l’amica geniale
Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità. Si tratta di una sorta di «catafania», ovvero di discesa nei recessi insondabili dello stato solido dell’universo volta al disvelamento della sua agghiacciante insensatezza al di fuori di una mente pensante, capace di incardinarne le casuali conformazioni in rigide coordinate di senso. I suoi lettori più affezionati ricorderanno, ne L’amore molesto, la liquida consistenza umorale di Delia, che impediva alla donna di vivere una sessualità normale, disciplinata da una riconoscibilità fisica dei corpi che ne rendesse possibile una mescolanza; oppure, ne I giorni dell’abbandono, l’incapacità di Olga di distinguere – nel momento della sua massima confusione – tra l’impalpabilità delle parole solamente pensate o dette e la ruvida consistenza dei fatti reali; o, ne La figlia oscura, la simbologia dei frutti troppo maturi, l’ambiguità della cicala che cela al di sotto di un esoscheletro chitinoso la consistenza molliccia del ventre, l’immagine suggestiva della manna della corteccia. La cosa più inquietante è che tali sfaldamenti non sembrano legati a fattori contingenti – di tipo storico o socio-economico – che pure si percepiscono sullo sfondo dei suoi libri. Essi riguardano la dimensione assolutamente imprescindibile della materia stessa, che da accidente diviene sostanza, e che con il suo subitaneo sgretolamento appare minacciare la stessa trascendenza dell’Essere.
Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia
di Andrea Inglese
Consensus versus canea
C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington consensus”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.
Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: a chi stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una crisi privata. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi cosa loro, anche se ormai ne parlano in pubblico, a noi, ai profani.
Baci Scagliati Altrove
di DaniMat
Sandro Veronesi, Baci Scagliati Altrove, pagine 184, Fandango.
“All’età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola”– questo inizio, folgorante, apre il racconto La furia dell’agnello, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta Baci Scagliati Altrove appena edita da Fandango. Un inizio folgorante che ho riconosciuto subito: apriva La tartaruga, racconto selezionato tra i molti di autori vari che composero nel 1990 il primo numero, dedicato al tema La Paura, della rivista Panta, ideata e fondata, con Elisabetta Sgarbi, da Pier Vittorio Tondelli che la diresse per i primi quattro numeri prima di morire di AIDS. Un racconto che ha conservato la sua semplice potenza e ora in quel titolo, allo stesso tempo simbolico e ossimorico, trova la sigla ideale, centrata, buona a fare il paio immediato con quell’incipit che, contro ogni previsione, ci introduce subito a una stranezza: un ragazzino, geloso possessore di un vero pallone di cuoio, rinuncia ad esso in un attimo, risucchiato nella promessa di eccezionale, inappellabile ferocia agitata da un fucile.
Proprio questo è il punto. Anzi, due.
l’amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]
di Gaetano Fiumi
Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c’è nulla da quella parte. L’invecchiamento senza passaggio dall’età adulta lo ha reso creatura inutile. Un vero peccato. Vero? Aveva una faccia simpatica. Sembrava promettere meglio. Da troppe intemperie è stato funestato. Ho messo questa foto della mia infanzia nel mio profilo di Facebook, sperando di farti pietà, ma tu non hai commentato. Tanti hanno commentato, anche femmine pedofile, è una foto commovente. Tanti hanno espresso simpatia per l’operazione. Non tu. Lui è il moccioso originale, precedente ad ogni mutazione. È lui che hai ferito a morte, puttana, il mio nucleo centrale, la mia parte pulita e indifesa. Come hai potuto non aver alcuna pietà di lui? Proprio tu che mi dicevi Io non sono come te, sterile egoista, io con il Promesso Sposo avrò dei figli. Storpi, poco muscolati, mi auguro. E molto pelosi fin dalla tenera età.
A guardar meglio l’immagine il moccioso sembra sul punto di piangere. Forse una favola gli ha profetizzato della maledizione Baronale di Terronia. Fiabe nere. Dove nessuno visse felice e contento.
Nemmeno tu.
Trova le differenze
di Helena Janeczek
Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de Il Giornale ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di Libero: GLI EVASORI RINGRAZIANO. Il titolo del giorno prima – GOVERNO CHE CHIAGNE E FOTTE – sembrava copiato dai commenti in rete con cui i contribuenti di sinistra e reddito medio-basso sintetizzavano la loro rabbia. Il rebus Trova le differenze si risolve un po’ meglio leggendo gli editoriali.
