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I folletti, il Natale e la poesia

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di Francesca Matteoni

Sulla natura dei folletti le teorie sono una matassa assai intricata e variopinta: di certo c’è solo che ovunque si potranno incontrare, che presso ogni popolo è attestata l’esistenza di simili esseri, nascosti nelle brughiere e sotto i biancospini, nelle grotte sotterranee e perfino nella giungla, in spazi abbandonati o nei meno esplorati della casa come la soffitta, la cantina, vecchie cassepanche e armadi in disuso. Sono proprio gli abitanti di questi ultimi luoghi, i cosiddetti folletti domestici, la categoria forse più famosa e indubbiamente quella che si muove a più stretto contatto con gli umani.

Conoscere e ri-conoscere: volti e culture

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di Antonio Sparzani

La relatività è un grande fiume che scorre in molti territori e bagna molte contrade. Una di queste mi è venuta incontro in questi giorni mentre leggevo, ignaro e senza sospetti, un breve saggio del grande viennese Ernst H. Gombrich, intitolato La maschera e la faccia: la percezione della fisionomia nella vita e nell’arte, pubblicato originariamente nel 1972, quando Gombrich era direttore del Warburg Institute e docente di storia dell’arte a Oxford. In questo breve saggio si parla della somiglianza delle fisionomie, e del riconoscimento dei volti delle persone che ci sono ― più o meno ― note.

Senza utopia

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utopia

 utopiaAlessandro Broggi

a R.K.

Imprevedibili rimbalzi trarranno forza come processi di purificazione planetaria. Sfrenate manipolazioni delle loro attrattive si svolgeranno in assenza. Non esisteranno livelli di riferimento. Rappresentazioni astratte dell’abbondanza inghiottiranno immagini e confessioni. Come se nulla fosse convincente al di fuori di un’assoluta assenza di dettagli.

I sacrifici del capitalismo azteco

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di Daniele Ventre

Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, Cannibali e re (la prima edizione italiana risale al 1979,  l’opera in sé, Cannibals and Kings  – The Origin of Culture, è del 1977). La tesi di fondo, che collega l’evoluzione culturale umana alla disponibilità e alla tipologia di risorse alimentari sul territorio, per quanto abbia lasciati aperti alcuni problemi, contiene spunti di riflessione irrinunciabili. Nel variegato “umanario” socioantropologico indagato da Harris, due tipologie di figure legate alla distribuzione di risorse spiccano: i mumi, grandi uomini, capi guerrieri e dispensatori di banchetti presso gli indigeni melanesiani, e i dominatori dei dispotici imperi precolombiani in cui era pratica comune il sacrificio umano su larga scala. Harris osserva anzitutto come, dall’originario status di grande dispensatore, il capotribù evolva trasformandosi in un monarca che dell’antico donatore di beni conserva solo il nome, perché di fatto la maggior parte delle risorse sono sotto il suo controllo, avviate nel circuito di un sistema tributario e investite per lo più nell’apparato militare che consente di mantenere in piedi l’ordine statuale per come è venuto delineandosi. Ovviamente, nella sua forma ordinaria, l’evoluzione delle società primitive, che dal mumi porta al re, ha come contraltare effettivo la possibilità di una gestione mirata della produzione: il differimento dell’accesso diretto all’alimentazione implica (secondo lo scontatissimo apologo biblico di Giuseppe) la disponibilità di risorse già immagazzinate per eventuali anni di vacche magre, o quantomeno la possibilità di una ridistribuzione un po’ meno irrazionale di un surplus di prodotti destinati, altrimenti, al macero e alla marcescenza, se non alla rapina. Il caso degli Aztechi, con la loro industria del sacrificio come macellazione cannibalica organizzata, ha delle caratteristiche peculiari: per usare le parole di Harris “…l’America centrale si trovò… di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione. La crescita demografica costante e l’intensificazione della produzione… eliminarono la carne animale dalla dieta della gente comune… La redistribuzione di carne delle vittime sacrificali può avere in effetti aumentato il contenuto di grassi e proteine della popolazione azteca? Se la popolazione della valle del Messico era di 2 milioni di abitanti e il numero di prigionieri disponibili… ammontava annualmente a soli 15000, la risposta è negativa. Ma il problema è mal posto. Il punto non è in quale misura queste redistribuzioni cannibalistiche contribuivano alla salute e al vigore del cittadino medio, ma in quale misura il rapporto costi-benefici del controllo politico migliorava sensibilimente in séguito all’uso di carne umana per ricompensare gruppi scelti in periodi cruciali. Se tutto ciò che ciascuno poteva aspettarsi era un dito o un alluce ogni tanto,  il sistema probabilmente non avrebbe funzionato. Ma se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro entourage, e se l’offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico” .

