Lor signori si commuovono, lor signori deplorano, poi lor signori vanno in aeroporto a ricevere le bare avvolte strette nelle bandiere, lor signori sfiorano le bare con gesto toccante e misurato, invocano le vie diplomatiche, tuonano, quando ne hanno la forza, sulla natura terribile della guerra, sulla sacra obbedienza e la dedizione al dovere, insomma si stracciano le vesti, naturalmente in modo metaforico, dioguardi, pensa che gesto inconsueto, indiscreto e sconveniente sarebbe se il ministro o l’onorevole o il presidente si strappassero letteralmente le vesti di dosso alla Cerimonia Commemorativa, con tutte le bandiere che garriscono al vento, facendo così garrire pure i propri onorevoli o non più tanto onorevoli indumenti.
(Luglio 2011) Devo andare a vedere una fabbrica di arredi, in Brianza. Ci vado in macchina con Matteo Ragni, raffinato designer inventore di oggetti culto, vedi, fra gli altri, il celebre “moscardino”, forchetta-cucchiaio che infesta gli aperitivi di mezza Italia da circa un decennio.
Lo prendo in giro. Per come la vedo io, gli dico, farei una moratoria, chiuderei tutte le facoltà di design, obbligherei chi ama la materia a fare uno stage di almeno un lustro in qualche fabbrica, o fattoria, così, giusto per restituire un minimo principio di realtà a chi ha “artistizzato” una disciplina che invece la realtà voleva semplificarla e renderla democratica.
Ma Matteo non ci casca, la mia provocazione è nulla per lui. Perché in fondo è d’accordo con me. I processi produttivi sono quelli che gli interessano, non l’oggetto feticcio. Parliamo di sovraproduzione formale, di scarti, di sostenibilità. “Odio il biodesign” mi dice, questa nuova tendenza che ci obbliga a usare oggetti punitivi, pseudoetnici fatti con la paglia o con materiali facilmente biodegradabili ma che diventano troppo in fretta spazzatura, rifiuto.
Mi parla di Claudio De Luca, suo collega alla facoltà di Design di Bolzano, che teorizza il “tempo minimo di permanenza” di un oggetto. Affinché esista ed abbia un senso, affinché sia davvero sostenibile, un nuovo oggetto dovrebbe avere una età minima di vita. Il contrario della scadenza di un alimentare: che sia un divano o un bicchiere, per l’impegno di materiali usato, perché abbia un senso produrlo, deve riuscire ad essere usato non al di sotto di una certa soglia temporale.
Quaranta anni fa almeno, non ricordo più né autore né titolo, uscì un saggio che sognava l’architettura del futuro come qualcosa di facilmente smontabile, deperibile, sostituibile. Non è andata così. Continuiamo a costruire senza senno edifici che, per la tecnologia impiegata, vivranno un tempo lunghissimo. Inutilmente. L’esatto contrario dei prodotti del design che dovrebbero permanere di più nelle nostre case. Le stesse che dovremmo riuscire a sostituire (demolizione-ricostruzione) senza che questo infici la sostenibilità ambientale. E il buon senso.
Durante
Sono nato nel 1966. Come la B&B. Che poi, in realtà si chiamava C&B, Cassina & Busnelli, due bei cognomi che più briantei non si può, nomi che fanno venire le vertigini ad ogni studioso del designer. Poi il sciur Busnelli decise di camminare con le sue gambe, e grazie ai prestiti bancari, oggi così rari, nel 1973 ha dato alla luce la B&B. No, non Busnelli & Busnelli, in una sorta di iper-ego-riferimento, ma più ironicamente Banche & Busnelli. 45 anni. Come me. Mi dicono, in giro, che sono un giovane scrittore, un giovane architetto. La B&B, quindi è una giovane azienda. Ovvio che no. Io non sono giovane da un bel po’ e qui, a Novedrate, già da decenni si fa la Storia del design.
Per come la vedo, poi, a farla, la Storia, è stata proprio Pier Ambrogio, più ancora dei suoi gallonati designer. È stato grazie all’idea, tutta sua, di impiegare il poliuretano per i divani. Primo al mondo. Nel giro di pochi anni l’hanno imitato dappertutto, ma Busnelli era già avanti. La catena produttiva doveva restare tutta sotto il controllo qualità. Niente esternalizzazioni. Quindi una bella sede, nuova nuova – fatta da un giovane (lui sì!) architetto che pochi anni dopo avrebbe vinto il concorso del Beaubourg-, dove produrre i telai da annegare nella colata del poliuretano.
Sono qui, in fabbrica, ad osservare come li fanno questi pezzi unici. Unici e perfettamente replicabili, all’infinito. Altro colpo di genio. La qualità dell’artigianato e la produttività dell’industria. Sono qui, gongolando come un bimbo ad una gita, e vedo lo sversamento nello stampo del prodotto chimico che nel volgere di pochi secondi lievita come un sufflè. Un operaio chiude lo stampo. Tempo venti minuti e quella massa informe diverrà una poltrona. Sembra magia.
La sede poi negli anni è cresciuta. Si sono aggiunte nuove ali, tutte progettate da architetti vicini all’azienda. Giro mani dietro la schiena e osservo i manifesti delle campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani, i 4 compassi d’oro, le scocche di legno di pezzi mai messi in produzione… un involontario museo del design a portata di mano, basterebbe volerlo fare. Ma i Busnelli non stan lì a sfogliar le verze (per dirla alla lombarda), le generazioni che hanno portato avanti il lavoro del fondatore devono produrre per l’Europa, per l’Asia, per gli States. Da qui. Dalla Brianza velenosa di battistiana memoria.
Gironzolo per un reparto dove vedo un operaio ricoprire di uno strato di dracon il volume stampato di poliuretano, poi mi avvicino ad un tavolo dove è stata stesa una pelle: un laser disegna e poi taglia sul pellame i pezzi che comporranno la finitura del mobile.
Ci sto bene qui. A me gli showroom annoiano. Non ho passione per il pezzo finito, per l’egotismo del progettista. Odio le archistar, non sopporto i designer che si atteggiano ad artisti maledetti. Amo la fabbrica. Amo chi ha della produzione un’idea generale, non parcellizzata, amo lo scambio di opinioni fra competenze, un disegno che per diventare pezzo finito deve passare per il centro di ricerche interno, dove capire cosa cambiare, per renderlo più semplice da produrre, più stabile o sicuro. Amo l’idea del lavoro collettivo. Come è un film, che non esiste solo grazie al suo regista, ma ha una peculiarità, una qualità, solo se i suoi sceneggiatori, attori, macchinisti, sono bravi, professionali, talentuosi.
I designer che lavorano da anni qui alla B&B l’hanno capito. Bisogna assorbire una mentalità, direi quasi una tonalità B&B. A pensarci, tranne le icone pop (come la Up di Gaetano Pesce) o lo scontato obolo modaiolo à la Zaha Hadid, qui si fanno mobili che devono restare, per decenni. Non possono permettersi di “passare di moda”. Dalla prima generazione di progettisti, Afra e Tobia Scarpa, alla seconda (tutti giovanissimi, ai loro esordi), vedi Antonio Citterio, chi lavora qui sembra disegnare oggetti che, in un certo senso, “sono sempre esistiti”. È quel gusto understatement tutto lombardo, figlio inconsapevole del motto borromaico: humilitas. Essere, non apparire.
Quello che mi manca, penso, uscendo dalla sede di Renzo Piano, è il passaggio di consegne ai nuovi progettisti. Ho 45 anni, non sono un giovane artista, la mia generazione è saltata perché oppressa da quella che ci ha preceduti, che non ha voluto eredi, ossessionata dal potere e dall’essere “per sempre giovane”. Ma oggi chi può prendere in mano l’eredità di una storia così nobile? Quale imprenditore, oggi, ha voglia di investire come faceva “Il sciur Busnelli”, nei talenti under 30?
Dopo
(Aprile 2012) Biciclette dappertutto. Io e mia figlia Sara, 7 anni, cerchiamo un palo, una ringhiera, un semaforo, dove parcheggiare la nostra ma, in questo crocicchio di strade, sono tutti occupati. “Da lunedì a venerdì – mi dice Mariano, il nostro accompagnatore – il Salone è dei tecnici, dei designer, degli stranieri, il fine settimana è dei milanesi.” In effetti c’è gente ovunque che passeggia tranquilla, anche in mezzo alla carreggiata; l’aria profuma di salamelle alla brace. Sembra di stare ad una sagra paesana, non al Fuorisalone di via Ventura, quello che pare essere diventato uno dei poli imprescindibili della creatività internazionale.
Mariano Pichler è l’eminenza grigia di tutto ciò. Architetto, collezionista, imprenditore, nove anni fa trasformò questo quartiere di fabbriche dismesse, in un incubatore d’arte, di design, di architettura. Ora ci passeggiano i milanesi, come fossero ad una gita fuori porta. “C’è desiderio di cultura, voglia di capire il contemporaneo” mi spiega. Proprio di fronte ad una installazione ne ho una conferma: incontro per caso un’amica, Cristina: “è già il terzo anno che vengo – mi dice – è diventato un appuntamento fisso.” Ma perché qui, perché non nella più celebrata via Tortona? “Lì si sente di più la presenza delle aziende commerciali, qui è la creatività a farla da padrona”. Interviene suo marito, illuminante: “Mi sembra d’essere Alice nel paese delle meraviglie!”
Ha ragione: Sara zampetta dappertutto come fosse al Luna Park (sulle nostre teste campeggia, tra l’altro, la scritta “Luna Park” delle ex Varesine qui riportata anni fa da un artista, memoria di una Milano effimera che va scomparendo), curiosissima, non si perde nessuna invenzione, nessun oggetto insolito: bicchieri fatti di capelli, lampade che riciclano metri di legno da muratori, poltrone modellate col pongo. Cose che solo i bambini riescono ad immaginare. O gli artisti.
Tutta questa roba non serve a niente, dico con una punta di sarcasmo, non entrerà mai in produzione. Margriet Vollenberg, da Utrecht, sorride. Organizza da tre anni con la sua socia, Margo Konings, la design week di via Ventura, se lo sarà sentito dire chissà quante volte. I numeri le danno ragione, gli espositori, i progettisti e i visitatori sono aumentati del 50% rispetto allo scorso anno. “Qui mettiamo in mostra il pensiero, la creatività pura, senza compromessi. Qualcosa che sta prima della produzione”. O forse anche oltre: specchi inchiodati al muro, lampade di piume di gallo, tele di ragno. È come se fossimo in una zona grigia, fra installazione d’arte, oggetto ludico, concetto filosofico, progetto futuribile. Andiamo tutti assieme a vedere una performance in un padiglione dove accademie di design di mezzo mondo espongono le loro ricerche. Un giovane designer olandese sta impastando del materiale plastico a polvere metallica. Dietro di sé un curioso marchingegno, sembra una pressa da tipografi con alla base un catino. Tutto attorno piccoli sgabelli a tre piedi. Quando l’impasto è pronto lo versa, poi muove i contrappesi e la pressa comprime l’impasto nel catino. Margriet mi spiega: “Ci sono tre calamite potentissime sul perno superiore e una sotto il catino.” L’artista manovra la carrucola solleva la pressa e come per magia l’impasto prende forma: tre colonne si staccano dall’impasto e seguono l’attrazione delle calamite. Sembra d’essere in un laboratorio di un alchimista, stiamo assistendo in diretta al miracolo della materia che si fa forma compiuta.
