REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI

17 novembre 2008
Pubblicato da

di Alberto Casadei

Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.

Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, Romanzi di Finisterre, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.

L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, ma non solo, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del novel, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma comparabili con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era – ed è – che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.

Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.

Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura debba parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.

Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano più significativi del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè Underworld, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso Falling man è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di instant novels.

Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di Delitto e castigo. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è prima di tutto informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.

Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza nuova del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto.

Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su La natura e la regola, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come ‘spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l’inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).

Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è Le particelle elementari di Houellebecq.

Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare Gomorra e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a Troppi paradisi. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile – e da riprendere – cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.

Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su Gomorra e il Naturalismo 2.0, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo Il romanzo della politica. La politica nel romanzo, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente.

E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato Dies irae. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.

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81 Responses to REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI

  1. ida il 17 novembre 2008 alle 11:04

    buongiorno
    scusa, potresti indicare per favore il titolo dell’intervento di Inglese su NI a proposito di realtà e contemporaneità nel romanzo? Grazie.
    ida

  2. teqnofobico il 17 novembre 2008 alle 12:51
  3. ida il 17 novembre 2008 alle 15:20

    grazie, scusa, mi ero persa nel 2.0. E’ un argomento interessantissimo.

  4. macondo il 17 novembre 2008 alle 16:53

    Solo piccole notazioni, come deve essere un commento.
    “Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse”… Non è questo a mio avviso un problema, semmai è lo “svolgimento” del problema, e le diverse accezioni del concetto di realismo sono utili quando si confrontano fra di loro e giustamente si scontrano, come da sempre succede: se fossimo tutti d’accordo sul significato di “realismo” e “realtà”, non ci sarebbe dibattito, ma consenso. Quindi non si tratta di equivoci ma, almeno nei casi migliori, di conflitto di interpretazioni (chiedo venia se posso sembrare “allegoriano”), che comportano punti di vista teorici differenti.
    “Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è prima di tutto informazione”… La nostra informazione del mondo è superiore in termini quantitativi, ma la quantità di informazioni di per sé non da ragione della qualità della conoscenza. Per restare all’exemplum: i Greci o gli Illuministi hanno indagato il mondo, i rapporti sociali, l’essere umano in situazione (nel suo contesto storico) pervenendo a verità che non sono certo inferiori alle nostre. Ovvero: l’attualità dei classici. Semmai, dato che la conoscenza non è accumulo progressivo di informazioni, nel processo sono intervenute fratture, scarti e rivoluzioni scientifiche. Infine: per fortuna non tutti gli scrittori scrivono sulla vita (agra) dei precari. Sulla vita dei precari a volte è meglio scrivere un volantino, o protestare facendo una manifestazione, che scrivere un romanzo. Il pre-testo non è condizione sufficiente a “giustificare” il testo. E per fortuna che in letteratura esiste l’allegorizzazione del reale.

  5. chiara il 17 novembre 2008 alle 17:10

    Buonasera prof, sono una sua ex allieva di Pisa, che all’epoca apprezzò molto “Romanzi di Finisterre”.
    Il suo intervento è molto interessante, in particolare il problema della contemporaneità nei romanzi e di cosa si intende oggi quando si parla di realismo me lo sono posto anch’io e lo faccio quotidianamente nel mio lavoro, pur dall’altra parte della fossa dei leoni: facendo libri, cioè, e non studiandoli e raccontandoli.
    Credo che sia difficilissimo oggi, rendere davvero il “senso” della nostra società, perché gli specchi che abbiamo intorno si sono moltiplicati, rispetto a quelli in cui si guardavano nell’ottocento e gli autori si devono confrontare con media sempre più numerosi, sempre in più veloce metamorfosi, così come i lettori stentanto a riconoscersi. Chi è davvero bravo è perché trova una strada, una sola e che non sia -ina, per arrivare al cuore.
    Saluti.
    Chiara Fattori

  6. magda il 17 novembre 2008 alle 17:44

    s’intuisce il tono elevato già dai primi accenni……devo impegnarmi a leggerti tutto e bene.
    Intanto sono contenta che sei nato nel mio stesso anno, il ’63.
    in quale mese?

  7. l. tedoldi il 17 novembre 2008 alle 18:49

    Il postmoderno, se per postmoderno intendiamo la tesi secondo cui non esiste un essere che non sia costruito, è finito o no? Se è così, è stata davvero ricostituita la rottura tra le parole e le cose? Esistono per noi le cose prima delle parole? Non metteremmo mano alla pistola di fronte ad un altro Baudrillard che ci dice che le guerre non esistono (perché ridotte a simulacri)? Per sapere se siamo usciti dalla voragine del Testo dovremo andare a cercare le sberle del passato sulla nostra arroganza idealista, la sua indipendente persistenza. Vediamo brevemente due casi: storiografia e letteratura. Storia e letteratura spesso si sono intrecciate negli ultimi decenni, così i confini tra verità storica e finzione. Hayden White, in Metahistory del 1973, ha parlato della realtà del passato come di un artificio retorico; dall’altra parte i romanzieri oggi tornano a sporcare la penna nel fango della no-fiction. La grande domanda di storia, presente anche nella letteratura, è una domanda di realtà certa. Assistiamo però, ad una pericolosa confusione tra storia e memoria, che è anche un riflettore significativo della fragilità della realtà. Molti giornalisti e divulgatori passano per storici, pur non occupandosi di fonti e non essendo mai entrati negli archivi, solo perché fanno un grande uso di memorie proprie ed altrui, credendo d’esser storici e finendo nella peggiore autofiction. Questi divulgatori s’inventano scoperte storiche che in realtà sono possessi acquisiti (ad esempio, sul caso Pansa, di guerra civile già parlarono Meneghello e Fenoglio), ed appaiono come trovatori di una realtà, per così dire, già ampiamente reale. Così, dall’altra parte, i letterati escono dalla fiction ed oltre ad imitare le voci cercano finalmente le prove. Babsi Jones, Saviano, Genna, Lucarelli de L’ottava vibrazione, sembrano gli unici a restaurare e riabilitare passato e presente, pur smettendo d’essere semplicemente ben informati. E’ lo stile che conta, in questo caso lo stile storiografico, cioè innanzitutto l’uso della prova. La retorica della prova e degli indizi non serve solo alla mozione degli affetti, ma anche ad andare oltre le parole, a dire con le parole, questa volta documentate, ciò che era davvero quella determinata cosa. Nulla di nuovo, Balzac è storico, Saviano è storico, Kafka pure. Nessun delitto perfetto. L’inesperienza è solo stilistica.

  8. Alberto il 17 novembre 2008 alle 19:21

    Grazie a tutti per questi primi commenti (e a Chiara in particolare per essersi rifatta viva). Solo qualche nota. Non c’è niente di male a usare varie accezioni dei termini ‘realtà’ o ‘realismo’, che ne hanno a migliaia (per il secondo, basta vedere il recente saggio di Federico Bertoni per Einaudi): basta non usarle in contemporanea senza esplicitarlo, come invece è stato fatto. E l’informazione, come scrivo esplicitamente, è la condizione di partenza, non di arrivo, di un’esperienza: l’errore e’ quello di credere che noi oggi abbiamo meno ‘esperienza’ perche’ c’e’ piu’ informazione mediata: è solo una misinterpretazione di un dato ‘effettivo’, e cioe’ che oggi possiamo sapere cose che un tempo solo singoli individui potevano conoscere (o inventare…). Allora, lo scopo di un nuovo romanziere dovrebbe a mio avviso essere quello di partire da questa condizione e provare a scrivere quello che non resta nell’ambito dell’informazione ‘semplice’. Scrivere (come fare arte) vuol dire sempre conoscere di piu’, altrimenti si tratta di semplici ripetizioni del già noto. L’esperienza nuova che dovrebbe dare un romanzo oggi dovrebbe essere un equivalente del sapere che fondiamo ormai in tutte le direzioni (la rete…) anziche’ solo in senso causale-lineare. Per ora, pochi ci riescono: DeLillo di “Underworld”, per esempio, si’. Ma ci vuole un grande sforzo anche concettuale (che deve diventare poi stile) per ottenere questo. E a quel punto la nostra conoscenza di una possibile realtà (o di una possibile storia, che e’ poi il tentativo di dare un senso a cio’ che ci accade) assume un valore piu’ ampio, non è solo descrizione dell’evidente.

  9. esigente il 17 novembre 2008 alle 19:57

    Si esiga stile anche da parte dei critici.

  10. Paolo Sciola il 17 novembre 2008 alle 20:27

    Non sono un critico, ma solo uno che scrive.
    Non sono più aduso da tempo – lo confesso – al linguaggio adoperato dalla teoria della critica.
    Per quanto mi riguarda, e senza rammarico, mi sono fermato alla “Anatomia della critica” di Northrop Frye e alla “Analisi del testo poetico” di Jurij Lotman.
    Parlo dei tempi dell’università.
    Correvano – questo lo dico adesso, col senno di poi: in realtà sembravano maledettamente fermi – gli anni ’70 (la fine degli anni ’70).
    Diffido per natura di qualsiasi teoria che voglia imbrigliare o ridurre o schematizzare il miracolo della creazione artistica.
    Pure so che questa è una tentazione che fa parte della natura dell’uomo. a tutti i livelli. Studiare, osservare, classificare. Per cercare di capire.
    I miracoli però non si possono spiegare, è nella loro stessa ragione sociale.
    Diffido anche di chi scrive partendo dall’idea di voler abbracciare e risolvere l’universo mondo.
    Con un romanzo, figuriamoci.
    De Lillo a me sembra lo scrittore più sopravvalutato di tutti i tempi. Lo posso dire?
    Lo stesso vale per Philip Roth.
    Gente che per scrivere ha bisogno di un assunto. Della serie: mo’ vi faccio vedere io di cosa sono capace.
    JM Coetzee anche lui forse parte da un assunto. Ma se lo dimentica presto: perché è un artista che aldilà della sua apparente freddezza vibra di umanità.
    Ecco: di questo volevo parlare.
    Di semplicissima (?) umanità.
    Ci si dimentica di questo, nel valutare e nello scrivere i libri: della nostra umanità.
    Sto parlando di “pietas”, di compassione e compartecipazione. Sto parlando della gentilezza che sta sempre alla base del non voler a tutti i costi giudicare.
    Un critico dovrebbe parlare di questo, se vuole essere un critico come si deve. Di tecnica, certo, ma anche di spessore umano.
    E di credibilità, o verosimiglianza che dir si voglia.
    In base a questo, crollano come niente le opere di fantasy e di fantascienza. Crollano le opere storiche – queste carnevalate improbabili riportate su da gente che ai quei tempi semplicemente non c’era.
    Kafka però merita un discorso a parte. E’ l’unico che sia riuscito a descrivere la realtà andando “oltre la realtà”. Creandone una nuova, ma compresente, che noi semplicemente non riuscivamo a vedere.
    Ero giovane a quei tempi, d’accordo, ma “La metamorfosi” è uno dei pochi libri che mi abbia commosso.
    Un’altro è stato “Cattedrale” di Carver, ma forse qui c’entra il periodo particolare che stavo attraversando.
    Questo per dire che passato e futuro in letteratura non servono a niente.
    In letteratura conta solo il presente. Il presente umano, non quello politico. Perché, se si è abbastanza bravi, il presente umano rappresentato nell’opera diventerà “politico” suo malgrado.
    Di questo si dovrebbe parlare. Non dei manifesti.
    Brecht è uno che si è salvato per il rotto della cuffia, nessuno me lo toglie dalla testa.
    Al centro c’è sempre, e ci sarà, l’uomo.
    Inglese, nel suo intervento, si meraviglia come un semplice (?) verso di Bukowski gli abbia schiuso un mondo: “L’amore è un cane che viene dall’inferno”.
    Io mi meraviglio della sua meraviglia.
    E questo spiega tutto.