Come sono finita dove sono finita

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di Stefano Zangrando

Bazzicando i siti letterari italiani negli ultimi anni era facile imbattersi in scrittori o scrittrici che andavano saggiando il cosiddetto blog come possibile nuova forma letteraria. Alcuni hanno poi dato consistenza materiale a una parte dei propri tentativi pubblicandola in volume, e rinunciando con ciò al nickname, non prima di averla adattata al medium differente. Si pensi ad esempio al Francesco Pecoraro di Questa e altre preistorie, apparso nel 2008 nella collana «fuoriformato» curata da Andrea Cortellessa per Le Lettere, o al Gherardo Bortolotti di Tecniche di basso livello (Lavieri 2009), quest’ultimo assai audace nel costringere entro limiti cartacei una ricerca sui linguaggi che nella struttura illimitata della pagina on line sortiva impressioni anche molto diverse.

Addio Daniel

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di Juan Villoro

Ho conosciuto Daniel Sada alla fine degli anni Settanta, quando stava scrivendo il suo romanzo Lampa vida.
Conservava ancora il suo fisico da calciatore, richiesto a suo tempo dal Cruz Azul e dall’Atletico Español e a cui, molti anni più tardi, ho visto compiere i lenti prodigi che onorano i campi degli ex campioni: faceva ruotare il pallone intorno alla vita.
La prima volta che ci siamo incontrati, lavorava in un magazzino per il trasporto delle verdure. Parlava delle merci con lo stesso gusto per il dettaglio e la classificazione che mostrava nello studio della retorica.

I Corto Circuiti di Gigi Spina

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Paradeigma
di
Gigi Spina

Quando ho visto per la prima volta C’era una volta in America di Sergio Leone (1984), ho subito pensato che il famoso sorriso finale di Noodles/Robert De Niro ammiccasse a una chiave di lettura profonda e non evidente, alla storia del giovane gangster raccontata come un sogno, un sogno lungo tutto il film e capace di fargli intravedere un futuro amaro e drammatico. All’inizio del film, infatti, Noodles, che ha appena ‘tradito’ gli amici, si rifugia in una oppieria, dove lo ritroveremo, circolarmente, alla fine del film. Nel mezzo, nel ‘lungo’ mezzo, lo rivediamo invecchiato, 35 anni dopo, ritornare sul luogo delle sue gesta criminali, ma anche, appena ragazzo, muovere i primi passi nella difficile realtà americana a ridosso della crisi del ‘29. Una esauriente voce di Wikipedia, 13 pagine di pdf, dà conto, appunto, della Teoria del sogno (p. 7), cui sembra abbia anche accennato lo stesso Leone in una lezione al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1988, un anno prima della morte.

Salvataggio Splinder

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Dal 31 gennaio 2012 tutti i blog su Splinder verranno dismessi e se si usa quel servizio è quindi consigliabile salvare tutti i contenuti per spostarli da un’altra parte. Non vorrai mica perdere tutto quanto scritto in passato, no?

Fra i nostri lettori ci sono storici blog su quella piattaforma, alcuni di loro hanno fatto una migrazione completa (bravo Lucio), altri solo a metà (Georgia è un po’ di qua e un po’ di ), altri ancora perderanno tutto (alcor ad esempio, ma il suo è un blog privato). Considerando che alcuni blog sono su Splinder da oltre un lustro è triste pensare alla perdita di intere annate di lavoro.

Non è difficile fare una migrazione completa dei propri archivi Splinder, con un po’ di cura e inventiva:

  • fai login su Splinder e vai in Blog>Configura>Esporta blog e attiva redirect
  • Fai clic su Esporta i contenuti, nella sezione 1) della pagina
  • salva il file XML così generato facendo clic su “Clicca qui per scaricare il file con i contenuti del tuo blog”
  • attiva il redirect verso il tuo nuovo blog, se l’hai già, altrimenti fai questo passo alla fine.
  • Se hai caricato delle immagini su Splinder, salvale sul tuo pc.

