di Giorgio Mascitelli

A prima vista il successo di Trump appare connesso con l’uso spregiudicato e abile, ma non abilissimo, di due miti. Il primo è quello della nazione incarnato dal MAGA e il secondo è quello della tecnologia incarnato da Musk, che non a caso si è portato dietro tutta la Silicon Valley.
Sul primo sarà sufficiente ricordare che è un tema tipico della destra la spiegazione della decadenza o delle sofferenze di un paese con il tradimento e la corruzione delle classi dirigenti. Esso ha molteplici esempi e, per limitarci all’Italia, la vittoria mutilata su cui Mussolini costruì la presa del potere e D’Annunzio la sua popolarità, è uno di quelli più nitidi. Il fatto che le classi dirigenti siano effettivamente corrotte e non credibili, è il caso tanto dei gruppi dirigenti degli attuali Stati Uniti quanto di quelli dell’Italia liberale, non cambia la natura mitologica di questo discorso. Infatti sono mitiche l’evocazione di un passato dai tratti volutamente vaghi e l’indicazione della risoluzione dei problemi della nazione con l’arrivo al potere di un vero patriota che risolleva magicamente la situazione. Del resto la promessa di tornare grandi è una delle possibili declinazioni di quel “mettere il passato in scatola, con tante maiuscole”, che Furio Jesi indicava come uno dei tratti caratteristici della cultura di destra.
Sul secondo occorre innanzi tutto precisare che il ruolo di Musk come uomo forte dell’amministrazione ha ovviamente risvolti, obiettivi e modi di intervento molto concreti, ma per il senso di queste note a me interessa trattarne soprattutto l’aspetto simbolico, anzi di simbolo incarnato funzionale all’ideologia. Il mito della tecnologia ha infatti un duplice significato: uno è quello di, per parafrasare le parole di Jesi sul passato, mettere il futuro in scatola a lettere maiuscole, cioè la promessa che nel futuro tutti i problemi saranno risolti da una forza sovrumana come la tecnologia; Il secondo è quello specificamente neoliberista del futuro nella forma di aspettativa di ricchezza (non a caso l’eccezionale capitalizzazione di borsa di alcune società chiave di Musk non è dovuta ai profitti realizzati nel presente, ma alle aspettative di crescita). Va però precisato che a differenza del mito della nazione, che perlomeno nel Novecento è stato tipico delle forze reazionarie, quello della tecnologia ha attraversato l’arco di tutte le posizioni politiche, dalla rivoluzione sovietica al fascismo passando per le liberaldemocrazie, perlomeno nella prima delle due accezioni. Del resto la partecipazione degli imprenditori della Silicon Valley, cioè di un settore innovativo che per i suoi legami con la new economy clintoniana è sempre stato considerato progressista, alla cerimonia di insediamento di Trump aveva valenza mitologica mettendo in scena la tecnologia che presenziava alla nascita di una nuova era. In particolare Trump e Musk si pongono su questo piano come interpreti di un’idea che nella cultura statunitense odierna è profondamente condivisa in diversi ambiti, direi maggioritari, della società, compresi alcuni che avversano politicamente il trumpismo. Si tratta di quello che Evgenij Morozov ha chiamato il soluzionismo ossia la convinzione che qualsiasi problema sociale possa essere risolto tramite la tecnologia. Tale idea è centrale perché è uno degli strumenti fondamentali per camuffare scelte politiche da scelte tecniche neutrali e sarà uno degli strumenti a cui ricorreranno il presidente e il suo doppio nel loro attacco alla democrazia. Allo stesso tempo il soluzionismo è patrimonio anche di quelle élite politiche e finanziarie che si oppongono (si oppongono sempre nel quadro di una logica interna di sistema) ai due e dunque è stato criterio dell’azione anche di amministrazioni passate.
L’uso del mito in politica è storicamente uno dei caratteri del fascismo, se a questo aggiungiamo le pulsioni autoritarie tipiche e i propositi ostentati di imperialismo vecchio stile, l’identificazione di Trump con esso sembrerebbe indiscutibile, ma in questo caso tale equivalenza è ingannevole e rischierebbe di portarci fuori strada. Non solo la riproposizione dell’antifascismo in un quadro di rispetto formale delle prerogative del parlamento e di assenza di una censura generalizzata e perciò ben visibile non sarebbe comprensibile alla maggioranza, ma sfuggirebbero anche gli aspetti specifici e nuovi del trumpismo. Del resto mancano qui almeno tre decisivi elementi del fascismo classico: il partito unico organizzato in forma paramilitare come elemento di inquadramento delle masse, l’esaltazione dello stato, mentre qui al contrario il taglio e il restringimento sono lo scopo esibito, e l’identità controrivoluzionaria, visto che non c’è nessuna rivoluzione da combattere.