  11. Tashtego il 18 novembre 2008 alle 11:39

    “De Lillo a me sembra lo scrittore più sopravvalutato di tutti i tempi.
    Lo posso dire?
    Lo stesso vale per Philip Roth”.

    concordo: forse non i più sopravvalutati di tutti i tempi, ma certamente molto sopravvalutati.
    ma in generale diffido del processo di valutazione/svalutazione, vale a dire della continua messa a punto e revisione di una scala dei valori artistici, vale a dire del canone condiviso.
    diffido delle scale di valore in ogni campo dell’arte, perché puntano a blindare ciò che non è blindabile.
    quindi più che dire che sono “sopravvalutati” posso affermare che de lillo e roth non mi piacciono quanto, stando ai critisci, dovrebbero piacermi.

  12. Massimo il 18 novembre 2008 alle 14:50

    Se posso osare aggiungere un nome, ecco, Cormac McCarthy non riesce proprio a piacermi. Ne ammiro lo stile, ma se a uno piace Faulkner, non ha quasi bisogno di McCarthy. Scusate, so che tutto questo è imperdonabile. Aggiungerei alla lista anche Calvino ma non lo faccio perché temo la violenza. :)

  13. Massimo il 18 novembre 2008 alle 14:54

    Aggiungo che forse anche Bukowski è sopravvalutato, ma, nel suo caso, chi se ne frega? Mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate e in più ne aveva da vendere, di umanità.

  14. Gabriel Del Sarto il 18 novembre 2008 alle 15:00

    Caro Alberto,
    ho letto con attenzione. In effetti ci sono diversi passaggi che meriterebbero una ripresa. Il tuo intervento, per certi aspetti, riprende anche quello di Milani, postato qualche giorno fa, soprattutto quando fai riferimento al rapporto mimetico con la realtà umana.
    Altro aspetto spesso ignorato da chi cerca di scrivere sulla realtà, o di essere realista, è il contributo del cognitivsmo, o meglio ancora, del costruttivismo. Quello che in questi ultimi anni le scienze neurologiche, e in particolare la psicologia culturale di Bruner, ci hanno insegnato non può essere ignorato, e segna uno scatto di conoscenza e, di fatto, di esperienza. L’esperienza è sempre tale, anche se mediata fa parte della realtà. Le conseguenze sulla vita del singolo e su quella della comunità, dei diversi tipi di esperienza, possono essere (vorrei che fossero) oggetto di narrazione, anche in versi. Lo scrittore, il poeta, può aiutarci a costrire il mondo, così come lo può fare in altri contesti, un volantino. IL fatto è che le parle che usiamo costruiscono il mondo, nostro e di tutti. Come scrisse De Lillo (per me un grande scrittore, come Roth, McCarthy e Littlel) nel 1977 (Giocatori): “Per creare il futuro che forse esiti a creare, che potrebbe rivelarsi problematico per tutta una serie di ragioni, devi informare la gente. Devi parlare con loro e informarli. […] Devi dire tutto. Anche se al momento non hai alcuna intenzione di realizzarlo per paura o esitazione, devi cominciare a dargli corpo esprimendolo a parole. Questo cambia il percorso della vita. Basta parlarne per dare avvio al cambiamento.”
    a questo io ci credo, ne ho fatto la spinta di molte mie scelte anche in ambito professionale.
    Un caro saluto a te, a Guido e a Gianluigi (di cosa parla il suo articolo che citi?)
    Gds

  15. Alberto il 18 novembre 2008 alle 15:12

    Vedo che la discussione sta andando verso giudizi di valore piu’ o meno basati sulle propensioni di ciascuno. Lo capisco, ma credo che lo sforzo che si deve fare in questi casi sia quello di mettersi in una prospettiva un po’ piu’ larga. Io posso apprezzare Coetzee (e infatti l’ho citato abbondantemente nel mio saggio dell’anno scorso) o, per esempio, Michael Cunningham, Jonathan Franzen ecc. ecc. Però il mio discorso è stato, nell’impostazione che cercavo di dare: quali romanzi risultano oggi piu’ significativi nelle modalità di rappresentare il reale senza essere piatti o ripetitivi? Ecco, DeLillo magari puo’ piacere meno di altri perche’ ha meno ‘fascino’, pero’ dice molto di piu’ di altri ed è comunque piu’ significativo visto nella prospettiva della tradizione letteraria. Questo lo dicono in tanti, critici e non, ma capisco che poi un lettore, così come non si leggerebbe tutte le sere l'”Ulisse” di Joyce, può trovare le sue opere meno piacevoli di altre piu’ facili o ‘ben costruite’. Nessun problema ad ammettere che DeLillo è meno divertente di Bukowski, pero’ onestamente non credo che nessuno possa dire che B. dica ‘di piu’. Ci sono quindi vari parametri di valutazione, anche l’ ‘umanita” di un testo, o il suo grado di corrispondenza agli interessi di un qualche gruppo di lettori piu’ o meno ampi (basti pensare a Baricco o a Moccia). Non mi pare pero’ che siano questi i criteri che si debbono adottare se vogliamo capire quali romanzi rappresentano ‘meglio’ le forze piu’ profonde della realta’, almeno come noi oggi la intendiamo.

  16. Alberto il 18 novembre 2008 alle 15:20

    Un saluto a Gabriel, che non avevo letto quando ho ‘postato’ prima! le tue osservazioni mi trovano totalmente d’accordo: e alcune le sto gia’ mettendo in pratica nel mio lavoro attuale, che dovrebbe concretizzarsi in un saggio in uscita all’inizio del prossimo anno su “Poesia e ispirazione”. Il lavoro di Gigi Simonetti uscito su “Allegoria” 57 s’intitola “I nuovi assetti della narrativa italiana (1996-2006)” e prende in esame un vasto campione dei romanzi recenti, evidenziandone le nuove costanti formali e contenutistiche (p.e. la costruzione ‘veloce’, la tematizzazione degli eccessi, ecc.), e facendo emergere anche alcuni valori impliciti.

  17. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 16:02

    Forse, in futuro, tutti questi autori, oggi sovrastimati, potrebbero essere ricordati come i massimi esponenti di un periodo decisamente minore.

  18. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 16:07

    Mi viene da ridere – poi – al solo pensiero che qualcuno possa credere che in futuro si dirà… “Questi autori sono stati molto significativi per una cricca di estetisti che indendevano la realtà in un certo modo”.
    Molti opuscoli a pagamento dei quali saranno già stati macerati.

  19. Massimo il 18 novembre 2008 alle 16:40

    Prima di tutto siamo esseri umani. Poi, siamo lettori.
    Prima di tutto viene “l’umanità” che è quel substrato invisibile che tiene insieme le nostre esperienze dandole un senso compiuto.
    Si potrebbe dire che “umanità” è il processo di ricerca di un senso alla vita: non solo questo, naturalmente. Io non SONO un lettore: io LEGGO e nel leggere, cerco. Cosa? A volte lo so, altre volte no e tutto questo fa parte del processo di ricerca o ri-scoperta dell’umanità che io sono, cioè in pratica, della mia vita.
    Tutto il resto è tritume per specialisti: non sempre, naturalmente. Quando c’è un eccesso di codificazione le vene si ispessiscono inevitabilmente e poi, prima o poi, c’è l’ictus o l’aterosclerosi.
    Io gradirei rimanere vivo fino alla morte, se possibile. La realtà è quella cosa che rimane quando se ne va l’undici settembre, Bush, l’iraq, la crisi economica, le guerre puniche, il sacco degli unni, la breccia di Prta Pia. Quando l’evento storico più eclatante si perde nella nebbia del passato, quando tutto quello che sembra la realtà passa e viene fatalmente dimentica, quello che resta è la realtà.
    Io so per istinto che scrivere è conoscere di più, altrimenti è letteratura di consumo. Per istinto sono costruttivista, so che ogni esperienza, mediata o no, è realtà. L’ho sempre saputo, fin da bambino.
    L’esperienza di leggere, o è un atto di espansione della coscienza, o è un passatempo.
    La conoscenza è esagerazione diceva quel palloso di Adorno.
    Bukowski è simpaticamente disperato, niente di più. A vent’anni lo adoravo, adesso è come un vecchio zio.
    Ho letto solo Rumore bianco, per adesso, di De Lillo e mi è piaciuto molto. Mi riprometto di leggere altri romanzi di questo autore, ma in questo momento mi occorre altro.
    Roth è un Bellow più sessoso e scoppiettante, ma non mi lascia niente.
    E’ la solita storia dell’intellettuale smarrito ma ironico di fronte ai grandi temi della vita, sempre quelli: malattia, vecchiaia, morte, sesso.
    In fondo è tutto qua. La differenza come sempre, sta nello stile.
    Il bello stile. Il dolce stil novo che novo mai non è.
    Malattia vecchiaia morte sesso, musica, la decadénce e così via.
    Questo è tutto. E poi, la pietas, onnipervasiva.
    Un titolo per tutti: La montagna incantata, ovviamente, ma anche la Recherche e Ulisse, che per un certo periodo ho letto davvero tutte le sere. Kafka sarà sempre un discorso a parte. Kafka è infanzia, è lo sguardo da buco della serratura su un uomo grasso addormentato. Kafka siamo noi, se lo sappiamo ascoltare, non certo un tomo di critica della letteratura. Ecco, forse è questo il punto. Chi è, oggi, l’autore che è talmente se stesso da poterci dire chi siamo?

  20. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 17:05

    Sì, certo, adesso siamo tutti umani. Pieni di umanità. Io in giro tutta ‘sta umanità non la vedo. E neanche tutti ‘sti umani. Poi fate voi.

  21. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 17:13

    E poi cosa c’entri Kafka in tutto questo sparare a casaccio non lo so. Lasciatelo in pace. Gli fate solo orrore.

  22. Paolo Sciola il 18 novembre 2008 alle 17:14

    Molti di voi avranno letto il breve saggio di Elias Canetti che si trova in questo link:

    http://www.sagarana.net/rivista/numero32/saggio2.html

    Se no, trovo che possa dare un contributo interessante, e pertinente, alla discussione, specie nella parte in cui affronta il tema della “metamorfosi”.
    Per il resto concordo con Massimo.
    E’ quello che ho cercato di dire anch’io, con parole diverse, nell’intervento precedente.

  23. massimo il 18 novembre 2008 alle 18:31

    @ Morgillo

    Primo: umanità non è bontà, ma anche merda orrore invidia gelosia e sadomaso e alienazione (parola non usata a vanvera)
    Secondo: non c’è nessun “Gli fate orrore”. Io parlo sempre a titolo personale e casomai faccio orrore, al povero Kafka, soltanto io.
    Terzo: hai ragione, sono tutte cazzate.
    Mostraci la luce Morgillo, tu che sai.

