Articolo precedente
Articolo successivo

Scuola di calore IV

di Massimo Rizzante

Sorella, amante

a Ornela

Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,
in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo
dove aquile ammaestrate spiccavano il volo
quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.

All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.
Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo
era per il partito più che un delitto una tara:
ah gocce di sperma lucenti come canini!

Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –
ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino
al girone dei traditori della patria, da dove non sono
più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.

Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava
lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,
il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:
corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.

Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi
e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,
i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,
il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti

Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata
del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.
C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:
ah corpi non più vergini, sale d’attesa!

Fog, magla

a Dubravka

Quando ero jugoslava leggevo i russi,
Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.
L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:
“Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”

Poi venne il collasso comunista,
la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:
sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.
Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana

Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,
il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,
mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo
dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato

Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,
facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato
il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.
Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa

I mean, alla frontiera. Rinascere non conta
e dato che dal dolore ci salva non la morte
ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel
con in mano un passaporto di Olandese volante

Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata
che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so
dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico
è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra

5 Commenti

  1. la decadenza del corpo attraverso passaggi di tempo e adattamenti alla storia. Una lotta per la sopravvivenza che non risparmia il sopraggiungere della nebbia. La cosa che mi affascina è la sensazione che siano donne che non si giustificano, ma si raccontano lucidamente, come a dire “così è stato per questo questo e quest’altro, ma punto”.
    come al solito: belle.

  2. rizzante è davvero poesia tutto questo
    come sempre sublime e semplice
    adoro queste poesie colme di calore
    un caro saluto
    c.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

L’operaio e la morte

di Vladimir Sabourín
traduzione di Alessandra Bertuccelli Molte sono le cose mostruose Ma più
Mostruoso dell’operaio
Non c’è niente di cui non sia capace

Assoluto letterario: Procne machine

di Rinaldo Censi
Leggo con crescente ammirazione Procne machine di Carmen Gallo. Come rendere conto di questo meccanismo che macina figure mitologiche accertando sottilmente la loro instabilità, metamorfosi, trasformazione? È un’arte della modulazione - meglio, della transizione.

Gli uccelli in gabbia cantano di più

di Michelle Steinbeck, traduzione di Francesca Gironi e Luigi Socci

capitalismo, calcolo facile

uno compra una tv enorme
+
uno dorme nel cartone della tv
=
win win

L’artista e la poetessa

di Romano A. Fiocchi
Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama Filippo Avalle, lei si chiama Helma Maessen.

La mano del mondo

Di Marco Di Pasquale
siamo certi, nessun volto ci somiglierà
ma almeno un movimento della voce
o un semplice disegno del pensiero
dentro un discorso che si era iniziato
e da qualcuno sarà pronunciato

Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»

di Stefano Bottero
L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita. Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco - perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: