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Muta quies habitat

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Ovidio
Metamorfosi
[ libro XI, vv. 592-649 ]

NIOBE di Benjamin Britten [1913-1976]
da Six Metamorphoses after Ovid Op 49
per Oboe solo


V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi,
un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno,
in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì, né al tramonto
il Sole riesce a filtrare: nebbie miste a caligine
esalano dal suolo in un crepuscolo dalla luce incerta.

RADIOBAHIA: racconti per canzoni [009]

7

di Marco Ciriello

RADIOBAHIA: suona

“Money”
dei Gruppa Leningrad

9.
“La velina di Putin” si chiama il romanzo, è ambientato a Mosca e parla dell’America. È una storia piena di sorprese che Ernest Bishop scrive in aereo. Dentro giornate morte, ci sono: la televisione russa, la scrivania di Putin, Monica Levinski in cerca di lavoro, e soprattutto un finale unico nella storia della letteratura mondiale: quando racconta di come suo padre è diventato una piscina.

EUROSIÓN: RETORNO O TRASTORNO?

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di Roberto Quesada

La legge (Direttiva del Rientro) è stata promulgata con sconcertante impunità, che risulterebbe inspiegabile se non fossimo abituati a venir divorati e a vivere con la paura.

Eduardo Galeano

Uscivo da una di quelle belle riunioni delle Nazioni Unite per un mondo migliore, senza sapere quello che accadeva nel mondo disunito, quando qualcuno mi ha informato della Direttiva del Rientro che l’Unione Europea aveva appena approvato. Sono arrivato al nostro Dipartimento e la segretaria mi comunica che mi ha cercato il direttore dell’Istituto Cervantes di New York, Eduardo Lago.

Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi

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di Cristina Babino

Fortuna è ciò che porta il caso. Né buona né cattiva. Per gli antichi voleva dire tanto evento lieto che tempesta, tanto ricchezza che pericolo. Fortune sono quelle che accadono ogni giorno, insieme ai giorni, un po’ contemplate e un po’ subite, accettate con rassegnata sospensione del giudizio.

Letteratura e cinquantenni

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di Antonio Sparzani
Hannah Arendt e Hermann Broch
Non sono un giovane scrittore, nessuna di queste due parole mi si addice, e quindi non riesco a entrare, né me ne dolgo poi molto, nelle questio- ni, più o meno ve- nate di polemica, re- lative ai giovani nella letteratura così come alla supposta crisi di questa, in Italia e nel mondo. Leggo con grandissimo piacere – ancorché in modo selettivo e non onnivoro – la letteratura dovunque spunti, ma la mia ignoranza complessiva dei contemporanei è forse maggiore di quella della letteratura classica. Tuttavia, leggendo appunto un po’ più spesso qualche ‘classico’, con tutta l’incertezza legata a questa definizione, mi capita di trovare opinioni ‘illustri’ che mi sembra di condividere, o almeno di ritenere davvero importanti.

È quello che mi è accaduto leggendo un – non so se dir famoso o no, perché secondo me dovrebbe esserlo, ma non son certo che lo sia – saggio di Hermann Broch, scritto in occasione del cinquantesimo compleanno di James Joyce. Approssimativamente, s’intende, perché Joyce i cinquanta li compiva nel 1932 mentre il saggio di Broch apparve nel 1936. Ma nel 1936 Broch stesso compiva cinquant’anni e questo forse ebbe il suo peso nella scrittura. Un ulteriore e curioso dettaglio, su cui spero di tornare tra non molto, è che Elias Canetti, proprio nel 1936, trentunenne, dedicò un saggio a Broch per i suoi cinquant’anni, stavolta on-time, saggio che apre ora la raccolta di scritti La coscienza delle parole (Adelphi, Milano 1984/2007).

Didattica emotiva

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di Christian Raimo

Negli ultimi anni è venuta fuori da più parti l’idea che in Italia la scuola stia vivendo una profonda crisi. Se è vero che quella scolastica è una specie di crisi di sistema (se leggete la letteratura di un secolo e mezzo di scuola italiana, da Ada Negri a Leonardo Sciascia a Domenico Starnone, la maggior parte racconta di una scuola in crisi, spesso sull’orlo del crollo), è vero anche che negli ultimi dieci anni si sono verificati alcuni fenomeni concomitanti: un aumento consistente della presenza di agenti formativi esterni che non sono la famiglia (altra istituzione in presunta crisi), l’aprirsi di un fossato tra il periodo di formazione e quello lavorativo con la conseguenza di una continua e profonda messa in discussione di molte delle condizioni di base dei percorsi formativi (per cui, come reazione: lo sviluppo della formazione continua, le diverse e forse ridondanti riforme scolastiche…), la progressiva perdita di autorevolezza delle istituzioni pubbliche (dall’università ai partiti allo Stato tout-court).

Etere 5*: Kant di Königsberg

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di Antonio Sparzani

Il fiume il cui nome russo è Pregolja, e quello tedesco Pregel, scorre anche in Lituania, ma alla fine entra in quella strana enclave russa, stretta tra Lituania e Polonia, un tempo territorio prussiano denominato Prussia Orientale, che ha in Kaliningrad il suo centro, e porto, principale. Kaliningrad era in tempi prussiani Königsberg, città dalla storia illustre – ben prima della nascita, che certo molti richiameranno subito alla mente, di Immanuel Kant – per essere stata residenza del gran maestro dell’Ordine Teutonico e poi capitale del ducato di Prussia. Lasciatemi ricordare che diede i natali anche a David Hilbert, uno dei massimi matematici del ‘900, e a Ernst T. A. Hoffmann, illustre autore dei Racconti e dell’Elisir del diavolo.
Un altro motivo per cui la città viene ricordata è la peculiare distribuzione dei suoi sette ponti, che vedete qui sopra schematicamente segnati. Siccome parlo del Settecento, la chiamerò Königsberg, e chiamerò Pregel il suo fiume.

Vuole una leggenda metropolitana che i cittadini benestanti di Königsberg, verso la metà del Settecento, la domenica passeggiassero per la loro città

Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1

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di Franz Krauspenhaar

1. C’era una volta la Milano da bere…

Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di Birdland, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini glamour della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico – del grande attore teatrale e televisivo Ernesto Calindri, che beveva il suo Cynar in mezzo a una piazza (Piazza Siena, vicinissimo a casa mia, dove nel settembre del ’67 vidi sfrecciare la Fiat 1100 scura della banda Cavallero inseguita a pistolettate da due Gazzelle Alfa Romeo della polizia) , mentre le auto, nel bianco e nero della pellicola d’antan, sfrecciavano non solo simbolicamente attorno all’attore che placidamente sorbiva il suo aperitivo “contro il logorio della vita moderna”, vent’anni dopo tutto era cambiato, a parte la speranza di un nuovo rinascimento all’ombra della Rinascente. Milano si ripresentava nell’immaginario degli italiani non più come il mulo da traino dell’intera economia nazionale, ma come dispensatore di mode, vezzi, abitudini. L’aperitivo non veniva più sorbito in Galleria, come da decenni di tradizione, ma per il lungo e il largo di una metropoli pulsante, una specie di piccola mela rilucente, che aveva allontanato da sé tutte le nebbie propagate dagli anni di piombo. Gli anni Ottanta furono gli anni di Milano, questa Milano da bere che, a partire da uno slogan felice e di successo, riprese a rappresentarsi agli occhi dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo come simbolo di durata nel successo, di velocità, arditezza, anche di gioia di vivere.

Dieci nuovi poeti. Quaderno del Nodo Sottile 5

1

Nodo Sottile nasce dall’impegno e la passione di Daniele Ciullini, responsabile dell’Archivio Giovani Artisti del Comune di Firenze e dei due curatori Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, che per ogni edizione non si limitano alla scelta dei testi, ma ricercano la collaborazione di critici e poeti per introdurre gli autori nella realtà del lavoro poetico. Vorrei anche ricordare la prima antologia (Cadmo, 2000), curata da Domenico De Martino e nata da una selezione di testi poetici di giovani autori fiorentini, raccolti presso l’archivio e dalle segnalazioni della poetessa Mariella Bettarini, curatrice insieme alla poetessa e fotografa Gabriella Maleti delle Edizioni Gazebo. (f.m.)

Dalla postfazione:

(…)Dopo le quattro antologie, il premio alla silloge inedita e le numerose iniziative di diffusione e di formazione sulla poesia giovanile nelle edizioni scorse, per questa edizione di Nodo sottile abbiamo pensato una formula che fosse sintesi e arricchimento del lavoro precedente. Un’offerta inedita, almeno in Italia, che combinasse in modo forte l’aspetto dello “scouting” (il rilevamento delle emergenze poetiche giovanili significative) con quello “formativo” (l’offerta di occasioni di maturazione di consapevolezza e di affinamento degli strumenti del mestiere). Ecco la ragione dell’istituzione del primo corso residenziale di Nodo Sottile – “L’officina della poesia”- come momento successivo ad un’ampia selezione di dimensione nazionale.

Il bosco interiore. Festa della Ghiacciaia a Pistoia

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Domenica 6 luglio 2008 dalle ore 15.00 in poi

Il bosco interiore: La Festa della Ghiacciaia (2° edizione)

Ghiacciaia della Madonnina, località Le Piastre (Pistoia)

Ente promotore: Legambiente (Pistoia). In collaborazione con Pro-loco Le Piastre

RADIOBAHIA: racconti per canzoni [008]

1

di Marco Ciriello

RADIOBAHIA: suona

“Moondance”
di Van Morrison

8.
Il primo a scendere fu Z. con una smorfia di soddisfazione, non pensava di farcela con quella vecchia carcassa a raggiungere ancora una volta quel posto lontano, evitando ogni tipo di controllo e senza nessuna guida. Erano stati molto fortunati. Il viaggio lungo e pericoloso.

Teoria critica della razza e libertà di espressione: alcuni punti problematici

1

(Si conclude qui una serie di interventi sul razzismo curati da S. Morgagni – 1, 2, 3, a. i.)

di Giorgio Pino

1. Un rapporto ambiguo

In questo contributo mi occuperò del trattamento che le teorie critiche della razza (Critical Race Theory, CRT) riservano alla libertà di espressione. Si tratta di un trattamento controverso e ambiguo, perché per un verso la libertà di espressione rappresenta una delle tradizionali libertà civili, vessillo del movimento dei civil rights negli Stati Uniti degli anni Sessanta del Novecento, e come tale rappresenta uno strumento prezioso per gli appartenenti alle minoranze per far sentire la propria voce e far conoscere la propria storia di oppressione e discriminazione. Per altro verso, tuttavia, la libertà di espressione sembra poter giocare a sfavore degli appartenenti a minoranze connotate in senso razziale, in tutte quelle occasioni in cui le parole, le opinioni, sono funzionali a veicolare e rimarcare la distanza, la differenza, tra la presunta maggioranza e la presunta minoranza, o anche sono direttamente veicolo di offesa e stigmatizzazione razziale (1).

A gamba tesa: sotto il grembiule niente!

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mercoledì 02 luglio 2008
In sede di Commissione cultura viene proposta la reintroduzione del grembiule nelle scuole. Per il ministro Mariastella Gelmini è una soluzione da prendere seriamente in considerazione.

di
Francesco Forlani

L’ho cercato dappertutto stamattina. In ogni angolo della casa, della mente, del palazzo, della città che non è la mia, ma poi che importa! Con lo scudetto sul braccio, no, solo coi tre bottoncini argentei, maschi, che hanno visto solo per pochi attimi quelli femmine del distintivo tricolore. Azzurro, celestino, squadra Sant’Agostino, Francesco Keller, blu scuro, Suore Riparatrici, Alfonzo Valentino, nero della De Ámicis, Giampo Brancaccio. Ho perfino chiesto alla vicina se potevo dare un’occhiata da lei, visto che il mio monolocale non offriva una superficie, all’altezza della recherche. E così mi sono imbattuto in qualche Fiesta, un po’ ammaccata, una coccarda – ma la davano soltanto al capoclasse – una tuta operaia – ma era solo per la classe -, e quando sono andato via mi ha regalato un ovetto kinder. E allora l’ho scartocciato, ho strangolato con le mie mani uno della lega antiabortista che s’era nascosto lì dentro e ho provato ad aprire l’ovulo. Sorpresa!

lettera alla madre

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di Ingrid Betancourt

(resa pubblica il 1° dicembre 2007)

