto niente, nessuno ha scritto niente.

Invece loro erano lì, asserragliati nel fortino, mentre orde di buonisti morbosi svendevano la loro identità, la loro cultura, la loro democrazia.

E processavano Magdi Cristiano Allam.

***

Ci siamo, qui impatto il capitolo 1, in cui Allam spiega di dover addirittura subire un processo per istigazione all’odio razziale da parte dell’Ordine dei giornalisti.

Secondo Allam, l’Ordine ha “recepito e fatta propria la strategia dei militanti islamici”.

Secondo Allam, che non è nuovo a un particolare genere di elucubrazione paranoica basata su una distorta percezione dei fatti, una sua condanna presso l’Ordine dei giornalisti porterebbe in tempi brevi all’introduzione di una legge che punisce il reato di islamofobia in Italia.

Una legge di cui – è bene saperlo – non c’è assolutamente bisogno e che nessuno ha mai neanche immaginato di introdurre, perché in Italia esiste il reato di istigazione all’odio razziale (la legge Mancino, 205/1993), che basta e avanza.

E perché abbiamo una Costituzione, i cui articoli 2 e 3 (non, per dire, gli articoli 890 e 1247) parlano chiarissimo.

Una legge che, fra l’altro, potrebbe anche essere criticata perché delega al potere giudiziario la gestione di un problema multiforme e fenomenologicamente variegato che, di regola, dovrebbe essere combattutto nella società, cosa che non avviene.

Una legge che, in ultimo, permette ad Allam di farsi vittima, qualora qualcuno lo denunci.

Per lui, però, il fatto è un altro, e cioè che l’Organizzazione della cooperazione islamica, la lobby costituita dai governanti di 57 paesi a maggioranza musulmana presso l’ONU che Allam lega erroneamente e in malafede all’organizzazione dei Fratelli Musulmani, userebbe questa ipotetica legge per riuscire nel suo malefico intento: introdurre nel mondo il reato di blasfemia “che comporta la pena di morte per chiunque oltraggi il Corano e offenda Maometto”.

Cioè, in altre parole, un processo presso l’Ordine dei giornalisti italiano porterebbe all’introduzione della pena di morte per blasfemia nel mondo.

Secondo Allam questo processo è di rilievo “storico” e per lui è “un onore esserne protagonista”, perché in gioco c’è l’Italia di:

S. Benedetto, S. Francesco, Marco Polo, Dante Alighieri, Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei, Antonio Vivaldi, Alessandro Volta, Giuseppe Verdi.

Tutti combattenti per la libertà e la democrazia e l’identità, vien da dire.

Tutti personaggi processati dall’Ordine dei giornalisti.

Specialmente Marco Polo ma anche, e un bel po’, Cristoforo Colombo.

Nel delirio che segue, Allam spiega di essere stato il primo “a spiegare all’Italia” il rischio che correva, il primo a chiarire che “i musulmani possono essere moderati come persone se rispettano i valori fondanti della nostra comune umanità e le regole laiche della civile convivenza, ma che l’islam non è moderato come religione, è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”.

Aggiunge poi che questa è “una realtà” che conosce molto bene, essendo nato in un paese a maggioranza musulmana, da una famiglia musulmana, essendo stato musulmano per 56 anni, essendosi specializzato nello studio dell’islam. E, senza citare la sua conversione, conclude: “ecco perché è assolutamente infondato anche semplicemente ipotizzare che io possa essere islamofobo”.

Nel suo caso, dice, si può parlare di un “individuo anti-islam” non di un “islamofobo”.

Dice che il processo non è legittimo perché questo è un paese in cui tutti dicono quello che vogliono e anche lui può farlo, istigando all’odio razziale.

Dice che l’inquisizione islamica non lo fermerà e che è pronto ad affrontare il martirio (“inteso laicamente come il sacrificio della propria vita”) nel processo.

Dimostrando di non essere islamofobo, immagino.

E qui passiamo al secondo capitolo che Allam intitola – non sto scherzando – : “perché non possiamo non dirci islamofobi”.

***

La cosa fa ridere, oggettivamente.

Non so come si chiama una cosa del genere in drammaturgia ma un nome per questo ribaltamento ci deve essere.

Comunque: trattasi di roba d’accatto, un collage stile Anders Behring Breivik, autore di un memorabile copiancolla di 1518 pagine dal titolo: “2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza”.