Senza ricerca non c’è innovazione, sembra vogliano dirmi. E la ricerca deve essere libera, senza compromessi. Deve saper recuperare la dimensione artigianale, delle cose fatte a mano, e, su tutto, deve poter sperimentare, esagerare, sbagliare. “Ti voglio far vedere due cose estreme – mi dice Mariano – i due poli dentro i quali si muove tutta la ricerca e il senso di questo Fuori Salone.”
In una stanza perfettamente bianca, Andrea Mancuso e Emilia Serra hanno modellato del filo di lana nero su una trama di fili trasparenti, da loro precedentemente tesi fra soffitto e pareti. Sembra di vedere uno schizzo a matita in tre dimensioni, una specie di pensiero fisico che riproduce un interno. Uno spazio mentale estroflesso. Mi lascia senza parole. Ci pensa Sara a commentare: “Guarda, papà, una sedia fluttuante!” Poesia, insomma. Perfettamente inutile, perfettamente necessaria.
Poi Mariano ci porta sul solaio di copertura d’un edificio dove una onlus, la “Orti d’azienda”, ha realizzato un orto pensile. Sostenibilità, filiera corta, chilometro zero, lì, fatti evidenza, a portata di mano, senza troppi fronzoli formali. “Non è solo una questione di pomodori – mi dice Antonio Vento, uno dei soci – è anche un modo per creare senso di condivisione sui luoghi di lavoro”. Semplice e geniale. Che ne dici?, chiedo a mia figlia. “Bello – mi risponde – io l’avevo già disegnato quando ero all’asilo.” I bambini sono più avanti di noi. Sempre.
(i tre pezzi sono già stati pubblicati, in versioni differenti, su Costruire, Domus, Corriere della Sera)
Correspondances
di Francesco Forlani
Mi chiedo a volte se è davvero necessario parlare di poesia, spiegare il nesso, il fatto, svelare l’arcano che ci dice della fortuna o della miseria di una poetica, l’affiliazione, la bastardaggine di un verso. Per questo trovo ancora più straordinari i lavori critici in poesia, quelli di cui sono testimone, orale o scritto, portati avanti con cura certosina, attenzione sovrumana all’opera. Penso ai lavori di Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Giuliano Mesa, Andrea Inglese, Francesco Marotta, solo per citare pochi esempi, che già mi dico e dicono che sono sempre gli stessi, nel mio immaginario. Se così poco, ci dicono, serve la poesia al tavolo della letteratura cosa e come servirà una critica poetica, se non a raccogliere le poche briciole cadute dal tavolo, i pochi lettori che restano dopo la scrematura. Nessuno legge più poesia, figuriamoci allora testi critici sulla poesia! Ecco io vorrei essere uno di quei lettori, uno di quei critici. Vorrei avvicinarmi al tavolo, chinarmi e raccogliere poche briciole, riporle in un qualcosa, un sacchetto di carta, un foglio, e scrivere: “queste poesie di Claudia Ruggeri sono belle.” Ovvero dire in lungo e in largo, con dovizia di particolari e maîtrise assoluta di strumenti e aggeggi critici, come e perché sono belle. Tanta è la strada che però mi separa dal tavolo, e poco, troppo poco il tempo per riuscire a dire altro da quanto è stato già detto su Claudia Ruggeri. Critica sincera, che non faccia astrazione del cuore, come hanno scritto di lei Mario Desiati o forse Michelangelo Zizzi oppure semplicemente riuscire a leggere i suoi versi come li ho sentiti detti a Matera, in una chiesa sconsacrata per voce di Alfonso Guida. E metterci la stessa passione di Francesca Canobbio, la cura di sua madre Maria Teresa del Zingaro, con cui ci siamo scritti poche cose. Le poesie che seguono me le ha mandate Elio Scarciglia autore di un documentario, allegato al libro Canto senza voce di Claudia Ruggeri, libro curato da Esther Basile e Angela Schiavone e che verrà presentato a Genova il 12 luglio. Eccole. Il calice di fiele che mi hai dato
Questa croce pesante
che ho portato senza proteste
sopra il mio Calvario.
Questi chiodi crudeli
ho lasciato trafiggere
il mio corpo e il mio sudario.
Queste piaghe profonde
che ho guardato aprirsi nella carne:
oh, mio Signore, tutto questo,
lo sai,
te l’ho donato.
E pure, adesso che il festino è finito
Oh, mio Signore, ti faccio omaggio,
e, sorridendo,
brindo
col calice di fiele
che mi hai dato.
§
Prego i tristissimi occhi
d’eroe di guardare
che i suoi logori sguardi
vertano sul mio dolore.
E poi volino
fantastici e stanchi
partendo da lì.
Dal dolore.
Prego che Vittoria
sappia che nel suo volo di pietra
è la perdita umana
Prego che Eroe e sua Vittoria
passeggino insieme
per poco, nel mondo.
Che le estati li investano, torride,
e così lunghe notti
nel freddo.
Che la terra riempia di sassi
le palpebre giovani
e le guidi fin dentro
dai suoi dannati.
Prego le ragioni della luce
di illanguidire i loro respiri,
e le sabbie di soffocarne la voce.
Prego il mare
affinché disperda i loro cuori
nelle sue acque.
Poi li trovarono
nella nicchia di un tempio
contorti e iniziati.
Li esposero in lunghissimi
treni di legno.
L’organo vomitava rigido
algide melodie.
Carcerata la loro giovinezza
da tetti di mogano,
zolle di terra
e poi rovi di vermi.
Li trovarono
e trovarono la mia preghiera
nei loro occhi
pallidi ed attoniti.
Lontano, in un giardino fiorito
qualcuno prepara una croce e dei chiodi.
Un giorno dei saggi
potando gli sterpi
in un vecchio giardino
troveranno anche me
con un passero
duro tra i denti.
& Canto di Madre
Un albero
incantato e festoso
alcova di primavera
leggiadra
Quell’albero non l’ha mai visto
il mio bambino
era già adulto quando nacque:
aggrottava le ciglia
Scrutando il bianco affaccendarsi
di chi controllava il suo pianto:
il mio bimbo
è nato serio
Ha sentito
il composto formarsi
dei ghiacci
ed ha guardato, dal vetro
gli svizzeri giochi
innevati.
Ha amato quell’ordine,
ed ha preferito morire
per non vedere
l’inutilità
di frivola
e scomposta
primavera.
A me ha lasciato
un albero stupendo.
Sotto le sue fronde poserò
boccheggiante
nei violenti ardori
di un’estate
mentre la chioma
scapigliata
mi schiaffeggerà
a sangue.
Già lo fa
che ancora
è inverno nell’addio,
e mi rimane
nella faretra
stremato,
sulla spalla,
una saetta d’azzurro, simile a quello
che colpiva il cuore
con l’aggrottarsi vecchio
che chiedeva venia
d’essere mai esistito.
Quest’albero
che “tu” hai cresciuto
nel mio seno
duro come un cadavere
in un affanno cosmico
ispessisce
ed è la crudeltà
che tu piantasti
per essere ingannato
mentre io
relativa
t’abbracciavo.
Sento nel mio corpo
quel seme
che piantasti,
farsi albero
crescere …ispessirsi
dentro un affanno
cosmico.
La crudeltà
mi ha preso
di stringerti
e ingannarti
Nota post
Sul sito dedicato a Claudia Ruggeri è possibile leggere tantissimi materiali critici e letterari in grado di far capire davvero “la bellezza” della poesia e dell’universo poetico che l’ha generata. E lo fa anche attraverso contrappunti, controcanti, come nello scambio epistolare che qui segue tra la poetessa e Franco Fortini. Solo a prima e distratta lettura parrebbe un dialogo tra sordi, anzi diciamo tra qualcuno che urla, grida e un altro che non sente. In realtà, credo, qui si avverte, nelle parole accorte di Fortini, oltre al leggendario pudore fortiniano rispetto all’amore, qualsiasi forma d’amore, una partecipata paura, sentimento del pericolo, l’Alerte aux poètes. Claudia Ruggeri scrive : “Oggi ho 22 anni ed ho concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. “Bello ventiduenne / come aveva predetto il suo tetrattico”, Majakovskij si mise a dormire “a piene gambe a pieni malleoli” (Blok). Ma questa è superstizione.”
In realtà, credo faccia allusione a Carmelo Bene, altro salentino maudit, eccedente, il Carmelo Bene dei Quattro modi di morire in versi. I poeti detti da Bene erano Majakovskij, Blok, Esenin e Pasternak. Ecco perché Claudia Ruggeri dice Blok ma in realtà si trattava di Pasternak. Fortini raccomanda alla giovane poetessa di liberarsi di Bene? Non so, ma sicuramente del verso “Oh, s’io avessi allora presagito, quando mi avventuravo nel debutto, che le righe con il sangue uccidono, mi affluiranno alla gola e mi uccideranno. Mi sarei nettamente rifiutato di scherzare con siffatto intrigo. Il principio fu così lontano, così timido il primo interesse.”
Lecce, 1 Marzo 1990
Caro professore, ma caro veramente
se pur fantasiosamente. Io sono assolutamente incapace di scrivere una lettera, e lo sono soprattutto se con una lettera devo “comunicare” concretamente. E qui, come fare entrare, e subito, il mio nome; oppure, per esempio, il colore del pullover che indossavo quel giorno, e, insomma il senso di un epistolario caduto e la mania di gerarchia e di aristocrazia che mi prende quando si tratta di “parlarne”, “spiegarne”, di un gesto che è profondo e leggero troppo per non sfuggire ad una qual si sia esibizione.
Insomma ho covato una “dedica” lungo cinque anni; già, perché fu nell’85 che la conobbi e che quella che era stata la predilezione per un poeta s’inverò in un pensiero amoroso e riverente per un uomo. Sentii come un richiamo strano una parentela iniziale una “con esistenza” di destini ed una “elezione” radicale. Anche lei mi guardò spostando appena il Corriere della Sera ed io fui troppo certa che in quello esercitò una comprensione e forse una condivisione di tale “affatata” circostanza. E infatti dopo poco lei mi chiamò in corridoio e lì parlammo, attimi, in piedi, come ladri, soli.
Esco da due anni infernali in cui sono stata affetta da una malattia alla tiroide che mi ha portato crisi di nervi e che mi ha bloccata su tutti i fronti. Ora riprendo a studiare, a scrivere non ancora, a vivere ed a fuggire da questa maledetta città per ritornarvi tuttavia; riprendo riprendo ma non riprendo
tutto, forse. Oggi ho 22 anni ed ho concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. “Bello ventiduenne / come aveva predetto il suo tetrattico”, Majakovskij si mise a dormire “a piene gambe a pieni malleoli” (Blok). Ma questa è superstizione.
Le invio il mio “Inferno minore”, le chiedo di leggerlo; non le piacerà, lo indovino, per il tipo di
scrittura (specialmente non le piacerà la I sezione “il Matto”), epperò non mi biasimi per averglielo dedicato, non se ne offenda. Un’intitolazione collega congiunge individua un maestro, e questo potrebbe infastidirla; ma d’altra parte -il mio inferno essendo perlappunto “minore”- io non sarò famosa: quella dedica rimarrà familiare, un segno di affetto, un debito Sua Claudia Milano, 10 marzo 1990
Cara Ruggeri, la rammento benissimo e la ringrazio molto del ricordo e della fiducia e dell’invio.
