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L’uomo senza lingua

Foto di dario zollia da Pixabay

di Max Mauro

Nell’estate dei miei tredici quasi quattordici anni in paese arrivò un personaggio curioso. Non che a Fol mancassero figure originali, tutt’altro. Sebbene il paese contasse meno di mille abitanti, la mia infanzia era stata accompagnata da varie personalità degne di nota. Per esempio, c’era Toliat, uno dei tre comunisti pubblici in paese, cioè quelli di cui si sapeva per certo che avrebbero votato Pci ad ogni elezione, nonostante il 65 per cento dei voti andassero regolarmente alla DC. Toliat, un nomignolo friulano che richiamava lo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti, girava sempre col trattore, anche di domenica per andare alla partita della squadra comunale. Non avendo l’auto, né la patente, gli pareva logico utilizzare il trattore. Nei primi anni Ottanta non era richiesta la patente per guidare il trattore, ma l’uso doveva essere circoscritto all’attività agricola. Tecnicamente, quindi, Toliat non avrebbe potuto andare a vedere la partita col trattore, o accompagnare la moglie al mercato del giovedì, come pure faceva, ma lui se ne infischiava delle regole, e di quello che diceva la gente.

Va detto che a quel tempo i controlli sull’uso dei mezzi agricoli erano piuttosto laschi nei nostri paesi a vocazione prevalentemente contadina. Io stesso, quell’estate, imparai a guidare il trattore dello zio Valdi. A dire il vero, fui praticamente obbligato a mettermi alla guida perché tutte le braccia disponibili servivano dietro il carro per caricare le balle di fieno. Comunque, se qualche legalista stesse leggendo queste note, sappiate che io guidai solo nel campo, non portai il trattore in giro per il paese come faceva Toliat (che mi era pure simpatico perché fu il primo ribelle che conobbi in vita mia). Va bene, avevo solo tredici anni, ma il mondo reale non è posto per sofisti.

Un altro personaggio interessante era Sclope (il termine friulano per il fucile).  Sclope era cresciuto in Francia da una famiglia di emigranti e a vent’anni, diceva lui, si era arruolato nella Legione Straniera per sfuggire al destino disegnato per lui da suo padre: operaio nelle riparazioni di fognature, professione svolta con profitto dal padre, dallo zio e da due cugini. Nessuno credeva che Sclope fosse veramente stato nella Legione Straniera perché era alto poco più un metro e sessanta, aveva le spalle strette e la pancia tonda come un’anguria matura. Con quel fisico nella Legione Straniera? Non è possibile, dicevano le malelingue. E poi il rinculo di fucile gli avrebbe fatto fare un salto di tre metri, aggiungevano altri. Comunque, Sclope conosceva un sacco di storie sulla Legione Straniera, e le raccontava bene. Sapeva tutto dei fucili, degli scarponi, delle caserme, perfino delle malattie dei soldati. Conosceva anche la geografia del deserto (anche se non parlava mai della gente che nel deserto ci viveva). La Legione Straniera era il suo mondo e noi ragazzini lo ascoltavamo rapiti, ma i più grandi ci prendevano in giro per questo (quello racconta solo balle, dicevano).

Tra i personaggi più discussi del paese va aggiunta la maestra Freda, che girava sempre in bicicletta con le gonne al ginocchio che salivano con il movimento della gamba, su e giù, giù e su, su e giù, salivano salivano e scendevano scendevano le gonne lungo le sue gambe tozze tondeggianti e gli occhi dei maschi fuori dal bar non si stancavano di guardare quegli spostamenti di tessuto sulle cosce velate da calze attillate. Le calze. Le calze della maestra Freda. Noi bambini non capivamo pienamente l’interesse maschile per le gambe della maestra Freda, qualcosa ci sfuggiva, ma quell’estate dei tredici quasi quattordici anni avevo ormai formalmente abbandonato l’infanzia e cominciavo a vedere i passaggi in bici della maestra con occhi diversi. Erano un turbamento, quei passaggi in bici, un turbamento vero.

Insomma, a Fol c’era una certa varietà di casi umani. Tuttavia, l’arrivo dell’uomo senza lingua fece scalpore.

