Monologhi del mito
Marino Magliani intervista Giuseppe Conte

MARINO MAGLIANI Sul sogno, Giuseppe, ho letto narrazioni (non molte, sebbene anche io faccia dire qualcosa di simile a un mio personaggio) in cui una persona, interpellata, risponde a un’altra: ma c’è bisogno di avere dei sogni per vivere? Per svegliarsi il mattino e dedicarsi a un lavoro, pagare le bollette, correre o passeggiare lungo una riva, trascorrere serate in città sfavillanti o sedersi davanti a una balconata di montagna. A correre durante una partita di calcio o a Porto, nuotare tre volte dalla riva di Spiaggia d’Oro alla boa, innaffiare una fascia d’orto a Verdeggia e rispettare la legge, quel genere di codice che uno si fabbrica o lo trova, ma anche ciò che gli propone abbastanza presto una società civile… Amare una donna o un uomo, o semplicemente frequentare una persona e spartire con lei, o con un Breton o un bassotto, spartire con qualcuno del tempo… Una vita senza sogno o sogni, anzi, una vita e basta, bella e solitaria, con la scrittura, la lettura, le immagini, la musica, e basta, basta perché se il sogno non c’è, forse non se non se ne sente la necessità. E se non si ha un sogno è anche perfettamente inutile menzionarlo. Già, che sarebbe, una vita lo stesso possibile, forse. Ma ecco, il personaggio di questo libro, vecchio, che giunge su una spiaggia e si avvicina a un tronco spiaggiato per sdraiarcisi accanto, deporvi la testa, e guardare per aria mentre gli giungono le voci, non potrebbe essere un essere umano senza sogno.
GIUSEPPE CONTE Certo, caro Marino, che può esistere una vita fine a sé stessa, di chi vive lasciandosi vivere, guardando il mondo con occhi rispettosi, innocenti, accontentandosi di ciò che offre il presente e la realtà. Instaurando con gli altri rapporti appagati, quieti, elementari, giocando a calcio, nuotando, ascoltando musica… amando una donna, o un uomo, in totale abbandono e in totale semplicità, come si ama un bassotto o un cane lupo. Tutto questo è possibile, ed è il mondo in cui vivono gli esseri umani nella loro stragrande maggioranza. È augurabile che conoscano momenti di felicità. Ma non è detto. La vita, la realtà sono orribilmente più complicate. Ci sono condizioni materiali che delimitano e deformano, ci sono soprassalti di passione che esaltano e sfigurano, ci sono momenti di crisi che fanno implodere. Allora ti accorgi che la realtà e la tua condizione esistenziale non sono tutto, che devi scontrarti, fuggire, cercare altrove. Lontano. O vicinissimo dentro di te, in quei movimenti umani, così li chiama Dante giunto al culmine del Paradiso, che rappresentano tutte le pulsioni contraddittorie, tutta la tensione tra buio e luce dell’anima. La letteratura nasce qui, in una ferita, in una faglia che si apre nella realtà, che ti mostra in un momento di mancanza terrorizzante la verità della tua vita nella società e nell’universo. Il sogno nasce qui. Nella certezza della vanità. Nel regno dell’ombra. Nella ricerca di un senso. Sognare non vuol dire desiderare qualcosa di materiale. Quanti avviliscono i propri sogni nel possesso di qualche oggetto! Sognare vuol dire capire la propria natura di ombra, e volerne andare oltre, voler cogliere l’essenza delle cose e della esistenza delle cose, dunque interrogarsi sul divino, sulla sua assenza e sulla sua presenza. Prendere atto del vorticoso mistero che ci circonda. Si può vivere per vivere. Tutti abbiamo la tendenza a farlo. Per me, quanto è bello nuotare al mattino in un mare limpido e deserto sulla scia luminosa del sole, leggere un grande romanzo ma anche uno piccolo che sia divertente, ascoltare in cuffia Radio Swiss Jazz come sto facendo in questo momento, gustare un piatto della più semplice e suprema cucina ligure, come farò stasera con una torta di “trombette”. Ma poi torniamo scrittori. E allora viviamo per dare, nella scrittura, un senso alla vita. Proprio così. Sembra eccessivo, forse antidemocratico per la ipocrita idea di democraticità oggi imperante nel mondo intellettuale al potere. Ma la