  24. Paolo Sciola il 18 novembre 2008 alle 20:35

    Ho citato Kafka per dire dell’unico scrittore che, andando “oltre”, sia riuscito a coinvolgermi.
    L’unico il cui “sovrumano” suona più umano di quant’altro abbia mai letto in vita mia (un altro è forse Bulgakov, ma molto meno).
    Io che odio le “bugie” in letteratura. O semplicemente ciò che non suona vero. O verosimile.
    E dunque, tutto ciò che vola e vaga e non affronta.
    O che semplicemente “evita”.
    Io che penso, con Hemingway, che una parola sbagliata a pagina 32 (per diren una) ti faccia crollare il romanzo a pagina 212 (per dirne un’altra).
    Io che penso, in base a questa teoria, che il romanzo di Piperno avesse un paio di parole sbagliate nelle sue pagine iniziali (se gliel’avessi fatto io l’editing, questo non sarebbe successo) che me lo hanno fatto crollare a pagina 30, oltre la quale non sono riuscito ad andare.
    Io che penso, insieme a molti altri, che compito della letteratura sia raccontare storie, non costruire teorie che sono inevitabilmente destinate a fallire nella pantagruelicità del proposito iniziale e nella fallacità umana.
    Io che penso che c’è più poesia in un solo quadro di E. Hopper di quanta se ne trovi nell’opera omnia degli artisti cosiddetti astratti o concettuali.
    Ecco perché ho citato Kafka.
    Per la commozione che ha suscitato in me e mi ha consentito di identificarmi in Gregor Samsa.
    Per la sua umanità.
    Nient’altro che questo.
    Chi mi ha preceduto ha detto come meglio non si sarebbe potuto dire:
    “Chi è, oggi, l’autore che è talmente se stesso da poterci dire chi siamo?”

  25. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 22:50

    Guarda, Massimo. È ‘sto critico del post sopra (Casadei) a fare orrore a Kafka. E a me fa orrore che lo si citi a casaccio. Kafka. Con Saviano.
    Circa Kafka… Io penso che i suoi personaggi siano drammaticamente umani perché non si alienano nell’immaginario ma entrano nella relazione simbolica.
    Almeno per me, e non sono da solo: c’è una lunga tradizione, la realtà – come l’immaginario – è sempre subordinata al simbolico. E della realtà mi interessano di più i meccanismi della sua simulazione. Perché io non mi faccio alienare facilmente dalla realtà. Capito?
    Sull’informazione… Per me spesso è solo un fastidioso rumore. Specie quando non riduce l’incertezza, perché, nella sua ottusa riconosciuta unilateralità, non lascia spazio ad altre possibili alternative.
    A me non interessa che cento ggiornàli declinino la stessa notizia AMSA. Per chi non lo sapesse… L’Amsa è quella che raccoglie la nettezza urbana a Milano.
    E guai a chi mi tocca Kafka. Per Lui non si scrivono lìbbri per titillare i lettori. Potrebbero scriverseli anche da soli. I libri. I lettori. E lo fanno. E li pubblicano. E se li leggono anche. E si premiamo pure.

  26. A. Morgillo il 18 novembre 2008 alle 22:57

    Chi è, oggi, l’autore che è talmente se stesso da poterci dire chi siamo?

    Più che sapere chi siamo oggi, mi interesserebbe sapere chi stiamo diventando. E proteggere a spada tratta il nascituro. E farlo crescere. Chiunque esso sia. Perché ha più diritto di noi. Anche se fosse un mostro. Ai nostri occhi. Ed ai nostri soltanto.

  27. Tashtego il 18 novembre 2008 alle 23:05

    chissà perché persiste il mito dello scrittore-vate, dell’opera risolutiva, eccetera.
    uno scrittore fa la sua parte esattamente come ogni altro artista: può essere più o meno bravo, penetrante, eccetera, ma perché per forza ci deve “dire chi siamo”?
    possibile che non ci si renda conto che il ruolo della scrittura, dai tempi di Kafka, di Thomas Mann, di Proust, eccetera, è cambiato?
    oltre tutto nessuno potrà dire più a nessuno “chi è”, perché nel tempo che ci mette a capirlo e a scriverlo le cose di sicuro sono cambiate e non di poco.
    ci si rassegni all’idea di essere tutti “alla mercè di una brutale corrente” dove essenzialmente conta riuscire a respirare, a non affogare.

  28. Gabriel Del Sarto il 19 novembre 2008 alle 00:29

    Una nota su De Lillo, e non solo. Certi scrittori, magari in apparenza iper controllati, ci dicono chi siamo, quindi cosa stiamo diventando, proprio attraverso il loro ‘stile’, prima ancora che attraverso i contenuti. De Lillo può narrare di una scena ordinaria di un pranzo in una famiglia americana, come del rientro a casa del sopravvissuto all’11 settembre o altro ancora. il fatto che ce lo dica con quel tono, raggelando a volte l’emozione, cesellando alcuni incisi, a volte forse troppo sapienziali, ma altre così penetranti, ecco non tanto il fatto di dirci tutto questo quanto di farlo in ‘quel’ modo, ci sta dicendo di noi e del nostro tempo. Come certe poesie di Ashbery (che possiamo ammirare grazie proprio al lavoro di Casadei e Mazzoni nella collana di Sossella) o alcune impressionanti pagine di Littel (che parlano di noi e delle radici del nostro presente).

  29. Alberto il 19 novembre 2008 alle 08:57

    Intervengo brevemente, perche’ in realta’ non ci sono molte repliche da fare: i piani dei discorsi si stanno intersecando poco perché, a parte Gabriel, ognuno ha interesse una sua personale opinione. Potrei dire a Massimo che non trovo niente di strano nelle sue posizioni e nelle sue scelte: anzi, per me il problema in questo caso e’ che non c’e’ nulla da eccepire perche’ sono cose del tutto condivisibili. Pero’ la critica ha un compito diverso, secondo me, cioe’ cercare di capire certi meccanismi culturali, e non quello di dire ‘mi piace non mi piace’, certificando giudizi di gusto che sono un derivato dei pre-concetti.

    Quanto al furente Morgillo, fare quello fuori dal coro e’ facile, pero’ prima bisogna dimostrare di saper cantare. Io ho scritto dei libri che mi sono costati anni di studio, e su Kafka sono disposto a fare con te una battaglia all’ultima citazione. La differenza e’ che, nonostante questo, io non credo di poter parlare a nome di Kafka come pensi di fare tu. Poi, si vede che non hai letto o non hai capito niente di quello che dicevo, dato che Kafka lo citavo positivamente e per dimostrare come si puo’ fare vero realismo senza fare cronaca: non ho mai messo in contatto Kafka e Saviano, questo e’ un tuo cortocircuito mentale, che dimostra quanto poco sei attento a quello che credi di capire.

    A Tashtego: proprio perche’ tutto e’ cambiato dobbiamo rifarci ai grandi classici, confrontandoli con il presente. Nel mio saggio “Romanzi di Finisterre” parto proprio da questo presupposto e arrivo alle opere recenti ma ugualmente grandi (li’, “L’arcobaleno della gravita’” e “Vedi alla voce: amore”). Non c’e’ nessuna normativita’, ma solo una serie di esempi, per distinguere opere riusciti, grandi o grandissime, e roba commerciale. Altrimenti, si finisce col credere che Camilleri sia un grande autore.

  30. Tashtego il 19 novembre 2008 alle 10:11

    mi rendo conto di essere ot, tuttavia confesso di non riuscire a trovare sostanza nel “dibattito” sul realismo, anche perché manca una sia pur minima (ma accade sempre, ovunque e comunque) con-divisione del significato dei termini in gioco.
    e vabene.
    aggiungo che a mio avviso non sono tanto le opere che andrebbero confrontate, quanto il ruolo che il presente affida alla modalità scrittoria nella costruzione dell’immagine di sé.
    non escludendo il confronto tra la figura dell’intellettuale oggi con quella anche solo di trent’anni fa.
    non solo: a chi parla lo scrittore, oggi?
    chi lo legge, e perché?
    possibile che tutto si debba ridurre sempre al dualismo tra scrittura bassa, ma vendibile, v/s scrittura alta, ma invendibile?
    e anche fosse così (è così? ne siamo proprio sicuri? e allora, per es., tomasi di lampedusa dove lo mettiamo? e primo levi?) quali conclusioni se ne dovrebbero trarre, la di là del cinismo editoriale, eccetera?

  31. Alcor il 19 novembre 2008 alle 10:45

    La discussione era già morta qualche post fa.

    Quello che mi incuriosisce è questa affermazione:

    “E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è prima di tutto informazione.”

    Davvero? detta così mi sembra un’affermazione assai strana.

    Se una lesione al cervello modifica la percezione e la risposta ai fenomeni, di che informazione si parla?

  32. magda il 19 novembre 2008 alle 11:14

    Leggendo meglio, separando l’acqua dall’olio, ho l’impressione che si argomenti con molte citazioni e ispirazioni di contenuto elevato, temi che in realta’ si riducono alla disposizione editoriale, alla critica letteraria, all’operare nel mercato. Si fruisce di idealita’ in funzione di pragmaticita’. Direi una virata oggi molto comune di contenuti intellettuali verso il banale utilitarismo.
    L’esperienza non deve essere solo informazione, se cosi’ fosse saremmo tutti autistici.
    E’ sopratutto elaborazione di contenuti e rappresentazione, funzioni ampiamente dimostrate anche neurologicamente non solo nei testi citati ormai datati come- la natura e la regola-.
    Il nodo focale e’ proprio che l’esperienza e’ troppo metabolizzata da funzioni esternalizzate come i media e l’editoria appunto e non interiorizzata come succedeva nei tempi dei grandi autori, oggi spariti perche’ anch’essi fruitori di esperienza predigerita.

  33. massimo il 19 novembre 2008 alle 14:31

    @ Tashtego

    Ma chissenefrega dei poeti water. Se tu ritieni, essenzialmente, che al giorno d’oggi quello che ci resta è cercare di tirare a campare posso anche darti ragione.
    A chi parla lo scrittore oggi?
    Non so, dipende dallo scrittore. Qualcuno raggiunge i soliti quattro stronzi acculturati, qualcun altro fa passare il tempo a migliaia di lavoratori stressati. Qualche scrittore raggiunge entrambe le categorie. Io, personalmente, non faccio mai distinzioni tra scrittura bassa e alta e meno che mai distinzioni di genere. Non ho niente né contro Camilleri, né contro Faletti, semplicemente non mi interessano.
    Chi legge e perché?
    Come sopra.
    Stronzi acculturati, specialisti collezionisti, o lavoratori stressati. E poi ci sono quelli che chiedono qualcosa di più alla letteratura e sono persone che in genere, come dice Houellebecq, ne hanno le palle piene della realtà (della vita) così com’è. E’ la teologia negativa della letteratura: non è questo, non è quello. E’ quello che non è. Forse è un’esperienza, quella che cercano. Forse non è niente.
    L’importante è quello che cerchi TU.
    In un certo momento della mia vita La montagna incantata mi ha letteralmente aiutato a respirare, a darmi un senso.
    Non sarà mai più la stessa cosa, ma il ricordo rimane.
    L’esperienza rimane.
    Come dice Magda nel post precedente, tutto dipende se interiorizziamo o metabolizziamo esperienze predigerite.
    Il livello di alienazione può essere identico (e spesso lo è) tra gli specialisti-collezionisti e i pendolari stressati.

