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La guerra alla guerra di Leonhard Frank

di Leonhard Frank

frank_cover_def_l'uomo è buono (1)_rid(con il gentile accordo dell’editore, pubblichiamo l’incipit de “I mutilati di guerra”, l’ultimo fortissimo racconto della raccolta “L’uomo è buono” (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo “L’origine del male” (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo)

La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due volte più lungo che largo, e dal tetto così basso che il capitano medico, nel suo lungo camice operatorio irrigidito da tutto il sangue umano vecchio e nuovo, può toccare il soffitto con il palmo della mano.

“Un cinema non potevano mettercelo, qui. No, un cinema no”, continua a venirgli in mente. Perché, in fin dei conti, tutte le sue aspirazioni si concentrano nell’unico, inesauribile desiderio di potersi sedere di nuovo in pace in un cinema.

Sul pavimento di lastre di pietra, un pagliericcio accanto all’altro. Su ogni pagliericcio un uomo; su ogni pagliericcio, quello che di un uomo rimane, coperto fin su al mento.

Le mani segate via, le braccia, i piedi, le gambe, galleggiano nel sangue tra ovatta e pus, in una tinozza trasportabile che viene svuotata ogni sera, alta un metro e larga due, posta accanto alla porta nell’angolo. Ordine impeccabile. Non c’è una pagliuzza nelle corsie laterali larghe appena venti centimetri né nella corsia di mezzo. Cinque file di pagliericci.

Il tavolo operatorio coperto di latta zincata sta nella corsia di mezzo.

Si chiudono le finestre. E tre minuti dopo, la macelleria è di nuovo pregna di quel miasma greve e caldo di ferite purulente, cancrenose, di pus, di sangue rappreso, di sudore di morte, di esalazioni del dolore, di acido fenico e di lisoformio, così che a un uomo sano e forte, abituato all’aria fresca, entrando, dopo un minuto girano i colori davanti agli occhi e vacilla il terreno sotto i piedi. Nella cucina del macellaio, poco dietro il fronte, si prestano i primi soccorsi. Rapidamente. Non si perde un istante. Qui si amputa. Nella cucina del macellaio, direttamente dal campo di battaglia, vengono trasportati i feriti che necessitano amputazioni. L’attesa di un quarto d’ora può significare la morte.

Gli amputati che non sono svenuti non dormono, eppure giacciono immobili, completamente inerti e muti, due bulbi febbrili e lucenti nel volto, sono perduti, e già se ne vanno ondeggiando.

Gli altri urlano, si tirano su, si piegano e si contorcono, piangono come gattini appena nati, ridono nel delirio della febbre oppure muovono i corpi mutilati lentamente, ma senza interruzioni.

La vita dei più fortunati si compone di un continuo svenire e tornare in sé e svenire di nuovo. E la puzza stagnante contribuisce. Non c’è molta luce nella cucina del macellaio.

Il capitano medico, dopo una o al massimo due amputazioni deve uscire all’aria aperta perché la sega o il coltello non gli cadano di mano durante l’amputazione seguente.

Ogni giorno vengono portati fuori da quattro a sei morti. Paglia fresca, lenzuola fresche. Feriti freschi. Non una pagliuzza nelle corsie. Ordine. La tinozza nell’angolo si riempie. E la sera, alle sei, puntualmente, viene svuotata.

I pagliericci stanno perfettamente allineati uno accanto all’altro.

Il capitano medico sega.

Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione.

– La mia gamba! È la mia gamba. La mia! La mia gamba! – Prima grida che gli ridiano la gamba, poi implora: – Dammela. Per favore, dammela. Dalla a me.

. . .

. . .

 

Remarque, in “Niente di nuovo sul fronte occidentale” è sciroppo di lamponi in confronto a “L’uomo è buono”

                                                                                                                                                                         F. Glauser

 

In Europa ci sono due uomini, Barbusse e Frank, che provocano questo fenomeno, meraviglioso e terribile, di simpatia umana. Fanno sì che uomini e donne che vivono in luoghi molto differenti possano comprendersi nella distanza, perché si riconoscono uguali nello scrittore: uguali nei loro impulsi, nelle speranze, negli ideali.
                                                                                                                                                                            Roberto Arlt

 

(La breve biografia di Frank nel risvolto di copertina del volume, molto ben curato: “Nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Alvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato neicampi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabiliscea Hollywood, scrive per la Warner Bros. E frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.”)

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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