È un momento molto difficile per me. Chiedono le prove che sono viva e ti apro l’animo in questo scritto. Fisicamente sto male. Non mangio, non ho fame, mi cadono molti capelli. Non ho voglia di niente. Credo che sia la cosa migliore che possa capitare, non aver voglia di niente, perché qui, in questa giungla, l’unica risposta a qualunque richiesta è “no”. Dunque, è meglio non avere voglia di nulla ed essere almeno libera dai desideri.
Sono ormai tre anni che chiedo un dizionario enciclopedico per poter leggere qualcosa, per imparare qualcosa, per mantenere viva la curiosità intellettuale. Continuo a sperare che, almeno per compassione, me ne procurino uno, ma è meglio non pensarci. Ogni cosa è un miracolo, anche ascoltarti ogni mattina, dato che la radio che ho è vecchia e mal funzionante. Voglio chiederti, mamma cara, di dire ai ragazzi di mandarmi tre messaggi alla settimana. Niente di speciale, se questo è anche il loro desiderio e se avranno voglia di farlo. Non ho bisogno d’altro se non di essere in contatto con loro. È la sola informazione vitale, essenziale, indispensabile, il resto non mi interessa più.

Mariti di donne dagli occhi grandi

1

di Franz Krauspenhaar

Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani (e una volta questo avveniva molto di più anche in Italia) compiono i primi passi nella scrittura, imparando quindi la sintesi, che da noi, ormai, mancando una vera scuola di scrittura sul campo, è più che altro un dono, che sì ha o non si ha, e che difficilmente si apprende. Come mettere fatti rilevanti e commenti pregnanti in un piccolo spazio tipografico?

Il superfluo della vita

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[Si pubblica un frammento dal blog rospe in frantumi, camera di collaudo e taccuino di un editore. d.p.]

di Roberto Speziale

Cosa ci si aspetta dagli editori, soprattutto se giovani? Gli editori devono essere agguerriti, devono usare metafore agonistiche, preferibilmente calcistiche o rubate all’immaginario gladiatorio dei filmoni in sandali e perizoma. Non si concede volentieri fiducia a chi contravviene a queste pratiche consuetudinarie. Posso anche capirlo, in fondo, è tempo di slogan (e quando non lo è), è tempo di dimostrare che i libri non sono cartacce raccolte a prendere polvere sugli scaffali. È tempo che i libri siano qualcos’altro, anche se non vengono letti. Questo è il tempo dei giovani editori. Ci si aspetta che i giovani editori sappiano cosa fare. I libri sono sacrificabili, non si vendono libri, si vende il resto.

La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.

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di Adelelmo Ruggieri

Scala

Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.
Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo
meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,
e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,
ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora che iniziai a capire le cose
tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva
l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta
per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non
gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero

Azzurro

 

Ad esempio. La scoperta della poesia

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di Giuliano Mesa

Ad esempio

Ad esempio, dire di ciò che non sappiamo dire. Senza cercare teoria. Senza temere il conflitto, lo stridore, lo stridere delle parti. Se la poesia è relazione, mette in relazione, non finge sintesi.
(Tutto ciò, e ciò che segue, è detto facendo un passo indietro, incauto, di non-silenzio.)

La città che sale

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[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che repetita juvant. G.B.]

di Gianni Biondillo

Poi all’improvviso Milano scomparve. Nell’immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica ligera che diventava criminalità internazionale… era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l’aperta campagna. In fondo Peck, all’inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell’aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s’è pastrufaziata, per dirla con l’ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia.

A ritroso, viola assoluto

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di Esther Grotti

Piccole donne crescono. Dentro una Panda. Senza conoscersi simili. Quando il dolore arriva camminiamo. Partiamo da Genova come colombe. Verso nuove terre in cui arare il destino. Qui le prostitute si offrono alle finestre. Hanno le carni chiare e aperte come le pagine mistiche del mattino. In fronte a Palazzo San Giorgio vorrei qualcuno cui dettare la mia vita. Prima che mi scivoli via sconosciuta. Partiamo gettando dal finestrino il passato. Gridando. Ridendo. Senza alcuna musica. Non esiste una colonna sonora per tutti i nostri giorni. Banali e unici. Dispersi. L’autostrada è ridicola di mezzi affannati verso le vacanze. Il gruppo in diaspora si riunirà tra i dirupi francesi. E il viola assoluto della lavanda. Hai fatto bene a non innamorarti di me.

Intersezioni

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di Giovanni Fazzini

La pietra

Tutto avvenne un giorno di cui non v’è memoria, un giorno in cui non v’era occhio per vedere né orecchio per udire. Cadde la pietra all’acqua e salì dal fondo al cielo mentre il rombo si frangeva in un riverbero ubiquo. Mai furono uno, Specchio ed Eco, in quella notte dei sensi; ma solo due e molti nell’invisibile inascoltato.