  34. massimo il 19 novembre 2008 alle 14:56

    @ Alberto

    Fermo restando il mio massimo rispetto per il lavoro degli altri, non capisco: è un problema non avere niente da eccepire?
    Quanto al “mi-piace-non-mi-piace”, se si è capito questo, si vede che non sono riuscito a esprimermi come volevo.
    Io non prescindo mai, nei limiti delle mie modeste capacità, dai meccanismi culturali che sono il retroterra di un’opera d’arte.
    Un romanzo non appare dal nulla ma è figlio di un contesto o della reazione ad un contesto. Proprio perché lo so cerco con tutte le mie (modestissime, ma sono le uniche che ho) forze di andare oltre i pre-concetti e i pre-giudizi; pre-concetti e pre-giudizi di cui spesso i critici sono altrettanto imbevuti dei comuni mortali: pre-giudizi ideologici, pre-giudizi accademici, pre-giudizi personali e così via.
    I meccanismi culturali sono sempre meccanismi di POTERE. E il potere è sempre una brutta bestia.
    Quello che rimane è la realtà, che è pressapoco tutto quello che ci sfugge sempre.

  35. Andrea Grassini il 19 novembre 2008 alle 15:20

    “Altrimenti, si finisce col credere che Camilleri sia un grande autore.”

    Cosa che infatti è.
    Quest’ultima boutade di Casadei mi fa capire come mai, leggendo il suo intervento, lo ritenevo tanto ininteressante.

  36. Tashtego il 19 novembre 2008 alle 15:56

    Devo essere schematico, per brevità e per attitudine.
    Pre-metto che non so cosa siano i “poeti water”.
    Quando mi pongo, sempre schematicamente, la domanda «a chi parla lo scrittore di oggi?» immagino che la risposta non stia tanto in un elenco di figure-tipo cui ricondurre oggi il lettore, quanto nel comprendere chi, oggi, assorbe ciò che gli dice la letteratura e lo incorpora, per così dire, nel suo sistema di «valori» e dunque alla fine nella propria prassi, vitale e lavorativa.
    In altre parole: chi si «specchia» oggi nella letteratura?
    La mia risposta credo sia: non esistendo più una classe dirigente cosciente di sé e del proprio ruolo, vi si specchia solo una piccolissima minoranza che non conta nulla, cioè praticamente nessuno.
    Di conseguenza: a chi parlano quei pochi intellettuali che non sono ancora stati riassorbiti nel sistema delle narrazioni maggioritari e di Stato?
    Risposta: se ancora ne esiste qualcuno che dispone di un efficace mezzo di comunicazione, a nessuno.
    Cioè a pochissimi.
    Un tempo, per fare il solito esempio, Pasolini scriveva sulle pagine del Corriere della sera (!), il che significa che la classe dirigente in quel momento, non solo era disposta ad ascoltarlo, ma rifletteva sul suo messaggio, sovente ri-trasmettendolo.
    Per classe dirigente intendo quella parte del Paese (oggi governato da un albertosordi) che ha in mano tutte, o quasi tutte, le leve del reale, della sua immagine, della sua costruzione e della sua trasformazione.
    Oggi il compito se lo assume un Grande Ripieno sociale completamente disinteressato a specchiarsi in alcunché, costantemente intrattenuto, nel migliore dei casi, dalla letteratura noir e di narrazione criminale, che ha appunto il compito di non dire – mai, o quasi mai – al GR la verità su sé stesso.
    Insomma, azzardo un suggerimento: invece di guardare costantemente «dentro la letteratura», perché non si comincia a guardare «fuori» di essa, cioè nell’ambiente economico, culturale, sociale, politico che la produce e l’accoglie?

  37. alberto il 19 novembre 2008 alle 17:02

    Mi spiace se a qualcuno sembro inintereessante, pero’, se me lo dice chi ritiene che Camilleri sia un grande autore, me ne faccio una ragione.

    In diversi hanno reclamato un’analisi piu’ attenta del contesto sociale, dei meccanismi del potere editoriale (e non solo) ecc. Tutte cose giustissime, ma non e’ che ci sia poi molto da sapere in piu’ rispetto a quello che sappiamo e vediamo. Se cito testi miei o di altri, è perche’ li’ spesso si trovano gia’ le risposte a molte questioni che sono sollevate, compreso il ruolo attuale della letteratura. Per me, ad esempio, quello che scrivono Edward Said e Tzvetan Todorov sul ruolo della cultura umanistica oggi e’ per me molto importante. Pero’ do per scontato che un po’ tutti li abbiano letti,altrimenti si deve fare una lezione, e la cosa diventa lunga e noiosa per tutti.

    Pero’, posso assicurare che il mio intento era quello di portare problemi concreti: perche’ alcuni libri ci sembrano, o sembrano a molti piu’ significativi di altri, indipendentemente dai gusti, che vengono dopo. Perche’ alcuni hanno un impatto sociale diverso: “Gomorra” e’ prima di tutto un ‘caso’ socio-culturale, e cosi’ lo esamino nel mio saggio appena uscito sull’Almanacco Guanda che ho citato nel mio primo post. Non mi pare quindi che le questioni siano astratte: solo, si cerca di non rimanere nell’ambito dello scontato, e si fa qualche considerazione ulteriore.

    A chi mi chiedeva notizie sull’informazione, rispondo che la mia era appunto un’implicita provocazione. Siccome tutti dicono che e’ l’informazione che ci fa perdere di vista la realta’, io dicevo che invece e’ proprio il contrario: piu’ informazione assorbe il nostro inconscio cognitivo, e piu’ realta’ possiamo conoscere. Il problema e’ non CREDERE all’informazione gia’ mediata, e questo e’ un ovvio problema sociale, di potere, di condizionamento dei mass media ecc. ecc. Ecco appunto che, aggiungevo, il grande romanziere e’ quello che riesce a far capire cosa non e’ contenuto nell’informazione e basta, ma costruisce altri mondi possibili, come fanno i soliti gia’ citati, e in Italia Siti forse piu’ di tutti.

    In ogni caso, se qualcuno rilegge la parte finale del mio post che io cercavo soprattutto di concentrare le forze per vedere se si trovano alcuni valori in comune, se c’e’ modo in Italia di valorizzare autori notevoli o comunque importanti, che invece risultano spesso trascurati perche’ non hanno una sponda di successo massmediatico. Per esempio vorrei citare Giacomo Sartori, autore di vari romanzi molto interessanti sulla situazione italiana (pubblicati da Sironi e altri), che ancora non ha abbastanza riconoscimenti. Questo mi sembra molto piu’ utile che rispondere alle battute di chi ritiene che Camilleri sia un ‘grande’ autore.

  38. tognazzi il 19 novembre 2008 alle 17:09

    Tashtego, tu hai pubblicato un libro di racconti per Mondadori, che è in mano all’Alberto Sordi.
    Dunque, mi pare che anche tu sia stato riassorbito “nel sistema delle narrazioni maggioritari e di Stato”.
    Avresti anche potuto tenere i tuoi racconti per la rete e combattere un’altra battaglia, anche se per pochissimi. Non l’hai fatto.

    Allora, dici bene, incominciamo a guardare “fuori”.

  39. Alcor il 19 novembre 2008 alle 18:53

    C’è stata negli ultimi decenni una specializzazione così accentuata del discorso critico e una divaricazione così forte tra la riflessione sulla letteratura e il suo pubblico potenziale che la via del lettore comune (il lettore appagato di Camilleri, che mi guarderei bene dal censurare, niente come lo snobismo è deleterio, in questo campo, a mio avviso) si è separata in modo quasi irrimediabile da quella del gruppo sempre più ristretto dei lettori non solo forti per quantità, ma anche per partecipazione ed elaborazione critica.
    Non che questo divario non ci fosse anche trent’anni fa, ma non così accentuato e radicale.
    Non ne faccio una questione di responsabilità della critica, quando succedono queste cose, che si potrebbero leggere a torto come derive accademiche o mandarine, succedono per ragioni più forti che stanno a monte, parcellizzazione dei saperi, debolezza della letteratura nell’incidere sull’immaginario condiviso, immaginario non condivisibile, debolezza della riflessione critica che si arrocca e disprezza l’incompetenza letteraria del pubblico anche, a volte, per una specie di disperazione di fronte a una separatezza che la frustra.
    Condivido quello che dice tash sulla classe dirigente, purchè anche questa inconsistenza venga letta per quello che secondo me è: il sintomo di una situazione generale.
    Non sono invece d’accordo sull’affermazione di Alberto: “piu’ informazione assorbe il nostro inconscio cognitivo, e piu’ realta’ possiamo conoscere.”
    Senza il tempo e la capacità di elaborarle, queste informazioni producono solo un enorme brusio di fondo, vagamente isterico, emotivo, ansiogeno, dentro a questo brusio ogni specialista dipana il suo sapere particolare. E la separazione si compie irrimediabilmente.

  40. A. Morgillo il 19 novembre 2008 alle 19:08

    Casadei, sarei felice di sapere in quali bibliografie internazionali lei sarebbe citato come studioso di Kafka. Autore sul quale in questo post non argomenta assolutamente nulla. Insisto. Per me il suo articolo è un’accozzaglia di nomi di cui lei sarebbe il solo legante.

    E poi mi scusi…. Ma lei ha capito cosa io ho scritto?

  41. A. Morgillo il 19 novembre 2008 alle 19:10

    Bene, Alcor. Sono contento che anche per te l’informazione rischia di essere solo rumore.

  42. Gabriel Del Sarto il 19 novembre 2008 alle 20:21

    Mi scuso in anticipo se dovessi risultare invadente, però mi pare ci sia una cattiva interpretazione del termine “informazione”. Nelle neuroscienze, e comunque negli studi che si sono succeduti dalla scuola di Palo Alto in poi, con informazione non si intende l’informazione mass mediatica, la notizia, la cronaca. Ma qualsiasi segmento (anche se il termine è scorretto) di una comunicazione o di una transazione fra noi e l’esterno. Potremmo dire che tutto è informazìone, sia il dato che ci colpisce, sia la rielaborazione successiva (che c’è sempre, che ognuno comunque fa). Credo che Alberto abbia fatto riferimento a questo concetto cibernetico di informazione. Siccome gli apprendimenti più importanti, quelli più profondi, di personalità e di identità, avvengono incosciamente e per ‘modellizzazione’ o mimesi, ecco perché, se volgiamo tentare di conoscere e di costruire mondo migliore, un mondo che dobbiamo credere possibile, discutere di realtà, realismo e letteratura sia un compito che non può non toccarci. Ma forse non è il blog il luogo migliore, non so.

  43. A. Morgillo il 19 novembre 2008 alle 20:43

    Io penso che le transazioni fra noi e l’esterno si siano enormemente ridotte. Siamo sicuri che oggi partecipiamo sempre attivamente agli eventi con cui interagiamo? Siamo sicuri che costruiamo sempre il mondo della nostra esperienza percettiva?

  44. Alcor il 19 novembre 2008 alle 21:19

    Il blog, con tutti i suoi limiti, è un luogo dove si possono dire delle cose, ma visto che è stato tanto citato Kafka, ci vuole anche qui il massimo possibile di precisione espressiva.

  45. Marzillo il 19 novembre 2008 alle 21:22

    @Morgillo

    la vita è un transazione o le transazioni aiutano a vivere meglio la vita?

    E questi diademi di sapienza ci sono tutti il quel tuo libro, Mucca tagli@ta cavallino? Quanto ha voluto l’editore perché lo pubblicassero?

