di Valeria Zonca
Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato. Non posso firmare perché sono straniera: il mio status mi permette di essere ‘diplomatica’ e di non addentrarmi troppo in questioni delicate. La mia amica Ayda, colombiana, risponde che non è d’accordo e che non firmerà. Un’altra signora dice ad alta voce: “Certo che firmo, ma per metterlo in galera”. Dietro di noi, uomini e donne in tenuta elegante, invece, fanno la fila per fimare perché “questo è l’uomo che ha reso il Paese più sicuro e vivibile”. Qualche gorno dopo in una via centrale della città vengo avvicinata da due giovani. Stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Le concessioni date alle imprese straniere con il placet del governo negli ultimi 5 anni hanno fatto triplicare le tariffe: ogni anno a migliaia di famiglie viene interrotta l’erogazione perché non possono più pagare la tassa, altri ricevono acqua non adatta al consumo umano.










