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Tempo e storia sullo scaffale dell’eterno presente

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di Claudio Vercelli

center of history
Sulla natura del tempo che stiamo vivendo, più ancora che sulla sua qualità, parrebbe di potere dire che siamo oramai calati in una sorta di eterno presente. Un tempo che è senza storia, se non altro perché essa presuppone non solo lo sguardo rivolto all’indietro, ovvero a ciò che è stato, ma anche e soprattutto la fiducia verso quello che potrà essere. La storia, come racconto di un’origine comune, condivisa, accetta, e come tale anche però demitologizzata, si sfarina dinanzi all’atto d’imperio di un presente che, nel dichiarare impraticabile l’idea di un tempo a venire (se non come foriero di dubbi e angosce) lo sostituisce con un «qui ed ora» che sembra essere l’unica dimensione plausibile non solo delle relazioni umane ma anche dell’identità individuale.

Pezzi di merda

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di Ranni Querciano

Tentare è il primo passo verso il fallimento (Homer Simpson)

 Me lo ripete da così tanto tempo che ho quasi finito per crederle. “Devi imparare a volerti bene” – mi dice, saggia materna e femmina – “smetterla di trattare te e gli altri come se in ogni scelta o cazzata ci fosse sempre in ballo il giudizio di dio. Meno pesantezza e seriosità soprattutto. Leggero, leggero …”. Le piace proprio sta storia del giorno del giudizio, deve averla sentita da qualcuno alla tele o dalla parrucchiera. E adesso me la rivoga a ogni occasione propizia per farmi intuire verso quali lievità godute mi potrebbero condurre la sua mente e le sue mani (“Abbiamo un corpo! Non dimenticarlo mai. Tu sei tutto testa!”), se soltanto non opponessi tutta sta resistenza inutile.

video arte #28 – carlo casas

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carlo casas

Carlo Casas, End Trilogy, 2002-08. 

(Proiezione video multicanale: cliccare due volte sull’immagine, qui e nel sito di arrivo.)

Rap news: Media war games

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Consigliati schermo pieno e volume alto.

Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Rap_News

Da Belleville al Kitsch

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Di Ornella Tajani

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due articoli che parlano dell’abitare nell’est parigino. Il primo, scritto da Jean-Michel Normand per il magazine di Le Monde, si intitola «Paris, si les bobos votaient à droite» e analizza le contraddizioni della vita nella boboland, il regno dei bohémiens-bourgeois convenzionalmente situato nel triangolo del decimo arrondissement intorno al canal St Martin.

Reader’s Digest: Zena Roncada

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COPERTINA da Margini
Storie di donne e di uomini senza storia

di

Zena Roncada

 

Bigio

Un bicchiere di clinto, che la Gemma gli segnò in conto del prossimo fagiano o di un gobbo da mettere nel forno. Uno schiocco di soddisfazione, per sentire più forte il sapore di fragola e di uva. Una manata sul cappello, perché restasse ben calcato, lungo il viaggio. E via. Verso Verona. La schiena dritta, come da seduto, per ingannare gli anni almeno un poco, l’asciugamano fra il collo e la camicia bianca, Bigio partiva anche quel giorno, prima di bassora, con la bicicletta dal manubrio largo: da Carbonara, fin dove si poteva, cercava l’argine maestro. Per rendere il tragitto più tranquillo e per guardare, intanto. C’era la riva di Po, che si grinza nei rovi e nei sambuchi e dopo si sfilaccia, lunga, con le barene di sabbia chiara. E c’era la terra: larga e piatta, coi quadri di stoppie stropicciate e di medica già al secondo taglio, spartiti dalle cavedagne di polvere battuta. Pensa te al sudore che c’è dentro, si diceva ogni volta, pedalando. Tutta fatica nostra. Tutta fatica vecchia. Rigulada zo. Rotolata giù. E gli pareva di vederla scivolare giù, fra le crepe, in basso, insieme all’acqua e ai vermi. Come la pioggia rossa, densa di calore.

Poco ne torna sopra, di lavoro: spiga o pannocchia, dritta come un fuso. Lui lo sapeva che a volte resta al fondo, la fatica. Addormentata dentro a una corteccia o presa in mezzo alle radici. Anche insabbiata, lungo Po. Castagna dolce d’acqua. La vita delle piante che si è fatta nera, carbone da bruciare se non c’è la legna. O trifola, tartufo che sa di fungo e nebbia. Bigio lo intendeva, questo, perché aveva la pazienza del cercare, del chiedere soltanto a terra e a riva: tutto per un vivere selvatico, senza padroni e senza monsignori, fra gente con i nomi brevi e parole poche. Un vivere di sponda, di vita mai asciugata, come la battellina nera, ora sulla spiaggia, ora sotto riva a snidare la tinca nella melma e certo sanguinello, tenero all’intreccio. Nella casa giù nella golena, magazzino e officina delle mani, con l’acqua che rigava i pioppi e soffiava nei giorni della piena. Caccia, pesca, più spesso perizia di raccolta. A quel suo vivere di sponda doveva pochi amici e un grande amore: non le malizie della vedova in cerca di radicchio, neanche la storia vecchia con la Jone.

Quando una possiede anche un mulino, crede che un uomo sia farina da comprare.Un altro amore. Con la casa vuota, senza mai una donna, senza bambini, neanche il cane che impreca alla catena, si sente bene il lamento dei fagiani, che si sgraziano al fondo della macchia, e il secco percuotere dei picchi, fra merli in chioccolìo o cince che fischiano dal basso. Arriva il fragore d’ansa in sottofondo che succhia l’acqua in gorghi e mulinelli e poi la fa girare e la sbatte contro i tronchi di  golena. Rauca. Arriva la voce di pioppo e quella di rubilia, di salice che si sfronda e frusta, di gelso a foglia larga che scartella. Si sente ogni cosa, se il vento aiuta.

Passava delle sere ad ascoltare, Bigio, con lo stare bene che non ha parole e neppure si riesce a raccontare: solo fischiava all’aria e al suo toscano, per stare dentro all’armonia. Poi venne Bindo. Bindo col furgone, delle cose da vendere e comprare. Bigio aveva fra le mani un tartufo che faceva gola, scovato al bivio dello stradello vecchio. Quello lo prendo io, e ho giusto una cosa, disse Bindo. Lasciò un grammofono e qualche vecchio disco. Esplose dentro la golena la voce di una donna: di vetro e di catena, alta su nidi e pioppi, alta sopra le anatre di passo. E dentro c’era tutto: il vento e il ghiaccio, il fuoco e le stagioni, i mondi di margine e di fiume. Con una forza che non è d’accetta: l’accetta attacca, spacca e squarcia con un colpo netto, come la falce. E neppure è quella del ramo che resiste, che tiene al vento e al frutto, nella sua pazienza. Era la forza che scioglie la fatica nel lento risveglio delle vene, che accoglie la voglia di piangere del mondo e la ferma nell’angolo dell’occhio, in lacrime bambine. La forza del bello in forma di dolcezza, amore che commuove e bacia dentro. Tutto in una voce di vetro e di catena, e nelle altre che arrivarono fra i pioppi, all’appuntamento amoroso di ogni sera, barattato con cavagne di salice e canestri di mele campanine: arie di opera e romanze, con rane e grilli a raspare sotto. O soltanto nebbia. Nuova felicità di compagnia.