Ora occorre avere una installazione wordpress su cui si possano aggiungere plugin. Può essere una installazione locale, un sito di prova (fai prima un backup dei dati se sono importanti):

  • fai login sul tuo sito wordpress come amministratore
  • installa ed attiva il plugin Splinder file importer di Aioros, via FTP in wp-content/plugins
  • importa il file XML da Strumenti>Importa>Splinder
  • esporta i dati appena importati da Strumenti>Esporta per ottenere un file in formato XML per wordpress: è il prodotto finale di tutta l’operazione.

Infine crea il tuo nuovo blog definitivo con wordpress, ad esempio su wordpress.com, e lì importa il file XML per wordpress che hai finalmente generato. Se il file è troppo grosso, spezzalo in più parti avendo cura di ricostruirne i tag xml.

Ecco, non è impossibile. Come fare però se non ci capisci una mazza? Meglio chiedere ad Aioros direttamente, o meglio ancora avrai pure un amico esperto di faccende telematiche: è il suo momento, chiamalo, subornalo, portalo dalla tua parte!

http://www.youtube.com/watch?v=AQB_jT9bGyU

[Le immagini ed il video non c’entrano nulla. Solo che Nina è una dea adorna di teschi e noi rematori dal viso di cuoio e cuffie di lana fradicia.]

Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti

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“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”. Sarà a causa del trauma introiettato dell’inflazione della Repubblica di Weimar? Sarà per un retaggio protestante che presenta debito e colpa, “Schulden” e “Schuld”, come sinonimi? Gli analisti internazionali sembrano analisti di un altro tipo, mentre la stampa tedesca offre un appiglio con cui sottrarsi all’immersione negli sprofondi della finanza emotiva.

Soffiando via le nuvole

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di Gianni Biondillo

Stephen Kelman, Soffiando via le nuvole, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi

Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana. Arrivato con la sorella e la madre, in una periferia urbana difficile, con il padre ancora in Africa, così lontano che al telefono sembra parli da un sottomarino.

Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino

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da “Senso Comune” edizioni Le voci della luna.
di
Jacopo Galimberti

Perdo biro, accendini, sigarette,
ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo
e di nascosto a me stesso
le rimetto nel loro corso materiale.

Salute! (6 prose brevi)

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di Domenico Lombardini

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Salute!

Salutava, denti bianchissimi: salute. Era venuto la mattina, dopo la flebo (i.v., metotrexato), giusto quand’ero più giù. Avrei preferito starmene solo e immobile a fissare la finestra dell’ospedale, a sentire gli uccellini, a stupirmi dello stucco vecchio cinquant’anni e cadente dagli infissi di legno… e invece no, ho dovuto conformarmi a quel lutto ante-mortem cui dovevo rispondere da vivo con la stessa faccia contrita e al contempo, in un certo qual modo faceta, le stesse intonazioni e interiezioni parafunebri della voce frammiste a certa dose di incoscienza birichina, sorrisini, riconoscenza – estrema: grazie per la visita, bacino, ciao. Sono ridicoli i morti; figurati i morenti. Badate: non c’è nessuno più cosciente di me, ora – so perfettamente cosa mi stanno facendo.

Sulle ossa di Pasolini

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di Alberto Sonego

Ho scelto il 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque.
Il forte vento della mattina, nel pomeriggio si placa, ed è possibile intravedere nell’aria gli odori dei piatti serviti caldi sulle tavole di quel lembo di terra dove vivo, tra Pordenone e Cordenons. Rincaso tardi al sabato, ma stavolta la tavola era già apparecchiata e le bistecche si stanno cuocendo sul fondo bollente della padella. Mia sorella è di fretta, non ha quasi nemmeno il tempo di salutare che è già di sopra a sistemarsi: alle due e mezza va ad Udine, con amici. Io lentamente appoggio lo zaino, mi levo le scarpe, ed infilato un paio di pantofole mi abbandono tra i braccioli di una poltrona troppo comoda per ritrovar la forza di alzarsi, quando mia madre mi avrebbe chiamato a tavola.
Chissà perchè si agitava tanto quella signora, che nell’auto dietro alla mia, al volante, sembrava impazzire.