Ho letto Inferno minore con l’imbarazzo di una ammirazione per l’intelligenza, la sottigliezza e la passione, che deve fare i conti con un giudizio molto cauto per quanto è dell’angolo da cui lei guarda le parole e ascolta il linguaggio. Il ‘pastiche’ culturale, prima ancora che linguistico, occupa tutto lo spazio del lavoro: c’è un accumulo, dalle citazioni alle note, che attraversa i testi, una ripresa di modi e vezzi di troppe avanguardie e neoavanguardie, che fa pensare al sovraccarico di collane e gioielli e anelli che il suo buon gusto certo le impedirebbe di portare.
Badi bene, nessuno meglio di me sa che la poesia è anche letteratura e artificio. E che può essere necessario, per parlare, uno spesso trucco. Però in lei, mi pare, domina un ‘sistema’ letterario così fortemente organizzato e tirannico che la comunicazione metaforica e allegorica stenta a stabilirsi.
Cose che lei ha ben chiare: “amo la tua continua consegna mondana…”, “amo le tue cadute benché siano finte…” Questo ‘romanzo’ psicologico non manca davvero di ritmo, di percussioni interne, di passaggi ‘forti’; mi pare che, piuttosto, ci sia una tendenza a saturare ogni singola composizione con tutti gli strumenti disponibili, con èsiti di soffocazione e di autoannullamento. Mi pare di poter dire che il ‘punto’ non è di scrittura ma di esistenza. Credo intendere che cosa voglia dire essere stata così ammalata e quali tensioni quella specifica alterazione possa avere, non dirò prodotto, ma coltivato; ma ho buona memoria di quel che Giacomo ha scritto per non procedere oltre su questa via banale. E tuttavia vorrei che lei sapesse uscire dal corridoio di specchi delizioso, terrificante e anche infame (“Inferno minore”, appunto) non verso una “salute” e una “salvezza” ma verso una maggiore attenzione (nel senso di ‘risparmio’, di klassische Dämpfung, di limitazione volontaria dei mezzi) alle escursioni dei livelli di linguaggio, di discorso e di esperienza, una minore fiducia nella ‘impunità’ della parola letteraria qua talis. Non ho consigli fuor di questo: di uscire pro tempore verso la prosa più banale e convenzionale prima di tornare al verso.
Mi accorgo di non averle parlato dei versi suoi ma di quel che li precede o li segue. Una lettera non può far altro.
Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso né voglio essere ma invece, e con molta stima e simpatia, il suo
Secondo stime recenti nel mondo
ci sono ogni anno 26 milioni
di aborti legali.
Sebbene sia
quindi
un’esperienza frequente,
è ancora oggetto di diatriba.*
CHE NE SARÀ DEL PROBLEMA SE NON ME NE OCCUPO ABBASTANZA? Se con il vostro aiuto, la maldicenza, l’invidia, il collasso economico, la ripugnanza, la solida rete di dipendenze, se assieme, o gli uni contro gli altri, convergendo su di me, non facciamo grande, solenne, il problema?
Da qualche settimana l’intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente qui Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Luis de Miranda per noi ed è stato pubblicato sul numero tre, edito da Raimondo di Maio (Dante & Descartes) .(effeffe)
Divenite plastico. Poi esplodete.
di Luis de Miranda traduzione di Laura Toppan
Un libro uscito di soppiatto lo scorso marzo, intitolato Che fare del nostro cervello?, esprime un concetto ‘politico-neuronale’ che potrebbe divenire la parola-chiave del prossimo decennio: plasticità. O quando il nostro cervello ridiventa dinamite.
Altolà: tutti quelli che si disperano, perché non credono più in una possibile rivoluzione all’interno del nostro nuovo mondo concentrazionario, aspettino prima di suicidarsi. Un barlume di speranza sembra ancora permesso, e non arriva né dalla Cina né da Cuba, ma esplode dall’interno del nostro cervello.
Jean-Pierre Changeux, nel suo libro L’uomo dei neuroni, ci aveva messo in guardia vent’anni fa: la «scoperta della sinapsi e delle sue funzioni sarà rivoluzionaria tanto quanto quella del DNA». Alla lettura di questo libercolo fondamentale della filosofa Catherine Malabou (Che fare del nostro cervello?, edito da Bayard) siamo costretti a constatare che il DNA fascista si sta opponendo ad una teoria moderna che fa della corteccia (e non solamente del pensiero) un alleato dell’ideale della liberazione. Di che cosa si tratta? Innanzitutto di una buona notizia, in questi tempi di mimetismo gregario, perché «sono gli uomini che costruiscono il loro cervello e non sanno nemmeno di farlo: quindi il nostro cervello è un’opera». Ed è questa la plasticità, perché il cervello non è mai fissato una volta per tutte: durante tutta la vita i neuroni si attivano o si disattivano a seconda della storia e della volontà dell’individuo; così il cervello non è una macchina, ma è capace di rimodellarsi. E in che cosa è una nuova potenza rivoluzionaria? Per capirlo bisogna passare attraverso Il nuovo spirito del capitalismo di Luc Boltanski ed Eve Chiapello, che notano come «il funzionamento dei neuroni e il funzionamento sociale si diano mutuamente forma, come se il funzionamento dei neuroni si confondesse con il funzionamento naturale del mondo». Ma questa situazione potrebbe anche essere rovesciata.
Sappiamo, almeno sin dai tempi di Deleuze, che viviamo in una società reticolare. «Abbiamo compreso da un pezzo – sottolinea Catherine Malabou – che oggi sopravvivere significa essere connessi in rete, essere capaci di modulare la propria efficacia. Sappiamo bene che ogni perdita di flessibilità corrisponde ad una pura e semplice messa in gioco». Insomma, bisogna essere flessibili, ma è proprio qui che prende forma una tesi illuminante: la flessibilità nel lavoro, divenuta il leitmotiv del neocapitalismo, non ha nulla a che vedere con la plasticità autocreatrice. O, detto in termini più filosofici, «la flessibilità è la metamorfosi ideologica della plasticità. Essere flessibili significa ricevere la forma o l’impronta, poter piegarsi, essere docili, non esplodere. Manca, alla flessibilità, il potere di creare, di stilare, di inventare o anche di cancellare un’impronta. La flessibilità è la plasticità meno il suo genio». E non si tratta di divagazioni filosofiche, perché il biologo Jean-Pierre Ameisen aveva già insistito (nel 1999 ne La scultura del vivente) sul fatto che il cervello, lontano dall’essere – come si è creduto a lungo – un organo ben costituito interamente sin dalla nascita, è un’istanza che riceve e si dà forma allo stesso tempo. Da cui riconciliare con la natura quelli che sarebbero tentati, ancora una volta, dal disprezzo del corpo. «L’idea – sottolinea Catherine Malabou – di un rinnovamento cellulare, di una rigenerazione, di una risorsa ausiliare della plasticità sinaptica, mette in luce la potenza della guarigione – cura, cicatrizzazione, compensazione, rigenerazione, capacità del cervello di elaborare delle protesi naturali» e di diffondere le sue trovate attraverso la contaminazione (per esempio attraverso un articolo in un’altra rete: il Net). Sembrerebbe quindi, visti i risultati recenti delle neuroscienze, che il famoso mind-body problem – come lo chiamano i cognitivisti – prenda un nuovo orientamento. Già due anni prima Marc Jeannerod concludeva così il suo libro La natura dello spirito: «il paragone tra cervello e computer non è pertinente». Deleuze, uno dei rari filosofi a interessarsi alle ricerche neuroscientifiche degli anni ’80, l’aveva presentito nel suo libro sul cinema L’image-temps, in cui parla del cervello come di un «sistema accentrato», di un «effetto di rottura» con l’immagine classica che ci si fa di lui. «La scoperta di uno spazio celebrale probabilistico o semi-fortuito, an uncertain system – afferma Deleuze – evoca l’idea di un’organizzazione multipla, frammentaria, un insieme di micro-poteri piuttosto che la forma di un comitato centrale». Si può allora paragonare il cervello a un regista cinematografico, poiché la sua plasticità diventa l’immagine reale del mondo. Un’immagine che ispirerà altri registi, non sempre ben intenzionati. «Così – nota Catherine Malabou – è in riferimento a questo tipo di funzionamento che la letteratura di management di oggi raccomanda il lavoro di squadra flessibile, di neuroni, ove il capo è un connettivo. Chi non è flessibile deve scomparire». E prima di scomparire, merita di soffrire.
In Fatica di essere se stessi, libro dedicato all’esaurimento nervoso e alla nuova psichiatria, il sociologo Alain Erhenberg dimostra che esiste una frontiera tra sofferenza psichica e sofferenza sociale. La depressione è ciò che un altro sociologo, Robert Castel, chiama la «dis-affiliazione». In entrambi i casi si tratta spesso di una sofferenza d’esclusione, che si declina in altrettante malattie della flessibilità. «In un mondo ‘connessionista’, ove la grandezza sociale presuppone lo spostamento – aggiungono Boltanski e Chiapello – i grandi approfittano dell’immobilità dei piccoli; l’immobilità è infatti la fonte principale della miseria di quest’ultimi. Ognuno vive così nell’angoscia permanente di essere sconnesso, lasciato, abbandonato da coloro che si spostano». Ma, ed è l’altra buona notizia veicolata dalla plasticità, la depressione, che è divenuta oggi un fenomeno troppo massiccio per non annunciare un cambiamento più generale, potrebbe essere la prima tappa dialettica di una riconfigurazione collettiva delle coscienze. Jean-François Allilaire, professore di psichiatria all’università Sorbonne Paris-VI, ha messo in evidenza i legami tra depressione e spostamenti di neuroni: «la depressione, cioè la sofferenza psichica in generale, è associata ad una diminuzione delle connessioni di neuroni»; una diminuzione che corrisponde, la maggior parte delle volte, ad una inibizione né involontaria né tangibile. Insomma, la depressione potrebbe essere una forma collettiva di resistenza passiva contro la flessibilità. Nonostante ciò, a livello individuale, «dobbiamo imparare nuovamente – afferma Christine Malabou – a metterci in collera, a esplodere contro una certa cultura della docilità, dell’amenità, della cancellazione del conflitto; proprio ora che viviamo in uno stato di guerra permanente».
Il cervello sta forse riscoprendo, all’alba del XXI secolo, che è un processo dialettico ed è quindi giunto il momento di rileggere Hegel e anche Bergson, per il quale ogni movimento vitale è plastico, nel senso che deriva da un’esplosione e allo stesso tempo da una creazione: è solo fabbricando degli esplosivi che la vita dà forma alla propria libertà e che volta le spalle al determinismo. E poiché oggi le parole sono più potenti degli esplosivi creati dalla natura con la complicità del cervello, leggiamo, per concludere, questo passaggio dall’Energia spirituale: «l’artificio costante della coscienza, dalle sue origine più umili e nelle forme viventi più elementari, è di cambiare la legge della conservazione dell’energia ottenendo dalla materia una fabbricazione sempre più intensa di esplosivi sempre più utilizzabili. È sufficiente allora un’azione estremamente debole, come quella di un dito che preme senza sforzo il grilletto di una pistola, per liberare, al momento voluto e nella direzione prescelta, una somma il più grande possibile di energia accumulata. Fabbricare ed utilizzare degli esplosivi di questo genere sembra essere la preoccupazione continua ed essenziale della vita, dalla sua prima apparizione nelle masse protoplasmatiche deformabili a volontà fino alla sua completa espansione in organismi capaci di azioni libere». A tutti gli attentatori al plastico, arrivederci.