All’Arena di Verona, andava Bigio, in uno dei giorni più caldi dell’estate, quando le corti sono gialle per l’arsura e il clinto passa breve per la gola, poi resta sulla pelle a luccicare. All’Opera, con l’agitazione buona nelle gambe e la voglia di musica nel petto. In bicicletta, ripetendo le parole mandate a memoria senza scritto e solo mormorate sulla bocca, la musica ormai sotto la buccia, nella testa dive caste e gelide manine. Ogni amore ha i suoi riti, impone fedeltà ed anche devozione: quattro ore, pedalate senza tregua, fra argini e contrade, quando Gino suonava nell’orchestra d’agosto e lo faceva entrare, confuso in mezzo al coro. Dopo c’era da aspettare il buio, rannicchiato sopra a un gradone, nello sbieco di un’ombra protettiva. E quella fu la sera di Manon. La sua Toti vista proprio in faccia, non solo pensata nei rami del cortile, la sua Toti che cantava scura e decisa come la lama della luna, la voce tornata al corpo e ai gesti, finalmente. E Puccini da ogni parte, a prendere come un gorgo di Po o una spira di foglie e tramontana.

Per il Bigio fu un sentire grande, un ascoltare con il cuore a balzi. Fu come fasciarsi la pelle di musica e di canto: dolce quanto lasciarsi andare all’acqua intiepidita nella mastella di zinco, sotto il sole, per un bagno che toglie sudore e fatica, la schiena appoggiata al bordo caldo. Allora bisognava dire grazie, anche senza una lepre, anche senza un fagiano a rendere meno povere le mani. E la Toti, davanti al vecchio così in adorazione, l’odore della vita tutto addosso, nel camerino di cipria e borotalco capì che c’era da accogliere e da dare. Il Bigio se ne andò col suo trofeo: una sciarpa, forse proprio un velo, ripiegata come una reliquia emessa da pettino, sotto la camicia. Tornò senza sentire la fatica, senza ascoltare il lamento dei pedali. Solo con quella contentezza liscia che quasi fapaura. Ritrovato l’argine, lasciò che la ruota cercasse il binario di un solco amico e chiuse un poco gli occhi per cantare nella notte, adesso sì, a voce piena, senza paura di niente e di nessuno.

Juggernaut

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juggernaut di Gianni Biondillo

Alan D. Altieri, Juggernaut, TEA, 2013, 251 pag.

 

I veri scrittori sono sempre ossessionati da qualcosa. Le storie sono solo espedienti per espettorare dal buio di sé le angosce più profonde e inconfessabili. Tutto si può dire di Alan D. Altieri tranne che sia uno scrittore parco, minimalista, senza sangue. Sono trent’anni che, viaggiando nel tempo e nello spazio, scrivendo saghe storiche, contemporanee o fantascientifiche, Altieri contempla l’Apocalisse. Guarda dentro l’abisso dell’umano per trovarlo empio, ferino, irredimibile. E ne ha terrore. Panico.

Juggernaut è il primo volume di una pentalogia (!) ambientata in un futuro postumano e premorale dove nelle Ecumenopoli – scenari metropolitani in fase terminale – si rappresenta l’incubo di una società senza scampo, fatta di caste, prima ancora che di classi. Il bene non trionfa sul male in Altieri. Il male combatte contro un male peggiore, inviluppati in un vortice autodistruttivo. Come in ogni sua saga anche qui campeggiano personaggi tratteggiati con l’ascia, antipsicologici. Pura vita in azione. Eroi necessari, di chandleriana memoria. Fra questi Karl Dekker, un hunter/killer, icona ricorrente nei romanzi di Altieri.

La lingua dell’autore prosciuga la sintassi, si fa descrizione pura, perde ogni orpello, eppure, nella sua petrosità – a tratti roboante e romantica, colma di enfasi, di anafore – si fa quasi sperimentale, avanguardista: elenchi sterminati di dati tecnici, descrizioni minuziose di armi letali, raffigurazioni plastiche di combattimenti di una violenza esasperata.

Juggernaut si legge accettando tutto, pure l’ipotesi di non capire esattamente cosa stia accadendo. Il mondo immaginifico di Altieri è più grande, è più largo del nostro. Avremo bisogno di altri quattro volumi per comprenderlo appieno. Eppure non si riesce a staccare gli occhi dalla pagina, tale è la capacità visionaria. In un mondo privo di pregiudizi di genere (letterario) Altieri avrebbe un posto d’onore. O lo si ama o lo si odia, lo so. Di certo non può lasciare indifferenti.

 

(pubblicato su Cooperazione, n° 29 del 16 luglio 2013)

Sei poesie

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di Luigi Socci

Da Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013.

luigi socci

Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho
amici con divani come questi.

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.

0.8

Chino nel mio cunicolo.

Munito di binocolo.

Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo.

28 agosto 94

per Franco Scataglini

Nerastro miramare
funereo zittarsi di triglie
bare a vela.

Onde con l’ombra al collo,
il loro andar di sale
ingozza il porto.

Cozze col cuore a pezzi
tette a lutto.
Il sole simultaneo
traduce sassi in terra
(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)

Curioso capolino
di vermi o cicche spente?
Dentro le sabbiature
lenta lebbra dei vivi.

Un morto vive altrove.

In attesa dell’onda anomala delle 15.30

Lei si legge l’oroscopo si scambia
messaggini carini, fa il sudoku
(a lei niente pertiene
di questa apocalisse
in un bicchiere d’acqua e nelle vene
a lei niente ne viene)
si controlla e si tocca
per vedere se c’è
ancora il suo sedere.

Abbi pietà di noi
nave superveloce per la Grecia
di noi che ti preghiamo
di passare d’urgenza in barba ai limiti
di chiuderci nel gorgo
(noi che non siamo a bordo) di strapparci
gli asciugamani a nodi marinari
via dalle mani.

Prima della liquefazione
dello sgocciolamento del calippo
prima che le mie membra
finiscano di spargersi di crema
prima del compimento
dello smutandamento,
al largo (l’acqua in bocca)
portaci a un punto dove non si tocca.

Venga l’acqua
alla gola
che si sloga e si sgola
che per ogni parola
che dice si allaga.
Annegherai i parei,
gli infradito di prada
e piangerà anche lei
ma l’acqua farà sì che non si veda.

Scrivo, con la pistola ad acqua
a spari sul bagnato
di profonde immersioni
nelle proprie ferite
fatte da uno che ha appena mangiato.

Nuova forma di nuoto
invoco
verso il fondo
imploro la marea
che mi nasconda
e mi alzo mi abbasso
faccio l’onda.

Di proprio pugno

Mi scrivo una tua lettera
finché dura la mano
finché mi regge il pugno, finché stringe
finché so l’italiano.
Come consolazione o per rivalsa
mi scrivo una tua lettera
falsa.

Mi scrivo di mio pugno
(la grafia non è mia)
senza fare la brutta
copia, senza bisogno
di sprecare saliva
per chiudere o affrancare.
Mi scrivo una tua lettera.
Poi te la faccio firmare.