L’uomo senza lingua in realtà la lingua ce l’aveva, ma il nome gli era stato affibbiato perché non si capiva che lingua parlasse. Era nato in paese ma all’età di quattro anni tutta la famiglia si era trasferita in Francia, nella zona di Metz, dove il padre era emigrato qualche tempo prima. Per vicissitudini non ben chiarite, quando l’uomo senza lingua aveva circa nove anni la famiglia si era spostata nuovamente, questa volta in Germania, nel Saarland. Il nostro personaggio era passato nell’arco di pochi attraverso varie lingue. Il friulano era la lingua materna, quella con cui aveva imparato a comprendere il mondo, poi c’era l’italiano che veniva usato a scuola e nelle funzioni religiose (i parroci di Fol non sono mai stati abbastanza coraggiosi da far messa in friulano, come facevano certi loro colleghi del Friuli collinare). Quando arrivò in Francia, l’uomo senza lingua si esprimeva bene in friulano, mentre la conoscenza dell’italiano era rudimentale, visto che, come la maggioranza dei suoi coetanei, l’avrebbe imparato a scuola. Ma la scuola la cominciò in Francia dove, come si sa, parlano il francese. Forse non era portato per le lingue, ma il suo ambientamento fu un po’ faticoso e ci mise qualche anno per raggiungere una discreta padronanza del francese.

Quando suo padre decise che si sarebbero spostati in Germania, l’uomo senza lingua, che al tempo, come detto, era ancora un bambino, si trovò con l’ennesima sfida: imparare il tedesco. Venne inserito in una scuola dove nessuno si preoccupava di insegnargli la lingua. A tredici anni, con tre bocciature in due paesi diversi e poco interesse per gli studi in generale, ma soprattutto sfiancato da tutti questi cambiamenti, l’uomo senza lingua alzò bandiera bianca. Abbandonò definitivamente la scuola e chiese al padre di poter tornare in Francia, dove era rimasto uno zio che aveva un’impresa edile. Avrebbe lavorato nella ditta dello zio. E così fece. Almeno fino a trent’anni, quando decise di rientrare a Fol, da solo e con un progetto originale in mente.

Io tutte queste cose le appresi perché i miei genitori gestivano la cooperativa di consumo e io passavo l’estate ad aiutarli. In cooperativa passavano quasi tutti i paesani, quindi le storie si sapevano prima e con molti dettagli. In cooperativa venne anche l’uomo senza lingua, che di nome faceva Franco, Franco Pote. Pote era il soprannome con cui la sua famiglia era conosciuta in paese. Come in tutti i paesi friulani, c’erano molte famiglie con lo stesso cognome e per distinguerle nel tempo erano stati adottati dei soprannomi, la cui origine era vaga, talvolta misteriosa.

Per gli adulti l’uomo era Franco Pote, ma per i più giovani, compresi i bambini e i ragazzi della mia età, era solo “l’omp cence lenghe”, l’uomo senza lingua, per semplicità chiamato “Lengate” (Linguaccia). Non era bello chiamarlo così, me ne rendevo un po’ conto, ma in paese era abbastanza normale trovare qualcuno da vessare, per goliardia o per semplice cattiveria popolare.

Franco Pote, anche detto Lengate o l’uomo senza lingua, non aveva fatto nulla per celare la sua particolarità, che non era dovuta solo al suo modo di esprimersi. La prima volta che venne in cooperativa, io stavo riempiendo uno scaffale non distante dal bancone degli affettati e dei formaggi. Quello di riempire gli scaffali era il mio compito principale e lo assolvevo con un certo puntiglio. Dalla mia posizione potevo sentire le conversazioni dei paesani, che a quell’ora del mattino erano in maggioranza donne, donne anziane, quelle che facevano la spesa. Quando venne il suo turno, Lengate alzò il braccio per indicare il pane e disse qualcosa che solo lui poteva capire. “Doss piçulis baguettes, bittea”. Quello che usciva dalla sua bocca era un intreccio di suoni che richiamavano il friulano, il francese, il tedesco, e pure un po’ d’italiano. Era un gramelot, con la differenza che il buon Dario Fo si aiutava con le mani, le braccia, la faccia e il corpo tutto per farsi capire parlandolo, mentre l’uomo senza lingua rimaneva impassibile, forse convinto che tutti capissero perfettamente quello che andava dicendo.