Importanza di un’opera
Andrea Inglese
L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio. Non pretendo che il genere poetico sia l’unica forma di scrittura letteraria in grado di fare questo, ma mi sembra che in ciò consista la sua caratteristica e l’eredità, quindi, che si assume chi perviene al genere e dentro vi lavori in modo sempre diverso. (Perché la lingua di cui si vuole sospendere l’uso non è la lingua di ieri, ma quella di oggi, dei parlanti, e bisogna agire attraverso di essa in una maniera che non ha precedenti.)
Nuovi autismi 10 – La mia felice infanzia
di Giacomo Sartori
a Pauline De Margerie, editrice (in memoria)
Io sono nato senza un pezzetto, ma in fondo poteva andarmi ben peggio. A molti neonati mancano pezzi molto più grandi, o insomma i pezzi presenti funzionano da cani, sono già mezzo marci. A parte il pezzo mancante io stavo benone. Insomma benone, avevo sempre la febbre. Ma a parte la febbre alta, e il fatto che vomitavo in continuazione, tutto il resto era a posto. Del resto era logico che avessi la febbre e vomitassi, anche se erano tutti troppo presi dalle loro carsiche pastoie individuali per accorgersene. L’ho capito da solo una trentina d’anni dopo, leggendo un libro di psicologia dell’infanzia: quel tomo in una lingua straniera spiegava tutto. Ormai però era tardi per farmi passare la febbre, e i protagonisti principali erano defunti. Ma non è questo di cui volevo parlare: piangevo sempre, tuttavia la mia era un’infanzia felice. All’asilo vomitavo e piangevo, ma ero felice. Prima di rigettare avevo dei mal di testa strazianti, poi di solito liberandomi passavano (la febbre se ne era andata, non era più una questione di febbre). L’ospedale per i bambini della mia cittadina si chiamava “Ospedalino”, e io ero sempre all’Ospedalino: me lo ricordo alla perfezione, a cominciare dall’odore e dall’attaccaticcio della finta pelle delle sedie metalliche. Quando arrivavo mi salutavano e mi facevano le feste, perché ero un habitué. Mi incollavano gli elettrodi tra i capelli e scuotevano la testa, quasi volessero levarsi l’acqua dalle orecchie.
anarco test
di Paolo Morelli
Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire
Montaigne
1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?
□ può essere □ è una cazzata □ non so
Sullo scrivere. Dieci consigli ai giovani scrittori
di Keith Botsford
Casa Kike, Biblioteca
“Awl, rut, jot; bag, beg, big, bog, bug; sap, sep, sip, sop, sup”.
Tutte parole di tre lettere. Se conoscete il significato delle prime tre, conoscete anche le loro possibili commutazioni? Sapete che ci sono altri cinque modi di utilizzare tutte le vocali ed altrettanti le consonanti? (Ci sono). Non pensavo che esistesse una parola come “sep”, ma c’è. E’ una vecchia parola che significa “sheep” (pecora). Gli scrittori amano curiosare nella loro lingua, in tutte le lingue, non solo nella lingua in cui parlano e scrivono, ma nelle lingue della matematica, della musica.
L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino
di Giuseppe Zucco
Di cosa puzzerà il male?
Di zolfo? Di inferno? Di Zyklon B?
Oppure il male ha perso odore e colore,
come tanta altra parte del mondo morale?
J. M. Coetzee
Mi ero ripromesso di non scrivere di questo film. Era già successo una volta, dopo l’ultimo di Sofia Coppola. Somewhere e This must be the place – mi ero detto allora, mi ripeto qui – non sono film, ma scatole dorate. Sciolto il nastro, sollevato il coperchio, ti restituiscono l’ennesima esperienza del vuoto, di quanto il vuoto e la mancanza di idee o la confusione di idee o l’accanimento mandibolare su idee già spolpate possano essere dispiegate in un’abbacinante superficie specchiata su cui rimirare lo sfarzo dei bagliori e nulla più.
Dal 5 dicembre il nuovo numero di alfabeta2
Sulla copertina del numero 15 di «alfabeta2», sopra l’immagine di un’opera di Giuseppe Spagnulo, campeggia una striscia rossa con tre parole: Debito Crisi Potere – riassunto del triangolo che di questi tempi sembra tenerci prigionieri, e soggetto di un focus a cui intervengono Andrea Fumagalli, Francesco Indovina, Stefano Lucarelli, Marino Badiale e Fabrizio Tringali, Maurizio Lazzarato, Christian Marazzi (tra i temi affrontati, la dittatura finanziaria, la fabbrica del debito, il dogma – vero o presunto – dell’euro).