Nuovi autismi 11 – La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui

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di Giacomo Sartori

Talvolta le persone si credono superiori. Tu gli parli, e cerchi i loro occhi più o meno alla tua altezza, ma è evidente che loro ti guatano e ti parlano dall’alto di un loro elevato o anche elevatissimo piedestallo mentale. Tutte le loro mimiche e parole presuppongono un’arcana e non negoziabile superiorità, e sono comprensibili solo alla luce di tale inesorabile egemonia. A me, forse proprio perché ho un’apparenza e un eloquio un po’ dimessi, e perché in fondo non ho nulla contro le gerarchie qualitative, capita spesso. Devo confessare che per qualche verso mi piace, o comunque non mi dispiace. Come dire, almeno i ruoli sono chiari. È come indugiare accanto a un arcigno vigile urbano: si sa che lì il codice stradale – che pur sempre legge è, con le sue approssimazioni e ingiustizie – verrà rispettato, non avverrà niente di aberrante. Mi capita soprattutto nelle faccende letterarie, come si può immaginare, essendo io un impresentabile bifolco (per certi versi quasi minorato),

Il concorsone definitivo

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di Andrea Inglese

Sì, ero presente all’Hotel Ergife di Roma, nei giorni 2 e 5 dicembre. Ho partecipato anch’io alle prove di lingua, che dovrebbero valutare la mia competenza del francese, e in seguito a ciò l’accesso eventuale ad un’ambita graduatoria, che potrebbe darmi la possibilità, un giorno, di insegnare in un liceo all’estero, per nove anni, e con un stipendio doppio di quello usuale. Tutti questi condizionali non mi hanno impedito di inscrivermi al concorso indetto dal Ministero degli Affari Esteri e di accettare la mattanza economica del viaggio in aereo, con il volo di ritorno spostato all’ultimo momento, con esborso di sopratassa, quando ho saputo dei ritardi spettacolari, dei tumulti e delle prove annullate. Come me, d’altra parte, hanno fatto 36999 colleghi, venuti da tutta Italia, e alcuni con proporzionata spesa di trasporto, vitto e alloggio. Il calendario del concorso è stato infatti pensato per nuocere il più possibile alle tasche dei concorrenti non romani e per favorire, almeno nell’arco di un fine settimana, l’economia turistica della capitale. Invece di concentrare le varie prove relative a una stessa lingua in una sola giornata, sono state distribuite su più giorni, in modo da garantire ai concorrenti una permanenza prolungata in città.

Pino Pinelli, quarantadue anni fa

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di Antonio Sparzani

Giuseppe Pinelli, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto. Era trattenuto in questura illegalmente, dato che erano passati più di due giorni dalla strage. Il questore di Milano era Marcello Guida, il responsabile dell’ufficio politico della questura era Antonino Allegra e il commissario interrogante era Luigi Calabresi.

L’inganno della crescita

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[pubblico questo discorso di Luca Mercalli sul problema della crescita, perché mi pare dica e spieghi con una certa chiarezza cose che abitualmente non si sentono molto dire, a.s.]

Vu’ cumprà

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di Gianni Biondillo

Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue frequentazioni neonaziste: non basta essere simpatizzanti di Casa Pound per trasformarsi in un delirante giustiziere della notte. Giustificazioni d’accatto, buone per tutte le stagioni.
La televisione nazionale, che ha colonizzato il nostro immaginario di questi ultimi decenni, richiede spiegazioni semplici, facili da applicare nel mondo reale. Tipo quelle dei bravi cittadini torinesi che hanno trovato ovvio organizzare un pogrom in un campo rom alla notizia (falsa) di uno stupro ai danni di una minorenne. Le nostre donne le difendiamo noi. “Nostre”, come se ci appartenessero. Che poi lo stupro fosse una menzogna della ragazzina per difendersi da due genitori oppressivi cambia poco. Non era vero, è stato detto, ma non ne possiamo più dei nomadi. Curioso sillogismo. Cioè: non è che siamo razzisti, è loro che sono zingari! In pratica: non siamo interessati alla responsabilità personale, sono cose da democrazia matura. A noi interessa avere un capro espiatorio, là quando occorre.