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

(Per chi fosse interessato, una prossima doppia presentazione della raccolta di Luigi Socci e de Il sangue amaro di Valerio Magrelli si terrà a Roma giovedì 20 marzo alle 18.30 presso l’Esc Atelier autogestito di via dei Volsci 159, con la presenza di entrambi i poeti e il coordinamento critico di Andrea Cortellessa.)

Pitch

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pitch

 

 

 

 

 

 

 

di Mattia Paganelli, 2006-2014

 

Per chi non avesse dimestichezza con le regole del gioco:

Pitch = campo di gioco

Herd = mandria          Team = squadra

School = banco            Band = banda

Pack = branco              Squad = plotone

Flock = stormo            Crew = equipaggio

Litter = cucciolata       Staff = personale

 

da “Utopie Letali”

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[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l’avventura di “alfabeta2”, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all’interno della costellazione teorica dell’anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d’ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file della pur dispersa sinistra radicale. Parole d’ordine spesso elaborate in laboratori universitari e poi date per buone dai movimenti. In questo suo libro appena uscito, di cui pubblichiamo le conclusioni, è possibile anche leggere la parte propositiva della sua riflessione. a. i.]

I dimenticati del terremoto

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di Angelo Mastrandrea

da IL PAESE DEL SOLE
EDIESSE Marzo 2014

    All’ingresso di San Gregorio c’è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po’ meno. «Lì c’era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla».

    Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto di case in pietra che piange il cuore a vedere così malridotto: ferito a morte dal terremoto di quattro anni e mezzo fa, abbandonato, destinato a essere cancellato dalle cartine geografiche. San Gregorio è una delle 59 frazioni dell’Aquila, neppure la più lontana dal capoluogo. Troppo piccole per avere la pretesa di assurgere alla dignità di comune autonomo, ma ognuna con una vita propria, una sua storia, un’identità e una fisionomia uniche. Bisogna prendersi la briga di venire fin qui, fuori dalla città e lontano dallo scandalo del centro storico senza vita, per comprendere fino in fondo in che modo vivono i dimenticati del terremoto abruzzese, come interi paesi siano stati uccisi, e con essi un intero tessuto economico e culturale sia stato lasciato marcire. Il loro cuore si è fermato alle 3 e 32 del 6 aprile 2009, quando una tremenda scossa – magnitudo 6,3 della scala Richter – ha cambiato per sempre l’assetto urbanistico e sociale di un pezzo di Italia appenninica. Il resto lo hanno fatto gli uomini.

    Carlo Cinque oggi vive in uno dei moduli abitativi provvisori costruiti dal Genio militare sulla collina che sovrasta San Gregorio, una delle 19 new towns sorte a margine dei centri abitati distrutti, vere e proprie «non-città», come le definirebbe l’antropologo francese Marc Augè, o ancora peggio «anti-città», come le ha definite Barbara Spinelli su «Repubblica» sottolineandone la cancellazione di un elemento costitutivo fondamentale: la polis, ossia quella forma di organizzazione civile, politica, urbanistica che trasforma gli individui in cittadini. La casetta provvisoria del signor Cinque è un’abitazione di 40 metri quadri in legno e dalle pareti in cartongesso, poggiata su una superficie in cemento armato. Prima o poi dovrà lasciarla per tornare ad abitare una casa vera, ma quel giorno pare ancora lontano. Nell’attesa, ogni mattina il nostro interlocutore esce per andare al lavoro, da geometra all’Agenzia delle entrate, e ritorna quando ormai è sera. Così fan tutti, nel dormitorio di San Gregorio.

    Nessuno sa quanto eterna sarà la provvisorietà. Queste casette non sono fatte per reggere a lungo, da queste parti il tempo è inclemente e le infiltrazioni di umidità sono comuni come i raffreddori invernali. Ma lo scandalo peggiore non sono tanto le condizioni in cui versano le abitazioni, la loro fragilità, la sproporzione evidente tra soldi spesi e servizio fornito, quanto il non aver neppure immaginato la possibilità di una vita sociale. A San Gregorio non c’è un bar, un negozio o un luogo di ritrovo per i suoi trecento abitanti. È stato costruito un centro civico ma rimane chiuso «per diatribe sulla gestione», e le panchine nella piazzetta antistante sono desolatamente vuote. Un po’ di movimento c’è solo quando il bus scarica i ragazzi di ritorno da scuola e i pochi senza patente. «Qui devi avere la macchina per spostarti, altrimenti sei finito», spiega Cinque. Nelle 19 new towns che circondano L’Aquila come una corona di spine sono stati trasferiti poco più di 15 mila terremotati – su 60 mila sfollati complessivamente – e l’unico problema che non esiste è quello del parcheggio.

    Per comprendere appieno cos’è stato il berlusconismo vale la pena farsi un giro da queste parti, entrare nelle case, osservare la vita nei suoi aspetti più minuti. Alle vittime del sisma è stata fornita un’abitazione con tutti i confort: la televisione, la lavatrice, il ferro da stiro, persino lo schiaccianoci e una bottiglia di spumante come segno di benvenuto, poi sono stati abbandonati al loro destino. All’esterno, il deserto. Carlo Cinque aspetta che arrivino i soldi per ricostruire la sua casa laddove era prima del terremoto. «Per ora stanno solo demolendo le case pericolanti», sono passati quattro anni e mezzo e la ricostruzione appare una chimera. Facciamo una passeggiata nelle stradine dell’antico borgo, violando con facilità le transenne della “zona rossa”. A San Gregorio il terremoto ha fatto otto vittime, le case hanno retto abbastanza e, a girare tra i vicoli, si ha quasi un’apparenza di normalità. A un balcone ci sono dei panni stesi ad asciugare. Stanno lì da quattro anni e mezzo, nessuno è venuto a riprenderseli. Il paese è morto: su settecento abitanti ne sono rimasti una decina, gente che abitava ai margini del centro storico e che per questo ha potuto ristrutturarsi l’abitazione o autocostruirsi una baracca in legno nella quale poter risiedere. Chi poteva lo ha fatto, preferendo il proprio giardino a una asettica new town.

    Giusto a fianco alla voragine che un tempo ospitava la casa di Carlo Cinque si lavora alla ristrutturazione di un edificio religioso: «È la chiesa di Putin», intitolata a San Gregorio Magno. Leggo sul cartello che indica la data di inizio dei lavori, i progettisti, ecc: «Intervento finanziato dal governo della Federazione russa, importo 1.957.288,37 euro». È l’eredità del G8 voluto da Berlusconi proprio a L’Aquila, nel 2009: la Russia ha «adottato» l’edificio religioso e pure un palazzo settecentesco nel centro della città, mentre il governo del Kazakistan – lo stesso del caso Shalabayeva – ha ristrutturato a sue spese l’Oratorio di San Giuseppe dei Minimi.