Esordisce con un:

ricordiamo che la condanna dell’islam e di Maometto è parte essenziale della fede

Ma a me, che del cristianesimo conosco perlomeno i fondamentali, questa cosa proprio non risulta.

Scorrendo ad esempio il Credo, cioè la professione di fede (oltre che la preghiera cattolica più in voga da diverse centinaia di anni dopo il Padre nostro), non trovo citati islam e Maometto.

Chissà perché.

Seguono nel capitolo un elenco di citazioni di personaggi che hanno parlato male dell’islam, da San Giovanni Damasceno (650 d.C.) a Oriana Fallaci (2006 d.C), la più famosa cristiana della storia.

E’ da (Sant’)Oriana che riattacca Vittorio Feltri, nel capitolo 3.

Bel collegamento, complimenti.

***

Oriana Fallaci come dice il titolo, è lanciatrice di una “profezia”.

Feltri ricorda

il giorno in cui la Fallaci mostrò all’Occidente il volto feroce dell’islam

Era il 29 settembre 2001, pare.

Era stata zitta per un po’, Oriana, ma decise quel giorno di farsi di nuovo avanti.

Fu per lei “una nuova vita”.

Una donna che fino al 2001 si definiva “atea” e dopo il 2001 “atea-cristiana” (una definizione – questo lo dico io – in cui possiamo ritrovare, già da qualche anno, personalità del calibro di Giuliano Ferrara, “l’ateo devoto”).

Trovò in Ratzinger, così come fu per Allam che da questi fu battezzato, “il leader della riscossa” (anche in questo Oriana e Giuliano si somigliano).

Morì guardando la cupola di Santa Maria in Fiore.

Cosa ciò significhi non lo so. Sarà un’allegoria.

***

La lettura di Feltri ha lasciato molti danni in me.

Mi rivolgo dunque verso il capitolo 4 con fatica, imbattendomi in un’altra delle grandi donne italiane del XX secolo, Ida Magli.

Una studiosa secondo cui l’islam è “la religione della sopraffazione”, una religione in cui alberga un “significato sacrificale dell’uccisione degli infedeli”.

Magli si concentra sul taglio della testa in quanto cosa orribile e inumana e in quanto “cosa religiosa”.

Si concentra dunque su un’invenzione perché nell’islam non v’è significato sacrificale nell’uccisione degli infedeli.

Sempre che non si voglia cercare fra microscopiche sette che forse individueremmo.

Sono sincero: questo dire una scemenza proprio in principio di trattazione rende la lettura abbastanza indigeribile.

Ma allo stesso tempo mi autorizza a una certa superficialità, facendomi convergere sul tema “Magli in quanto antropologa“.

Un’antropologa “selezionista”, si direbbe, visto che per dimostrare le sue ipotesi seleziona dal Corano solo i “versetti della guerra” scartando tutti i “versetti della pace”.

Un’operazione torbida o forse soltanto stupida, portata avanti con un tono pseudo-accademico, che a un certo punto va terminando con questo enigmatico versetto profetico:

I nostri maschi stanno morendo. O quelli musulmani moriranno insieme ai nostri, oppure si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno.

***

Cado per inerzia sul capitolo 5.

Qui il legame associativo col capitolo precedente si perde, non c’è gancio, il libro perde ritmo. Il moto inerziale è destinato a terminare e la lettura si fa affannosa a prescindere.

Ci si mette poi di mezzo Fausto Biloslavo, che ricopre il lettore di masticatissimi luoghi comuni destrorsi-complottardi: gli americani hanno sempre sbagliato tutto, le “primavere arabe” erano una farsa, Gheddafi era buono, anche Asad è buono.

Contro Daesh ci sono due possibilità, “calare le braghe” stipulando un patto di non belligeranza “previsto dall’islam”, o raderli al suolo.

Notare l’astuzia: nel discorso il Nostro include “qualcosa di islamico”, ovvero un fantomatico “patto di non belligeranza previsto dall’islam”, per accreditare quelli di Daesh come interpreti certificati dell’islam stesso.

Ma il fatto è che nessuno ha intenzione di trattare islamicamente Daesh.

Questo trattare islamicamente Daesh è un qualcosa su cui sono d’accordo soltanto lui, i suoi amici-che-non-perdono-la-testa, e gli stessi militanti di Daesh.