  46. Gabriel Del Sarto il 19 novembre 2008 alle 22:19

    Non capisco se Marzillo si riferisce a me. Credo che non siano diminuite le transazioni e le informazioni, semmai, e forse è quello che Morgillo intendeva, si sono modificati i medium e i codici. E spesso c’è un difetto, nella comunità, di riflessione ed elaborazione. La migliore letteratura, oggi, credo ci metta proprio questa condizione sotto il naso. Questa è la vera precarietà. Nelle scienze umane ggi c’è un dibattito mlto importante (in parte condotto anche dalla casa editrice di Milani, con la rivista LLL e i suoi Quaderni) sula necessità di resistenza alla mercificazione dell’istruzione. Bene, l’idea che un’altra educazione è possibile, ha preso corpo anche grazie agli apporti offerti dalla narratologia, che ha insegnato ai pedagogisti come si acoltano le narrazioni minori e altre. Ha insegnato le tecniche e gli strumenti necessari per iniziare ad agire contro il discorso dominante,perché un sogno, per diventare vero, deve essere messo prima di tutto in parole. Se la pedagogia riflette su questo, se la didattica lo fa (cfr. le metodologie autobiografiche e narrative) credo che a maggior ragione debbano farlo, coi loro strumenti, sia i romanzieri che i critici letterari. Questo er me significa stare all’altezza dei tempi.
    Propongo ad Alberto di organizzare un convengo su questi temi. Sarei disponibile ad aiutarlo.

  47. Tashtego il 20 novembre 2008 alle 08:27

    @tognazzi
    pre-metto che nella mia rozza et embrionale analisi della situazione fuori dei libri non c’è ombra di disprezzo.
    né il giudizio politico-curturale su berlusconi può cambiare per il solo fatto che una sua casa editrisce mi ha pubblicato un libro.
    né quando parlo di narrazioni di stato mi riferisco ai prodotti delle grandi case editrisci di proprietà del presidente del consiglio, ma sopra-tutto a ciò che viene emesso dalle tv, pubbliche e private, da ciò che viene detto direttamente dai politisci e ribadito dagli “informatori”, eccetera.
    del fatto che noi si viva tutti in un sistema di anomalie, egemonizzate da un gruppo politico-finanziario-curturale, è riprova le difficoltà che si hanno a pubblicare: o ci si nasconde in nicchie per fare battaglie del tutto personali in nome di un problema che è invece politico (la preponderanza di un solo gruppo nell’ambito delicatissimo della formazione della così detta opinione), oppure si accetta (come io ben volentieri ho fatto) di pubblicare vedendo garantita al proprio lavoro una buona diffusione.
    ho smesso di credere che la scelta personale (sempre del tutto rispettabile), soprattutto quando è auto-lesionista, possa avere un qualche significato politico: mi preme assai di più che qualcuno legga la (confusa) visione della realtà che propongo, piuttosto che auto-condannarmi al silenzio.

    (e poi: immagina che domattina ti chiama la mondadori e ti dice: ok vogliamo pubblicare il suo mano-scritto: tu che rispondi?)

  48. Alberto il 20 novembre 2008 alle 08:52

    Sono contento che Gabriel abbia colto i riferimenti impliciti nel mio discorso. Purtroppo, mi pare che in altri casi non sia cosi’. Il dibattito sta prendendo una piega tutta diversa da come lo immaginavo, e cioe’ una serena discussione sui valori che noi consideriamo importanti oggi, possibilmente con motivazioni concrete e organiche. Il mio post, nel bene o nel male, mirava a questo.
    Ovviamente, nessuno snobismo: io considero Camilleri un simpatico e abile scrittore, solo non direi mai che e’ un ‘grande’.
    E non ho pubblicato articoli su Kafka, caro Morgillo, pero’ ho pubblicato libri che riguardano Thomas Mann, Claude Simon, Thomas Pynchon e tanti altri stranieri, oltre che uno specifico sulla narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Se ha qualcosa da dire su quei libri, me lo dica, sono pronto a discuterne. Come anche sui suoi, se me li indica. Per ora, nei suoi interventi ho solo trovato reazioni scomposte, non si sa bene nemmeno basate su che cosa.
    Quanto alla situazione culturale italiana, io francamente non riesco a vedere grandi motivi di discussione. Le storture sono sotto gli occhi di tutti. Quello che io proponevo e propongo e’ di creare una comunita’ che almeno segnali i libri piu’ meritevoli, e cerchi di farli conoscere ad altri che possano apprezzarli. Ma vedo anche da questo blog che invece lo scopo di quasi tutti e’ di litigare sul nulla, e credo che allora ci sia poco da fare.

  49. Tashtego il 20 novembre 2008 alle 09:45

    “Ma vedo anche da questo blog che invece lo scopo di quasi tutti e’ di litigare sul nulla, e credo che allora ci sia poco da fare.”
    sarà anche vero.
    però tu non hai fatto altro che rimandare alla lettura di tuoi testi.
    francamente…

  50. Alcor il 20 novembre 2008 alle 09:55

    Volevo dire la stessa cosa di tash.

    Non che rimandare ai propri libri sia un male, benché abbia qualche elemento di comicità, quando è così insistito, verrebbe da dire, massì, continui a scrivere, siamo tutti favorevoli, ma se si delega a questi libri non letti dai commentatori il compito di spiegare le proprie posizioni e qui si accenna e si riassume, è difficile che la discussione prenda la piega voluta dal postante.

  51. magda il 20 novembre 2008 alle 11:45

    Alberto scusa, l’informazione attuale ottunde le menti, tutte le menti anche le più illuminate come possono essere la mia o la tua.
    Questo perchè il cervello è un organo plastico ed è stato programmato per interagire e funzionare insieme all’ambiente. ti rimando alla neurofisiologia in merito e addirittura ai processi di formazione dei neuroni conformabili addirittura sulle geometrie circostanti.Vedi le affordances, le abilità di presa e di coordinazione tra organi percettori, motori, e quindi spaziali. La chiamo un’architettura neuro-spaziale.
    Non ti ingannare, nessuno è esente se immerso, dall’ambiente fuorviante dell’informazione che è oggi deformante. ti riporto una cosa che circolava tempo fa:

    “Da anni sono cambiati gli stili nei consumi ma sopratutto i costumi legati alla commercializzazioni di merci,servizi,risorse..
    Fornendo servizi, connettività gratuite in realtà si crea il debito globale, quello dall’abitudine ad un nuovo stile di vita, una sorta di neocolonialismo ideologico fondato sulla fruizione di servizi.
    Nella nuova era i mercati stanno cedendo il passo alle reti, e la proprietà è progressivamente sostituita dall’accesso. Nella new economy sono le idee, i concetti, le immagini i componenti fondanti del valore.Quindi è il capitale intellettuale la forza dominante anche nelle negoziazioni economiche, che si traduce in Know how, ricerca , capacità di relazione.
    Quindi possedere cose è considerato dalla nuova era obsoleto e inadatto ad un’economia veloce ed effimera dove il possesso cede il passo al noleggio.Esiste in realtà una pianificazione programmata in modo perfetto dello stile di vita dei prossimi decenni. Quindi fondamentale è convertire il consumatore di merci finite in fruitore di servizi a lungo termine legandolo in una realzione duratura,dalla produzione industriale a quella culturale. In realtà la globalizzazione telematica è una pianificazione della vita.cio’cio’ che viene richiesto dal mercato globale non è piu’ la commercializzazione delle merci ma quella delle esperienze di vita.L’economia dell’esperienza diviene il valore fondante dello scambio commerciale che trasforma pertanto anche il suo linguaggio divenendo portatore di nuovi significati e valori. La cultura diviene quindi la piu’ importante risorsa economica.Quindi anche l’imprenditore è visto non come posessere di capitale quanto come detentore di capitale intellettuale.Questi sono i nuovi pericoli che la globalizzazione ci sta tacitamente preparando e verso cui sembrerebbero molto ridotte le possibilità di fuga. Coltivare stili di vita incondizionati parrebbe una possibilità, ma la metodologia per raggiungerli è una strada tutta in salita.”

    Gomorra secondo me non è un opera realistica o reale, ma semplicemente un obolo versato a questa logica, oppure è realistica nel senso che la mafia probabilmente chiederà partecipazione agli utili dei diritti d’autore. del resto lo è :-)

  52. tognazzi il 20 novembre 2008 alle 15:03

    Bhè, tashtego, ma Mondadori pubblica senza progetto, tanti piccoli ego alla deriva.
    Può bastare un libro pubblicato da questa macchina tritatutto? Non avrei dubbi a rispondere no alla domanda che hai posto nel finale.
    Inoltre scrivendo fai, dovresti fare una battaglia personale, ma vedo che ti interessa la tutela. Come se bastasse essere letti. La realtà contempla anche il mezzo che si utilizza, prima ancora dello scritto.

  53. Alberto il 20 novembre 2008 alle 15:22

    Veramente io avevo cercato di far conoscere in partenza i contenuti dei miei libri, appunto facendone una sintesi all’inizio del mio post, come tutti potete vedere. E l’avevo fatto anche per non tornarci piu’ sopra. Poi, proprio perche’ dicevo molte cose nel post che mi sembravano specifiche, ovviamente pensavo di dover discutere quelle. Ma se uno mi attacca dicendo che non devo parlare di Kafka perche’ non si puo’ nominare invano, cosa posso fare se non rinviare a cose che ho scritto per spiegare i motivi per cui lo avevo citato? Il punto, lo ripeto ancora, e’ che il post poneva alcuni problemi, e poi ognuno ne voleva affrontare altri. sara’ senz’altro colpa mia, pero’ io ho cercato di spiegare cosa era importante per me. E anche adesso, Tash e Alcor, voi non dite niente su questi problemi! Se il problema e’ parlare di altro, benissimo, facciamo un altro post. Io ponevo alcuni punti specifici, e cercavo di parlare di quelli.
    Quanto a Magda, senz’altro tocca problemi reali, pero’ mi pare ci sia uno slittamento di piani: un conto è la possibilita’ di conoscenza in teoria, che ha determinate potenzialita’, appunto legate alle architetture neurali, ma soprattutto all’interazione interno/esterno. Un conto sono le questioni relative all’informazione in quanto mediazione di eventi, che e’ un livello del tutto diverso di elaborazione. Io volevo segnalare che ci sono aspetti delle nostre capacità cognitive, che gli studiosi chiamano appunto mimetiche, usando il ‘termine’ mimesis fondamentale per ogni discorso realistico, che adesso consentono di leggere la realtà in modi diversi da quelli di mille o anche solo di cento anni fa. Non e’ ‘inesperienza’, come si dice con troppa facilita’, bensi’ una sfida nuova per le nostre possibilita’ di ri-creazione del reale attraverso le strutture linguistiche e narrative. “Gomorra”, per dire, punta su una combinazione di vari tipi di ‘certificazione’ del reale, che lo rende molto mosso e diverso da un semplice resoconto o da un romanzo ‘ben fatto’. Credo, pero’, che sia un caso unico, e che altre modalita’ narrative siano necessarie per fornire una visione complessa della realta’ attuale. E’ questo lo sforzo che cerco nei romanzi che poi sarebbe importante leggere e discutere, nonostante le loro difficolta’ ad affermarsi. Per esempio, all’ultimo premio “Calvino” ha vinto un testo interessante perche’ formato con un ‘montaggio’ di pezzi autobiografici, schede su personaggi illustri, parti quasi teatrali ecc. Per ora, credo che nessun editore lo voglia pubblicare, perche’ immagino che tutti pensino che non venderebbe niente. Di casi simili sicuramente ce ne sono altri: il mio scopo era cercare anche di farli emergere, proprio per intervenire nei fatti e non solo a parole sulla situazione editoriale attuale.

