“Non volevo servire i nazifascisti.”

26 gennaio 2018
Pubblicato da

di Orsola Puecher

a mio padre

I


Karl Amadeus Hartmann
dal Quartetto per archi n.2 [1945-1946]

Nella storia della mia famiglia ho portato su di me la Storia della prima metà del ‘900 quasi inconsapevole, per anni: la morte di mio zio Giancarlo Puecher fucilato dai militi della RSI a Erba dopo un processo farsa, il 23 dicembre 1943, partigiano di una brigata di ragazzi, che ancora non era riuscita nemmeno a compiere grosse azioni, ma che poi fu luminoso esempio e seme di rivolta per molti giovani, più di un ponte saltato o di una camionetta di camice nere catturate; la deportazione di suo padre, il notaio Giorgio Puecher, a Mauthausen, per pura ritorsione, per quella Sippenhaftresponsabilità della stirpe”, che coinvolgeva i famigliari di chi si opponeva al nazifascismo e per cui le colpe dei figli potevano ricadere sui padri. Un’antica legge medievale, rispolverata dai Nazisti solo per giustificare le loro rappresaglie.



 
Tessera personale del prigioniero… NUMERO 7652
Passavalli Puecher Giorgio… Mauthausen
Morto il 8-4-45


E ora che tutti i protagonisti di queste vicende se ne sono andati, non resta che raccogliere indizi, rispolverare ricordi di racconti, cercare i documenti. L’ultimo ritrovamento della mia ricerca riguarda un tassello apparentemente secondario, ma non meno importante, la fuga in Svizzera di mio padre Virginio, la cui stessa vita, dopo la deportazione in Germania del notaio Puecher, era in pericolo. Ho ben in mente i suoi racconti dell’attraversamento clandestino del confine, della vita quotidiana in campo di lavoro, del ritorno in Italia pochi giorni prima del 25 aprile con alcuni compagni, per unirsi al nord ormai in rivolta, ma tutto senza un preciso riscontro di date e di luoghi.



Ho spesso immaginato, ma, così, in una specie di limbo poetico ed emotivo, il cammino solitario fra i boschi innevati di questo ragazzo di diciannove anni, bello, sensibile e intelligente, colto, ricco e fortunato, ma ora così carico di responsabilità e di dolore, che aveva improvvisamente perso tutto, adesso anche una patria, un suolo, la possibilità di vivere l’esistenza normale di studente di Giurisprudenza, futuro notaio per investitura familiare, la sua tristezza, il suo silenzio, il duro lavoro a zappare e piantare patate, lui così delicato di salute, che solo due anni prima, dopo la morte della madre, aveva avuto la tubercolosi.



 

II

 


 

Karl Amadeus Hartmann
Concerto Funebre 1-2 [1939]



 

 

Nell’Aprile dell’anno scorso per una misteriosa ispirazione mi viene in mente di collegarmi al sito dell’Archivio Federale Svizzero di Berna e di digitare nella ricerca il nome di mio padre, Puecher Passavalli Virginio ed ecco che si materializza, quasi istantaneamente, un dossier a suo nome. Già il mattino dopo mi arriva via mail, digitalizzato in PDF. Queste carte, che per 72 anni erano rimaste nascoste, ritornano a vivere e a parlarmi. L’emozione è molto intensa.



Il primo documento, in francese, contenuto in una cartellina, di quel cartoncino leggero con qualche peletto nella trama, con Numero di Matricola, Nome, Data di Nascita è, in un certo senso, l’inizio della storia a ritroso.


N 30943
Virginio Puecher-Passavalli
16-12-1926
Ausweisschriften Korrespondenzen

[DOCUMENTI D’IDENTITA’ CORRISPONDENZA]


 

 

Berna, 20 aprile 1945
Off, Pol, Ar. Ter. 4
Posta militare
USCITA
20 APR 1945

Signore,
                  i cittadini italiani qui sotto menzionati, attualmente al campo di Lavoro di Waldegg-Rickenbach, hanno chiesto di essere espulsi, vi preghiamo a questo scopo di condurli all’Off. Pol. Ar. Ter 9b, scortati.Si tratta di

Ugo FUMAGALLI, 5.3.12,
Oreste MOLTENI, 9.9.23,
Virginio PUECHER PASSAVALLI 16.12.26,
Giuseppe BUSTI, 18.7.18,
Luigi FONTANA, 26.4.23.