Non mi ero pentita di averla accesa. Nel parterre mancavano gli ospiti che persino mio figlio riconosce come presenze di un patto sado-maso tra pubblico e programma, non stavano sbraitando, nemmeno interrompendosi di continuo. I servizi si concentravano su questioni più interessanti del consueto, rendendo tollerabili le inevitabili dosi di retorica. Poi il giovane conduttore si è avvicinato a un uomo in platea, uno di quelli invitati nel ruolo della gente-che-porta-la-sua-testimonianza. La storia doveva essere giunta al cosiddetto onore della cronaca ma non ne sapevo nulla. Mi arriva solo la faccia del piccolo imprenditore senza lavoro, gli occhi con le lacrime malassorbite.
(Tre anni fa, per il Padiglione italiano della Biennale di architettura di Venezia curato da Luca Molinari, scrissi questo appello che ho la sensazione sia – mai come in questi giorni, purtroppo – ancora attuale.)
Non esiste un solo ettaro in Italia di natura “naturale”. È bene non dimenticarcelo. Il paesaggio italiano, dalle Alpi fino a Lampedusa, è stato tutto modificato, manipolato, disegnato dall’uomo. Che sia nei suoi centri storici, o nelle metropoli, che sia nelle valli impervie o lungo le spiagge, l’Italia intera è come una sorta di tela, di progetto a dimensioni iperterritoriali. Super Land Art. La differenza quindi non sta nel sogno bucolico di tornare a una natura che non abbiamo mai conosciuto per davvero, ma nella consapevolezza che questo paesaggio antropizzato – che per millenni ha saputo trovare un equilibrio fra le esigenze di chi lo abitava e il rispetto per il ciclo delle stagioni – ha subito nell’ultimo secolo troppi shock, troppi strappi nella tela. Il bosco di castagni è economia tanto quanto la centrale idroelettrica, ma è anche paesaggio, scrittura materiale del territorio. Occorre cambiare la prospettiva economica, comprendere che lo sviluppo, di per sé, non può essere infinito perché il territorio a disposizione è finibile. Anzi: è ormai finito.
La sostenibilità è uno dei mantra dell’architettura del nostro inizio millennio. Ma che significa, in pratica? “Chilometro zero”, “emissione zero” (spero non “tolleranza zero”!), e poi? Una visione dell’Italia del futuro che non comprenda che il tema vero dovrà essere la “cubatura zero” è una visione ancora legata al narcisismo puerile dell’idea di moderno. Sappiamo che la popolazione nazionale comunque crescerà, anche grazie alle forze nuove che vengono dalle epocali immigrazioni globali. Ma dobbiamo abbandonare il mito devastante, e in fondo piccolo borghese, della frontiera (mito importato, imposto, deleterio). La sfida autentica sarà costruire senza neppure rubare un solo metro quadrato di territorio agricolo, di costa, di argine, di declivio. La cubatura zero è un imperativo morale.
Oggi 100 metri quadrati al minuto di Pianura Padana vengono cementificati nel nome delle magnifiche sorti e progressive. E gli ettari di abusivismo edilizio spalmati per l’intero stivale neppure si contano. Tutto ciò non si può più sostenere, è un suicidio simbolico, artistico e materiale. La tela dell’opera d’arte globale che è l’Italia ha bisogno di ricuciture degli strappi, di attenzione, di cura. Ecco la sfida per la nuova generazione di architetti: censire, discernere, conservare. Ma anche approntare cancellature nel palinsesto, non avere paura a demolire e riprogettare intere parti del territorio, riedificare meglio e con maggiore consapevolezza le nostre città. Contraendo, piuttosto che invadendo, modificando abitudini di mobilità privata, ridisegnando gli spazi metropolitani, estendendo le superfici dedicate all’ambiente.
Il lavoro è enorme. Riqualificare le coste, dalla Liguria alla Calabria, demolendo chilometri di inutile edilizia di scarsa qualità, seconde, terze case sfitte e decrepite; ridefinire e consolidare gli argini e i letti dei nostri fiumi, riforestare i crinali contenendo i dissesti idrogeologici, liberare la Brianza dallo sprawl indifferenziato, bonificare la Terra di Lavoro dalle discariche abusive tossiche , etc. etc.
Tecnologia e green economy. Non per un romantico approccio arcadico, ma per vieto interesse. La natura può fare a meno di noi. Noi, se vogliamo sopravvivere, non possiamo fare a meno della natura.
(Dopo le prime puntate in Spagna – qui e qui – ecco una nuova intervista per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo l’Argentina grazie alla guida di Jorge Aulicino. Il salto tra i continenti non vi sembri così arbitrario: le due culture e i due mercati editoriali sono profondamenti intrecciati. gz)
Un’intervista a Jorge Aulicino di Ilide Carmignani e Giuseppe Zucco
Un’opera di Jaz su una parete di Buenos Aires, Argentina
Che spazio occupa in percentuale la letteratura italiana nell’insieme della letteratura tradotta in Argentina? E le altre letterature europee?
Non esistono cifre al riguardo. Non sappiamo nemmeno quale sia la percentuale di letteratura tradotta venduta in Argentina. Ma conviene tener conto, prima di proseguire, che il nostro mercato editoriale è dominato da tre grandi gruppi non argentini: Planeta, Santillana e Random House, che hanno assorbito le grandi case editrici locali, come Sudamericana e Emecé. Con un’aggravante: le traduzioni che leggiamo sono in genere realizzate in Spagna, da traduttori spagnoli, con lo spagnolo di Spagna e non con quello che si parla in Argentina. Temo che in questo paese l’epoca d’oro della traduzione sia finita. Ci sono stati, tuttavia, tempi migliori. Dal 1950 alla fine del secolo scorso, le case editrici argentine hanno pubblicato gli autori contemporanei italiani, tradotti da autori argentini: Moravia, Morante, Pavese, Pratolini, Vittorini, Pirandello, Gadda, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Pasolini, Calvino e così via. Enrique Pezzoni, editore di Sudamericana, Horacio Armani, Attilio Dabini, Rodolfo Alonso sono stati grandi traduttori e divulgatori della letteratura italiana attraverso case editrici come Sur, Losada, Sudamericana, Fabril. La sinistra ha tradotto Gramsci negli anni Sessanta. José Aricó e Héctor Agosti sono stati i suoi traduttori e divulgatori. Oggi dipendiamo quasi esclusivamente dalla Spagna, cosa abbastanza scandalosa in un paese che ha accolto più di sei milioni di emigranti italiani, che ha una popolazione per il 60% di origine italiana e che parla con un accento dovuto in parte agli andalusi ma soprattutto ai napoletani, come dimostra un recente studio del Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET).
Quali sono gli scrittori più conosciuti?
Ho letto su Nazione Indiana le interviste ai traduttori spagnoli e direi che qui il panorama è simile. L’autore più conosciuto è Andrea Camilleri, pubblicato dalla casa editrice spagnola Salamandra. In una cerchia più ristretta di lettori, sono apprezzati Antonio Tabucchi e Alessandro Baricco, pubblicati entrambi da Anagrama. Anche i nomi dei saggisti e dei filosofi sono prevedibili: Umberto Eco, pubblicato da Lumen, è quasi popolare in Argentina. Gianni Vattimo ha, suppongo, delle buone vendite, a giudicare dalla sua presenza sui giornali. Anche lui è stato pubblicato da case editrici spagnole. In una cerchia ancora più ristretta hanno avuto successo anche Toni Negri e Giorgio Agamben.
Viene tradotta la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi?
Libri italiani per bambini non se ne conoscono in Argentina. La saggistica, tranne gli autori già menzionati, è legata agli sforzi compiuti da piccole case editrici di dimensioni quasi artigianali. Per esempio, El Cuenco de Plata ha pubblicato pensatori classici come Tommaso Campanella e Torquato Accetto. La stessa casa editrice ha appena pubblicato La divina mímesis di Pasolini, tradotta da Diego Bentivegna. Un’altra casa editrice molto piccola, Winograd, ha dato alle stampe Pico della Mirandola. Sono sforzi direi quasi eccentrici.
La poesia non viene pubblicata né ristampata, eccetto che nelle piccole case editrici. Un lettore giovane, persino uno scrittore o un poeta giovane, qui non trova traduzioni di Montale, Pavese, Fortini, Pasolini, Penna. Non ha quindi accesso ai grandi poeti del Novecento, a meno che non li trovi nelle librerie di seconda mano o dispersi in Internet. Eppure questi classici contemporanei sono stati tradotti quaranta o cinquant’anni fa da poeti come Armani e Alonso. Costituiscono una grande eccezione alcune edizioni recenti, tutte pubblicate da case editrici minuscole: María Julia Ruschi ha tradotto Mario Luzi per Grupo Editor e Milo de Angelis per Hilos; Delfina Muschietti ha tradotto Alda Merini per Bajo la Luna (una casa editrice un po’ più grande); Winograd ha pubblicato le Rimas completas di Dante, tradotte da Marcelo Pérez Carrasco; un anno fa Gog y Magog ha date alle stampe la mia traduzione dell’Infierno de Dante (la traduzione completa di tutte e tre le cantiche uscirà da Edhasa quest’anno, se Dio vuole).
Una presenza così scarsa della poesia italiana non corrisponde all’alto livello dei traduttori di poesia disponibili in Argentina, gente come Bentivegna, Muschietti, Pérez Carrasco, Pablo Anadón, Ángel Faretta, Alejandro Bekes, Carlos Vitale, Guillermo Piro, e gli stessi Armani e Alonso, che sono ancora vivi. Molta di questa poesia viene pubblicata su blog.
L’opera poetica di un autore come Rodolfo Wilcock, che si stabilì in Italia e decise di scrivere in italiano, non è ancora stata tradotta. In Italia l’ha pubblicata Adelphi. Wilcock ha avuto più fortuna con alcuni dei suoi racconti: li ha pubblicati Sudamericana, oggi assorbita da Random House-Mondadori.
Il principale problema che impedisce di pubblicare autori italiani in Argentina, compresi i poeti, è che in genere i diritti appartengono alle case editrici spagnole.
Quanto sono tradotti i classici? Quali sono accessibili e quali mancano all’appello?
Mancano praticamente tutti. Alcuni si possono trovare nei cataloghi delle case editrici spagnole, ma non sempre sono presenti nelle librerie. Ho comprato l’ultima traduzione dell’Orlando furioso, realizzata in Spagna da José María Micó, nella libreria online della Casa del Libro di Madrid. Non abbiamo a portata di mano né Ariosto né Machiavelli e nemmeno Dante, tranne che nelle edizioni ridotte. Non è possibile leggere i poeti del Quattrocento nemmeno in edizioni spagnole. Né Petrarca, né Boccaccio, né Tasso, né Leopardi fra gli altri. Ho trovato una riedizione della Divina commedia di Edaf tradotta dal conte di Cheste nell’Ottocento, una vera chicca! Ma passando a quelle spagnole non si trova la traduzione di Ángel Crespo, novecentesca. La cosa peggiore è che non vengono nemmeno ripubblicate le traduzioni argentine della Divina commedia: né quella di Bartolomé Mitre (militare e presidente argentino) della fine dell’Ottocento, né quella di Ángel Battistessa degli anni Settanta.
Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana?
No, non esistono case editrici specializzate in letteratura italiana. Le linee editoriali sono le stesse che valgono in Spagna.
C’è un qualche lavoro di scouting sulla letteratura italiana contemporanea? Che parte hanno in questo i traduttori?
Non c’è niente del genere…
Quale accoglienza riserva il pubblico argentino agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti (Eco, Tabucchi, Camilleri, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?
Gli autori italiani sono stati molto amati in Argentina sia dal punto di vista letterario che personale. Calvino, ad esempio, fu molto letto e molto ben accolto durante le sue visite. Perché piaceva la sua letteratura e perché era italiano. La visita di Ungaretti, molti anni fa, fece clamore. La risposta alla seconda parte della domanda è: purtroppo no.
I libri italiani che vengono tradotti in Argentina che varietà linguistica presentano in spagnolo? Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera semplice o anche libri particolarmente elaborati sul piano della lingua e dello stile?
I pochi libri che si traducono qui, quasi tutti grazie a piccole case editrici, presentano la varietà linguistica del Río de la Plata. Gli argentini fanno fatica ad accettare lo spagnolo di Madrid, persino nelle opere più popolari, anzi forse soprattutto nelle più popolari. Fanno fatica ad accettare che un personaggio di Camilleri dica gilipollas. Naturalmente si vendono di più i libri di scarsa complessità stilistica. Tabucchi è il livello medio.
Sono presenti nelle redazioni culturali argentine dei giornalisti e/o scrittori che conoscono il panorama italiano contemporaneo? Esistono riviste o blog letterari che si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani?
Esistono pochi critici nei grandi giornali che conoscano il panorama italiano contemporaneo. I più importanti – Armani, Hugo Beccacece – sono ormai in pensione. Io stesso non lo conosco e sono stato responsabile del supplemento culturale del “Clarín”, il quotidiano più venduto in Argentina. Dipendiamo completamente da ciò che pubblicano gli editori spagnoli. Sappiamo poco, pochissimo, di quello che accade in Italia, e solo grazie ai giornali online.
Che immagine ha il lettore argentino dell’Italia? Gli stereotipi che ci caratterizzano all’estero possono in qualche modo influire sulla scelta dei titoli italiani da tradurre?
Lo stereotipo dell’italiano passionale, che parla a voce alta, è una figura in cui gli argentini si riconoscono. Gli argentini credono di assomigliare ai napoletani, e ne sono felici. In genere, sono orgogliosi delle loro radici italiane e il soprannome tano non è offensivo ma quasi onorifico. Gli immigrati però hanno tagliato tutti i legami con la loro patria e non hanno insegnato l’italiano ai figli. Tuttavia, più del 50% delle parole del lunfardo (il linguaggio che un tempo era della malavita e oggi è il linguaggio della strada) hanno origine italiana: diciamo comunemente naso, gamba, facha (da faccia), laburo (da lavoro), escrachar (forse da schiacciare, ma con senso diverso: distruggere, denunciare), balurdo (da balordo, ma come imbroglio), grosso, mersa (da merce o mercante: volgare), mina (per dire donna), nonno, birra, mufa (da muffa: noia, malumore), manyar (da mangiare), festichola (da festicciola) e altre mille parole che in genere si ignora provengano dall’italiano o dai dialetti italiani. E normale dire “ma sì” e io credo che anche il nostro vocativo che venga dall’italiano, da c’è: colui che dice “c’è”, cioè l’italiano.
Tutto questo però non si riflette in una particolare presenza della letteratura italiana nelle librerie. Traduttori per vocazione, come quelli che ho nominato, penso che abbiano spesso scelto l’italiano per ragioni familiari e culturali. Ma non abbiamo lavoro nelle grandi case editrici.
Affinché uno scrittore italiano acceda al mercato editoriale argentino o latinamericano, quanto conta la sua casa editrice di origine?
Conta, nel nostro caso, quale casa editrice lo ha pubblicato in Spagna, perché è la Spagna a dominare il mercato e il marketing.
Che funzione svolge la letteratura italiana nel polisistema letterario argentino?
Nella letteratura argentina, gli autori del dopoguerra, e anche quelli precedenti, sono stati molto influenti, soprattutto Pavese. La poesia argentina attuale, in particolar modo, non sarebbe concepibile senza di lui e senza Montale e Pasolini. Insieme al cinema neorealista sono arrivati numerosi autori che oggi non si pubblicano più. Pratolini, per esempio. Lo stesso Pavese, che ha molto influenzato uno scrittore ormai canonico come Juan José Saer, non si trova più in libreria. Nel campo delle idee, Vattimo è un autore molto letto e discusso, ma non succede la stessa cosa nella letteratura e nella poesia.
Che tipo di politica culturale persegue l’Italia in Argentina? Potrebbe avere modalità di diffusione più efficaci?
Non conosco la politica culturale dell’Italia in Argentina. L’associazione Dante Alighieri è ancora in piedi, con filiali in varie città, ma non conosco, né credo che esista, una politica riguardo alla musica, alla letteratura, alle belle arti. Non credo che gli enti preposti abbiano una nozione chiara di quale ricezione possano avere qui gli autori italiani. In un certo senso anche l’Italia dipende dall’industria editoriale spagnola. Ci sono due ambiti in cui si potrebbe lavorare: gli incentivi alla traduzione dei classici italiani, compresi quelli ormai canonici del secolo scorso, e gli scambi culturali in genere.
Come funziona il mercato editoriale in Argentina? Che scambi ci sono con gli altri paesi dell’America Latina?
Il nostro è un mercato con maggiori possibilità rispetto agli altri paesi latinoamericani. L’Argentina, malgrado abbia un indice di vendita di libri minore ad esempio della Francia, è il paese con il più alto tasso di vendita per abitante di tutti i paesi di lingua spagnola dell’America latina. Si vendono circa 80 milioni di libri all’anno, in un paese di 40 milioni di abitanti. Questo significa due libri all’anno per abitante. E una recente inchiesta ha dimostrato che se prendiamo in considerazione la sola classe media la cifra sale a quattro-cinque libri all’anno.
Che ruolo svolge l’editoria spagnola? La distribuzione in Argentina funziona nello stesso modo per gli editori spagnoli e latinoamericani?
La distribuzione delle case editrici spagnole funziona nello stesso modo in tutti i paesi, che io sappia. E questo ha un risvolto terribile, dal mio punto di vista: i libri di autori argentini pubblicati dagli spagnoli in Argentina molto raramente vengono immessi negli altri mercati latinoamericani, e di rado in Spagna. E la stessa cosa accade negli altri paesi latinoamericani. In Argentina non ci sono, a loro volta, case editrici di altri paesi latinoamericani, tranne il Fondo de Cultura Económica del Messico e la colombiana Norma, che ha smesso di pubblicare romanzi e saggi per dedicarsi solo alla letteratura infantile e giovanile. La casa editrice cilena Lom ha però annunciato che quest’anno porterà in Argentina un catalogo molto interessante, che comprende anche Pirandello.
Le traduzioni argentine circolano anche in altri paesi latinoamericani e in Spagna? Che conseguenze ha nelle traduzioni il problema delle varianti locali dello spagnolo?
Penso che le traduzioni argentine non circolino affatto. È raro che le grandi case editrici facciano ricorso a traduttori argentini. Anche gli ottimi traduttori argentini che si sono stabiliti in Spagna e lavorano per le case editrici spagnole devono adattare il loro spagnolo rioplatense all’uso peninsulare. Nel nostro paese, l’uso dello spagnolo di Spagna nelle traduzioni ha provocato un grande dibattito fra i traduttori e gli intellettuali in genere, perché è una variante dello spagnolo innaturale per noi.
E’ vero che gli argentini sono tradizionalmente considerati traduttori eccellenti?
Sono stati e sono ancora oggi dei grandi traduttori, o almeno dei traduttori appassionati. Molti di loro sono stati anche scrittori. Dall’illustre Mariano Moreno, che tradusse Rousseau ai tempi della Rivoluzione, fino a grandi poeti come Alberto Girri, che dagli anni Cinquanta agli anni Novanta fu il decano dei traduttori di poesia anglosassone, e anche un po’ italiana; o come Armani, senza dubbio il più autorevole traduttore di poesia italiana; senza contare Mitre e Battistessa, che tradussero la Divina commedia.
Enrique Pezzoni ha tradotto con grandissima perizia tanto dall’inglese come dall’italiano. Aurora Bernárdez è stata una grande traduttrice di Flaubert, Faulkner, Calvino, Sartre. Ci sono stati e ci sono così tanti bravi traduttori che è impossibile nominarli tutti. Vorrei aggiungere che in questo momento sono molto attivi Jorge Fondebrider (inglese, francese), Jorge Salvetti (inglese, italiano, francese), Silvia Camerotto (inglese), Diego Bentivegna (italiano), Pablo Ingberg (inglese), Rolando Costa Picazo (inglese), Pablo Anadón (italiano), María Julia Ruschi (italiano), Gerardo Gambolini (inglese), Marcelo Pérez Carrasco (italiano), Andrés Ehrenhaus (inglese), Florencia Baranger-Bedel (francese), Judith Filc (inglese), Ricardo Herrera (italiano), Migel Angel Petrecca (cinese), ma pochissimi di loro traducono per grandi case editrici. Come ho già detto, l’Argentina ha avuto un’età dell’oro dell’industria editoriale e quindi della traduzione. Ma non è questa.
Biografia
Jorge Aulicino è nato a Buenos Aires nel 1949. Ha lavorato come giornalista per diverse testate e, dal 1984 al 2012, per il “Clarín” di Buenos Aires. Dal 2005 al 2012 è stato direttore del supplemento culturale del Clarín, “Ñ”. Ha fatto parte del Consejo de Dirección del Diario de Poesía di Buenos Aires. Traduce poeti italiani. Ha tradotto, tra gli altri, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini, Eugenio Montale e Franco Fortini. Ha pubblicato le Rimas di Guido Calvacanti, nel 2011 l’Infierno di Dante e quest’anno Purgatorio e Paraíso. Gestisce il blog di poesía di lingua spagnola e tradotta “Otra Iglesia es Imposible”. Ha appena dato alle stampe la sua opera poetica nella raccolta Estación Finlandia che comprende tutti i libri scritti fra il 1974 e il 2011, fra cui Paisaje con autor, Magnificat, Hombres en un restaurante, La línea del coyote, Las Vegas, La luz checoslovaca, La nada, Hostias, Máquina de faro e Cierta dureza en la sintaxis.
[La fotografia dell’opera di Jaz è tratta dal sito Ecosystem]
“Le varietà tradizionali stanno scomparendo”: così si dice e, per dare un esempio e un’immagine, si aggiunge che dove a fine Ottocento si contavano trenta tipi di mele oggi se ne trovano sì e no quattro. Certe affermazioni le sento di frequente, ripetute quasi per inerzia, non tanto perché si conosca con certezza di cosa si parla, ma perché va bene pensare che sia così. Ma non è così dappertutto. Sui monti e nelle terre che l’economia considera marginali non è così.
Sul finire degli anni 1990, durante un corso per agricoltori che si teneva nell’entroterra di Chiavari, avevo chiesto ai partecipanti (tredici persone di età diverse) i nomi delle qualità di frutta, ortaggi e cereali che una volta coltivavano e magari conservavano ancora.