à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars

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di
Francesco Forlani

alla mia amica Gabriella

Portare in giro Patrioska è stato per me l’occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del Teatro Civico 14 a Caserta, del Circolo Pavese di Bologna, Beppe Mecconi al Castello di Lerici o Diego Nuzzo al Penguin Café di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla Locanda Atlantide di Roma. Scene indipendenti in cui, per una sera, protagonista fu la main coupée di Blaise Cendrars. Perché nello spettacolo uno dei tre atti era dedicato a un episodio raccontato da Blaise Cendrars in Bourlinguer e che narra l’amicizia del poeta con Amedeo Modigliani. Ieri, in un incontro con i ragazzi di un istituto professionale di Aosta, dove tra gli altri ho utilizzato alcuni materiali di Nazione Indiana a cura di Orsola Puecher, sono partito proprio da qui, da questo racconto.
Per chi non volesse rileggerselo, ma sarebbe un peccato, Blaise Cendrars racconta di una sbronza consumata lungo la Senna insieme all’amico italiano. Provocato dalle lavandaie di un bateau-lavoir che è giusto di fronte, Modì tenta di raggiungere la prescelta, “la più brutta”, per darle un bacio sulla bocca in cambio di una bottiglia. Il tentativo di camminare sulle acque evidentemente fallisce e il nostro, non sapendo nuotare, cola rovinosamente a picco rischiando di annegare. A salvarlo, ovvero a dargli una mano, è proprio Cendrars, che però nel momento cruciale realizza la propria condizione di ” manchot de la main droite “, mano perduta in guerra.

“Quando lo afferrai per i capelli, mi trovai impacciato non avendo che un solo braccio. Un vigoroso colpo di talloni mi fece risalire in superficie, e il padrone del lavatoio, che era saltato su una barchetta ci ripescò.” Scrive Cendrars.
Il momento secondo me più emozionante di questo racconto che peraltro ci informa del fatto che Modì odiasse essere chiamato per nome, Amedeo, è quando il poeta descrive l’amico ormai salvo e disteso al suo fianco.

“Modigliani nudo come una mano e bello come un San Sebastiano, vuotava la bottiglia che non aveva mollato e parlava già di come ritentare l’impresa.”

“Nudo come una mano” capite? (Intanto si associano in mente due distinte fotografie di Man Ray, di due mani che sembrano dialogare fra loro)

Leggendo e rileggendo due straordinarie Memoires di Blaise Cendrars, Bourlinguer (1948) e Le lotissement du ciel (1949), entrambi non tradotti, a mia conoscenza, in italiano, mi sono imbattuto in un “je ne sais quoi” che mi ha aperto, tutto ad un tratto un vero e proprio mondo fino ad allora su un secondo piano ma che a mio parere meritava di essere esplorato, riportato in superficie.
Del secondo colpiscono le note ad un ignoto lettore, (pour le lecteur inconnu) che ritroveremo anche in Bourlinguer, in cui si sente la profonda consapevolezza di uno scrittore pre-postumo, una consapevolezza quasi divertita che gli farà scrivere proprio dopo la pubblicazione di questo libro dal titolo a dir poco fantastico, “La lottizzazione del cielo”:

” Le lotissement du ciel est le livre qui a fait taire la critique. Pas un seul grand ténor n’a donné. Ce n’est pas un mince résultat.” (un libro che ha zittito la critica)

In Bourlinguer, quel che ha attirato la mia attenzione è stato invece il “segno” che Blaise Cendrars lascia in due casi, accanto alla dedica riportata in esergo di ogni capitolo. La formula riporta la dicitura : ma main amie au deporté de Lipari (Malaparte), avec ma main amie (Henry Miller).
Di quale mano parla? Della destra, coupée-coupable, ovvero della mano colpevole che in guerra serviva a premere il grilletto della mitragliatrice, a lanciare granate, spesso vittima proprio del fuoco amico, dell’esplosione dell’arma, della macchina, al momento dell’esplosione o di quell’altra che rendeva incerta la scrittura, della mano sinistra che suppliva la mancanza?

Grazie a una studiosa di Cendrars, Viviana Gregotti incontrata proprio ad Aosta ho potuto vedere la cartolina che la vedova del poeta le aveva regalato durante una sua visita a Lausanne, in cui è riprodotto il ritratto di Cendrars realizzato da un amico pittore. Il poeta è sdraiato sul letto, quasi seduto e sulla sua destra, appoggiato sulla coperta c’è un libro. Rispetto a molte fotografie in cui quasi non si vede il vuoto lasciato dal braccio amputato all’altezza del gomito a causa delle ferite di guerra, nel ritratto quel vuoto è quasi in primo piano, è tangibile. E quel vuoto è in grado di reggere un libro, sfogliarlo, afferrarlo, altrimenti non si capirebbe perché si trovasse proprio lì, ovvero nel posto più scomodo rispetto all’unico braccio, all’unica mano in grado di farne qualcosa. E il pensiero questa volta corre all’Hidalgo, a Cervantes, che aveva subito lo stesso destino.