  54. Alcor il 20 novembre 2008 alle 16:34

    Oggi ho tempo.
    Io non dico niente sui problemi posti perchè non vedo quali problemi siano stati posti.
    Dice Alberto nel suo post,
    2° paragrafo: “Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.
    Appunto FACEVA esempi, PONEVA questioni, ma QUI non le pone.
    3° paragrafo, idem con patate, rimanda a un suo libro e ne fa un vago riassunto.
    4° paragrafo: riassunto della discussione passata, più un banale colpo al cerchio + colpo alla botte.
    5° paragrafo. affermazioni generiche e perciò difficilmente contestabili (salvo la riduzione di Kafka al realismo tout court, ma non ne ho voglia)
    6° paragrafo, idem con patate, vedi: “Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, … perché ritengo che questi argomenti siano più significativi del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove.”
    7° paragrafo: “Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. … Stiamo ancora a ripetere una favoletta … Ma lasciamola a uno Scurati, … Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, … O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, …”
    Mi sono stufata di dire idem con patate, perciò dirò: dov’è il pensiero qui, l’idea nuova rispetto ai post e ai commenti precedenti di cui dovremmo parlare?
    8° paragrafo, soprattutto questo: “Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto.”
    Cosa devo dire? Nuovo e audace, senza dubbio, stimolante.
    9° paragrafo: “Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti … ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur…”
    Trasecolo. L’idea di esperienza del passato non comprendeva anche la conoscenza del fantastico, virtuale e immaginario? Non lo chiamava virtuale, ma era già tutto nella mente.
    Se la novità è l’invito a occuparsi di scienze cognitive, francamente, non mi pare un grande contributo, e non credo proprio che uno scrittore per essere grande debba conoscerle, se è grande me lo berrò anche se partla dei cavoli del suo orto più o meno virtuale.
    10° paragrafo :”…cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, …Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è Le particelle elementari di Houellebecq.”
    Io non mi sogno certo di cercare romanzi di questo tipo, cosa si vuole una sfilza di Houllebecq? E spero bene che ogni scrittore si cerchi la sua strada senza badare né all’invito a partlare di precariato di Donnarumma né a immergersi nelle scienze cognitive di Alberto. Non è così che nasce un romanzo, ANCHE quando ne tiene eventualmente conto.
    Alla larga dai consiglieri.
    Non continuo perché, anche se non vedo, credo di aver scritto un commento fiume, ma ho trovato il post generico, spesso banale, anche piuttosto ingenuo sui processi creativi, non puntuale, poco stimolante.
    Per esempio, ultimo paragrafo e chiudo:
    “A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno.”
    Alla faccia del giudizio critico.

  55. Tashtego il 20 novembre 2008 alle 17:17

    beh (bhe?) tognazzi.
    credo di essermi giustificato a sufficienza.
    per quanto mi riguarda non mi sento affatto “tritato”.
    quanto alle “battaglie personali” che secondo te “dovrei fare”: primo: sarebbe meglio non dire mai a nessuno cosa “dovrebbe fare”, a meno che non si tratti della creatura sua.
    secondo: in tema di battaglie, abbiamo, per così dire, già dato: ora sono stanco.
    andate avanti voi, se ne avete voglia: io c’ho il mio “piccolo ego” cui badare.

  56. GiusCo il 20 novembre 2008 alle 17:21

    Le difficolta’ della critica e dei suoi compiti di mediazione tra opera e fruitori, nascono oggi da un corto circuito. Il “leggo, mi emoziono, mi piace, ne parlo” (classico del lettore ingenuo ma neutrale, che questo cerca nei discorsi sulle opere) e’ sostituito dal “ho studiato, dispongo di qualche centinaio di citazioni, scrivo” (del lettore scafato, ma anche dello scrittore militante e purtroppo anche dei critici).

    Se la critica vuole essere un dispositivo retorico, non attacca piu’ perche’ ognuno e’ sufficientemente scafato da costruirsi una retorica propria, piu’ o meno raffinata; se la critica vuole argomentare razionalmente, diventa uno studio di sistema a prova di falsificazione e perde il senso dell’opera artistica; se la critica vuole fare divulgazione, trovera’ sempre specialisti piu’ addentro ai modelli ai quali rimanda. Se la critica vuole fare politica, si scontrera’ con la mancanza di consenso che la nanifica.

    Dunque? E’ un problema di postura. E’ tutto bianco o e’ tutto nero, tutto oggi sembra procedere per acclamazione. Forse il punto e’: la critica sta diventando, per ragioni di selezione ai (pochi) posti di potere (misero, ma potere… fare il professore a 5000 euro al mese e’ ancora un ottimo scopo nella vita italiana, Onda o non Onda) un discorso simil-matematico, costruito per sequenze di frasi logicamente correlate e non falsificabili. Per cui gli accenni alle neuroscienze e i rimandi colti fatti qui dentro, sebbene bellini e fighi, senza una codificazione dimostrata di causa-effetto diventano un vezzo e poco altro.

    E le definizioni di principio, le lotte argomentative per le quali un critico/pensatore deve affermare la propria visione dei fatti artistici (i testi letterari, qui dentro), non funziona piu’ per convincimento o seduzione prima di piccoli gruppi, poi mano mano di altri gruppi, ma funziona per autorita’: io sono Pollo de’ Polli, illustre cattedratico/scienziato/politico, ho scritto mille libri e possiedo un armamentario di millemila citazioni che annichileranno qualsiasi logica e ogni ipotesi di condivisione (Policastro-like, che se le dai contro ti da’ del berluscoide, in pieno transfert emulativo).

    Allora non so… sicuramente Casadei appare molto pacato e la sua prosa discorsiva sicuramente interessante, ma il punto necessario ancora non viene scalfito: cosa sta cercando di dire alla comunita’ allargata questo scritto? I commenti problematici nascono da questo.

  57. soldato blu il 20 novembre 2008 alle 17:55

    Mah!
    Passavo di qua ed ero giusto alla ricerca di un thred che parlasse di realismo.

    In questo, in effetti, non ero ancora entrato.
    Sono stanco. E giusto per fare retorica questi giorni mi son detto: di realismo si può anche morire.

    Insomma, passavo di qua e non era nemmeno per partecipare alla discussione: l’ho detto: ero alla ricerca di thread dove si parlasse di realismo.

    E ho visto – non letto tutto, né il post né i commenti – che qualcuno rimproverava qualcun’altro di aver parlato di neuroscienze.

    Quindi se n’era parlato.
    Mi sono detto: è quello giusto!

    Perché stavo giusto cercando un thread dove piazzare una citazione di Edoardo Boncinelli – che non mi pare abbia bisogno di presentazioni – “biologo”, come informa “La Repubblica” di oggi, da cui la citazione è tratta:

    [Noi crediamo di vedere la realtà]

    “Ma il nostro pensiero non fa altro che materializzare il nulla”.

  58. Alberto il 20 novembre 2008 alle 18:50

    Sono contento che si sia entrati piu’ nel merito, e quest’ultimo intervento di Soldato Blu pone, a mio avviso, questioni molto interessanti: è proprio in questo che la nostra visione del reale cambia ormai completamente, dato che non abbiamo piu’ un confine esatto tra ‘reale’ (ovvero cio’ che intendiamo per tale, convenzionalmente), e ‘non reale’. Il problema dell’arte, secondo le teorie attuali della Cognitive poetics, si colloca proprio in questo ambito, cioe’ quello di rimodellizzare il mondo prima dell’organizzazione logica. In questo senso, funziona molto piu’ chiaramente la poesia, specie nella sua versione ‘deregolamentata’, cioe’ quella prevalente dai Romantici e soprattutto da Rimbaud in poi.

    Ottenere effetti analoghi in ambito narrativo e’ molto piu’ difficile, e per questo secondo me i tentativi di rimodellizzazione della linearita’ (la ‘trama’ ottocentesca, perfettamente in corrispondenza con le leggi naturali e con la percezione) in una forma che sia analoga all’attuale conoscenza ‘a rete’ è molto piu’ difficile. Genna, per esempio, si pone secondo me questo problema, sulla scia di DeLillo, ma il risultato e’ solo in parte riuscito.

    Ponevo proprio questo esempio come possibile elemento di discussione, Alcor. Non davo un giudizio critico, ma solo uno spunto. Ti ringrazio comunque per la tua lettura cosi’ puntigliosa. A me sembrava di non aver detto solo ovvieta’, e cosi’ mi confermavano anche i primi lettori, altrimenti non avrei nemmeno mandato il testo. Ma rispetto il parere altrui, salvo notare due cose:
    1. io non propongo esempi con funzione normativa, come leggo in vari post. Ritengo che quelle citate, come tante altre che ho nominato nei vari commenti, siano opere importanti, e speravo che anche altri le trovassero tali, per poter discutere sul perche’ ci sembrano piu’ significative quelle che non, per esempio, Baricco;
    2. forse, se anziche’ leggere le singole frasi si cercasse di fare la sintesi di quello che dico, emergerebbero due punti non proprio scontati: 1. che ora la realta’ è fatta di elementi indistricabili, e che quindi rievocare il fantastico o fantasy del passato sia del tutto fuori luogo (perche’ la nostra concezione e’ che ora il ‘reale’ ia insieme tutte le sue possibilita’ oltre che tutte le sue attuazioni: se sembra una banalita’, dico solo che e’ la tesi di un grande fisico); 2. che qualunque discussione su reale, stile, ecc. non dovrebbe passare attraverso luoghi comuni – quelli sì condivisi ancora da tutti – come la nostra ‘inesperienza’ o il fatto che ‘presente è bello’, ma invece prendere atto che abbiamo bisogno di nuove ricette romanzesche, e che in questo senso il confronto con il passato della tradizione (Kafka compreso, che e’ realistico nel senso in cui non io, ma Adorno, diceva esserlo) deve essere riletto in modi nuovi.

    Quanto poi ai compiti della critica, come li pone GiusCo, che ringrazio per il fatto di riconoscermi una pacatezza che in effetti considero fondamentale per una seria discussione, posso dire questo: io credo che sia giusto dare ai critici un po’ di fiducia, non perche’ abbiano migliaia di citazioni da fare, ma perche’ dovrebbero, a nome di tutta la comunita’ dei lettori, avere il compito di studiare piu’ a lungo e con piu’ attenzione i testi che vengono considerati significativi. Il loro ruolo oggi e’ del tutto marginalizzato, soprattutto in Italia, perche’ viceversa sembra che qualunque giudizio, anche il piu’ peregrino, conti piu’ di quelli espressi da chi, nel bene o nel male, dedica quasi tutto il suo tempo alla lettura e alla valutazione. Certamente, molti critici non fanno nulla per discutere seriamente della condizione della nostra letteratura, e lasciano ad altri il compito di intervenire. Personalmente, io ho cercato e cerco di motivare i miei giudizi di valore sulla base di una lettura non solo militante (e tanto meno legata alle logiche del potere editoriale attuale, che volutamente non ho evocato per non cadere nelle polemiche facili e banali), ma anche di confronto. Ecco perche’ cito autori classici e altri recenti, quando mi sembra che questo dia un senso del perche’ alcuni testi (mi ripeto: DeLillo, Houllebecq, Littell, ma anche Cunningham ecc.: non pongo limiti, segnalo solo dei risultati!) sembrano piu’ significativi di altri almeno ai lettori piu’ attenti. Io, per l’Italia, ho segnalato soprattutto singole opere, come “Troppi paradisi” di Siti, “L’abusivo” di Franchini, “Campo del sangue” di Affinati, “Occidente per principianti” di Lagioia, “Fiction” di Mozzi ecc. Opere eterogenee, si dira’. E io rispondo: certo, perche’ non pongo limiti. Per ciascuna pero’ si potrebbero trovare motivi, discutendo assieme, sul perche’ in molti le troviamo importanti (e, come dicevo, molti altri testi poco o per nulla noti si potrebbero aggiungere, purche’ non si cada nel ‘io ho questo romanzo, chi lo vuole leggere’…).