                  Vi alleghiamo i loro documenti di identità.
                 Non dispongono di alcun deposito presso la Banca Popolare Svizzera a Berna.
               Vogliate gradire assicurazione della nostra distinta considerazione

IL CAPO DELLA DIVISIONE DI POLIZIA
L. A. Sig. Muller

 


 

Il documento comincia a incrociarsi con i ricordi. Il nome del Campo di Lavoro, Waldegg-Rickenbach, ex campo di Bürten, nella Svizzera Tedesca, distretto di Aarau, Canton Argovia, all’estremo nord della Svizzera, sopra Wintherthur e Zurigo, quasi ai confini con la Germania, non lo ricordavo affatto, anzi me lo immaginavo più vicino. Al confine italiano.
 

 
Anche l’uscita dalla Svizzera pochi giorni prima del 25 aprile corrisponde. I rifugiati potevano sentire la radio, compresa radio Londra e di sicuro c’era una rete di informazione clandestina che comunicava con il Nord Italia, che si stava ribellando. Il richiamo del ritorno doveva esser fortissimo, anche per i quattro giovani compagni di esilio, forse diventati suoi amici nella comune sventura, che avevano fatto insieme a lui la richiesta di rimpatrio, il più vecchio di 33 anni, e che scalpitavano di unirsi ai partigiani.

Il materiale successivo, un’altra cartellina contenente i documenti principali, riporta i dati anagrafici e in evidenza il timbro di uscita.
 

RITORNATO IN ITALIA
[Nach Italien Heimgekehrt]
espulso
[Ausgeschafft]

 

 
Segue il lungo e accurato questionario, datato 20 gennaio ’45, che tutti i rifugiati dovevano compilare per essere accettati in Svizzera. Mi colpisce moltissimo rivedere la sua calligrafia, rimasta quasi uguale nel tempo.
 

 
C’è un timbro della Polizia del 2 febbraio, con l’assegnazione del numero di matricola e un altro timbro del Posto di Raccolta “Metropole” Bellinzona, che di solito era la prima destinazione dei rifugiati, il Campo Casa Italia di Bellinzona e che Virginio mette come suo domicilio attuale.
 

 
Su di un altro timbro dell’Archivio dei rifugiati quel Fatto: 8 Febbraio1945 potrebbe essere la data della conclusione delle formalità per essere accolto, dopo il mese obbligatorio di quarantena, che i rifugiati passavano in apposti centri, prima di essere smistati alla loro destinazione finale
 

 

 
La cosa curiosa è che, come indirizzo in Italia, scrive ancora quello della sua casa di Milano.
 

 
Via Broletto 39, completamente distrutta dai bombardamenti nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943, come se, pur perduta, ancora esistesse in un qualche modo.
 

 
Nella sezione Soggiorni in Isvizzera si precisano le modalità di Ingresso.
 
Data di ingresso; 19.1.45 illegalmente
Dalla dogana di Ponte Faloppia
Accompagnato da guida sconosciuta

 

La Dogana di Ponte Faloppia, poco sopra la sponda occidentale del Lago di Como, era facilmente raggiungibile attraverso i numerosi sentieri dei contrabbandieri, che correvano lungo la rete di confine fra i boschi, ormai piena buchi e varchi, famoso quello poco lontano nella località Laghetto, vicino a Pedrinate, o passando il piccolo fiume Faloppia, che segue per un lungo tratto il confine molto agevolmente guadabile.