La prima risposta, corale, aveva questi toni: Nu ghe ne ciü! (Non ce n’è più!), Figüemuse se ghe n’è! (Figuriamoci se ce n’è!), Na votta, ghe n’ea, ma oua … (Una volta ce n’era, ma ora …); insomma, delle vecchie varietà non restava neppure l’ombra.
È sempre così: sulle prime i contadini dicono di non avere conservato nulla. Qualche volta non capiscono la domanda; qualche volta la capiscono e se ne stupiscono; spesso diffidano e fanno bene.
Poi, dopo un quarto d’ora di silenzio e di teste che negavano, una donna abbozzò, quasi soprappensiero, che, sì, nella sua frazione era rimasta una Limunin-a, una mela Limonina. Le chiesi il luogo preciso e in corrispondenza di quel luogo attaccai una bandierina a spillo su una grande carta della zona appesa sul muro alle mie spalle. Appena parlò della Limonina, subito qualcuno aggiunse che, vabbè, quella l’aveva anche lui. Ma, a quel punto, anche gli altri avevano qualcosa da dire!
Poco a poco il rivolo dei ricordi diventava un torrente, e tutti facevano a gara per disseppellire dalla memoria le vecchie varietà dei loro posti. Dopo meno di due ore avevo attaccato 128 bandierine: 10 qualità di castagne, 8 di ciliegie, 6 di fichi, 1 di frumento, 13 di legumi, 12 di mele, 1 di noce, 9 di olive, 9 di patate, 8 di pere, 11 di pesche, 7 di prugne, 21 di uva bianca, 12 di uva nera.
Il giorno dopo ho ordinato le informazioni raccolte quella sera e le ho confrontate con due elenchi di varietà di quella stessa zona ricavati dal manoscritto di un proprietario terriero steso nel 1802 e da un’indagine etnografica curata a metà degli anni 1970 da Hugo Plomteux, quindi ho preparato una tabella comparativa da restituire ai tredici agricoltori nel successivo incontro.
Solo di frutta, nel manoscritto figuravano 64 nomi di varietà, nell’indagine 62, e quella sera ne erano stati citati ben 105: il 50% delle varietà conosciute nel 1802 era ancora coltivato quasi due secoli più tardi con lo stesso nome o con un nome molto simile.
Sui monti e nelle terre che non hanno conosciuto l’agricoltura industriale, le varietà tradizionali esistono ancora; solo sono uscite dall’orizzonte percettivo e dalla memoria delle persone ed è come se non esistessero più, ed è questo il primo passo perché sia proprio così, perché ciò che non si vede più, più facilmente può scomparire nel silenzio, anche se ancora esiste, come ancora esistono – anch’essi ormai pressoché invisibili – gli ambiti collettivi, gli usi civici, i patrimoni e le titolarità comunitarie.
Allo stesso modo rischiano di scomparire i saperi condivisi quando sono sacrificati alla dittatura degli esperti, quando la sola validazione del sapere che conti è quella dei professionisti, degli scienziati, dei professori, di coloro che sono iscritti a un ordine professionale, di chi alla sua firma può sovrapporre un timbro.
(anche questo testo, come il precedente, è tratto da “Minima ruralia”, sottotitolo: “Semi, agricoltura e ritorno alla terra”, del filosofo e ruralista Massimo Angelini, pubblicato da “Pentagora”, Savona, 2013)
Il vecchio Anfisbena – come solevano chiamarlo amici, nemici e parenti – si era ritrovato a passare davanti a uno specchio che da sempre era appoggiato al muro del corridoio, lungo lungo la cui lunghezza era interrotta proprio e solamente da quello specchio, che mai Anfisbena aveva notato. Ma quella volta, più che accorgersi dello specchio, aveva scorto la figura che ivi era contenuta, ingabbiata. Ma non vi aveva fatto troppo caso, e aveva proseguito diretto in cucina per un bicchiere gelato di acqua ghiacciata e limone fresco. Faceva tanto caldo in quei giorni. L’estate aveva sgozzato la primavera, non aveva dubbi, e di tale orrendo crimine non un giornale aveva scritta una riga! Ingollato che ebbe l’acqua ghiacciata, se n’era stato a suggere il limone, sbrodolandosi a partire dagli angoli della bocca, ed era quasi tornato nello studio. Quasi perché si era fermato poco dopo il grande specchio, e poi aveva fatto un passo indietro, incerto, ma indubbiamente di grande effetto coreografico. Orrore! Un uomo sfatto, sporco e trasandato profluiva occhiatacce e sudore. La barba incolta, le sopracciglia incolte, un prognatismo evidente, i capelli radi avvolti da una retìna, e una tuta con una toppa rossa sul ginocchio sinistro. Si era avvicinato al suo riflesso e aveva fissato interito un peletto che sulla punta del naso, leggermente ricurvo, si ergeva imponente nella radura deserta delle cartilagini superiori. Con le unghie lunghe e ingiallite dal tabagismo aveva pinzato il pelo e, zac, lo aveva divelto. Quindi si era accorto di se stesso e si era fissato negli occhi. Gli era sembrato di notare livore e disapprovazione nel suo sguardo. Aveva fatto finta di niente e si era rintanato nel suo studio, isolato dal mondo, per terminare di scrivere la sua cosmogonia, mentre di là, in corridoio, nascosto nello spazio invisibile nello specchio, il suo riflesso si era seduto per terra, e fissava il peletto, in attesa della prossima esibizione.
Transustanziazione
Come ogni domenica, Giordano si recò a messa per sussurrare tra i denti, rivolto al prete, «Canaglia pezzente!». La piccola chiesetta sorgeva alla fine del grande corso, anonima come tutte le chiesette di quartiere, con una piccola croce sopra il portone in legno a indicare che quella era la casa del Signore, e ospitava un numero esiguo di fedeli cui bastava ristorare lo spirito invece che gli occhi. Il parroco era un omino dal busto corto agganciato a due lunghe gambe che gli conferivano un aspetto sghembo e vagamente comico. Fortunatamente per lui, la rigida estetica cattolica impone tonache lunghe fino ai piedi, e solo in pochi avevano notato quella sua strana forma. Tra questi Giordano, che più di una volta si era soffermato dopo la messa, seduto su una panca verso le ultime file, a fissare in cagnesco il pretino che sistemava la sala dopo la cerimonia delle dieci, in attesa di quella delle undici. Anche Don Tommaso – questo il suo nome – gettava ogni tanto uno sguardo di sottecchi verso quell’uomo torvo che non si perdeva una messa. Bruno di carnagione, e statuario d’aspetto, aveva uno strano sguardo inquisitorio che metteva a disagio il povero parroco, turbato da tanta attenzione da parte di un uomo che, era risaputo, non credeva né in Dio né nella curia romana. Tuttavia, scacciati i cattivi pensieri, alle undici spaccate Don Tommaso salutò i fedeli, recitò il Kύριε ἐλέησον, e dopo la liturgia della parola, cadenzata dagli sbuffi sarcastici di Giordano, si inginocchiò per la celebrazione eucaristica. Qualcosa però andò storto, perché l’ostia, rivolta verso il cielo con aria di sognate contrizione da parte del pretino, cominciò davvero a grondare sangue, che gocciolava sul vino e sull’altare. Colto da terrore, Don Tommaso lasciò cadere l’ostia e fuggì via correndo, mentre Giordano – riferiscono alcuni attoniti testimoni – si gettava con cannibale riverenza sul corpo di Cristo.
Il neo
La sveglia suonò alle otto come ogni mattino e, come ogni giorno, lei pigiò il tasto snooze e si rigirò su un fianco stringendo tra le gambe un cuscino, cercando la parte più fresca del letto. La trovò in fondo a destra, quasi a cavalcioni sul materasso e a contatto col muro. Sollievo. Nei dieci minuti concessi dal cellulare – odiava i ticchettii delle vecchie sveglie – fece un sogno strano, della densità di un buco nero, nel quale incontrava se stessa, con educazione si salutava, e poi si oltrepassava attraversandosi letteralmente, come fosse un ectoplasma. Dopo si sentiva l’altra se stessa, e tornava da dove era venuta come fosse la prima volta che percorreva quella strada. Il sogno fu interrotto dal suono del cellulare, e stavolta si alzò. Indossò le pantofole e con gli occhi gonfi di sonno andò in cucina, dove, con grande sorpresa, trovò la moka già pronta e un bigliettino di Luis. Sorrise e accese il fornello, prese una tazzina che riempì eccessivamente di zucchero e, mentre aspettava che il caffè salisse, si accinse a rispondere al messaggio. Tuttavia a metà le cadde la biro di mano perché si accorse che stava scrivendo con la destra, nonostante lei fosse sempre stata mancina. Con timore raccolse la penna e provò a scrivere con quella che alle elementari, dalle suore, tutti definivano la mano del diavolo, e si spaventò nel vedere sgorbi d’inchiostro comparire a fatica sul foglio, mentre l’altra mano scorreva fluida come quella di un amanuense. Tremolante corse in bagno per sciacquarsi il viso, convinta di essere ancora sotto le coperte immersa nel suo sogno, ma l’acqua non la svegliò, giacché ne dedusse che era già sveglia. Gocciolante si fissò allo specchio, e notò che il neo di cui andava tanto fiera, sotto l’occhio sinistro, si era come spostato sotto il destro. Dall’altra parte la sua immagine sembrava dirle «Adesso tocca a me».
Il mutuo gliene dissipa la metà e la figlia lontana un altro terzo. Il resto se lo fa bastare, tanto nipoti non ne ha e magra, era già magra prima. A tavola mette solo pasta e patate, e le verdure marce che raccatta all’imbrunire al mercato. Il sapore del pane è un ricordo antico, come tante altre cose, la speranza per esempio, ma finché ha un tetto ha tutto.
Evento collaterale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia
29 Maggio – 15 Settembre 2013
Giudecca e Sant’Antonin, Venezia
Anteprima Stampa: 28 maggio ore 10.00
Come Evento Collaterale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia, Zuecca Project Space presenterà, dal 29 maggio al 15 settembre 2013, una mostra di nuove opere di Ai Weiwei. Si tratta dell’unica grande personale dell’artista nel 2013 e avrà luogo in due diverse sedi veneziane: il complesso delle Zitelle, sede di Zuecca Project Space, e la Chiesa di Sant’Antonin. Opere di Ai Weiwei saranno inoltre esposte in altri punti della Biennale di Venezia nell’ambito della mostra collettiva del Padiglione Tedesco.
Da qualche settimana l’intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente qui Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Yasmina Khadra per noi ed è stato pubblicato sul numero uno, edito da Raimondo di Maio (Dante & Descartes) .(effeffe)
Viva il talento
di Yasmina Khadra traduzione di Martina Mazzacurati
Sono rimasto pensieroso, quel sabato 30 novembre 2002. Pensieroso e scosso. Letteralmente preso in contropiede. La Francia sempiterna rendeva omaggio ad uno dei suoi più sbalorditivi romanzieri, Alexandre Dumas, innalzandolo all’empireo del Pantheon. Il presidente Chirac ostentava la sua più solenne gratitudine nel rivolgersi alla spoglia di Alexandre Dumas, quel mulatto dai capelli crespi la cui pelle non abbastanza chiara offriva in passato il fianco a tanta indelicatezza. Quella sera, in una Parigi completamente sedotta, abbiamo capito una cosa essenziale: il genio si sottrarrà sempre alla meschinità.