    Camarda è un piccolo borgo arroccato su una roccia lungo la strada che porta al Gran Sasso. L’Aquila è distante una ventina di chilometri, di cui la prima metà sono tornanti che attraversano un suggestivo canyon. Il paese ha retto meglio di altri l’urto sismico, forse perché le case nascono come appendici alle grotte, che generalmente erano usate come cantine. In una di queste, Anna Barile ha portato due bombole del gas e un fornello, e organizza di tanto in tanto qualche serata “clandestina” con gli amici, riportando per qualche ora un po’ di vita in un paese-fantasma. Mentre Camarda si spopolava lei vi si è invece trasferita. Romana, trapiantata all’Aquila da vent’anni e sfollata a causa del terremoto, dopo otto mesi in una tendopoli è riuscita a farsi assegnare un appartamento di 40 metri quadri nella new town costruita sulla collina di fronte all’antico borgo grazie al fatto che il suo compagno Paolo è originario di questi luoghi. A dirla tutta, una parte dei terreni sui quali hanno costruito la città nuova era di sua mamma, gliel’hanno espropriata «e non hanno ancora pagato». «C’erano vigne, boschi, cave di tartufo, alberi secolari. Hanno abbattuto tutto», racconta. Ora ci sono file ordinate di case a due piani, circondate dall’asfalto. Anche qui, come a San Gregorio, non c’è un bar, un negozio o un qualsiasi altro punto di ritrovo, la posta apre due volte a settimana e per far la spesa bisogna attendere che passino i venditori con i furgoncini. Alcuni girano porta a porta, un camioncino che trasporta latticini parcheggia in un piazzale deserto in attesa di qualche raro passante. Chi soffre più degli altri, in queste new town che non hanno più nulla di quelle old e da cui prendono il nome, sono gli anziani, sradicati, più che dalle loro vecchie case, dal tessuto di relazioni del paese. Li vedi uscire solo quando passano gli ambulanti. Fanno la spesa e rientrano nelle loro case, spesso senza scambiare tra loro neppure una parola. «Qui a Camarda morti per il sisma non ce ne sono state. Sono arrivate dopo, sotto forma di infarti, depressioni, suicidi», sostiene la mia interlocutrice.

    Nelle “anti-città” del dopo-terremoto in Abruzzo si vive così, rintanati come topi nelle proprie tane. Si esce solo per andare a scuola o al lavoro, e ogni giorno scendere verso la città e poi rientrare è un piccolo viaggio. Anna Barile ci tiene a farmi vedere quello che è diventato l’unico spazio di socialità di questa new town sotto il Gran Sasso. È quello che definisce un «orto insorto»: un quadrato di terra con piccole coltivazioni, un tavolone per pranzi e cene, una capanna di legno e uno spazio giochi per bambini. «Si è trattato di un atto di ribellione, la dimostrazione che anche senza risorse economiche si può fare qualcosa di meglio di quello che è stato fatto», dice.

    I soldi buttati al vento nella ricostruzione dell’Abruzzo sono stati tanti. L’europarlamentare danese Soren Sondergaard ha appena consegnato al Parlamento europeo un dettagliato dossier che mette in fila tutte le assurdità della gestione del post-terremoto: ogni appartamento di quelli che mi stanno di fronte è costato il 158 per cento in più rispetto ai prezzi di mercato, diversi appalti sono finiti a società in contatto diretto o indiretto con la criminalità organizzata, il calcestruzzo è stato pagato quattro milioni oltre il previsto e i pilastri degli edifici hanno sforato di 21 milioni il prezzo preventivato.

    Anna Barile ci aggiunge i costi del pacco dono berlusconiano: 10 mila euro per i tozzetti alle mandorle, 9 mila per i portachiavi con lo stemma della Protezione civile, 24 milioni per l’irrigazione artificiale dei giardini «che non funziona perché mancano le cisterne» e così via per altre inutilità servite solo ad alimentare l’ideologia individualista della «tana casalinga» – rubo il termine ancora una volta a Barbara Spinelli – e il culto della finzione, prerogativa essenziale del berlusconismo. Come per i limoni finti fatti piantare a Genova per il G8 del 2001, mentre attorno si scatenava l’inferno.

    Il centro storico di Camarda è stato abbandonato anche da qualcuno che, sfortunatamente, aveva ristrutturato l’abitazione poco prima del sisma. Come si fa ad abitare in un paese-fantasma, senza servizi e attività? Le bollette però continuano ad arrivare, nonostante il gas sia stato staccato all’indomani del 6 aprile e le case siano state dichiarate inagibili e dunque inabitabili. Il contenzioso va avanti da mesi: le agevolazioni previste dall’Autorità per il gas e l’energia elettrica non sono state prorogate ed è accaduto che l’Enel abbia richiesto anche gli arretrati, dal giorno del terremoto.

    Felice invece non ha voluto saperne di andarsene e continua ad abitare nella casa puntellata e piena di crepe nella piazzetta di fronte alla chiesa. È l’unico abitante del paese antico. Poco più su, in cima a una torre, l’orologio del Treo continua imperterrito a sbagliare l’ora con estrema precisione: la vendetta postuma dell’orologiaio cui non fu corrisposto il compenso pattuito – «l’orologio del Treo è sempre matto per cinque lire mancate al patto fatto», recita un proverbio locale – ha resistito all’usura del tempo e alla violenza del sisma. All’ingresso del paese, ai piedi della collina, Pasqualina non ha chiuso neppure un giorno il suo negozietto di generi alimentari. E così ogni sera il negozio si trasforma in punto di ritrovo per i dimenticati di Camarda.

    Arrivo a Pescomaggiore avendo negli occhi le immagini delle new towns visitate e nella mente le parole del dossier di Sondergaard: i moduli abitativi provvisori come quello in cui vive Carlo Cinque sono costruiti con «materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile». Quassù, invece, a oltre mille metri di altitudine, nel nevischio incombente, le case hanno deciso di ricostruirsele da soli, dimostrando che si poteva fare diversamente.

    Sarebbe bastato dare ascolto a quel gruppo di architetti esperti di bioedilizia arrivati a L’Aquila all’indomani del sisma animati da tanta buona volontà per creare dei villaggi a misura d’uomo e d’ambiente. Invece sappiamo com’è andata: troppo ghiotto l’affare per le ienae ridentes della shock economy, l’“economia dei disastri” i cui meccanismi globali sono stati svelati dalla giornalista canadese Naomi Klein.

    Gli unici che hanno dato loro credito sono stati un gruppo di abitanti di questa frazione aquilana in piena montagna. Così in cima a tutto, alle porte del paese semiabbandonato e con una vista mozzafiato sulla vallata, è nato Eva, un acronimo che vuol dire Ecovillaggio autocostruito. Sono sette abitazioni che qui chiamano “le case di paglia” per via della loro composizione: la paglia è nei muri, compressa da una rete zincata sulla quale viene gettato l’intonaco.

    Le travi e tutta la struttura delle case sono invece di legno. Il risultato è eccezionale: ogni abitazione rispetta l’ambiente ed è perfettamente isolata dalle intemperie.