Per un contrasto ovviamente voluto, al centro del secondo focus proposto troviamo la poesia, anzi la Poesia-Mondo-Festival, così come la declinano i responsabili di alcune delle manifestazioni poetiche più importanti del pianeta, da Jairo Guzmán, del Festival Internacional de Poesía di Medellín, a Peter Rorvik di Poetry Africa a Cape Town.
Tra gli altri materiali della rivista, le riflessioni sul(tramonto del) postmoderno di Alberto Abruzzese, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti, la conversazione con Ida Dominijanni a cura di Enrico Donaggio e Daniela Steila all’interno del ciclo su Intellettuali e potere, il reportage da Cuba di Omar Calabrese.
Nel supplemento alfalibri le stroncature di Pietro Citati e Marc Fumaroli ad opera, rispettivamente, di Daniele Giglioli e Stefano Chiodi; due pagine francesi (Valerio Magrelli su Antonin Artaud e Massimo Raffaeli su Louis-Ferdinand Céline; il testo Con gli occhi aperti Isola Iceberg Invasione di Vincenzo Latronico.
Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo – Sarzana)

Questionario Librerie Indipendenti: risponde la libraia Chiara Lasagni della Terzo Luogo di Sarzana.
A cura di effeffe
Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va
“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa. Il suo nome si rifà al concetto di third place formulato da Ray Oldenburg nel saggio The Great Good Place, dove l’autore, com’è noto, individuava per le nostre esistenze tre diversi “luoghi”, valorizzando i “terzi luoghi” come gli spazi della socialità, della crescita civile, della partecipazione e condivisione democratica, e differenziandoli così dal “primo luogo”, ossia la casa, l’ambiente famigliare, e dal “secondo luogo”, ossia il contesto lavorativo. La nozione di third place è stata variamente applicata a enti di diversa natura, anche commerciali − come appunto una libreria −, ma accomunati dalla capacità di offrire spazi di socialità e condivisione.
The Last Ringbearer: una fanfiction tolkieniana
di Jan Reister – E’ appena uscita una nuova versione de The Last Ringbearer di Kirill Yeskov, tradotto dal russo in inglese ad opera di Yisroel Markov. L’ebook è scaricabile dal blog del traduttore come pdf, epub e mobi.
Pubblicato in russo nel 1999, il libro è un tributo a J.R.R. Tolkien, dalla cui opera trae ispirazione per raccontare la storia della Terra di Mezzo all’indomani della caduta di Mordor. Non è però un sequel, ma un vero e proprio rovesciamento complementare de Il Signore degli Anelli, raccontato con la voce degli sconfitti mordoriani, epigoni di una civiltà razionale e scientifica distrutta da un’alleanza oscurantista abilmente guidata dagli Elfi:
Cinque poesie di Michail Ajzenberg
A cura di Elisa Baglioni
Ora in forma di saggio, ora in versi, è tutto un frantumare zolle di terra per riportare semi a un suolo censurato. Particelle di pensieri o di discorsi in Unione Sovietica, durante gli anni Settanta, si sono impigliate nelle pagine di Ajzenberg e qui, più che in ogni altro poeta non ufficiale, hanno ricreato il carosello della Stagnazione: vecchio, arrugginito, che neanche i bambini trovavano più attraente. In questo terreno l’individuo, privato di una posizione pubblica, si chiude all’interno di un paesaggio interiore, corazza difensiva e luogo della resa dei conti, dove sono inutili maschere e inganno. Se all’esterno regna l’idolo e il feticcio, all’interno lo spazio è vuoto, impalpabile e sprovvisto di utopie. E nella situazione in cui il corpo bloccato respira a mala pena, la lirica arriva a dare uno spazio di libertà interiore, contenuta e discreta. La poesia si manifesta con un balbettio o un dialogo tra sé e sé, dove si cerca di arrivare a una soluzione e trovare la forza di continuare, poiché Ajzenberg ha imparato la lezione di Puškin quando scriveva “Al mondo non v’è gioia, ma v’è libertà e pace”.
Ingeborg Bachmann Invocazione all’Orsa Maggiore

MANTOVA Palazzo Te Sala dello Zodiaco [1579] Lorenzo Costa il Giovane?
Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi, occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zanne aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.
i-Cinema
[Il Calendario del Popolo è un mensile culturale che nasce a Roma il 27 marzo 1945, un mese prima dalla completa liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
La rivista è pubblicata ininterrottamente dal 1945 ad oggi e si occupa, di numero in numero, di temi monografici differenti. Quello in uscita in questi giorni è intitolato “Intervista al cinema”. Gli amici della Sandro Teti Editore ci regalano un articolo in anteprima, fra i tanti che potrete trovare sulla rivista. G.B.]
di Sergio Bellucci
L’avvento del cinema rivoluzionò la possibilità di raccontare il mondo. Molto più di altre invenzioni, segnò l’ingresso nel “secolo breve”, prima della radio e della TV. Per la prima volta, infatti, una tecnologia integrava modalità espressive che, fino ad allora, erano rimaste separate e fortemente specialistiche. All’autore cinematografico era consegnata la possibilità di “ricostruire” una sintesi narrativa che coinvolgeva due dei sensi principali, l’udito e la vista, e tutti i linguaggi sviluppati intorno a essi. Era una rivoluzione. Immagini in movimento e testo, prima, suoni, parole e colore, poi, accelerarono sia la possibilità espressiva per l’autore, sia la conoscenza del mondo per chi fruiva di quel racconto. Le possibilità di raccontare esplosero in fiume di proposte, soggettività, emozioni.
Ebook: investire, innovare, promuovere. Ma chi paga il conto?
Una riflessione di Maria Cecilia Averame:
Le scelte editoriali sono prima di tutto scelte culturali […]. Scegliere di aprire una collana che parla di geopolitica rispetto ad una di chick-lit, o investire su iApp digitali che potrebbero mettere secondo piano il contenuto, sono scelte editoriali, ma sono anche e soprattutto scelte politiche. Di fronte alle tante wunderkammer multimediali, anche di grande effetto, gli editori, i redattori e gli sviluppatori devono essere in grado di riportare l’attenzione alla cosa narrata e letta, e a riflettere sul cosa rimane al lettore dopo essere entrato ed uscito da questi nuovi prodotti digitali. Perché il rischio è che si continui a parlare di editoria digitale in termini di ebook multimediali, ebook interattivi, social reading, e non si parli mai di sofferenza, di rivolta, di cambiamento e di passione.
Che la cosa narrata resti – insomma – una sorta di appendice e non il cuore di quello che andiamo a fare.
La pagina che non c’era
Riparte il concorso nazionale di scrittura creativa La pagina che non c’era, organizzato dall’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli per gli alunni delle scuole superiori.
Gli scrittori proposti per la II edizione del premio sono Viola Di Grado, Settanta acrilico e trenta lana, edizioni E/O, Andrej Longo, Lu campu di girasoli, Adelphi, Marco Malvaldi, La briscola in cinque, Sellerio, Antonio Scurati, La seconda mezzanotte, Bompiani.
L’idea guida del progetto è quella di riunire intorno ai libri i ragazzi spesso distanti dalla pagina scritta, superando la loro naturale diffidenza nei confronti dell’ ”atto della lettura” con un gioco letterario.
2 prose comode
di Andrea Inglese
La politica della pergamena
La pergamena era stata protetta da un circuito a doppia entrata. Giaceva come inavvertita sulla soglia del vestibolo, laddove i questuanti sessuali passavano e ripassavano con dita spellate e palpebre azzurre. Se qualcuno osava utilizzarla per stilare un osceno e disperato graffito – un pene ramificante o un culo-baule, con stemma numerico breve (codice di cittadinanza socio-psichiatrico) – dall’altro capo della Residenza si consentivano transazioni illimitate a suo discapito, fino al prosciugamento delle bacheche di credito individuale. Era un sistema a strappo: chi nuoceva su di un punto preciso, dimezzava di peso sociale. Niente più guanti e giacche a vento comunali, niente più psicologi nelle ore vuote, niente più gommapiuma tra bancale e pagliericcio. La pergamena era una strategia governativa: costava il sistema di sicurezza, la posa vestibolare, e la lavorazione in montagna. Ma riduceva il numero di assistiti tra i questuanti sessuali e le persone senza lavagna magica. Il furbo, però, che sempre alligna nella più ordinata tribù, vandalizzava indenne. Scioglieva un favo di fuliggine nell’aria, e se ne andava con passo calmo, insospettabile, mentre la pergamena anneriva come scarabocchiata da un carboncino invisibile. E i vigili, all’alba, astiosi e ridicolizzati, rimediavano in ginocchio con il secchio e la spugna.