Eppure, in altri tempi, questa stessa Francia non era stata così tenera con i suoi scrittori. Hugo, Zola, Jules Vallès, per citarne solo alcuni, erano stati messi al bando, con schiere di creditori alle calcagna, di sbirri zelanti, quando non si trattava di oscuri critici allergici alla luce radiosa del talento.
Quanti poeti eccelsi, vero, Baudelaire? Quanti romanzieri illuminati, giganti straordinari hanno dovuto subire l’esclusione e la crudeltà dei loro detrattori, restando a vegetare in condizioni penose, aspettandosi il peggio solo perché offrivano ai loro simili il meglio di sé?
Ma la Francia, che non perdona mai, sa come farsi perdonare. Dopo le grettezze e le piccole ingratitudini, ecco arrivata l’ora degli omaggi tardivi, belli, sinceri, magici, grandiosi, per ridare evidenza alla grandezza incontestabile della nazione. Parigi ricorda e si raccoglie; le sue strade si prestano straordinariamente alla messinscena della mitizzazione; la guardia repubblicana cadenza il passo sulla marcia funebre; la Francia degli dei riscopre il suo olimpo, raramente ha superato sé stessa come in quel sabato.
E tuttavia, proprio nel momento in cui Alexandre Dumas viene innalzato al rango che compete alla sua generosità, le consorterie segregazioniste di ieri si preparano a infierire. La cerimonia è appena terminata e già la falsa bohème rimette in campo le sue frustrazioni, le lingue biforcute, abilissime nel dire tutto e il contrario di tutto, riprendono il volo e i guru delle Lettere rinnovano la loro stupefacente vocazione: proscrivere il colpo di genio, destituire i meriti, dequalificare il talento autentico e consacrare volgari scempiaggini a scapito di opere sublimi.
In quella medesima settimana, mentre i Francesi esumavano il loro Grande estinto per portarlo alle stelle, in Algeria si continuava a profanare le tombe e a “resuscitare” i nostri cari dispersi solo per buttarli nel fango. Un superbo poeta, Tahar Djaout, assassinato dagli integralisti nel 1993, viene bruscamente strappato al sonno eterno per essere esposto agli anatemi. Ed è così che un tale scrittore fallito, Tahar Ouettar, autore di lingua araba nonché guru nei suoi momenti bui, trova che il fatto di scrivere in francese sia gravemente oltraggioso.
Oltraggioso per chi?
Per la letteratura algerina o per quei pennivendoli da serraglio, a lungo adulati in mancanza di concorrenza nell’epoca in cui le vere vocazioni erano imbavagliate dalla canaglia messianica che ci governava e che oggi si ritrovano faccia a faccia con la loro mediocrità?
A quei nostalgici del tempio virtuale vorrei dire che la letteratura non è una questione di lingua, ma una questione di “verbo”. E il “verbo” è innato, viscerale – lo si possiede o non lo si possiede. E certo non s’improvvisa, né se ne fa merce di scambio, e se – per le esigenze della Causa – lo si dovesse costruire di tutto punto, non durerebbe che il tempo di uno slogan, perché l’autenticità del talento si valuta a conti fatti, in funzione della sua longevità. Gogol non è un genio perchè è russo, lo è grazie alle eccezionali doti di domatore di parole, come Camus, Naguib Mahfouz, Mutis, o Musil. Questi esseri divini addomesticano la lingua a beneficio delle parole; quando scrivono, si innalzano al di sopra dei vocaboli per raggiungere gli spiriti; diventano maghi, incantatori, visionari illuminati, e mettono il loro talento al servizio degli uomini, di tutti gli uomini senza distinzione di razza o di costumi perché la letteratura è la patria di tutti.
Lo scrittore che non ha ancora centrato il problema, commette un grossolano errore di processo; il suo posto non è nei libri, ma nel disprezzo degli assennati.
“Scrivere” non ha bisogno di complementi, è un verbo autosufficiente. In arabo, in cinese, poco importa; tutti gli incantesimi si assomigliano, a patto che non ci siano guastafeste. La felicità di uno scrittore sta nell’essere letto. I lettori non sono più Australiani, Indiani, Fiamminghi, Croati, Italiani o Libanesi; sono i SUOI lettori. Le frontiere non hanno senso quando gli uomini si capiscono. E quando degli energumeni riescono a perdere il treno, quando sanno che non hanno niente da dare, quando la loro insignificanza li riacciuffa, diventano malvagi come iene.
Non c’è peggiore orrore della gelosia.
Invece di mobilitarsi intorno ad uno splendido progetto, di consolidare i bastioni delle nostre ambizioni e di operare perché l’intelligenza dia scacco matto al gioco d’astuzia e alle connivenze, nel mio paese ci si accanisce a sgozzare le teste che predominano.
Brahim Llob scrive al riguardo: “ In Algeria, le cose vanno così, senza scampo. C’è in noi una sorta di piacere perverso nel non dissociare il successo altrui dall’eresia, o dalla fellonia. Questo pregiudizio esercita su di noi un prurito doloroso e piacevole al tempo stesso; potremmo grattarci a sangue senza pertanto volerci fermare. Cosa volete? Ci sono persone strutturate così: contorte perché incapaci di restare dritte, cattive perché hanno perso la fede, infelici perché amano profondamente esserlo. A memoria di Algerino, non abbiamo mai nemmeno tentato di riconciliarci con la nostra verità. Quale salvezza possiamo mai prescrivere ad una nazione quando il fior fiore dei suoi figli, che dovrebbe risvegliare le coscienze, comincia con il travestire la sua?”
Quello che dovremmo ritenere della nostra rovina odierna è, senza ombra di dubbio, questa cecità morbosa che ci impedisce di vedere la bellezza di ognuno di noi, questa ostilità cretina che ci aizza come un’orda di cani rabbiosi contro le nostre prodezze, questa grettezza che ci rende fragili ogni volta che la notorietà apre le braccia ad uno di noi. Dal momento che una rondine non fa primavera, nessuno scrittore può, da solo, incarnare la letteratura.
Così come, quando il talento eccelle, diventa ridicolo contestarlo. Anzi, bisogna saperlo salutare. E’ là che risiede il buonsenso. La grandezza non consiste nello sminuire gli altri nello scopo di sovrastarli; essa è il coraggio e la probità intellettuali di inchinarsi davanti alla magnificenza che li distingue.
George Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi La strada di Wigan Pier, una cittadina mineraria dell’Inghilterra delsud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortunifra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività,che le morti sono accettate come cosa normale, quasicome si farebbe in una guerra minore≫. Come succede in Italia,dove attualmente ci sono 8oo.ooo invalidi e 130.000 travedove e orfani che percepiscono una pensione. E’ una cosache viene da lontano se si pensa che nel ventennio 1946-66 si sono verificati 2.2860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e 966.880 invalidi: quasi un milione di menomati, il doppio di quelli causati dalle due guerre mondiali, che furono mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e delle malattie professionali negli anni della ricostruzione e del boom economico è stata lievemente superiore a un milione di casi annui, dal 1967 al 1969 la cifra è salita a oltre 1,5 milioni e nel 1970 a 1.650.000. Con un primato successivo: il nostro paese nel decennio 1996-2005 è risultato quello con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa. Infatti continuano a creparne più di quattro al giorno. Rachid Chaiboub, un operaio marocchino di trentadue anni, è morto a Desio mentre stava pulendo una tramoggia spargisale. Ha sollevato la grata di protezione dei rulli ed è precipitato all’interno del macchinario. Fabrizio Pagliano, trent’anni, e morto alla cartiera di Torre di Mondovì: era rimasto impigliato con la tuta in una apparecchiatura che poi ne ha provocato la morte per soffocamento. Francesco Calderaro, operaio di quarant’anni, è scomparso tragicamente a Palagiano cadendo dall’impalcatura di un capannone mentre stava rimuovendo alcune lastre in eternit dal tetto. A San Nicandro Rachid Douioi, trentun anni, bracciante agricolo, è stato travolto brutalmente e senza scampo dalla macchina rotante del trattore mentre recuperava dei tubi per l’irrigazione. Sono alcune vittime di una strage infinita, e sembrano i personaggi della piccola America di fine Ottocento cantati da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River. Dopo un secolo ecco i nuovi Butch Weldy, che saltò in aria mentre la cisterna esplodeva nella fabbrica di scatolame e ricadde ≪con le gambe spezzate e gli occhi bruciati come uova fritte≫, o Herman Altman, ≪arso nella miniera≫; per non parlare di quel Mickey M’Grew che per pagarsi la scuola finì operaio giornaliero e morì mentre puliva la torre dell’acqua:
Sempre la solita storia la mia vita:
qualcosa al di fuori di me mi trascinava in basso,
non fu la mia forza ad abbandonarmi.
Ci fu una volta che mi guadagnai i soldi
per andarmene via a studiare,
e all’improvviso mio padre si trovò in difficolta
e dovetti dargli tutto.
E così un giorno mi ritrovai
uomo tuttofare a Spoon River.
E quando si trattò di pulire la torre dell’acquedotto
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi sciolsi la fune dalla cintola,
e slanciai allegramente le braccia gigantesche
verso il liscio orlo d’acquaio della cima della torre –
ma scivolarono sul perfido limo,
e giù, giù, giù, affondai
nella tenebra ruggente!
Massimo Occhiuzzi, quarantun anni, è stato schiacciato da una pressa in una fabbrica di Avezzano dove si lavorano ferro e profilati. Al povero Gaetano Saraceni, trentuno anni, è stata fatale una sbarra metallica mentre lavorava vicino a un macchinario in un’azienda specializzata in stampaggio di metalli, a Solbiate Arno. Michela Vagaggelli, portalettere di quarantun anni, è morta a Siena: mentre percorreva una via in ciclomotore è stata urtata da un’auto che viaggiava a forte velocita nel senso opposto di marcia. Per lei non c’è stato scampo. Cambiano i nomi, i cognomi, ed eccone di nuovi. Nella società dello spettacolo parlarne significa cancellarli. Sono esistiti per trenta secondi, per un minuto, qualche loro familiare diventa protagonista di un programma di intrattenimento del primo pomeriggio. La faccia di un conduttore mostra un’espressione commossa, l’invitato piange, lo share si alza, si impenna, va su. Per altri di questi operai il lavoro è fisiologicamente letale, perché è rischioso ed espone a malattie a volte incurabili.