L’idea del fascismo eterno, secondo la formulazione che le dette Umberto Eco nella nota conferenza tenuta alla Columbia University nel 1995, è una delle più diffuse oggi tra i democratici di ogni paese e, purtroppo, delle più fuorvianti. Non perché i caratteri che Eco attribuisce al fascismo siano in sé sbagliati e nemmeno perché molti di essi sono comuni a movimenti tradizionalisti e reazionari che non sono stati fascisti, ma perché l’idea di sottrarre il fascismo ai rapporti storici e sociali concreti che lo hanno determinato per trasformarlo in un oggetto logico astratto da applicare a ogni situazione si traduce poi nella sua trasformazione in una sorta di contromito accecante e distorcente. L’applicazione della logica popperiana antistoricista nella sfera della politica produce effetti rovinosi. Questa identificazione impedisce inoltre di vedere che anche vecchie caratteristiche assumono in un altro contesto un significato politico differente: per esempio l’estetizzazione della politica negli anni Trenta è fuor di dubbio un tratto tipicamente fascista, ma con la diffusione dell’apparato mediatico essa diventa una pratica che coinvolge sistematicamente anche le liberaldemocrazie e quindi assume un valore politico diverso. Del resto nell’azione di Trump vediamo una politica aggressiva degli annunci, dunque una politica mediatica che paga molto sul breve periodo, ma sul medio potrebbe rivelarsi discretamente autolesionista, e il ricorso non a una legislazione straordinaria, insomma allo stato di eccezione, ma a una legislazione ordinaria sfruttando l’anomalia americana in cui sono ancora in vigore leggi dei secoli passati, che possono essere usate, in un quadro di legalità formale, con fini antidemocratici nell’attuale contesto: leggi che sono state mantenute in vigore o approvate da amministrazioni precedenti.
Se dovessimo trovare un riferimento più efficace per cogliere pienamente la linea di Trump, la nozione più utile è quella di dittatura liberale che ha utilizzato Massimo De Carolis in un suo intervento sul presidente argentino Milei, non a caso tra i principali alleati di Trump (https://www.youtube.com/watch?v=W2gO6Qi2fhs). L’espressione dittatura liberale viene tratta dalla nota intervista in cui il premio Nobel Von Hajek esprimeva il proprio favore alla dittatura militare cilena di Pinochet, dichiarando di preferire una dittatura liberale a una democrazia senza liberalismo. In particolare la mescolanza di richiami alla difesa della libertà degli individui dalla dittatura dello stato e le contestuali spinte alla repressione di minoranze e oppositori si spiegano proprio nell’idea che i migliori, cioè i vincitori della competizione naturale in economia ovvero i ricchi, vanno difesi dal risentimento contronatura dei perdenti e allo stesso tempo vanno lasciati liberi di esprimersi. Questa peculiare posizione viene resa popolare tramite l’attacco alla casta, ma a differenza dei populisti che hanno l’idea per così dire di trovare migliori rappresentanti del popolo, qui l’idea stessa di popolo viene eliminata: esiste una massa di individui perdenti a cui viene offerta la possibilità di vendicarsi delle loro sofferenze sui politici corrotti e su varie minoranze indicate come responsabili della situazione e allo stesso tempo la possibilità dell’identificazione simbolica con i migliori che hanno vinto. La motosega che Milei brandisce nei comizi è il simbolo del rancore individualista e della liberazione delle energie dei migliori, cioè i più ricchi, che lo stato pretende di imbrigliare.