    Gli abitanti di Eva, non più di una dozzina di persone, hanno messo su anche un orto sinergico, un impianto per la fitodepurazione e un altro per il compostaggio. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza alimentare. L’ecovillaggio edificato su questa punta d’Abruzzo, per le sue caratteristiche e la lontananza anche geografica dalla modernità, è diventato in breve tempo una sorta di città ideale per neoruralisti, territorialisti, seguaci del filosofo della “decrescita felice” Serge Latouche ed ecologisti radicali, per cui gli abitanti hanno costruito anche una casa per gli ospiti, che arrivano da tutto il mondo. «Un giorno si è presentato qui persino un giapponese da Fukushima», ricordano. La porta è sempre aperta: all’interno ci sono pomodori messi a maturare e arnesi da lavoro. In un’altra abitazione Evandro, un operaio edile, sta finendo il bagno di quella che sarà la casa del figlio. «Se avessero fatto tutti come noi, sa quanto si sarebbe risparmiato?», dice. Per costruire il villaggio sono bastati 150 mila euro, raccolti attraverso una sottoscrizione via web. Nel frattempo, i costi delle case nelle new towns lievitavano a 2.800 euro al metro quadro.

    Il paese non è stato completamente distrutto, però è abbandonato. Il terremoto non ha fatto altro che accelerare, qui come in altri piccoli borghi sperduti dell’Abruzzo, un processo di spopolamento già in corso da tempo. Ormai Pescomaggiore è abitato non più di qualche decina di persone. La vita quotidiana, quassù, non è agevole. Senza negozi e attività produttive, e con una produzione agricola quasi inesistente, per qualsiasi necessità bisogna scendere a valle fino a Paganica. Vengono alla mente le immagini di un celebre documentario di Vittorio De Seta: I dimenticati.

L’anno era il 1959 e ne erano protagonisti gli abitanti di Alessandria del Carretto, un borgo del Pollino ai confini tra Basilicata e Calabria, dove si arrivava solo a dorso di mulo. A Pescomaggiore è stato rimesso in funzione solo un forno sociale, dove si fa il pane in comune, soprattutto d’estate, quando spesso si organizzano tavolate all’aria aperta. Gli anziani del paese hanno così ritrovato un pezzo di tempo perduto e gioiscono: così si faceva fino a quarant’anni fa. C’è voluto un devastante terremoto per far riaffiorare una cultura sepolta.

Nel debito d’affiliazione

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di Lorenzo Mari

Figlio di questo e di quella

Manto, Tiresia. Sei figlio di questo e di quella,
della storia e dell’incesto,
dell’impossibile piacere
di tutti, che è deserto
per chi resta. (O anche
un limbo tratto dall’inferno,
correggendo, lievi, la svista.)

Smamma mia

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smammaCon mia somma gioia l’amica Valentina Diana ha accolto la mia richiesta di pubblicare su NI due estratti del suo fantastico libro, Smamma appena pubblicato da Einaudi. Superlativo (il libro). effeffe

Sulla torta

di

Valentina Diana

Quando non so più come prenderti vado al supermercato e compro una torta di quelle nei sacchetti, che si preparano in fretta. Potrei farla anche da zero, con la farina, il lievito eccetera. Ma non mi sento sicura. Voglio fare una torta da vera mamma, ma non sapendo bene cosa sia una vera mamma, mi affido al sacchetto con l’impasto pronto. Perché in quel sacchetto c’è tutta la mammità che riesco a immaginare. In quel sacchetto ci sono tutte le mamme patinate, coi sorrisi a trecentosessantacinque denti, con i capelli puliti e lucidi e le tette floride. Ci sono anche le mamme delle mamme con la loro esperienza di mamme di una volta e la loro saggezza su come si fa una torta e come si tirano su i figli.

Quando non so più che pesci pigliare, compro una di queste torte nei sacchetti e la porto a casa e la faccio.

Dopo, quando la tiro fuori dal forno, annuso il profumo e penso che vorrei che tutta la nostra vita fosse come quel profumo: inattaccabile.

Ma una torta non è una mamma.

Poso la torta sul tavolo, la lascio lì, esco. Quando torno la torta è stata tagliata e mangiata quasi interamente, ne hai lasciato solo due minuscole fettine per me e per Gi.

Due fettine di cortesia.

Una torta di dimensioni non eccessive, ma neanche un tortino.

Deduco che ti sia piaciuta.

Non parliamo mai delle cose che ti piacciono.

 

Se noi

 

Ultimamente spio nelle case. Forse alla ricerca di una soluzione, dato che mi è presa questa fissa di osservare le famiglie, cioè, per dirla come il Manuale dello Specialista Tedesco, le relazioni tra le persone che condividono uno stesso spazio abitativo, come una casa in cui vivono una madre, un padre e alcuni figli.

Ho guardato molto nelle case, da fuori.

Quelle villette, in inverno, quando fa freddo e per le strade fiocca  neve, ho spiato le case dalle finestre, ci ho guardato dentro per cercare di capire come si fa ad essere normali.

Mi è sembrato che in quelle case regnasse un’armonia, a guardarle da fuori, una stabilità, una normalità, appunto, che noi non ci siamo mai potuti sognare.

Io vorrei essere con tutta me stessa in una di quelle case che guardo da  fuori.

Vorrei che io e te e Gi stessimo tutti e tre insieme in una di quelle case, case che dal di fuori, guardandole dalle finestre, quelle villette serene o quelle case del centro, con i soffitti alti e i lampadari, mi ispirano un senso di perfezione incommensurabile.

Se noi stessimo là. Se noi stessimo là dentro e non così fuori, le cose filerebbero in un altro modo.

Mi sono appostata  ad osservare gli abitanti delle villette a schiera e dei condomini per vedere cosa ci facevano dentro, cosa avevano loro che eventualmente a noi mancava.

A parte i soffitti dipinti.

Niente. Non facevano niente. Niente di particolare. Si alzavano, si spostavano. Accendevano magari una luce in una stanza, poi la spegnevano.

Chiudevano le tendine o le lasciavano aperte. Riponevano i piatti nell’acquaio, sparivano, ricomparivano gesticolando con qualcosa nella mano. A volte ridevano. Mi pareva che ridessero.

Niente di particolare, come ti dico. Niente che lasciasse presagire un segreto. E allora perché noi no, perché non possiamo anche noi essere come quelli, avere quello swing. Mi chiedo se qualcuno, passando fuori da casa nostra e vedendo per esempio me e te e Gi a tavola, mentre tu dici che la pasta fa schifo perché non è abbastanza cotta o che manca sale o che è la terza volta che mangiamo pasta in due giorni o ti lamenti che non c’è più coca, mi chiedo se qualcuno passando potrebbe avere l’impressione, da fuori, che anche noi si sia una famiglia. Una famiglia normale.

 

Si vis bellum, para bellum

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di Giorgio Mascitelli

Il 4 marzo scorso il Corriere della sera ha pubblicato il discorso tenuto dall’illustre nuovo filosofo Bernard-Henry Lévy in piazza Maidan a Kiev. L’iniziativa del quotidiano di via Solferino non è rimasta isolata: a me è capitato di vedere la versione tedesca sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e suppongo che versioni in altre lingue europee siano apparse in sedi altrettanto prestigiose.

