Quando mi apparve amore – Domenico Conoscenti

16 aprile 2017
Pubblicato da

Anteprima della raccolta di racconti di Domenico Conoscenti

copertina

 

da Sotto(p)pressione

 

Quando lui finalmente mi dà un appuntamento a casa sua, io, cioè il mio personaggio dice fra sé “è fatta, per stasera sono a posto”.

 

In che modo vi siete, anzi, si sono conosciuti?

 

L’ho visto passare due volte alla Vucciria. La prima è di sera, io sono davanti alla Taverna Azzurra, tra una marea di gente, il bicchiere in mano, con due amici; si sono accorti che io e lui ci siamo guardati e sghignazzano e ammiccano con le sopracciglia. La seconda volta è un sabato pomeriggio – andavo a incontrare uno, l’ultimo beccato in chat – e stavolta pure ci veniamo incontro e ci fissiamo; io mi giro, dopo che è passato e imbocca via Argenteria, e gli guardo il culo, che però è coperto dalla maglietta. Si vede nell’inquadratura lui che si allontana fra le bancarelle e le balate della Vucciria e poi la mia faccia mentre lo guardo fisso, cioè mentre guardo l’obiettivo.

 

Quand’è che vi parlate? Chi piglia l’iniziativa?

 

Ah io, certo. Lo fermo la terza volta che lo incoccio, non mi faccio scappare questa occasione, poteva essere l’ultima e allora addio. È una mattina di ottobre piena di sole, ma quello che ci diciamo non lo so, perché in questa scena ci sono io che, non appena lui mi passa accanto e ci guardiamo di nuovo, lo fermo, ma le parole non si sentono, si sentono le voci dei venditori e della gente per strada e il traffico di via Roma. Lui mi ascolta, guarda che ora è, dice qualchecosa, poi parlo di nuovo io, sempre guardandolo negli occhi, lui fa un’espressione imbarazzata come a dire “mi dispiace”. Io allora, figlio di buttana, sfodero un sorriso dei miei e riprendo a parlargli e appoggio la mano sul suo braccio, lui è indeciso, si vede, alla fine però sorride pure lui e andiamo verso la rosticceria mentre io mi accendo una sigaretta.

Le parole che dico quando lui se ne va, quelle dell’inizio, è fatta, per stasera sono a posto, sono le sole che si sentono di quel terzo incontro, e fuoricampo. Io però non so se le scene saranno montate come te le ho contate oppure il video comincerà col primo appuntamento a casa sua e dopo si vedranno in flashback gli incontri di prima. Non lo sa manco il regista. Forse non ce lo vuole dire… Boh… quello è uno strano.

 

Dopo, c’è l’appuntamento a casa sua

 

Ah sì! Tu vuoi sapere di questa scena, ma… vedi, il fatto è che non l’abbiamo girata. È la verità, ti giuro, ti stranizzi tu, figùrati io che ci sono in mezzo… Dunque, c’è la scena di me che mi avvicino a casa sua, salgo le scale, suono il campanello e si apre la porta: si vede la luce che si disegna per terra sul pianerottolo con l’ombra di lui, io che sorrido, entro, ma la camera resta fuori, praticamente chiudiamo la porta in faccia all’obiettivo. E poi abbiamo girato la scena dopo, di me che scendo le scale, esco nel vicolo, mi accendo la sigaretta e cammino con la faccia che non si capisce se sono incazzato o preoccupato, se sto pensando solamente ai cazzi miei, se non sto pensando a niente di niente e insomma io cammino da solo per i vicoli alla luce dei lampioni che hanno l’umido attorno come una boccia di luce appannata e stringo le spalle come se avessi brividi di freddo, svolto un angolo e resta per qualche secondo l’inquadratura della strada di notte senza nessuno, solo due cani che si avvicinano ai sacchetti dell’immondizia e un autobus vuoto che passa di corsa. Questa scena lo stravagante me l’ha fatta rifare un sacco di volte per via di quelle minchia di espressioni che lo sapeva solo lui come dovevano essere.

Ma, come puoi immaginare, la scena dell’incontro a casa sua non esiste. Secondo il regista non ero pronto per girarla. Ne abbiamo discusso da solo a solo, più di una volta, a lungo, guardandoci negli occhi, mi ha fatto leggere certe cose sue, mi diceva quello che pensava e voleva che pure io gli parlavo di me e restava ad ascoltarmi in silenzio, anche quando non parlavo, alla fine ha acceso la videocamera e mi ha detto: “Ora racconta ai tuoi amici che cosa è successo quella sera… cominciamo, dài”. Hai capito che tipo?

 

E tu racconti ai tuoi amici la scena che non è stata girata. Com’è?

 

Guarda, neanche il regista conosce questa versione, sarà la sesta volta che la rifaccio, ogni volta restava freddo, ripeteva che io e le mie parole non eravamo la stessa cosa…

Dunque… Io, per la verità, sono un poco incazzato e un poco stranizzato a raccontare ai miei amici che cosa è successo quella sera… Sono entrato con lui in una stanza dove c’era un tavolo con un piccì acceso, libri e un quaderno aperto, e mi sono seduto su un divanetto, mentre lui si metteva su una sedia di fronte a me. Abbiamo parlato, mi ha chiesto cose su di me, quello che faccio, che voglio, e man mano mi diceva pure lui quello che pensava e che voleva. Niente collegamenti a siti porno, niente proposte di video o di cassette. Era strano lui… Io volevo scopare. Quando si è alzato – aspetta, ti prendo qualcosa da bere – mi sono messo di fronte a lui fissandolo negli occhi e senza incertezze ho incollato le mie labbra alle sue e ho preso possesso della sua bocca.

 

 

……………………

 

Domenico Conoscenti (Palermo 1958), dopo l’esordio con Qui nessuno dice niente, diario di un anno di insegnamento in un carcere (Marietti 1991), ha pubblicato il romanzo La stanza dei lumini rossi (e/o 1997, tradotto in tedesco da Berlin Verlag nel 1999 e ripubblicato da Il Palindromo nel 2015); un libretto di versi Per raggiungerti in strada (Edizioni della battaglia 2000) e a dicembre 2016 Quando mi apparve amore (Mesogea).

 

 

 

 

 

Tag: , , , , , , ,



indiani