 

In Dimore precedenti in Isvizzera?
Dall’1 al 15 gennaio 1934 Andermatt
curioso e tenero si affaccia un frammento di quella che ormai è un’altra vita, quella della sua famiglia alto borghese, di cui non resta quasi più nulla: in qualche grande albergo, Virginio bambino con i fratelli e i genitori ad Andermatt si era di certo recato in vacanza, per dedicarsi agli sport invernali. In tempi felici, scomparsi per sempre.



 

III

 

 
In Possibilità di emigrazione risponde alla domanda se ritiene di essere perseguitato e di non poter più ritornare al paese d’origine e scrive sempre di suo pugno:
Perché di famiglia notoriamente in Milano antifascista, il fratello sorpreso partigiano, condannato e fucilato, il papà [in] prigione perché propagandista antifascista.
E No, non è di origine israelitica.
E in Altri motivi? Aggiunge:
Sospettato io pure insieme alla famiglia, ricercato, perseguitato ho dovuto fuggire in Svizzera per sottrarmi a rappresaglie fasciste.
 

 
La sua firma è per me particolare motivo di commozione: restò praticamente invariata negli anni, tranne il trattino fa ai due cognomi. che non gli vidi mai usare.
 

 
Nel successivo Verbale di interrogatorio, c’è il punto veramente pregnante di tutta la documentazione, nelle poche e sintetiche righe, che, in perfetto francese, descrivono la storia della famiglia Puecher e il suo tragico destino.
 

 

La nostra famiglia è originaria della regione di Trento e italiana da più di due generazioni almeno, mio padre nacque a Como. Nel mese di dicembre 1943 mio fratello Giancarlo, 1923, è stato ucciso dai fascisti a Erba, perché era il capo di un gruppo di partigiani della regione. Mio padre anche, antifascista notorio, è stato catturato dai fascisti a Lambrugo (Brianza). L’hanno rinchiuso in prigione a Como fino al mese di Gennaio 1944 poi rilasciato. Egli allora ha continuato la sua attività ordinaria come notaio a Milano. All’inizio del mese di Febbraio 1944 è stato ripreso dai tedeschi, ignoro per quale ragione, ma incolpato di favorire i partigiani, e deportato in Germania. Al mese di giugno 1944 era a Mauthausen (Austria) l’informazione ci è stata data da un operaio italiano rimpatriato, che ebbe occasione di vederlo. Da allora non avemmo più sue notizie.
Io sono rimasto a casa con il mio fratellino Gianni, 1930, sotto la protezione di mia zia Gianelli Lia. Da un anno studiavo giurisprudenza all’Università di Milano. Essendo la famiglia sospettata di antifascismo io ero ricercato a Milano nel mese di dicembre 1943. Mi sono rifugiato a Varese dapprima e in seguito a Milano da degli amici. Nel mese di giugno 1944 mi sono ritirato nella nostra villa di Lambrugo Brianza dove sono rimasto fino al momento attuale.
Era tuttavia estremamente pericoloso restare ancora in Italia, albergando nella zona molti repubblichini ed anche le SS italiane, e di fatto io sarei potuto essere richiamato alle armi in ogni momento. Non volevo servire i nazifascisti e così consigliato dalla mia famiglia ho deciso di rifugiarmi in Svizzera.
Il 19-1-1945/04.30 sono entrato in Svizzera da Faloppia accompagnato da due contrabbandieri. Mi sono presentato in dogana e poi da Chiasso sono stato accompagnato a Bellinzona Casa d’Italia.


 

E stupiscono la sintesi, la pacatezza, la sobrietà della scelta delle parole, la mancanza di rabbia, di spirito di vendetta, proprio nello stile della famiglia, che lo aveva formato a questi principi, anche durante il ventennio, quando i più furono plagiati dall’ideologia e dalla retorica fascista, e commuove la maturità spirituale e politica di un ragazzo di soli diciannove anni, che aveva ben chiare le sue scelte, anche a fronte delle giustificazioni postume dei molti, che addussero per le nefaste scelte in campo contrario la misera scusa di avere solo vent’anni.