Il resto del genere umano, invece, pensa che non si debba dare alcuna patente, islamica o meno, a Daesh.

Anche i grillini hanno ritrattato.

***

Arriviamo finalmente a Francesco Alberoni, nel sesto capitolo.

Ah, non aspettavo altro.

Qui leggiamo Il Sociologo – corbezzoli – scoprendo che:

il proselitismo islamico fa colpo in Occidente come il marxismo negli anni di piombo

Alberoni ci suggerisce, di conseguenza, che nel periodo storico che intercorre fra l’opera di Marx e gli anni ’70 del XX secolo il marxismo non aveva fatto colpo?

Non proprio: spiegherà più avanti che si trattava di un “revival marxista”.

Il capitolo esordice con un perentorio:

tutti i movimenti islamici nascono come risposta al declino dell’Impero ottomano, con l’occupazione dei suoi territori ad opera degli europei

Forse Alberoni, affermando questo, ci comunica che il wahhabismo, nato in tutt’altra maniera, non è un “movimento islamico”?

Scopriamo più avanti che per lui il wahhabismo nasce in Iraq, non nel Najd, e quindi facciamo due più due: Alberoni sta platealmente improvvisando, di movimenti islamici non ha alcuna seppur vaga conoscenza.

Purtroppo però il testo prosegue con una “storia dei movimenti islamici” la cui analisi – viste le premesse – risparmio a me e a voi.

La teoria, che se devo essere sincero ho fatto molta fatica a estrarre, è che il “jihadismo è una rivoluzione dei giovani musulmani” che ricorda il nazismo ma anche e soprattutto “la corsa dei giovani verso il comunismo dopo la rivoluzione sovietica”.

E’ per questo che attrae tanti giovani in Occidente.

***

Leggere Alberoni è stato brutto.

Sono ancora vivo, ma disossato.

Al capitolo 7 cozzo contro lo scoglio di un titolo che scimmiotta simpaticamente il titolo di un famoso romanzo: “il senso del califfo per barba e coltello”.

Il titolo del famoso romanzo è quanto di più scimmiottato vi sia al mondo e la cosa mi lascia addosso una sensazione di appiccicaticcio, aumentando di molto il fattore “stanchezza percepita”.

Il titolo introduce a meraviglia il pezzo di Stefano Zecchi, che si esercita nell’arte del ricamo sugli elementi della propaganda di Daesh per dirci con quello che ritengo egli pensi essere “stile”, quanto i barbari di Daesh riescano ad essere cattivi, inumani ed efferati.

Letteratura di appendice: il contenuto informativo non supera lo zero.

Non è una lettura facile, inizio a saltar pagine.

***

Di paura in paura incappo in Gian Micalessin, un giornalista che ha in comune con Biloslavo la passione per Gheddafi e Asad.

Lo spauracchio sventolato, stavolta, è il terrorista nascosto fra i migranti.

Altro vecchio tema, si dirà, ma stavolta trattato con materiali nuovi.

La Libia con Moammar era un posto civile dove si viveva bene. Oggi c’è il califfato.

Ci ritroveremo con bombaroli dappertutto.

***

Segue Fiamma Nirenstein, che si occupa, guarda un po’ che novità, di difendere Israele.

Anche qui sono messo alla prova: il tema è vecchio così come il personaggio e la prosa.

Avrò letto almeno una trentina di questi suoi concentrati di odio.

Sì, i materiali sono parzialmente nuovi: Nirenstein, al contrario di Micalessin e Biloslavo, cita i 240.000 morti fatti da Asad in Siria che, al contrario dei morti di Gaza, nessuno nota.

Una citazione strumentale, a lei di quei morti non interessa granché: il suo obiettivo è unicamente scagliarsi contro tutti i nemici di Israele, veri o presunti.

Ma stavolta c’è il problema che i nemici di Israele si sparano l’uno contro l’altro. E che Micalessin e Biloslavo, compagni di viaggio in questo libro contro-islamico, parteggiano per alcuni di questi presunti nemici di Israele.

Risultato: la difesa acritica di Israele di Nirenstein e la difesa acritica di Asad di Micalessin e Biloslavo fanno a pugni fra loro.

Come la ricomponiamo, questa cosa?

Niente paura, quando il nemico in costruzione (o in ri-costruzione) è così vago, e il desiderio di aderire alle teorie esposte è così alto, non si fa caso alle divergenze: si finisce sempre per puntare sulla comunione di interessi che ricompatta l’impasto, nonostante le contraddizioni.