  59. Alberto il 20 novembre 2008 alle 18:54

    Ah, per esempio aggiungo: come mai quasi nessuno ha mai parlato seriamente di uno dei piu’ bei romanzi di Cordelli, “Un inchino a terra”, che sulla nostra Italia attuale dice molto piu’ di tanti precariat-novels?

  60. A. Morgillo il 20 novembre 2008 alle 19:01

    Bene. Sipario.

    ————————————————–

  61. soldato blu il 20 novembre 2008 alle 20:27

    In uno dei miei primi interventi su Nazione Indiana, indicavo in Carlo Emilio Gadda uno dei “ tre maggiori scrittori del Novecento europeo” assieme a Joyce e Proust.
    Venni attaccato ferocemente.
    La cosa non scalfì minimamente le mie convinzioni,
    perché quell’affermazione si basava su una frequentazione più che ventennale delle opere di quell’autore e di una in particolare: “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

    Ma anche perché ero pienamente cosciente che si trattava di un modo di giudicare la grandezza di un autore, un po’ diverso da quello che si fa normalmente.

    Ecco, non prendevo in considerazione né stile né altri fattori letterari.
    L’assunzione nel canone già avvenuta, specialmente per merito di Gianfranco Contini, ne garantiva di per sé la grandezza.

    Ma c’era di più.
    Quel di più che collocava Gadda – lo colloca – tra i primi a livello europeo, e internazionale, è un fatto di “conoscenza”.
    Quello che lo qualifica – in base a un concetto espresso su N.I. da Andrea Inglese – come scrittore-veggente dedito a sondare “il destino della conoscenza”.
    Ne viene un’affermazione, verificabile, che rende meno semplice, ma più comprensibile l’affermazione apodittica iniziale.

    L’opera di Gadda si basa, si struttura e contiene le conoscenze più avanzate del “nostro” tempo. Comprese precise intuizioni che noi, in base alle neuroscienze, ancora stentiamo a far nostre.

    Per una serie di congiunture del tutto particolari, nella sua formazione scientifica e filosofica. Ad iniziare dall’intuizione, già nel 1928, del teorema di incompletezza di Godel. Attraverso la lettura dell”Introduzione al pensiero matematico” di Friedrich Waisman – che altro non è che un’esposizione delle posizioni di Ludwig Wittegenstein. Completate da un’informazione a dir poco esaustiva della Meccanica quantistica. Carlo Emilio Gadda si trovò a disporre di una serie di ordigni formali che investì in quell’opera già menzionata: il “Pasticciaccio” – superando di gran lunga l’unico concorrente sul suo campo: Robert Musil, che quelle conoscenze soltanto le “parlava” – “mostrando” nella struttura stessa dell’opera quello di cui noi solo oggi stiamo prendendo coscienza.

    Per prevenire accuse di “risibilità” e di “comicità”.
    Non posso citare opere che non sono nemmeno pubblicate.
    Ma essendo pronto a dimostrare tutto questo, prego astenersi da commenti: questo l’hai capito solo tu. Perché non questa sarebbe la conclusione da trarne, ma che non ha capito niente di Gadda chi pensa che Gadda sia, perché milanese, quello che ci viene dato da bere.

    L’inferiorità tutta italiana sta in questo: che si vedono le particelle elementari negli stranieri, senza accorgersi che è da cinquant’anni che abbiamo una centrale nucleare in casa nostra.

  62. gianni biondillo il 20 novembre 2008 alle 22:59

    essendo io presente nello stesso almanacco Guanda citato da Alberto e avendo io 1) recensito a suo tempo e 2) cenato proprio la scorsa settimana con Sartori, sono in un evidente conflitto d’interessi. Dacciò il mio silenzio tombale.
    Mi getto a capofitto nell’ultimo Camilleri (che tra l’altro non ho. Mi tocca andarlo a comprare?)

  63. Alcor il 21 novembre 2008 alle 01:28

    “io credo che sia giusto dare ai critici un po’ di fiducia” dice Alberto.
    Io a mia volta non vedo perché dovrei dare fiducia a scatola chiusa a una categoria così generica e indeterminata, se la conquistino sul campo.
    E inoltre dubito che uno studioso di letteratura sia automaticamente un critico.
    Anzi, propongo di cambiare dibattito: cosa significa la parola “critico”? cosa c’è dentro la scatola? ragazzi, parliamo di voi!

  64. Alberto il 21 novembre 2008 alle 08:56

    Caro Alcor, uno studioso di letteratura non sara’ automaticamente un critico, se vogliamo intendere con ‘critico’ uno specialista che da’ un giudizio motivato e, se possibile, una valutazione di un’opera antica o moderna. Pero’ e’ vero che, se uno si e’ dedicato di professione a leggere opere di letteratura, ha scritto libri, ha proposto sue linee interpretative, almeno un po’ di competenza in piu’ di un semplice lettore forse ce l’ha. Il problema, in Italia piu’ che altrove, e’ che invece tutti pensano che se uno si definisce ‘critico’, attirandosi subito frizzi e lazzi, lo faccia per superbia, per non si sa bene quale forma di narcisismo, o forse masochismo: e insomma, il giudizio di x (leggi: Contini, Debenedetti, Garboli, Mengaldo…) vale come quello di chiunque altro. Io non penso che sia così. e non lo dico per difesa della categoria, ma solo per buon senso. Poi, se ti dico di andare a leggere i miei libri, ovviamente dici che non e’ il caso: e allora, dico io, come si fa a fare il critico se la gente ti critica senza nemmeno averti letto? E d’altra parte, se ho scritto 500 pagine per spiegare molte cose che penso sul realismo ecc., non e’ che pretenderai che le riassuma qui in dieci righe, vero? Qui parlo di quello che viene fuori dalla discussione, pero’ e’ ovvio che se il mio interlocutore non conosce molti dei riferimenti che faccio (non solo a me, ci mancherebbe, dico in generale!), il dialogo va poco avanti.

    Il problema e’ che, nell’immaginario collettivo italiano, la critica ognuno se la fa da sé, le opinioni degli esperti non contano niente, Camilleri è come Gadda perche’ fanno tutti e due pluristilismo ecc. ecc. Io non ci sto, e penso che un dialogo motivato sia l’unico modo per capire se un critico ha ragione o no a segnalare opere che magari pochi apprezzano (o forse molti, ma non si sono mai messi insieme per confrontarsi).

    Giuste le osservazioni di Soldato Blu sull’importanza di Gadda. Pero’, proprio per far vedere che non bisogna nemmeno giurare sui maestri, io credo che oggi sentiamo anche, in G., i limiti di una cultura umanistica all’ennesima potenza, un po’ arroccata in se stessa, che punta su un espressionismo coltissimo per rifare il mondo, ma a volte lasciando da parte la ‘banalita” del reale. Non sono critiche distruttive, per carita’, ma solo un’indicazione del perche’, della continiana linea Dante-Gadda, Dante ci sembra in un certo senso piu’ attuale, pur essendo culturalmente lontanissimo da noi.

    A Biondillo dico: i conflitti di interesse sono forse un problema in Italia? Parla pure di Sartori, vediamo se convinciamo qualcun altro a leggerlo!

    E ancora, fra le opere che si potrebbero discutere seriamente: “Sirene” di Laura Pugno (e anche, se fosse un altro il post, la sua bella opera poetica “Il colore oro”).

  65. soldato blu il 21 novembre 2008 alle 09:12

    @ alberto

    e’ certo colpa mia non essermi fatto cpire, ma quello che ho scritto nel mio intervento voleva contestare proprio quello che affermi tu.
    E cioè che la linea Dante-Gadda non è la linea continiana.
    Sono convinto che Contini non abbia capito di Gadda che l’aspetto esteriore,
    quello che appunto leggi tu.
    Nè molto di più ha capito Roscioni, malgrado la sua riduttiva e a volte offensiva (per Gadda) introduzione a “Meditazione milanese”.
    L’unica cosa che regge è la linea Dante-Gadda, solo che in Gadda, al posto del sistema tolemaico, ci sta: relatività, complessità, indeterminazione e indecidibilità.
    Vedere per credere.

    Ribadisco ciò che provocatoriamente ho detto: “non ha capito niente di Gadda chi pensa che Gadda sia, perché milanese, quello che ci viene dato da bere”, da un qualsiasi critico, fosse Contini o Roscioni, che non abbia una preparazione scientifica e filosofica adeguata.

  66. Alcor il 21 novembre 2008 alle 10:35

    @Alberto
    Io riconosco e apprezzo la competenza e – per inciso – sono anche sostanzialmente d’accordo sulla piccola gerarchia valutativa che fai di alcuni autori, qui. (Camilleri, per dirne una, non lo considero un grande scrittore neppure io, benché piacevole, bravo a costruire le sue storie, a creare dei personaggi benfatti, felice nel suo piacere di raccontare, e benchè non abbia capito l’animosità verso Scurati, sono d’accordo pure su Scurati).
    Quello che mi convince poco, o punto, e non in riferimento solo a te, ma in generale, è che dalla competenza “studiosa” si arrivi spediti alla competenza valutativa e a una specie di canone espresso che possa valere anche per i contemporanei e che sia appannaggio prevalentemente vostro.
    Tu citi Contini Debenedetti Garboli Mengaldo, autori diversissimi, (faccio fatica a metterli assieme, se non per autorevolezza, ognuno a suo modo) che conosco abbastanza bene tutti, ai vertici della loro disciplina ma anche loro, per quanto riguarda il loro contemporaneo, necessariamente partigiani. Per forza di cose.
    Ma nessuno dei critici intervenuti qui – e sono questi critici minori che mi interessano, questi contemporanei degli autori di cui parlano – è neppure sfiorato dall’idea di non avere autorizzazione a stilare canoni, neppure micro. Altra cosa è proporre linee interpretative. E’ legittimo. Altra cosa è scegliere di non parlare di autori che non si considerano interessanti. Ogni lettore (parliamo di un lettore dotato di strumenti e al corrente di cosa esce attualmente) finisce per avere una sua linea interpretativa, e se non proprio una sua linea interpretativa, una sua posizione ben precisa. Il famigerato “gusto”, così arbitrario, ha una parte grandissima anche nella valutazione dei critici, una volta eliminato l’improponibile. E non può essere che così, di fronte al contemporaneo, perché è difficilissimo giudicare quello che ci sbatte in faccia il nostro tempo. Di valutazioni positive e negative fallaci, di cecità palesi è piena la storia della letteratura. Ma quando parlate, parlate con una sicurezza, con una tale manifesta mancanza di dubbi sulla vostra capacità di giudicare, che è accettabile solo a cena con un bicchiere di vino in mano.
    E’ questo che risulta irritante, perchè – sia pure detto con toni differenti – , questo fate. E allora, quando si sente non il giudizio soggettivo e lecito, ma questa autoproclamazione senza incertezze, uno va per forza a farvi le pulci, e sottopone a critica e a valutazione anche voi.
    Perchè anche voi siete “scrittori”, perchè la saggistica non è la stessa cosa dell’odontoiatria.
    Quando tu dici:
    “Poi, se ti dico di andare a leggere i miei libri, ovviamente dici che non e’ il caso: e allora, dico io, come si fa a fare il critico se la gente ti critica senza nemmeno averti letto? E d’altra parte, se ho scritto 500 pagine per spiegare molte cose che penso sul realismo ecc., non e’ che pretenderai che le riassuma qui in dieci righe, vero”
    io ti propongo di capovolgere il punto di vista: cosa diresti a uno scrittore che hai liquidato – e a mio avviso legittimamente – dopo poche pagine, se ti rimproverasse così? Quanto Camilleri hai letto per giudicarlo? Quanto devo leggerti io per giudicarti?