Non manca nemmeno un pignolo e accuratissimo:
Elenco sommario degli effetti (oggetti) portati con sé dal rifugiato:
1 cappotto invernale, 1 impermeabile, 1 vestito completo, 1 pantalone, 3 pullover, 5 camice, 3 canottiere, 7 paia di calzini, 2 paia di scarpe. 5 mutande, 12 fazzoletti, 2 asciugamani, 2 pigiama.



 
Arriva a Waldegg-Rickenbach il 6 marzo, come si evince da una piccola scheda in tedesco, in cui il nome – PUERCHER – è sbagliato.
 

La permanenza al campo, se pur breve, gli rimase fortemente impressa, soprattutto per il freddo, il dormire sulla paglia con solo qualche coperta, la fatica del lavoro fisico in campagna, a cui non era avvezzo, zappare, piantare patate, tagliare legna e poi per la dieta quasi esclusivamente a base di patate. Sempre in spasmodica attesa di notizie dall’Italia.



Ed ecco che, a sorpresa, allegata a un documento intestato come Foglio dei Connotati per il rilascio del libretto di rifugiato compare una preziosa e inaspettata fototessera, scattata proprio in quei giorni.



Il diciannovenne Virginio appare molto serio, con un’espressione che si potrebbe solo definire il contrario di un sorriso, gli occhi alzati al cielo e non certo rivolti all’obbiettivo fotografico, un po’ gonfi per la stanchezza, la bocca serrata, in uno stringere i denti non metaforico, la barba un po’ lunga, i capelli, che di solito portava lisci all’indietro, con la brillantina, ordinatissimi, un po’scompigliati, ma ancora impeccabile in camicia e cravatta e cappotto cammello.



E il viso di questo padre sempre lontano per lavoro ma amatissimo è quasi lo stesso che ricordo da bambina. E ringrazio la solerzia archivistica elvetica che, dopo tutti questi anni, me l’ha restituito in quel preciso momento, perché possa condividere con lui, in questo nuovo millennio così impietoso con i nuovi profughi, la sua stanchezza, la tristezza, l’incertezza per il futuro, la solitudine, lontano dai pochi affetti che gli erano rimasti, il nostos algos, il dolore del ritorno.


Ed ecco che il cerchio si chiude con la richiesta di rientrare in Italia, il 13 aprile ‘45, che si ricollega al documento iniziale di accettazione della domanda di rimpatrio.



I cinque giovani compagni di esilio di certo non a caso chiedono di essere accompagnati a Bruzella, un piccolo valico doganale secondario, ora dismesso, dove appena passato il confine c’era una casermetta della Finanza in mano ai partigiani. Nella zona infatti operavano molte brigate, fra cui la Puecher, in nome di Giancarlo e la 53° Garibaldi. Virginio diceva di essersi unito alla Garibaldi per quei pochi giorni, prima di scendere a valle in Milano liberata.


 

 

IV

 


 

 


 

 
come se volesse sempre mettere
il passato contro il presente
e questo fosse il solo modo possibile
di costruire un futuro


 
[ Questo intervento, in forma leggermente diversa, era inserito nell’incontro ⇨ UNA RETE DI STORIE Scrivere la storia alla Festa di Nazione Indiana a Fano lo scorso settembre. OP]
 
Ringrazio l’⇨ Archivio Federale Svizzero di Berna che con il veloce ed efficiente invio del materiale ha reso possibile la mia ricerca.
Dossier:
Archivio federale svizzero, E4264#1985-196#48934, PUECHER-PASSAVALLI, VIRGINIO, 16.12.1926, 1945.

Archivio federale svizzero, E4320B#1991/243#224, Arbeitslager für Internierte in Waldegg b.Rickenbach/BL, 1944.

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22 Responses to “Non volevo servire i nazifascisti.”

  1. sparz il 26 gennaio 2018 alle 08:29

    cara Orsola,difficile non commuoversi molto dopo una simile lettura, dopo aver visto le foto e ascoltato la musica che proponi. Non ci sono parole, solo vicinanza e memoria salde. Grazie infinite.