Mio madre, che lo stava servendo, era piuttosto esperta di casi umani, e intuì il tipo di pane richiesto. Poi Franco Pote indicò del formaggio, un tipo di formaggio, e tutto procedette abbastanza facilmente perché non c’era bisogno di esprimersi. Nei giorni successivi, le cose migliorarono progressivamente, perché Franco comprava sempre le stesse cose, ma anche perché il suo friulano era diventato un po’ più comprensibile, con qualche innesto casuale di tedesco e francese che gli altri spesso capivano, vista l’alta percentuale di ex emigranti nel paese.

Se la questione linguistica trovò col tempo una sua precaria soluzione (anche se per noi Franco Pote rimase l’uomo senza lingua), c’era un aspetto della vita dell’uomo senza lingua che lasciava i più interdetti.

Franco Pote era rientrato al paese dopo la morte dei genitori, che gli avevano lasciato un piccolo terreno in via dei Faggi. Quel terreno era chiuso tra due case ai lati e sul davanti, a separarlo dalla strada, c’era un muro alto circa due metri. L’ingresso era un portoncino che dava sulla strada. Franco Pote era arrivato a Fol nel mese di maggio e da subito qualcuno si era chiesto, dove dormirà? Non aveva parenti diretti, se si esclude un cugino della madre che non aveva mai incontrato e non era molto socievole (aveva allontanano a male parole perfino il prete venuto a chiedere la decima). Franco Pote non si era fatto problemi: dormiva in auto, una Fiat 127 color giallo canarino. Dopo alcuni giorni, però, i vicini si erano accorti che non dormiva più in auto. Aveva montato una tenda nel terreno, che fino a qualche tempo prima era stato usato come orto da una famiglia in affitto. Ma che piani aveva? Aveva intenzione di passare l’estate a Fol dormendo in tenda? La cosa era fattibile, vista la buona stagione, e non pareva nemmeno così bizzarra. In fondo Franco Pote non aveva famiglia, non era sposato, non aveva una compagna o dei figli; in paese c’erano altri scapoloni, e di solito non erano persone con le abitudini più regolari (giusto per dire). Però, però, l’uomo senza lingua un piano ce l’aveva.

Non ne parlò con nessuno, ma in paese è difficile tenere dei segreti, soprattutto se il tuo terreno è posto di fronte alle finestre di una casa. Prima giunse la notizia che Franco Pote aveva acquistato all’emporio comunale dei sacchi di calce, pala, piccone, dei secchi e una cariola. Poi arrivò un camioncino che si fermò davanti al suo terreno. Vennero scaricati assi, mattoni e materiali edilizi di vario tipo. Qualche pensionato con un passato da muratore si incuriosì e cercò di capirne di più, ma era impossibile vedere qualcosa dalla strada, e l’uomo senza lingua era molto riservato. Si sentivano dei movimenti di pala e di piccone, qualcosa stava succedendo, ma cosa? Non c’era nessun cartello che indicasse “lavori in corso”, come era prassi e requisito di legge (la legge era una questione seria, anche se non era proprio uguale per tutti).

Sul lato opposto al terreno di Franco Pote c’era la casa del postino, Sabino Tam. Salendo nel solaio della casa del postino sarebbe stato possibile guardare oltre il muro e dentro il terreno dell’uomo senza lingua. Però Sabino non faceva entrare nessuno a casa sua da quando la sua cara mamma novantaduenne era morta e lui aveva imputato la morte, che riteneva “prematura”, allo stress di avere dei muratori in casa a sistemare il tetto. Quando il muratore in pensione Tilio Zamparutti gli chiese di lasciarlo salire in solaio per un controllo, Sabino si inalberò: Vonde muradôrs a cjase me! Basta muratori in casa mia. E non fece entrare il vecchio Tilio che coltivava una curiosità morbosa per capire cosa stesse facendo quel matto di Franco Pote.

Alla fine, si trovò un compromesso: in solaio sarebbe salito il figlio di Tilio, Ivo, che di mestiere faceva il geometra in uno studio tecnico; quindi, oltre ad essere più titolato del padre per il caso in questione, aveva il bonus di non essere un muratore, e nemmeno un ex muratore.