    E poi, il difetto del tuo post, ma credo che dipenda dalla tua poca dimestichezza col blog, sta nel rimandare, come ho già detto, a posizioni approfondite altrove. Un post deve bastare a se stesso, non si tratta di riassumere, non è una cattedra minore, è un po’ come un articolo di giornale, che certamente avresti scritto diversamente, “riassumendo” tu.

    (Alcor prima di essere un manga è una stella, dalla luce deboluccia, ma femmina. E’ interessante e inquietante essere presa per un uomo)

  67. magda il 21 novembre 2008 alle 11:23

    Alberto dice:
    “un conto è la possibilita’ di conoscenza in teoria, che ha determinate potenzialita’, appunto legate alle architetture neurali, ma soprattutto all’interazione interno/esterno. Un conto sono le questioni relative all’informazione in quanto mediazione di eventi, che e’ un livello del tutto diverso di elaborazione. Io volevo segnalare che ci sono aspetti delle nostre capacità cognitive, che gli studiosi chiamano appunto mimetiche, usando il ‘termine’ mimesis fondamentale per ogni discorso realistico, che adesso consentono di leggere la realtà in modi diversi da quelli di mille o anche solo di cento anni fa. Non e’ ‘inesperienza’, come si dice con troppa facilita’, bensi’ una sfida nuova per le nostre possibilita’ di ri-creazione del reale attraverso le strutture linguistiche e narrative”.
    rispondo:
    Diversi piani che non possono essere paragonati perchè aventi funzioni diverse, i primi quelli dell’esperienza diretta consentono di sopravvivere e di vivere, i secondi, quelli dell’ermeneia consentono la reinvenzione.
    Vorrei che si comprendesse che questi secondi piani, filtrati, mediati, demonici, culturali, sono la più alta elaborazione di perversione che un essere umano può operare.
    Se a ciò viene aggiunta la contaminazione da informazione globalizzata siamo alla pornografia.
    E non c’è nulla più del mercimonio della rappresentazione mentale che possa uccidere il desiderio, l’immaginazione, la creatività.
    Mi sta bene la tua osservazione sulla diversificazioni di piani d’elaborazione, non però la loro equiparazione, dato che i secondi ormai non sono più identificativi dell’essere umano come creatore.

  68. Tashtego il 21 novembre 2008 alle 11:50

    sotto-scrivo Alcor.
    e in particolare sottolineo questo:
    “Un post deve bastare a se stesso, non si tratta di riassumere, non è una cattedra minore, è un po’ come un articolo di giornale, che certamente avresti scritto diversamente”.
    nel suo commento c’è roba più importante, certo, ma questa frase è significativa come riflessione sulla scrittura in rete, che ci riguarda tutti, qui(e lì).

  69. gianni biondillo il 21 novembre 2008 alle 12:08

    In effetti, Alberto, io di Sartori ho già parlato e ho già grandemente pubblicizzato. Per dirla a tuo modo: sei tu che non mi leggi. Ho il sospetto che i sospetti Alcor-tashiani siano fondati.
    Da qui la solita domanda: chi legge chi?

  70. A. Morgillo il 21 novembre 2008 alle 13:34

    Questo è il commento numero 70. Quel 69 era osceno. Biondillo Casadei assieme non si possono vedere.

  71. Alberto il 21 novembre 2008 alle 19:34

    Mi scuso se ho perso qualche intervento di qualcuno, io purtroppo in effetti a volte mi confondo. A Biondillo, dicevo di riscrivere qui qualcosa su Sartori, ma forse ho davvero perso una battuta…

    Capisco le obiezioni ai miei rinvii, ma devo dire che io in genere li ho fatti solo per dire che il discorso poteva essere ampliato. Ad Alcor, che non volevo scambiare con nessuno, ho usato delle formule generiche, rispondo ancora che il problema e’ che da un lato mi vengono attribuite delle opinioni che non ho, per esempio il dogmatismo: se io dico “secondo me DeLillo e’ importante per questo motivo”, io lo faccio perche’ qualcuno intervenga e spieghi perche’ condivide o non condivide questo giudizio. Su DeLillo magari no, ma su altri, ovviamente, il giudizio mio puo’ cambiare, anche da opera a opera. Ecco perche’ facevo un piccolo elenco di opere e non di autori genericamente. Persino Camilleri o Scurati potrebbero scrivere il grande capolavoro e, se ne sono convinto, lo direi, con la massima onesta’ (sebbene mi sembri molto improbabile che avvenga). Io ripeto che il mio scopo era aprire una discussione per valorizzare opere che ancora non sono note: io stesso non so quante non ne conosco, e ripeto che sono disponibilissimo ad andare fuori dal blog per poi leggere libri che siano stati suggeriti. Perche’ sara’ anche vero che il blog deve essere autosufficiente, ma io credo ancora che un saggio critico ordinato, cosi’ come una lettura attenta di opere fondamentali, non si liquidi in dieci o venti righe. Qui, ripeto, credo che sia lo spazio per discutere.

    L’accusa di dogmatismo, quindi, mi sembra del tutto fuori luogo. Se cerco di difendere le mie idee, specialmente quando parla chi riesce solo a offendere (e credo sia chiaro a chi mi riferisco), e’ perche’ mi sembra ovvio che nessuno vorrebbe, dopo anni di lavoro, sentirsi liquidare come un deficiente da chi nemmeno ti conosce.

    Comunque, probabilmente l’errore e’ che ho voluto affrontare problemi che solo in uno spazio piu’ ampio potevano essere seriamente discussi. Mi scuso di questo.

  72. Alberto il 21 novembre 2008 alle 19:42

    A soldato blu. Mah, io veramente credevo di averti detto che apprezzavo il tuo sforzo di attualizzare in tutto Gadda, e quindi penso di averlo capito. Pero’, purtroppo, in questo caso penso che sia una via poco praticabile, perche’ gli aspetti stilistici di Gadda non si lasciano ridurre a quello che dici tu. Purtroppo, da questo punto di vista mi sento di dare piu’ ragione a Contini che a te.

    Ad Alcor
    L’elenco che avevo fatto era basato solo sulla riconosciuta autorevolezza dei critici in questione. Io non credo che ora sia piu’ possibile raggiungerla, perche’ appunto le spiegazioni per dare un giudizio di valore non finirebbero piu’, come dimostrano anche questi post. Se dovessi spiegare qui quello che ho scritto in centinaia di pagine, dovrei fare una sintesi priva di senso, e d’altra parte nessuno ha tempo/vuole leggere pagine e pagine per capire perche’ x è forse migliore di y. Se non c’e’ un credito condiviso, non c’e’ niente da fare, come gia’ dicevo. Posso solo dirti che io ho passato i miei ultimi vent’anni a leggere testi recenti (mettendoli a confronto con i classici, come credo sia giusto se si vuole sperare di non dare un giudizio solo di gusto), e che quando scrivo un articolo leggo pagine e pagine di bibliografia per poter dar conto di quello che mi sembra mio e di quello che e’ gia’ stato detto da altri. Questo sarebbe un modo ‘serio’ di fare critica, e cosi’ facevano Contini, Debenedetti ecc. Ma è appunto quello che ormai non interessa piu’ a nessuno.

  73. gianni biondillo il 21 novembre 2008 alle 22:23

    Morgillo, mi fai tenerezza… Credevo fossi abituato a vedere il mio brutto muso, qui a casa mia. A me, ad es., Casadei piace, come scrittore e come critico, con lui litigherei volentieri. Con te invece sbadiglierei smarrito, sei troppo intelligente per i miei poveri neuroni.

    Detto ciò: Alberto: Voltolini ha pubblicato un intero libro in versi qui su NI. Lo spazio non manca.

  74. Alcor il 21 novembre 2008 alle 22:37

    @ Alberto
    Non volevo deprimerti, non è vero che fare critica (e nel mio caso leggerla) non interessa a nessuno. Se fosse un tema di poco interesse nessuno sarebbe qui a commentare.
    Contestavo le modalità, qui, e una chiusura, se mi passi il termine, che ho notato da parte vostra al confronto, nel senso che ho detto sopra e che non sto a ripetere, in sintesi: una chiusura a un confronto con altre modalità, magari scomode e volatili. Una chiusura che si manifesta proprio nel riferimento a un “altrove” che qui ha poca ragione di essere.
    Quanto all’accenno al mio genere era ironico, del resto Biondillo mi ha definito una serpe e non lo ho morso.
    Il blog è un luogo estremamente democratico, se lo si vuole frequentare, ed è interessante per molte ragioni, si impara a trovare un modo di starci diverso da quello a cui è abituato chi si confronta prevalentemente con i suoi simili, e naturalmente con i testi, ma da una posizione in qualche modo “sicura”.
    Qui, se si ha voglia, si impara ad argomentare, a essere attaccati pubblicamente e ad affinare le armi della dialettica, o anche della retorica. Io ne ho ricavato parecchio, sia per gli incontri che ho fatto che per la comprensione dei meccanismi della scrittura in rete.
    Comunque, prima di andarmene, perché per qualche giorno non potrò collegarmi, il titolo di questo post si riferiva anche ai “compiti dei critici”.
    L’invito a parlare di voi, per una volta, invece che degli scrittori, resta.

  75. massimo il 21 novembre 2008 alle 23:39

    Se non ci foste bisognerebbe inventarvi.

  76. A. Morgillo il 22 novembre 2008 alle 00:13

    Biondillo, tu invece a me piaci. Ti trovo autentico. E comunque se mi lasci scacazzare a casa tua non mi trovi così soporifero…

  77. gianni biondillo il 22 novembre 2008 alle 10:27

    Morgillo io ho una regola qui su NI (autoimposta): in un post da me pubblicato se si insulta il sottoscritto non me ne frega una cippa, se si insulta un ospite allora l’insultatore viene bannato.
    Questo non è neppure un mio post, vedi tu. Comunque chiudiamola qui, stiamo rubando spazio alle domande più che lecite e (per me) condivisibili di Alcor.

  78. Paolo Sciola il 23 novembre 2008 alle 00:58

    Qui dentro manca un po’ di sangue fresco.

  79. soldato blu il 23 novembre 2008 alle 06:06

    Sciola, quello che usciva alle 00:58 in cerca di sangue fresco era Nosferatu.

  80. A. Morgillo il 23 novembre 2008 alle 11:38

    Sì, Biondillo, infatti io qua sto. Gli insulti non piacciono neanche a me. E adesso lasciamo spazio ad Alcor.

  81. magda il 25 novembre 2008 alle 17:03

    Quello della critica letteraria è sempre stato un tema molto dibatutto qui.
    Ricordo di aver avuto tempo fa in proposito un confronto interessante con Temperanza su un post molto quotato di cui ora non ricordo il titolo.
    Forse potete aiutarmi.

    Biodillo, hai una voce stupenda, potresti fare il conduttore radiofonico.



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