
di Davide Brullo e Alessandro Deho’
(Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Davide Brullo-Alessandro Deho’, Imboscati, prefazione di Aurelio Picca, Collana Ronzinante diretta da Marino Magliani, OLIGO. Due uomini si scrivono da un isolamento che possiamo chiamare sepolcro. I loro paesi – infestati dall’abbandono, costellati da flebili braci dette abbraccio – sorgono ai margini del bosco: Mondaino, al confine tra Romagna e Marche, e Crocetta, in Lunigiana. Luoghi di sconfinamento, di cuori in contrabbando; luoghi della vita avara, in secca. Nelle lettere, i due parlano di famiglie dissotterrate all’urlo, di un Dio a caccia, sigillato nell’ambiguità, della solitudine come via marziale per l’abbandono di sé.)
Caro A.,
il ripudio mi ha costretto ai boschi. Certo, si vede il mare, dall’alto – sembra un anello, il luogo azzurro delle nozze, dove germogliano alghe e meduse, dove vanno a invidia le vele – dove le vele gemmano e devi potarle.
Come sempre, per conforto – per affibbiarmi a un destino da slabbrato – sfoglio il Testo. In Deuteronomio leggo che kerithuth è il divorzio, il ripudio; nel Vangelo di Matteo si dice apoluó per dire divorzio. Ci si fa apolidi a sé, ci si mutila – si fa sfoggio di falce – una felicità a falce. Parole che dovrebbero affratellare al deserto, mi dico, mi hanno portato ai boschi. Il soprannumero di cinghiali, in estate, genera una boschiva di proiettili: fogliame di bossoli nel sottobosco, pari a gufi i colpi aprono l’aria nell’arteria. Sangue goccia ovunque, eppure, tutto risuona verde.
Elargire cacciagione, in questi luoghi, è il più alto premio – i preti (radi in questi luoghi, tenuti sugli scudi di una santità a sciacallaggio) ne sono ghiotti. Di questi preti, uno ha la faccia taurina e concelebra con l’aiuto dell’iPad; l’altro, cristico nella barba e negli ondulati capelli – un Cristo di Cosmè Tura –, è giovane, gli manca la falange del dito medio, a destra. Nelle notti di luna, immagino, si destreggia tra i lupi e avvampa nel mordere.
Di questo oggi volevo dirti.
Da più di due anni non prendo l’ostia. Non mastico Dio. Mi dico indegno – e ne godo. Godo di questa attesa che si fa famelica. L’aiutante del prete – anziano, generosamente vestito, di spauriti sorrisi – coltiva orchidee. La moglie – la sterile rimpiazza l’età, vasta, europea, con una giovinezza negli occhi priva di cautela. Sulla cima del campanile, infestato di rampicanti, spicca il daino, il simbolo del paese.
Ripudio, rivoltandone la preda, può dirsi tripudio. Spesso gli scorpioni appaiono, sigillati sul pavimento – segno fausto, mi dico, la serratura del fuoco. Chissà se si vive una volta per sempre chissà se i figli seguiranno le orme del padre, per assolverlo o soleggiarlo di insulti. Il primato è all’urina solare – le acacie emanano un odore profondo, il sesso degli alberi spaventa.
Ciao.

Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male.
Caro D. questo ha sibilato stamattina il serpente che mi sono trovato davanti alla porta d’ingresso della mia piccola cappella. Stavo andando a pregare e lui era lì, affascinante e tremendo, ho avuto paura. Ormai dovrei aver capito che la preghiera non è il luogo della leggerezza ma della lotta, dovrei aver capito che la lingua dei salmi è affilata e che le preghiere incidono la carne, che nulla esiste di più pericoloso. O forse no, queste cose non si capiscono mai. Così il serpente stava, sbucato dai sassi arroventati da un caldo violento, dai ruderi che fanno argine alla mia casa rendendola una torre celeste simile a quelle di Anselm Kiefer, quasi tentativi di resistenza transitori, case all’ultimo stadio di abitabilità. Il serpente stava e io avevo paura. Non morirai affatto, diceva, stai invece vivendo, e Dio è invidioso di te, e invidiosa la gente per la tua scelta, per come vivi, per quello che scrivi, per quello che nella vita sta accadendo… così parlava e io lo ascoltavo, immobile. Perché nessuno mi ha esplicitamente ripudiato, perché sono apolide per scelta romantica, credevo. Mia tentazione vera è sentirmi un coraggioso Chisciotte, un Thoreau, un Chris di Into the Wild, mia tentazione è credere che gli altri ammirino la mia scelta. Che illuso. Il serpente invece era muto. E io ho ripreso a capire che non è vero che sono venuto nei boschi per “Non morire affatto!”, al contrario, io sono venuto per avere finalmente la coscienza di essere morto.
Il serpente si muove, si infila in un buco tra i sassi, una caverna, io mi inginocchio per guardarlo da lontano, è bellissimo, un gomitolo scintillante di squame, è pericoloso, è in trappola. Prendo un asta di metallo, temo per il mio cane, Dulcinea, così infilo con forza l’asta tra i sassi, ma sono goffo e non ho la forza di togliere il respiro a un essere vivente, rimango un debole, la mia fragilità mi umilia, la serpe per reazione schizza fuori dal foro e azzanna l’aria, trasforma le pietre in pane, prete inutile e solitario, smetti di voler far credere di non amare il potere solo perché non ne hai, patetico essere debolissimo, gettati dal pinnacolo del Tempio, così vediamo a cosa serve il Dio inutile delle tue prediche. E poi lui se ne va, scivola fuori dal cancello, sparisce, ma sento che ritornerà. E non resto che io con il mio nulla. Ha ragione il serpente. A nulla servo, a nulla servono le parole che scrivo, a nulla servono le mie prese di posizione, a nulla le mie decisioni. In questo nulla non c’è posto per niente, nemmeno per sentirmi degno o indegno di celebrare l’Eucarestia, la celebro, spezzo il pane sempre, nemmeno mi chiedo più se ne sono all’altezza, lo faccio. Dal bosco sto imparando la necessità. Non so a cosa servo, davvero probabilmente a nulla, ma ogni cosa che faccio è segretamente mossa da misteriosa necessità. Sono come un animale, una pianta, una nuvola. Una ginestra che fiorisce per nessuno. Niente di più.
Non si viene tra i boschi per cercare di sopravvivere, questa può essere la motivazione iniziale, si viene per imparare una fedeltà alla morte. Degno, indegno, santo, peccatore, prete, lupo, poeta, cinghiale, cosa cambia? Hai ragione tu, nei boschi non si mastica Dio, si viene dolorosamente masticati, assimilati. Forse tutta questa vita è davvero una necessità, una divina necessità, ha bisogno Lui di masticare noi, ha bisogno di noi, oltre il bene e il male. Tentazione è credere di voler diventare solo simili a lui, vocazione vera è diventare finalmente Lui.
Così attendiamo il morso del serpente o il bacio del Creatore. Che poi forse sono la stessa cosa. Ti abbraccio.
















Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L’imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.
Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c’è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch’io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz’aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po’ a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.
Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C’è tutto, dico, c’è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.
Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.























Arriva un momento in cui uno scrittore non ha più bisogno di dimostrare nulla; gli basta verificare se lo spazio e la forma che ha abitato per una vita reggano ancora il peso dell’esperienza, il tempo presente e ciò che invece potrebbe essere il futuro. Partenze di Julian Barnes sembra nascere esattamente da questa verifica, da una riflessione che riguarda insieme la memoria, l’amore e la prossimità della fine.