di Christian Raimo
L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. Chesil Beach (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà e mestiere: sviluppa un quarto d’idea (il racconto del fallimento della prima notte di nozze di due sposini impacciati nell’Inghilterra pre-emancipazione del 1962) fino a dilatarlo – attraverso movimenti temporali, piccole digressioni, accelerazioni e sintesi, brevi scorci sociologici – e farlo diventare un romanzo esile, 136 pagine di narrativa accessibile a un pubblico vario e mediamente colto. È un abitudine che forse hanno gli scrittori giustamente incensati e pressati dal grande pubblico e dalle grandi case editrici: mostrare di saper confezionare questi esercizi di stile, questi piani-sequenza manierati di letteratura portatile – e in questo Chesil Beach vale un Cosmopolis di DeLillo. Punto, fine.