In questo discorso Lévy afferma che il popolo della Maidan è costituito da veri europei, da veri figli di Voltaire che  hanno versato il sangue per combattere la tirannide; che le accuse di nazismo o antisemitismo non solo sono false, ma da rivolgere ai russi che occupando la Crimea si sono comportati come Hitler con la Cecoslovacchia ( che invase l’intero paese nel 1938 con il pretesto di portare soccorso alla minoranza tedesca che viveva nel sud-ovest); che Klitschko, il capo del partito di centrodestra Udar, è il nuovo Danton; che bisogna intervenire in soccorso dei fratelli dell’est dell’Ucraina. Il testo non è privo di qualche passaggio involontariamente comico come quando il celebre filosofo invita l’Europa a comportarsi con Putin come si è comportata con Yanukovich: ecco che in un solo colpo vengono confermati due capisaldi della propaganda del Cremlino, negati con forza dalle cancellerie occidentali,  ossia il fatto che Yanukovich sia stato rovesciato dall’azione di forze esterne al paese e che ciò è stato fatto per minacciare la Russia.

Da circa vent’anni ormai capita di leggere/sentire in occasione di crisi internazionali discorsi analoghi a cura dello stesso Lévy o di qualche suo collega. Si tratta con evidenza di discorsi propagandistici caratterizzati da un impianto retorico non troppo dissimile da quello dei discorsi che andavano in voga intorno al 1914. L’aspetto più particolare è che tali testi vengono pubblicati in sedi che di solito si contraddistinguono per ospitare analisi e ragionamenti pacati e argomentati, dunque conferendo implicitamente a essi un valore di rappresentatività dell’ethos occidentale.

Lo schema è  grosso modo sempre  il medesimo: evocazione di principi universali in modo abbastanza astratto, loro opinabile applicazione alla situazione concreta rifiutando qualsiasi analisi della sua formazione storica e degli interessi politici ed economici presenti, richiamo alla necessità di agire rapidamente e unilateralmente per non diventare conniventi di un crimine contro l’umanità, assimilazione del nemico di turno a Hitler, implicita o esplicita classificazione di tutti gli scettici o avversari come potenziali collaborazionisti o utili idioti del nemico.  Naturalmente qualche variante c’è sempre: per esempio lo stesso Lévy in occasione della guerra in Libia sosteneva il diritto per le nazioni straniere a intervenire nel territorio di un altro paese.

Il cattivo gusto letterario di questi discorsi è l’indice della loro grossolanità e miopia politiche. In fondo la base di autolegittimazione politica che Putin ha usato per quell’occupazione della Crimea, che fa incazzare così tanto Lévy, gli è stata fornita da lui stesso in anni di teorizzazioni del diritto all’ingerenza umanitaria. Poi naturalmente non si può assolutamente paragonare questo intervento con quelli occidentali: in Crimea finora non è stato sparato un colpo, né è stata distrutta una casa o un’infrastruttura.

Questo discorso ha fatto progressivamente breccia in tutti settori delle società occidentali, grazie anche alla loro crescente depoliticizzazione,  e influenza il modo di osservare le cose anche in chi avrebbe strumenti culturali per osservare in maniera più articolata la situazione. Prova ne sia che l’uso dei diritti civili, per esempio delle donne, degli omosessuali o delle minoranze etniche, come grimaldello politico per attaccare certi paesi per tutt’altri motivi, benché sia dannosissimo per quelle cause, non solleva ormai obiezioni di sorta; o ancora il totale disinteresse per la sorte dei paesi che hanno beneficiato di un intervento bellico umanitario, una volta che questo si sia concluso con le elezioni: il fatto che in questi paesi non esista più uno straccio di vita civile e  che per molti dei loro cittadini la democrazia sia sinonimo semplicemente della pallottola vagante che ti può ammazzare mentre stai andando al mercato non ha suscitato nessun serio dibattito.

Non basta però la forza mediatica della propaganda per spiegare questa accettazione quasi unanime di un discorso così impregnato di una logica di guerra. Esso nasce da una sincera convinzione, da un’idea dominante nella società  che si sviluppa a partire dagli anni novanta: è l’idea che la vittoria sul comunismo fa dell’occidente non solo la guida del mondo, ma in qualche modo la sua verità e la sua razionalità in termini assoluti. Ciò che è buono per l’occidente è buono per il mondo.

Questa idea è presente implicitamente in varie formulazioni famose da quelle trionfalistiche di Fukuyama sulla fine della storia a quelle sulla missione statunitense di pacificare il mondo.  Si inscrive a pieno titolo in questo modo di pensare anche Obama quando ha detto, due o tre giorni fa,  che la Russia si trova dalla parte sbagliata della storia. Se però ci chiediamo quale senso abbia questa affermazione non possiamo certo pensare che si riferisca al fatto che la Russia abbia invaso un’altra nazione, visto che questa è un’attività che hanno fatto più spesso gli USA negli ultimi anni;   né che Mosca sostenga un sistema economico ormai superato, visto che l’impopolarità di Yanukovich è cominciata proprio con il suo tentativo di fare quelle riforme di mercato che la Timoshenko o chi per essa sarà chiamata a fare; né che la Russia non rispetti i governi democraticamente eletti, viste le giravolte di Obama in Egitto. L’unico significato plausibile di questa affermazione è che Mosca va contro la storia perché va contro ciò che gli Stati Uniti ritengono essere giusto. E’ inutile sottolineare che questa logica è perfettamente speculare a quella putiniana del rinascente nazionalismo russo.

In questa storia la ragione non sta da nessuna parte: la ragione è uscita un attimo a prendere le sigarette e poi non è più tornata.

Nomi cognomi e infami

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Teatro della Cooperativa

dall’11 al 16 marzo 2014
produzione Bottega Dei Mestieri Teatrali
con il contributo di Next Regione Lombardia e Fondazione Cariplo-Etre
NOMI COGNOMI E INFAMI
di e con Giulio Cavalli

Nomi, cognomi e infami è nato come viaggio tra storie di persone “normali” diventate eroiche per per la pavidità tutta intorno, da Peppino Impastato a Paolo Borsellino, da Libero Grassi a Bruno Caccia fino ai riti e conviti mafiosi che brillano in tutta la loro povertà culturale ed etica. Il canovaccio di Nomi, cognomi e infami è quello che ci succede intorno: le città che cambiano forma per dare forma ai soldi che vanno riciclati, gli episodi di mafia che non vengono riconosciuti come tali e che basterebbe mettere in fila e soprattutto i nomi e i cognomi e questa abitudine persa di indicare i colpevoli per esporli ad un giudizio pubblico. Dice Mark Twain che “non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma di ciò che crediamo vero e invece non lo è”: noi in scena proviamo a ridere e disarticolare la nostra paura.

cavalli 2“Caro picciotto, o se preferisci, visto che hai imparato a pettinarti e vestirti pulito, caro estorsore, o, se preferisci, caro esattore. E poi caro al tuo capo ufficio, quello che sta seduto a contare i soldi quando alla sera raccoglie le mesate del mandamento, quei soldi che vi auguro che vi marciscano in mano. E poi cari a tutti i falliti, perché è da falliti mangiare sulla metastasi della paura degli altri, oppure, per capirsi meglio, cari a tutti gli uomini d’onore, così ci capiamo meglio, così vi prendiamo dentro tutti e entriamo subito in tema. Sono un commerciante di parole, a volte me le pagano bene, e arrotondo sempre il peso prima di chiudere la vaschetta. […] Questa sera apro la saracinesca fuori orario e vi vengo a cercare io, ma mica per i cinquecento euro così sto messo a posto, ma perché avrei, dico almeno, un paio di domande, una cosa da niente, mica per capire dove non c’è niente da capire, ma per togliermi il peso. Il peso di una curiosità che alla fine cercate sempre di farci pagare nel mercato della vigliaccheria di cui siete i detentori.”…

Giulio Cavalli

ORARIO SPETTACOLI:
mar | sab: 20.45
dom: 16.00
lun: riposo

L’alba delle macchine?