Come sospettato da Tilio, Franco Pote stava scavando una buca, ma non una buca qualsiasi, era una buca larga quanto la base di una casa. Stava costruendo le fondamenta per una casa, da solo, con pala e piccone! Voi potreste dire, eh vabbé, son fatti suoi. Però questa filosofia a Fol era poco popolare.

Il problema, come spiegò Tilio un tardo pomeriggio in cooperativa (a quell’ora passavano soprattutto mariti e figli a prendere qualcosa che le donne avevano scordato di comprare al mattino) era non tanto la capacità di Franco Pote di portare a termine il suo progetto. In fondo, commentò Line, una donna solida come una quercia che aveva mandato avanti tutta la famiglia emigrando in Svizzera dopo la guerra perché il marito era tornato dal conflitto invalido, depresso e alcolizzato, per fare una casa non serve un architetto. Era un modo di vedere molto comune, quasi un’ovvietà, nei nostri paesi dove di architetti non se ne erano mai visti eppure le case venivano costruite ugualmente. Il problema, nel caso di Franco Pote, era il permesso.

Senza permesso comunale non si può costruire una casa, spiegò Tilio con tono autorevole, volendo indirettamente rammentare a tutti che aveva un figlio geometra e un altro che voleva iscriversi all’università per studiare ingegneria (in paese c’era un solo laureato, il figlio del direttore della posta, ma aveva studiato lettere e quindi non poteva essere considerato un vero e proprio “dottore”).

La discussione continuò per un po’ con l’intervento di altri paesani, ma il punto di Tilio, che per costruire una casa serve il permesso del comune, aveva messo d’accordo tutti. Tuttavia, chi avrebbe dovuto andare a parlare con l’uomo senza lingua per dirgli che stava contravvenendo la legge e rischiava perfino di finire in prigione (era una possibilità improbabile, ma nello slancio del dibattito qualcuno aveva sollevato perfino questo potenziale esito della vicenda)? La scelta era caduta sul parroco, pre Uliano, considerato figura super partes perché rappresentante del dio in terra e quindi non direttamente coinvolto nelle contese degli umani. Non so chi avesse suggerito questa soluzione, ma dentro di me, pur avendo solo tredici quasi quattordici anni, capivo che qualcosa non tornava. Come si poteva considerare il prete figura super partes?

Per dire, secondo Toliát, il parroco, pur essendo una brava persona che non negava la benedizione a nessuno e aveva perfino detto messa per il figlio di un paesano che si era suicidato (la morte era stata fatta passare come un semplice “annegamento”), non era super partes perché la sua organizzazione, così la chiamava Toliat, cioè la Chiesa, sosteneva un partito politico, la DC, e quello era un fatto evidente a tutti. Quindi, sulla base dei fatti, la scelta di mandare pre Uliano a parlare con l’uomo senza lingua non era aliena da rischi.

C’erano anche altri due fattori che, mi pareva, nessuno avesse preso in considerazione. Uno era la parentela con il cugino che aveva allontanato lo stesso pre Uliano quando era passato per benedire la casa e raccogliere la decima. I no vûl savent di predis, laît sul mus! (Non voglio saperne di preti, andate a quel paese!). La seconda ragione, forse ancora più seria, era quella puramente linguistica. Pre Uliano non aveva avuto contatti con Franco Pote, era ignaro del suo particolare uso delle lingue, come avrebbero fatto ad intendersi?

Io ero cresciuto con la convinzione che gli adulti avessero sempre ragione. Che cosa erano cresciuti a fare se non avevano imparato a fare sempre la cosa giusta? Mi dicevo. A dire il vero, dei dubbi si erano formati dentro di me, ma a tredici quasi quattordici anni non avevo ancora maturato una consapevolezza tale da esprimere la mia opinione. Insomma, osservai il corso degli eventi senza intervenire.

Il giorno che pre Uliano si recò nel campo di Toni Pote c’era un bel sole. Dico questo perché era noto a tutti che pre Uliano provava una sincera idiosincrasia per la pioggia o anche un semplice cielo plumbeo. Non è che non uscisse di casa quando pioveva o minacciava pioggia, ma il suo umore non era dei migliori se non c’era il sole, questo era chiaro a tutti. I preti son spesso personaggi bizzarri (forse è colpa delle privazioni a cui si sottopongono).