letteratura è nata per quello, per scavare nell’ombra, nel non detto, nel mistero delle cose. Io sono stupefatto che sia un dionisiaco pelandrone come Vasco Rossi a farlo (Voglio trovare un senso a questa vita/anche se questa vita un senso non ce l’ha) mentre il 99 % delle scrittrici e degli scrittori italiani rifiutano anche soltanto di ammettere che esiste la necessità di interrogarsi sul senso delle cose ultime, preferendo un realismo aristotelico ma cupo, cronachistico, sociologico, solipsistico, egoico, senza coscienza del simbolico. Anzi nemico del simbolico, con una specie di allergia piena di bruciori e pruriti di fronte al sacro e al divino. Il sogno è il motore di ogni viaggio e di ogni avventura spirituale. E una letteratura che non sia anche una avventura spirituale si impoverisce molto, perde status, diventa gioco per giocolieri e mestieranti. Il sogno è visione, capacità di trascendersi. Il senzatetto di Della stessa sostanza dei sogni è un uomo vinto, sconfitto, esule, che ha abbandonato tutto, tra cui l’amico Novembre (serio, raziocinante intellettuale novecentesco) e Libellula (un amore sessuale fine a sé stesso). In crisi con sé stesso, con il mondo, con il suo passato lavoro di scrittore, è rotolato giù per l’Italia sino alla spiaggia di Giardini Naxos, dove si è fermato in riva al mare. Ha ridotto la sua biblioteca a due libri. Omero e Ovidio. Sa che millenni prima dalla Calcide arrivarono proprio su quella riva le navi dei Greci che fondarono la prima colonia in Sicilia e costruirono un tempio di Apollo. Più la sua condizione si fa terribile e dura, portandolo a due passi dal morire, più i suoi sensi si aguzzano, il suo desiderio di ritrovare la luce diventa forte, vitale, sinché una mattina arrivano le visioni, le navi del Greci, questa volta con le eroine e gli eroi, le dee e gli dei del loro mito. Lui accetta la sua follia. Guarda, ascolta, trascrive. Sogna? E chi lo sa. Certo vuole uscire da sé stesso, non tornare quello di prima, tanto che alla fine dona al narratore il suo manoscritto, neppure essere scrittore gli basta più. È un mio alter ego? mi chiedono. Sì, mi sento un senzatetto sul piano intellettuale, non ho protezioni sul capo, non ho più radici nel Novecento, vivo al mare come in esilio. Ma a me scrivere basta. Non vorrei fare niente di meno o niente di più. Scrivere, realizzare il più fragile, assurdo, impensabile sogno della mia adolescenza, quando i sogni sono ustionanti e crudeli, e quando ho scritto centinaia di pagine di commedie, tragedie, poesie, romanzi. Quelle pagine le ho tutte perdute, finite chissà dove. Invece il sogno di diventare scrittore, quello tra mille tempeste e difficoltà, tra mille Scilla e Cariddi da varcare, è rimasto e si è realizzato.
MM Non è la prima volta che la narrazione inizia sulla riva del mare (ma di un mare parleremo), e stavolta è una spiaggia viva, anche il fatto di trovarci rovine di tronchi raccolti dalla furia di acque dolci e gettati sulla sabbia salata, la rende viva. Quell’essere umano, anziano, un maglione tarlato, di statura alta, e lì e avviene l’incontro. Non è uno studioso alla ricerca del mito, ma è lì perché su quella spiaggia avviene qualcosa di miracoloso, un contatto: sono le voci che provengono a una a una dagli dei. A un certo punto della vita, alcuni decenni fa, Giuseppe, hai sentito che la nostra civiltà si stava perdendo in qualcosa, e che qualcosa che contava se lo faceva portar via dal nulla. Hai cominciato un tuo percorso e una tua ricerca e forse prima ancora di cominciare (anche di questo potremmo parlare) sapevi che sarebbe stato difficile, che avresti “disturbato”, ne hai avuto conferma col tempo: tu e quanti si fossero dedicati al mito, alla natura, alla sua forza, avreste trovato l’ostacolo di ideologie, e questo, occorre dirlo, malgrado fossero dalla tua parte e percorressero i tuoi stessi sentieri alcuni intellettuali ben più avanti negli anni, come Italo Calvino. Quanto è amaro il sapore e il sapere della rivincita, ora che tanti si sono dovuti ricredere?