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di Matteo Telara
how US adults use a smartphone
Ovunque voi siate in questo momento è molto probabile che il vostro smartphone (in caso ne abbiate uno, come la maggior parte della popolazione del mondo occidentale) sappia dove vi trovate.
Per essere più specifici, è praticamente certo che sappia dove siete stati ieri, i messaggi che vi siete scambiati e con chi, e che programmi avete fatto per la serata.

Il tuo smartphone sa dove vivi, chi conosci, se sei in internet e cosa fai quando navighi. Conosce la tua famiglia, le foto dei tuoi amici e delle tue vacanze, i tuoi amori, i tuoi desideri, gli appuntamenti della settimana entrante e a che ora devi svegliarti domattina per andare al lavoro.

Toporlandia

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topor-volanddi Romano A. Fiocchi

 

Roland Topor, Memorie di un vecchio cialtrone, a cura di Carlo Mazza Galanti, Voland, 2013.

 

Erik Satie, musicista francese poco noto in Italia, è stato innovatore stravagante e ricercatore di suoni. Il vecchio cialtrone lo segue sino alla sua abitazione e svela il suo segreto improbabile: “In ogni angolo della casa c’era carta da musica coperta di scarabocchi. Non capii subito che si trattava di spartiti inediti. Decifrai non senza difficoltà qualche frase musicale… La loro crudezza mi colpì! Era questo l’incredibile segreto di Satie: scriveva di nascosto musica pornografica!”

Poi incontra Orwell, proprio lui: George Orwell, che l’aiuta ad accompagnare una donna un po’ alticcia nella stanza d’albergo numero 1984. Sembra una data, gli fa notare il vecchio cialtrone. Orwell si spaventa: non oso immaginare come sarà il mondo nel 1984, dice. Fate male, replica il vecchio cialtrone, senza dubbio sarà interessante. Orwell sospira: sarà il caso che mi rimetta a scrivere.

Arriva anche Hemingway, con il suo vizio di distribuire grosse manate sulle spalle degli amici. Per fargli perdere l’incresciosa abitudine, il vecchio cialtrone lo accompagna a visitare il campanile del villaggio, mette in moto la campana e la fa sbattere “senza clemenza” contro la testa del romanziere. Dopo aver ripreso i sensi, le prime parole di Hemingway sono: per chi suona la campana? Per te, vecchio mio, gli risponde il vecchio cialtrone, bisogna battere forte per risvegliare la ragione di un uomo. Conclusione del vecchio cialtrone: Hemingway comprese la lezione e non mi serbò rancore.

Ecco insomma in cosa consiste la cialtroneria del protagonista. Le aberrazioni del suo mondo reale-irreale continuano all’infinito. Il vecchio cialtrone, guarda caso chiamato ora Roland, ora con ironica inversione sillabica Laurent, non solo è il più grande artista del Novecento (“Un uomo può incarnare la Storia. Io sono stato quell’uomo per quanto riguarda la storia dell’arte”), ma rivive tutta la storia artistica musicale letteraria cinematografica politica e di costume del secolo, incontra i principali protagonisti e a tutti – artisti e non – sa dare un consiglio determinante per il loro successo. A Picasso, che gli copia Les demoiselle d’Orange ribattezzandole d’Avignon, suggerisce l’idea del cubismo. A Proust lo spunto evocativo delle madelaine per la sua monumentale Recherche. A Ghandi, in rotta con la suocera, il suo atteggiamento filosofico della non violenza. “Li ho conosciuti tutti, tutti! – proclama il vecchio cialtrone quando ricorda i colleghi artisti – E quelli che non ho incontrato dal vivo, li ho visti in televisione. Sono io che gli ho dato le idee migliori, io che ho mostrato la strada dell’arte moderna. Loro si sono limitati a seguire la via tracciata dalla mia opera”.

topor-catalogo1986

Topor è un artista dalla creatività vulcanica. Ho avuto il mio primo incontro con lui – intendo con la sua opera – nel 1986, a Milano, in occasione di una mostra antologica allestita presso Palazzo Reale. Fu un’esperienza destabilizzante. Ero poco più che un ragazzo. Abituato alle mostre d’arte di autori canonizzati, tutta quella grafica da illustratore cinico e provocatorio al limite della brutalità si impresse nella mia memoria in modo indelebile. Il Pinocchio che bacia la Fatina (non dai capelli turchini ma bionda) e le trafigge il viso con il naso di legno, immagine poi utilizzata nella copertina del catalogo, per anni mi sembrò il simbolo della sua visione parodistica e distorta del mondo. Topor per me era un Pinocchio surreale, crudo e dissacratore.

Ora, grazie a Voland, scopro che Topor è stato anche altro (come dire che non è stato un Pinocchio surreale senza essere anche Pescatore verde, terribile Pescecane, Grillo parlante, Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, eccetera). Topor ha scritto sceneggiature, disegnato lungometraggi di animazione

Il pianeta selvaggio 

recitato nel cinema Nosferatu  (NosferatuRatataplan), ma soprattutto scritto anche libri. È stato uno scrittore cialtrone e travolgente, fedele al suo motto “Il mondo è banale, l’artista eccezionale”. Così eccezionale da ricostruire il mondo a modo suo. Un mondo paradossale e visionario che ripercorrere la Storia proiettandola in una galleria di specchi deformanti. Topor è parodia di tutto e di se stesso. Dalla letteratura alla musica, dalla pittura al cinema, a cominciare dal titolo del libro, Memorie di un vecchio cialtrone, che ricalca il Taccuino di un vecchio porco di Bukowski. In tutto il testo non c’è un solo nome inventato ma neppure una storia che non sia stravolta. Sfilano artisti come Duchamp (con cui gioca spesso a scacchi) e Toulouse-Lautrec, poeti come Apollinaire e Majakovskij, scrittori come Camus e Céline, scultori come Brancusi e Giacometti, sino al presidente americano Wilson, all’inventore Edison, al regista Vertov, a criminali come Al Capone e Landrou, a disegnatori come Walt Disney. Sono trecentosettantotto i “nomi citati” in ordine alfabetico alla fine del testo, da Albers a Ziegfeld.

