[Quattro nuovi autori che ci spiegano dal di dentro cosa stanno facendo, quale letteratura tentano di produrre. Un pezzo ciascuno. Niente domande, niente sollecitazioni esterne. Il primo contributo è qui. G.B.]
di Elena Varvello
Perdonatemi se parto da lontano, e se quello che dirò sfiorerà soltanto il cuore del problema – la scrittura, il suo significato, la visione che ne ho. È solo che, col tempo, mi sembra sempre più difficile ragionare intorno a quel che faccio, o che tento di fare, tutti i giorni. Flannery O’Connor diceva che una cosa è scrivere, un’altra è parlarne, e che tanto varrebbe chiedere a un pesce di tenere una conferenza su come si nuota: beh, credo che avesse ragione lei. Per quanto riguarda la scrittura, diceva, “niente produce silenzio quanto l’esperienza”. Per cui, parto da lontano, e cioè dal posto in cui sto scrivendo adesso – la mia casa, la stessa di sempre, e quel che vedo fuori dalla finestra: le case dei vicini, un pino, una magnolia, un uomo che sta tagliando l’erba e che ogni tanto si ferma e dà un’occhiata in giro. Una donna che sta stendendo i panni.