Temo però che il lettore medio del libro che ho in mano non afferrerà il problema.

***

Avanti il prossimo.

Giordano Bruno Guerri che fa una descrizione orante di Ida Magli e recensisce un libro di Ida Magli.

Del 1996.

Interessante, davvero.

Fa il paio con la denuncia di Luca Fazzo sul presunto trattamento di favore riservato dalla magistratura ai terroristi islamici.

Mentre Marcello Veneziani ci parla di identità, che non è razzismo (tipica excusatio non petita).

Meglio: ci fa un’ode all’identità come panacea di tutti i mali.

Meglio ancora: ci fa un pippone illeggibile su questa @0éép di identità che, evidentemente, lo ossessiona.

Ok, basta, non ce la faccio più, è evidente.

Il libro ha vinto su di me, a pagina 97.

Ma avevo iniziato a cedere già prima, lo ammetto.

Non vado avanti.

Filippi che invoca una scuola islamicamente scorretta, Guzzanti che rutta su una sinistra ambigua, Gnocchi che ci insegna come connettere una vignetta anti-Maometto con l’incipiente istaurazione della legge coranica in Europa  e il gran finale con “cronologia della mezzaluna insanguinata 2014” e “glossario” non sono alla mia portata.

Sono al di sopra della mia capacità di non lanciare insulti continuati e definitivi, procurandomi forse querele.

Sono già quattro ore che sguazzo in questa merda velenosa, lo scafandro dell’espertone fa acqua.

Il sistema immunitario della mia rete neuronale lancia segnali rossi.

Non posso chiedere di più a me stesso.

Devo uscire, guardare facce, respirare.

Decontaminarmi.

Lasciando gli haters e la loro paranoia nel pozzo a marcire.

 ***

Sabato 25 ottobre Luca Bauccio, l’avvocato italiano di Diane Foley ha diramato questo comunicato:

In qualità di difensore della Sig.ra Diane Foley, madre di James Foley, il reporter barbaramente ucciso dall’ISIS, ho inviato una diffida alla Società Editrice de il Giornale intimando di sospendere immediatamente la diffusione della pubblicità del libro a firma di Magdi Allam, Non perdiamo la testa.
Ho anche inoltrato nell’interesse della Sig.ra Foley una richiesta al Comitato di Controllo per la pubblicità perché ordini a il Giornale il ritiro di questa pubblicità.
La famiglia sta valutando ogni altra azione da intraprendere contro il Giornale.
L’aver messo in mostra la fotografia di James Foley pochi attimi prima della sua esecuzione per pubblicizzare la vendita di un libro, peraltro giocando macabramente con l’accostamento tra il titolo e l’immagine, oltre ad essere un indebito sfruttamento per fini commerciali e di propaganda dell’ immagine di James Foley è anche una mancanza di rispetto per la memoria e la dignità di uomo defunto e per la tragedia che la sua famiglia e la comunità delle persone che lo amavano stanno vivendo.
La famiglia Foley vuole sottolineare che non nutre odio e non ha propositi di vendetta ma chiede solo rispetto, chiede solo di poter vivere il proprio dolore senza subire altre umiliazioni, altre offese, altri turbamenti. James Foley è stato un bravo e appassionato reporter, amava raccontare, documentare, informare. James Foley amava la vita e credeva nella dignità degli esseri umani, e per questo ha voluto rivelare al mondo il dramma del popolo siriano. Per questo ha vissuto e per questo è morto.
James Foley non è la comparsa pubblicitaria di un libro del Sig. Magdi Allam. Il Giornale ritiri immediatamente la pubblicità del suo libro, per il rispetto e la dignità di un defunto e per la considerazione umana che merita il dolore della sua famiglia. Avv. Luca Bauccio (difensore della Sig.ra Diane Foley).

Il martedì seguente, 28 ottobre, apprendo che la pubblicità è stata ritirata.

Questo rende giustizia a Diane Foley ma non può bastare.

Il libro è stato ristampato.

Temo che diventerà un best seller.

Forse non farà il botto della Fallaci ma ne segue la scia in tutti i sensi.

Sì, sono nani pavidi che riposano sulle spalle di giganti di pezza.

Ma il danno è tangibile e vale la pena chiedersi dove siano e se vi siano nani o giganti in grado di opporvisi.