    • orsola puecher il 27 gennaio 2018 alle 12:46

      Grazie a te.
      Com-muovere oltre il sentimentalismo e la retorica per muovere i pensieri.

      ,\\’

  2. al il 26 gennaio 2018 alle 08:30

    Che lavoro. Complimenti.

    Trattenere queste cose è farci pensare pensare.

    • orsola puecher il 27 gennaio 2018 alle 12:47

      Grazie.
      queste cose e queste anime sono sempre con me.

      ,\\’

  3. anna tellini il 26 gennaio 2018 alle 11:07

    Un sottotono per qualcosa che dilania dentro, come hai fatto, Orsola?
    Grazie

  4. Sergio Falcone il 26 gennaio 2018 alle 14:24

    27 gennaio 2018, Giornata della memoria. Mi rendo antipatico, in genere, perché dico quello che penso. E perché questo terreno di polemica e’ sempre stato lasciato alla Destra. Ma non sarebbe il caso di cominciare a parlare dei campi di concentramento, o di “rieducazione”, dei regimi “comunisti”? A me non sembrano meno efferati e disumani. E’ un argomento ritenuto “spinoso”, ma non può essere ignorato e andrebbe affrontato. Poi i comunisti vanno al potere e organizzano le loro strutture repressive, e la rivoluzione va a farsi benedire… Uno dei grandi problemi irrisolti della Sinistra.

  5. Ornella il 27 gennaio 2018 alle 13:22

    Grazie, Orsola

  6. roberto matarazzo il 30 gennaio 2018 alle 14:18

    Un articolo denso e assolutamente non retorico, meriterebbe una imago da me elaborata in omaggio a Uomo Civile che seppe reagire all’oscurantismo nazi/fascista, ovviamente se l’Autrice consente, un saluto

    r.m.

  7. Francesca Perlini il 31 gennaio 2018 alle 10:12

    Ti ho ascoltata alla Biblioteca San Giovanni di Pesaro, qualche ora dopo aver letto questo tuo ricco e denso lavoro. Come due voci che ne mantenevano vive molteplici tutte insieme. Della grazia e dell’impegno, del ricordare e del restituire, del ritornare a prendere e portare fino a qui, a noi, grazie.

    • orsola puecher il 31 gennaio 2018 alle 11:19

      Grazie a te Francesca. Dalla pagina web alla realtà non virtuale tutto contribuisce alla memoria, anche leggere la commozione negli occhi di chi ti ascolta…

      ,\\’

  8. davide orecchio il 1 febbraio 2018 alle 13:19

    Un post magistrale. Dove davvero il documento – recuperato, digitalizzato – ha una funzione ausiliaria alla tua personalissima e unica storiografia. Grande invidia per il “dono” dall’archivio svizzero. Dovrebbero avere quel comportamento civico tutti gli istituti che conservano i nostri dati, invece di occultarli, negarli o addirittura perderli.

  9. orsola puecher il 1 febbraio 2018 alle 14:11

    Grazie Davide.
    Ripenso infatti alle carte del processo di mio zio Giancarlo, per anni sparite, si pensava le avessero distrutte, e che sono invece improvvisamente apparse nascoste in altro fascicolo, e scoperte per caso, cercando altro, da uno storico, poco tempo fa.
    Anche dall’Archivio Centrale dell’Olocausto a Bad Arolsen, tutto ciò che chiedi ti arriva digitalizzato senza problemi.
    Solo in Italia gli archivi sono così disorganizzati e negletti.

    ,\\’

  10. alessandra terranova il 4 febbraio 2018 alle 21:41

    Bellissimo, come ogni anno. Grazie.

    • orsola puecher il 5 febbraio 2018 alle 09:55

      Grazie a lei. “come ogni anno“, sì, e con questi rigurgiti di nazifascismo e razzismo è sempre più necessario.

      ,\\’

  11. Mariasole il 13 febbraio 2018 alle 16:18

    Un lavoro bellissimo e importantissimo, cara Orsola. Soprattutto in un momento come questo, in cui ricordare serve per avanzare in direzioni diverse, svoltare, deviare.

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