Sono andato così a riprendermi un libro che per i miei quarantanni, Gabriella, della libreria francofona Voyelles di Torino, mi aveva regalato. Una bellissima edizione Buchet-Castel, delle fotografie di Doisneau consacrate a Cendrars. La prima cosa che salta agli occhi è una lettera che il poeta invia all’amico e che si conclude con il rituale saluto, ma main amie, Blaise Cendrars.

Riguardando le foto, che all’epoca in cui viviamo avrebbero certamente suscitato uno scandalo visto che nella maggior parte di esse, compresa quella in copertina, il nostro ha una sigaretta fra le labbra, mi sono imbattuto su un testo tratto da “la mano mozza” e che mi ha lasciato senza parole. In appena due pagine stabiliva un lien, una connessione a dir poco illuminante.

« Mais le cri le plus affreux que l’on puisse entendre et qui n’a pas besoin de s’armer d’une machine pour vous percer le cœur, c’est l’appel tout nu d’un petit enfant au berceau : « Maman ! Maman ! » que poussent les hommes blessés à mort (…) et ce petit cri instinctif qui sort du plus profond de la chair angoissée et que l’on guette pour voir s’il va encore une dernière fois se renouveler est si épouvantable à entendre que l’on tire des feux de salve sur cette voix pour la faire taire (…) par pitié…par rage…par désespoir…par impuissance…par dégoût…par amour, ô ma maman ! ».

Le urla più insostenibili, spaventose, terribili, ci dice Cendrars, erano quelle dei feriti a morte che gridavano “Mamma, mamma!” che paragona a quelle dei piccoli nelle culle. Grida a cui i soldati nelle trincee, scrive, tendevano l’orecchio per vedere se si fossero ripetute ancora, per un’ultima volta e così spaventose che si sparava su quelle voci per farle zittire.

Allora ô ma maman, ma main, mano mia, ci verrebbe da aggiungere.
Così potremmo parlare del secondo capitolo di Bourlinguer, intitolato Naples, in cui Cendrars si definisce napoletano d’occasione e dove si racconta come all’età di quattro anni avesse pianificato con la complicità di un mozzo di bordo, napoletano, Domenico, il proprio rapimento per fuggire a New York. E quasi ci crede fino a quando il marinaio non lo consegna, alla fine della traversata proprio a colei da cui voleva fuggire, sua madre. Ma questa è un’altra storia. Blaise Cendrars a New York ci ritornerà giovanissimo per scrivere uno dei suoi più straordinari poemi, Les Pâques à New York , di cui Orsola vi darà notizia su Nazione indiana.

Favole nere

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di Helena Janeczek

(una proposta alla Città di Torino)

Racconta favole nere per difendere il suo amore – quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta. Ha sedici anni, età in cui in altre nazioni europee è normale andare in vacanza con il ragazzo, persino uscir di casa e convivere. Qui invece essere giovani significa essere subalterni. Se sei femmina, lo sei due volte. Tre, se di famiglia povera. Peggio sono messi solo i rom e gli islamici, quelli non integrabili, perché non è nel nome di Gesù e Maria che, nel loro caso, la famiglia deve vigilare sulle figlie.

Tunisia 2011: la Rivolta del Gelsomino

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La situazione in Tunisia si è evoluta, poco più di un mese fa si sono tenute le prime elezioni libere. Quintadicopertina ha quindi deciso di aggiornare l’ebook “70 KM dall’Italia, Tunisia 2011: la rivolta del Gelsomino”, uscito poco dopo la fuga di Ben Ali, con gli avvenimenti intercorsi da Febbraio a oggi per continuare le riflessioni intraprese quasi un anno fa.

Grazie a un conciso ma puntuale quadro storico di riferimento (a cura di Medhi Tekaya, storico contemporaneo), unito alle testimonianze dirette e ai contenuti originali ripresi da Global Voices Online community internazionale che informa tramite i citizen media, l’e-book offre quel contesto necessario a favorire la comprensione di un periodo storico tutt’altro che semplice.