Inventato è dunque tutto il resto: la storia dell’incontro di ognuno di questi personaggi con il protagonista, gli assurdi stravolgimenti caricaturali della loro vita, le citazioni sommesse travestite da aneddoti (De Chirico che commissiona parte dei suoi dipinti a Morandi e lo paga in bottiglie vuote, il sogno dove il vecchio cialtrone accoltella la moglie ispirandosi ai “tagli” di Fontana, le stringhe che si mangia Cendrars e che tornano nella La febbre dell’oro di Chaplin). La follia affabulatoria del vecchio cialtrone raggiunge l’apice negli incontri con “l’esule russo” Lenin, poi con Stalin, ma anche con l’artista mancato Adolf Hitler e con l’adoratore di ravioli Benito Mussolini. Il protagonista ha una buona parola e un suggerimento disinteressato per tutti.

La cosa straordinaria di queste Memorie è che paradossalmente la coerenza è garantita dall’eccesso. Il lettore non rischia di prendere per vero ciò che non lo è, proprio perché l’esagerazione è spropositata. Ad esempio nella morte di Trotsky in Messico, ucciso accidentalmente dal protagonista mentre lo aiuta nei lavori di giardinaggio. Un colpo di zappa alla testa, come nella Storia. Peccato che lì, nella Storia, a vibrare il colpo non fu un maldestro cialtrone ma un sicario inviato da Stalin. E sapete come Trotsky esala l’ultimo respiro? Ovviamente mormorando: “Voi siete il più grande artista che io abbia mai conosciuto… Promettetemi di continuare la vostra opera…”

Ma il vecchio cialtrone è capace anche di formidabili e surreali slanci poetici (“Il mare è il luogo antibaudelairiano per eccellenza”), di illuminanti battute sarcastiche (“Le croci uncinate che fiorivano ovunque costituivano l’ennesima prova del genio grafico dello spirito tedesco”) e di proclamarsi ideatore di movimenti artistici e periodi di fertilità creativa verosimili ma mai esistiti. Il Glissismo, con cui evoca la velocità, lo spazio, la sensualità del nudo e la brutalità della società iniqua. Il periodo Kleinkust, collocato tra la monocromia di Yves Klein e quella di Manzoni. Il periodo T, dedicato al ritratto, che prede spunto dal modello di una Ford T a seguito di un curioso aneddoto in cui è coinvolto il costruttore di automobili Henry Ford in persona. Il Puntualismo, estetica derivata dal concetto di trasmissione dell’esperienza e del prolungamento delle vite una nell’altra (“Siamo solo dei segmenti di retta, la nostra sola possibilità di comunicazione è puntuale”). O addirittura l’inevitabile “periodo rosa” di Parigi, definito dal vecchio cialtrone come il migliore che abbia mai vissuto, ed ennesimo richiamo a Picasso.

Nella storia del Novecento, secolo caratterizzato dai due conflitti mondiali, il vecchio cialtrone non poteva non prendere posizione nei confronti della guerra. È una posizione di condanna, per quanto alla Topor: “Saliva dall’Europa un odore dolciastro di cadaveri in putrefazione. Quanti Mozart sono stati assassinati dall’inizio del XX secolo? Se soltanto il massacro si fosse limitato ai compositori, il danno sarebbe stato più sopportabile. Ma come valutare con precisione i tesori scomparsi insieme ai loro potenziali creatori?”

L’amore per l’arte suggella con un folle grido anche l’ultimo capitolo, appena prima dell’epilogo: “L’arte è godimento, come la gioia. Come lei è immorale. Viva il denaro! Viva l’Avanguardia! Via il comunismo!”

“Rebibbia 1977”

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di Patrizia Vicinelli

E torno là    torno sempre là

e ho sposato uno che non era il mio

che mi sarebbe rimasto fedele per sempre

e torno sempre a te – ferito a morte –

ho avuto

tanti amanti amori tutti infedeli

per compensazione

ma   torno   sempre   a    te

non lo sapevo non lo sapevo lo giuro non lo sapevo

quel giovedì quel venerdì

di maggio non lo sapevo

e mi hai condannato per l’eternità

e sono a te finché il sacrificio sia grato

a tutti quelli che sanno

agli avi

alla mia misericordia al tempo che sul mio viso

ha scritto la nostra storia

uccelli marini che non abitano qui

parlano ancora della mia vita

furono colpiti da quelle frecce di metallo

acciaio fuso che puntasti contro

e scoccasti-sì-per difenderti

amore che mai sono riuscita ad amare

tremenda ferita che confinava con l’abisso

delle mie radici ancora inesplorate

tremendo abitacolo

che non ha più voluto abbandonarmi

vent’anni quasi e l’assassinio

il rito di quella notte di luna di fine agosto

si ri-compie

come un miracolo

come una dannazione

un back ground che resta unico

un flash back senza ritorno

Uccidimi una volta per tutte

o    lasciami        andare via

via     da     te

 

*

Da Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance. A cura di Cecilia Bello Minciacchi. Firenze: Le Lettere, 2009.

Carte da slegare 2014 – a Patrizia Vicinelli e le altre

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pv

9 MARZO

Sasso Marconi (BO),
Sala Giorgi
ore 17,15

FRAGILI GUERRIERE

con Rosaria Lo Russo (poetrice)

presentazione del progetto poetico-politico Fragili Guerriere di Daniela Rossi e Rosaria Lo Russo e letture da Patrizia Vicinelli, Amelia Rosselli, Rosaria Lo Russo

*

Carte da slegare 2014, a Patrizia Vicinelli e le altre, a cura di Loredana Magazzeni, Martina Campi, Marinella Polidori, Maria Luisa Vezzali, Giancarlo Sissa

 

Ingresso libero

 

Ucraina, Crimea, Russia

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di Giovanni Catelli
porto di Sebastopoli

Dopo il cambio di potere avvenuto a Kiev, in seguito alla fuga del Presidente Viktor F. Janukovyč e al collasso del regime, la Russia ha immediatamente avviato le proprie contromisure per tenere stretta l’Ucraina nella propria sfera d’influenza. Il sostegno dato da Europa e Stati Uniti alla rivolta ucraina, e la connotazione nazionalista-ucrainofona dei rivoltosi, è stato particolarmente indigesto a Mosca, ed anche ai russofoni delle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina stessa. A tutto ciò si è unita una propaganda spinta ai massimi livelli, in cui le tv russe e le tv ucraine di proprietà degli oligarchi fedeli al Presidente, mostravano come predominanti nella rivolta le fazioni di estrema destra, come Pravi Sektor, Svoboda e Spilna Sprava, quasi che la rivolta contro un regime di leggendaria corruzione, che soffocava ormai l’intera economia ucraina, fosse prerogativa di pochi facinorosi nazi-fascisti, odiatori dei russi e di chiunque parlasse la lingua russa.

Le lettere di Emil

7

[Ha avuto una vita breve (1956-2003) ma un ruolo molto importante in quella generazione di poeti, che si è confrontata in modo nuovo e radicale con la realtà romena durante gli ultimi anni del regime comunista. Con un brano scritto dal poeta Claudiu Komartin.]

di Mariana Marin

traduzione di Clara Mitola

I

Penso a te
disperso tra quelle città d’Europa
dove io non arriverò mai.
La Rivoluzione non è iniziata nemmeno quest’anno
ma noi continuiamo ad aspettarla,