di Davide Vargas
Come sul ponte di una nave sotto un’unghia di luna, una stella qua e là tra la nuvolaglia notturna scossa dal vento potente che solleva polveri d’acqua sui dorsi bianchi delle onde e le sparge come i semi del contadino, e da un chiarore laggiù ad oriente arriva un canto come un azaan, o è un’eco di altri orizzonti, oltre l’approdo e la barriera aguzza di nuvole svelata dal bagliore di un’alba. Come sul ponte, il viso sopravento stretto nel bavero della giacca, gli occhi rivolti alla lunga costa dell’isola o promontorio o terra che accompagna la navigazione fino al punto del distacco, linea parallela che fugge nella direzione opposta e tu sai invece che è massa immobile sopra le onde di tanto mare, come accade in tutte le stazioni del mondo: quando il treno si allontana i pilastri le pensiline le panchine i cartelli le persone fingono di correre via, e sai anche che nulla è veramente immobile, le rocce e le pietre meno che mai.














di Severino Colombo