Tale genealogia del trumpismo (Pinochet, scuola di Chicago, anarcoliberismo) dimostra che esso è un esito non necessario, perché in storia non c’è nessuna dimensione deterministica, ma possibile della globalizzazione. Tale considerazione implica una concezione della globalizzazione diversa da quella dominante, dovuta alla cultura liberale, come un’epoca di pace, di diffusione della civiltà e dei diritti umani grazie all’effetto armonizzante del mercato unico mondiale, in cui guerre e dittature sono retaggi del passato (basterà ricordare a titolo di esempio la dichiarazione di Obama su Putin, dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, che andava in senso contrario alla storia). La realtà ha dimostrato che la globalizzazione non solo è stata un’epoca assolutamente propizia all’imperialismo e alle guerre per motivi sostanziali di carattere economico, ma che è stata distruttiva della democrazia nella misura in cui i grandi capitali e i relativi capitalisti hanno assunto una dimensione finanziaria tale da superare quella di quasi tutti gli stati, salvo gli stati continente, con conseguente perdita di sovranità di questi stessi. Purtroppo non si conoscono forme di democrazia al di fuori di quella degli stati nazione perché la democrazia si basa su una forma di politicizzazione diffusa dei cittadini che nasce dai diritti politici garantiti dalla costituzione. Naturalmente non si tratta di rincorrere le chimere sovraniste, ma di recuperare l’impostazione del movimento no global che a cavallo del millennio aveva colto le tendenze fondamentali della globalizzazione e cercava di articolare una risposta politica all’altezza. L’idea, derivante da questa immagine della globalizzazione, che in Occidente la democrazia sia stabilita una volta per tutte o al massimo sia minacciata da nemici esterni è un’idea sbagliata e pericolosa. Ma questo tema ci porterebbe molto in là, per il discorso che intendo fare qui mi limito a sottolineare che accostarsi all’idea del trumpismo e delle sue varianti come retaggi del passato, come peraltro suggerisce l’uso del termine fascismo, è assolutamente deleterio, perché bisogna considerarli in realtà come anticipazioni di un futuro evitabile ma possibile e manifestazioni per nulla casuali del presente. Bisogna liberarsi, cioè, dalla forma mentis assolutamente fuorviante di trovarci di fronte a un passato che ritorna mentre ciò che arriva è un tipico prodotto della contemporaneità.
Poco prima della fine del suo mandato Joe Biden ha rilasciato una dichiarazione culturalmente molto importante invitando a guardarsi dalle minacce che gli oligarchi tecnologici possono portare alle democrazie. Con tali parole Biden sdoganava nel lessico politico e giornalistico il concetto di ‘oligarca’ in relazione agli Stati Uniti, che finora veniva usato solo per i paesi dell’ex Unione Sovietica. D’altro canto era sorprendente che tali affermazioni provenissero da un esponente del partito democratico statunitense, che, a cominciare dalla deregulation sotto la presidenza Clinton, è stato a pari merito con i repubblicani edificatore della presente oligarchia. D’altra parte Biden non pensava che tutti i grandi capitalisti, tutti i gruppi di interessi siano negativi per la democrazia, ma che esistano degli oligarchi buoni e degli oligarchi cattivi, per dirla con una semplificazione. Chi sono gli oligarchi buoni? In realtà fino a qualche tempo fa Elon Musk e tutti i giganti della Silicon Valley, quando ancora erano progressisti e collaboravano con le amministrazioni democratiche erano considerati tali. Questa dichiarazione non è però frutto solo di opportunismo politico, ma corrisponde a una precisa necessità ideologica, se non ci fossero oligarchi buoni, non sarebbe sostenibile l’idea della globalizzazione liberista, che ha consentito agli oligarchi di raggiungere dimensioni di ricchezza pericolose per la democrazia, come evento positivo. E’ un atteggiamento che troviamo, per esempio, anche nel film Il lupo di Wall street di Martin Scorsese, in cui l’anomalia è individuale e non sistemica.
Questo tipo di impostazione però rende impossibile qualunque critica radicale del trumpismo come forma oligarchica e la prova ci è stata offerta qualche giorno fa in Italia da Giorgia Meloni. Quando le è stato obiettato il rapporto di vassallaggio con Elon Musk, la presidente del consiglio non ha negato che l’imprenditore sudafricano fosse un oligarca, ma ha obiettato alla sinistra i suoi rapporti con Soros, da lei considerato più considerato pericoloso di Musk. L’imbarazzata e ambigua difesa del finanziere teorico della società aperta fatta da Bersani in una trasmissione televisiva è stata l’eloquente rappresentazione dell’empasse culturale della sinistra liberal globalista nello svolgere un credibile ruolo di critica nei confronti del trumpismo, al di fuori dello stretto perimetro dell’area dei suoi sostenitori.
Si tratta quindi di riconoscere che il trumpismo è una variante estremista del neoliberalismo e che non esiste critica radicale di Trump senza una critica di esso. Queste posizioni sono le uniche che possono garantire una cornice unitaria e potenzialmente egemonica a tutta quella serie di diritti delle minoranze che sono investite dall’attacco di Trump che altrimenti rischiano di essere voci nel deserto. Allo stesso tempo bisogna riconoscere che se questo è un passo essenziale per determinare a che punto è la notte, sono molti altri i fattori perché la presidenza Trump appare essere un’accelerazione della crisi statunitense, dalle dinamiche difficili da prevedere.


























“Che cazzo è?”





Boschi cantate per me. Antologia poetica dal lager femminile di Ravensbruck.