GC Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro. Io volevo essere fedele a me stesso, condurre le mie ricerche di stile e di senso per sentieri non battuti, ed esplorare e rilanciare le idee di natura e di mito (profondamente connesse, il mito è quintessenza della natura, la natura è quintessenza del mito) che quando ho esordito io erano completamente dimenticate o avversate. Io conoscevo il sapere della Neoavanguardia, mi ero formato nel suo clima. Però per essere me stesso mi sono ribellato ad essa, che aveva ridotto la poesia a antipoesia e esperimento a freddo da “operatore poetico”. Sanguineti, con cui intrattenevo rapporti personali di simpatia, scrisse un giorno che ero il poeta che sentiva più lontano da sé. Io mi ero affrancato dal suo fascino, ma ancora oggi lo considero un autore importante. Invece i suoi tardivi seguaci li considero dei ringhiosi, maneggioni, insopportabili laudatores temporis acti. I nemici spuntavano anche da parti insospettabili. Bernardo Bertolucci, il grande (ma poi mi sono venuti dei dubbi) regista mise il veto alla assegnazione a me del Premio intitolato a suo padre, il caro, mite Attilio, perché io ero “il poeta del mito”. Oggi si vede sin troppo bene che sui temi della natura e soprattutto del mito, avevo ragione io. Naturalmente pochi lo riconoscono. Ma qualcuno sì, ogni tanto me ne arriva testimonianza. Allora ebbi la fortuna che notarono e sostennero il mio lavoro Italo Calvino e Pietro Citati. Devo a loro se ho potuto esordire. Devo ad Antonio Porta la pubblicazione del mio primo romanzo Primavera incendiata, che fu odiatissimo, soprattutto dai poeti miei coetanei. Porta notò in quel breve romanzo generazionale la mia ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza. Colse nel segno, una delle più costanti caratteristiche del mio lavoro è proprio la ricerca di nuovi modi di intendere l’amore e la vita. Non ho mai odiato nessuno (disprezzato qualche volta), non ho mai coltivato l’amarezza né una forma di agonismo, di competitività. Dunque non c’è rivincita. C’è la coscienza di essere stato fedele alle mie passioni, e di avere visto in anticipo cose che sarebbero venute negli anni.
MM La struttura, che poi è la sostanza. Rileggevo, su questa costa del Nord, bruciata d’estate e fra poco di nuovo inzuppata, come lo è dieci mesi all’anno, l’attacco di Mensagem, le poesie di Pessoa. Ulisses, il primo verso: O mito é o nada que é tudo. Io credo che la scelta di far giungere le voci degli dei a riva, di farsi raccontare da loro stessi, come durante una confessione, dove si ammettono amori e passioni, piaceri e rovine, fragilità (colpe?) sia stata la scelta che ha permesso alle voci di scegliersi anche l’interlocutore. Da quanto erano a ridosso della penultima onda, in attesa? Ora era ora, la loro voce assorbita dal sussurro del risciacquo, vicino e distante. Perché abbiamo avuto paura del mito e l’abbiamo sepolto come si sepelliva la pignatta con marenghi e mai più si ritrovava? Quale furto ha perpetrato la parte “che contava” nell’avvelenare la narrazione del mito e della natura? Un libro sui sogni, e come ne scrive molto bene Mario Baudino: Che cosa resta dei sogni, allora? La risposta è: tutto. Quel tutto che è un richiamo a Pessoa.
GC I personaggi che parlano nel libro mi aspettavano al varco. Vedi, io non sono un grecista, un antichista. Il 90% dei libri sul mito sono scritti da loro. Io ho fatto il giro dei miti del mondo, prima di ritornare a quello greco, in cui sono nato. Così in parte è avvenuto per le religioni, sono stato taoista, induista, animista, zoroastriano, islamico prima di riavvicinarmi alla religione di mia madre, quella in cui sono nato e in cui intendo morire. Del mito greco, mi affascina la potenza teogonica, lo scavo nelle origini dell’universo e dell’anima umana, la sua connessione profonda con la natura. Ogni aspetto naturale era divino. Ogni movimento dell’anima era divino. I Greci, i più saggi e felici tra gli uomini, si sentivano molto simili ai loro dei, come i loro dei assomigliavano terribilmente a loro. Ogni pulsione, ogni passione, un movimento divino. Mi aspettava Gea per dirmi come dal Caos del nulla è nato il nostro mondo, giù via via sino a Pan, il Tutto, la natura nella sua selvatichezza vitale. Afrodite e Atena, passione e saggezza, slancio e equilibrio si scontrano. Medusa e Anfitrite accusano di stupro il dio del mare, Ifimedia e Amimone lo difendono con amore, tutto è contraddittorio e metamorfico nel mito, come nella vita. Mi aspettava Prometeo perché io gli ribadissi la mia accusa: è da lui, dal suo furto del fuoco celeste che parte il processo occidentale che approderà all’industria pesante, allo sfruttamento degli esseri umani e del suolo, delle foreste, delle acque, dell’aria e infine alla bomba H. Mi aspettava Antigone, la coraggiosissima eroina che sfida, in nome della legge dell’affetto, della giustizia, del sacro, la Legge ottusa, feroce del potere: mi aspettava perché anche io mi inchinassi davanti a lei, come il mio Senzatetto. L’uomo occidentale del XXI secolo ha perduto la connessione con i primi perché, con le origini, la tradizione, la conoscenza del mistero, la verità della carne: tutto questo glielo può ridare la energia inesausta del mito. