
di
Manuela Vittorelli
qui la prima parte.
21 marzo 1973, alba.
Dal punto di vista istruttorio, dal 1° agosto all’8 novembre 1972 è il vuoto assoluto: né interrogatori, né ispezioni, né perquisizioni. L’8 novembre su ordine dall’alto l’autorità inquirente si sposta sulla pista programmaticamente “non politica”, quella della malavita locale. I sei penseranno però sempre di essere sentiti in qualità di testimoni, non di imputati.
Resen subisce un unico interrogatorio (durante il quale gli viene ricordato il suo passato nella destra e proposto di fare l’infiltrato, lui rifiuta), poi niente fino all’arresto, anche se in quei mesi si accorge di essere seguito.
Lo vanno a prendere all’alba del 21 marzo 1973. Davanti alla caserma di via Nazario Sauro un carabiniere lo guarda e dice: “L’ho visto al Brennero”. Questo perché il capo di imputazione sulla provenienza dell’esplosivo è incerto e gli inquirenti hanno detto che è stato trovato in Germania: dunque per pararsi le spalle serve qualcuno che dica di aver visto Resen passare la frontiera.
Fuori della caserma c’è una folla inferocita, giornalisti, fotografi, la televisione, tutti contro i “mostri”. Gridano “assassini”, “pena di morte”, cose così.
Quando lo portano nel carcere di via Barzellini, che sta proprio lì vicino, Resen incrocia una cugina: lei lo riconosce, capisce e scoppia a piangere. Lui le grida “Ma va’ a casa, va’!”
“Chissà perché l’ho trattata così”, rimpiangerà poi. “Ero fuori di me”.