Forse pochi lo sanno, ma nel nostro paese ci sono ancora i minatori. Non vanno quasi più nelle miniere, non scavano cunicoli per estrarre il carbone come accadeva nel distretto di Marcinelle, ma uno di loro, Pietro Mirabelli, crepato a cinquantadue anni nella galleria Alptransit del Canton Obvaldo, in Svizzera, anche lui aveva lavorato insieme ad altri suoi compagni nei cantieri dell’alta velocita del Mugello: otto ore e più a massacrarsi di fatica nel sottosuolo e una paga da fame. I rischi per la salute sono ancora altissimi: il più comune si chiama silicosi. Per capire quanto la silicosi sia legata a questo genere di mansioni, basti pensare che qualcuno l’ha soprannominata la tisi dei minatori: una malattia che attacca i polmoni causata dall’esposizione prolungata a un minerale molto pericoloso, il biossido di silicio. I sintomi più frequenti possono comparire anche dopo tanti anni dall’esposizione: difficolta respiratorie, tosse, insufficienza cardiaca, tubercolosi. Sempre George Orwell, in quel libro ormai diventato di culto, definì con esattezza estetica la condizione degli uomini del sottosuolo: ≪Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro e cosi esageratamente orribile, ma anche perché è cosi virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene≫. Molti di questi lavoratori non li vediamo, nessuno ce li racconta, come gli addetti ai fumi, che rischiano l’avvelenamento da mercurio, o quelli che lavorano nelle cave, soggetti a gravissime malattie dell’apparato uditivo che causano ipoacusia da rumore. Per non parlare della costante esposizione ai gas che aumentano il rischio di cancro ai polmoni. Qualcuno sa dei palombari che resistono alla mitologia di Jules Verne e dei suoi romanzi avveniristici, per caso? Ebbene, molti sono vittime di un’infermità che colpisce chi opera in cassoni subacquei o dentro scafandri elastici. E ancora ci sono gli operai delle fonderie costretti a maneggiare materiali che contengono amianto e quelli che lavorano in spazi ristretti, all’interno di condotti, cunicoli di servizio, oppure pozzi, fognature, serbatoi e caldaie, un lavoro invisibile come i tanti lavoratori che si calano nelle segrete di una nave, nei bassifondi lerci, oscuri, puzzolenti, e che si chiamano in gergo picchettini.
Al porto di Ravenna, nei cantieri navali Mecnavi di proprietà dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987 tredici di loro morirono asfissiati per via delle esalazioni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della ElisabettaMontanari, una nave cisterna in secca adibita al trasporto di Gpl. Davanti all’ingresso del palazzo comunale, a metà della scalinata, c’è una lapide che li ricorda, vicino a quella dei partigiani, perché questa è la citta di Arrigo Boldrini, il comandante Bulow. Ma la lapide e un po’ troppo generica: ≪La citta di Ravenna alla memoria dei morti sul lavoro≫. Morti dove, perché? Parafrasando la frase scritta davanti ai cantieri navali di Monfalcone che ricorda i morti per amianto (≪Costruirono le stelle del mare, li uccise la polvere, li tradì il profitto≫), avrebbero potuto scrivere: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li tradì il profitto. Si chiamavano Filippo Argnani, e aveva quarant’anni, Marcello Cacciatori, ventitré, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove, Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad Mohamed ne aveva solo trentasei, il povero Vincenzo Padua, sessantenne, stava per andare in pensione e si trovò li per puro caso, chiamato all’ultimo momento per uno scherzo del destino, ed era l’unico assunto e veramente in regola dalla Mecnavi; e ancora Onofrio Piegari, ventinove anni, Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove, e infine Paolo Seconi, anche lui di ventiquattro. Tredici lavoratori morti come topi, asfissiati nel ventre della balena metallica. ≪Non credevo che esistessero ancora simili condizioni di lavoro, a Ravenna, alle soglie del Duemila≫, disse il procuratore capo della Repubblica Aldo Ricciuti che svolse le indagini. Fu una giornata tragica e indimenticabile per la città, e ai funerali, tre giorni dopo, arrivarono la presidente della Camera Nilde Iotti, tutti i massimi dirigenti del partito, e le foto in bianco e nero dell’epoca mostrano il primo cordone di uomini e donne delle istituzioni, i cappotti scuri e le cravatte nere, e dietro una folla immensa e impietrita con gli striscioni dei Consigli dei delegati del porto e delle fabbriche della zona, i vecchi comunisti dagli sguardi increduli, gli occhi lucidi, con ancora le bandiere rosse e in cima un cerchio di metallo dorato con la falce e il martello, un clima da messa da requiem. Mancò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che non ritenne opportuno recarsi nella terra dei ≪bolscevichi≫. Tre giorni dopo Miriam Mafai dalle pagine di ≪Repubblica≫ fece una riflessione citando un autorevole commentatore della televisione giapponese, il quale diceva, rivolto a noi italiani: ≪Voi ci avete dimostrato che si possono raggiungere buoni risultati economici senza trascurare la qualità della vita≫. ≪Purtroppo poi, – scriveva la giornalista, – arriva una tragedia come quella di Ravenna a dirci che le cose sono un po’ più complicate: il secondo miracolo economico, l’aumento del Pil, della produttività e del profitto non sono frutto soltanto di robotica informatica elettronica, ma anche di lavoro più o meno nero, lavoro all’antica “al limite delle possibilità umane”, come ha commentato un magistrato, “in un buco senza uscita, sdraiati per dieci ore al giorno, con l’aria che mancava e la testa che girava per le esalazioni di anidride carbonica”, come ha raccontato un ragazzo che si è salvato perché ha preferito licenziarsi. Dunque, nel felice paese che ha superato l’Inghilterra, nella Pirlandia che è il quarto paese industriale del mondo, in una regione che è fra le più progredite d’Italia, si può morire anche così: un giovane disoccupato, diplomato in ragioneria, a fianco dell’ex tossicomane che intendeva liberarsi della droga e dell’immigrato del Nordafrica che aveva trovato alloggio in una baracca dei bagni di Marina di Ravenna. Visto che celebriamo quotidianamente la scomparsa della classe operaia, come classificheremmo dal punto di vista sociologico questi morti?≫
(questo testo è tratto da “Il costo della vita”, Einaudi, 2013; l’immagine è una delle fotografie di Mario Dondero incluse nel volume)
Vengono, uno dopo l’altro
puntuali, raccontano quel che sognano
l’agire e i pensieri
i reali dolori gli strazi gli amori
la rabbia per gli strali del destino…
Io ti aspetto, aspetto che oltrepassi
la mia soglia alleggerendomi di quei massi
il solo sentire la tua chiave che gira.
Mi contagia la tua allegria
che rivoluziona il moto
la tua presenza che inverte l’orbita:
dimentico dei fondi bui mi diverte
il tuo sorriso che sforbicia
il telo della vita, aggiunge nuova trama
altro colore e modo al mio lume.
Mi investe raffinato
luminoso il tuo costume.
La cena invernale
E il tutto s’incalora
in questo spazio
mentre di fuori il gelo
assedia la mia stanza.
Gennaio incanala l’era
verso l’inizio già pensato,
verso il lontano che ristagna
nella caldaia come finta primavera.
E sulla schiena ingobbita
per la postura sulla sedia
– mala posa della vita
che passa in riga in scrittura –
si scalda a un fuoco interno e lento l’ora
che presto abolirà ogni distanza.
Dopocena I
Non una, ma due, le lampade comprate
che il dépliant di carta lucida nomina Costanza.
Due linee di metallo sormontate
da un cono tronco, che danno luce come da un opale.
Calde, fecondano i due angoli con dei raggi
che in invisibili capriole e immaginarie
tonde traiettorie circondano deridendo
il favoloso buio del fondo della stanza.
O riposano, fonti di luce e di ragione,
quando intorno le parole disattese
assecondano il mostruoso che risale.
Ma, non più detriti, vestigia di templi diroccati e crepe,
non più rovine e spigoli smussati, ma linee dritte
pareti lisce e bianche, perfetti squadri
dopo cena sul divano, con le loro luci accese.
Dopocena II
Col pigiama trotterelli leggera
al nuovo divano. Ti stendi
(non ti siedi), e t’addormenti.
La sera il dopocena è un mondo
chiuso, un’area d’enclave lontana
protetta dalla rete dei tuoi capelli
paralleli e meridiani sull’atlante,
assi dell’intelligenza cartesiana.
Vive il fondo, umano più che umano
dell’opera del giorno, in quest’ora
silenziosa e vera.
Dopocena III
Ti scrissi “trotterelli al divano”
e, senza che tu lo sapessi, ieri come vamp
che fa il gioco della vamp, sei venuta
al divano con la nuova camicia, nera
con i fiorellini, forse rosa,
nell’incedere enfatico d’una sfilata,
ad uso del nostro sorriso, per esso amata.
Notte I
Dopo cena
tu presto t’addormenti,
molto presto, tanto stanca.
I tuoi capelli lisci e fini
allineati sciolti come i fili
di tante tue dipanate trame,
a cui non fanno argini i limiti
reali, né i tanti
immaginari tuoi cuscini.
Io, preso dai movimenti
e dai respiri tuoi, ti seguo,
i sensi racchiusi in desideri
sognanti e lievi, nei leggeri
ritmati tocchi alla tua schiena
della mia pancia.
Notte II
Ti tocco il fianco con la mano:
tu stai già dormendo. Non uso
parole e parlo, spero; intanto
navighi tra il sonno e il risveglio
tra il corpo chiuso nel pigiama
e il pensiero nudo, illuso già dal sogno.
Poi m’inganna il tuo sorriso,
il tuo languido mostrare disimpegno:
dormi, sei lontana. Io accendo
il lume e leggo. Il meglio dell’amore
è questo, penso: stare accanto.
Notte II
Il risultato del nero di una notte in novilunio insonne
con te che dormi come l’alba al mio fianco,
discinto nella camicia il corpo chiaro d’una luce
come luna accesa nella stanza,
è che ora so perché si dice
notte in bianco.
Sinfonietta amorosa del risveglio
Se è no, è no.
Alle cinque e mezzo del mattino
prima dell’ouverture, il suono
della sveglia, andante allegro m’avvicino.
Tra le onde del lenzuolo la mia mano,
i tuoi occhi aperti come soglia, sipario
che aggiunge al mondo interno quello esterno.
Rispondi con un suono ed un sorriso,
il tuo no è l’adagio obbligato
dal pensiero dell’opera del giorno.
Ma io non so se è il preludio
o l’intermezzo.
Mi alzo e sento, pari ad un allucinato
dongiovanni mozartiano,
le notizie del primo giornale radio.
La colazione
Argomenti d’amore sono i bassi
suoni dei tuoi piedi nudi
quando di mattina muovi i tuoi passi
e in pigiama vieni in cucina da me,
pudica assonnata bambina, per il caffè.
Postilla
Svolto il compitino,
e forse così eluso un compito più grande.
Ma ora, computate le parole, aggiunto e tolto
ai lemmi il sempre,
poi messo virgole, fatte cancellature e barre,
così rimosso l’ostacolo trasparente,
ora corri corpo nell’aria: corri, dattela a gambe.
Nota
Venerdì 12 aprile si è conclusa la seconda edizione di Suona Visibile la Parola, la rassegna di letture pubbliche di poesia italiana organizzata Eugenio Tescione e Ortensia De Francesco al Teatro Civico 14 di Caserta.
La rassegna (iniziata il 17 marzo 2011 – 150mo anniversario dell’unità d’Italia – con la serata Muore ignominiosamente la repubblica da Mario Luzi), è strutturata su temi poetici illustrati dalle poesie dei poeti italiani, poesie lette da persone che accettano di farlo, iscrivendosi al cosiddetto club dei lettori. Quest’anno, dopo aver affrontato temi come La Luna, Il Sonetto, Mia pagina leggera (Caproni),sono state inserite due serate di Certamen: poeti (inediti) che leggono se stessi, come contraltare alla sezione Un Poeta si legge, dedicata alla lettura di poeti laureati (sono stati ospiti Patrizia Cavalli, l’anno scorso; e Luigi Trucillo, quest’anno).
In quell’ultima serata Eugenio tescione ha proposto una sua breve raccolta. Ho chiesto a Eugenio di pubblicarla per intero su Nazione Indiana e lo ringrazio per aver accettato la mia proposta. (effeffe)