Pre Uliano arrivò in via dei Faggi, stabilizzò la bici sul marciapiede facendo appoggiare il pedale sul bordo, e si avviò verso il portoncino. Dalla strada si sentivano dei rumori di attrezzi che sbattevano sui sassi, passi pesanti, insomma qualcuno stava lavorando la terra. Bussò forte due volte, poi, visto che non c’era alcuna reazione, diede una manata sul portoncino, un vero e proprio pugno. Pre Uliano era un tipo fumantino e probabilmente si stava innervosendo. Niente, nessuna reazione. Allora usò la voce. Franco! Sior Franco! Urló. O soi il plevan! Franco! Signor Franco! Sono il parroco!

Ci fu un momento di silenzio, i lavori si interruppero. Poi Franco rispose. Ce voleise Sie? Un orecchio esperto dell’idioletto dell’uomo senza lingua avrebbe inteso che gli stava chiedendo cosa volesse, ma il prete rimase interdetto. Sono il parroco, ripeté. Franco Pote mise giù la pala e aprì il portoncino. I due si trovarono uno di fronte all’altro senza sapere che dirsi, perché si erano già detti tutto attraverso il muro. Come il suo lontano cugino, Franco Pote non era un frequentatore della chiesa. Sarebbe bastato un minimo di ricerca storica per sapere che la sua famiglia era notoriamente anticlericale. Il nonno era un anarchico, l’unico vero anarchico socialista in tutto Fol, un seguace di Errico Malatesta, e pare che la decisione della famiglia di Franco Pote di emigrare fu dovuta più a questione di incompatibilità politica con il resto del paese che alla necessità.

Franco Pote non era stato battezzato, era entrato in una chiesa solo per il funerale della madre (era rimasta credente pur avendo sposato un ateo). Ciononostante, non provava sentimenti di avversione per i prelati. Quando però capì la ragione della visita del prete, si inalberò. Piantò la pala in terra come fosse una ascia di guerra e lanciò uno sguardo di sfida a pre Uliano, che non essendo un cosiddetto fulmine di guerra si impaurì, risalì di fretta sulla sua bici e si allontanò pedalando veloce come non aveva mai fatto in vita sua.

Alcuni giorni dopo, due funzionari del comune bussarono al portoncino di Franco Pote. Uno era un vigile urbano, un semipoliziotto nell’immaginario popolare. Stessa trafila di bussamenti e manate sul portoncino e varie urla senza risposta, finché il portoncino si aprì e Franco Poté capì che c’era qualcosa che non andava in questo suo ritorno al paese natio. Prima la difficoltà a farsi capire, poi le voci dei paesani su di lui e la curiosità dalle finestre della casa dirimpetto, poi la visita del prete e infine i due rappresentanti della legge (erano entrambi impiegati dello stato, quindi a suo modo di vedere rappresentavano la legge).

Ascoltò in silenzio quello che i due avevano da dirgli. Siccome invece di parlare lessero un documento ufficiale, non capì nulla di quello che gli venne detto. I due si congedarono e lui tornò al suo lavoro. Ma non era sereno, anzi quando venne in cooperativa il giorno dopo apparve nervoso. Invece della solita piccola “baguette” e un etto di formaggio Montasio, prese due cornetti e due etti di mortadella. Non aprì bocca, si fece capire a gesti.

Quella notte stessa, Ivo il geometra, al rientro dopo aver fatto visita alla morosa in un paese distante circa quindici chilometri da Fol, vide sfrecciare una 127 gialla. Notò che il piccolo abitacolo era occupato per intero da attrezzi da lavoro, dal finestrino sporgevano il manico di una pala e di un piccone, si intravedevano dei secchi e perfino dei mattoni. Alla guida c’era Franco Pote.

Ivo fu l’ultima persona di Fol a vedere l’uomo senza lingua.

Sono passati vari anni ma il terreno dove Franco Pote si era accampato per costruire una casa è rimasto tale e quale, con un grande buco profondo poco più di trenta centimetri. Col tempo si è trasformato in un piccolo stagno dove hanno preso residenza delle rane e degli uccelli, beati loro.

Nessuno ha più saputo nulla dell’uomo senza lingua. Forse è tornato in Francia, o in Germania e ormai è sepolto in un cimitero di quei luoghi a lui così familiari e così alieni. Ho voluto raccontare la sua storia perché non fosse dimenticata.

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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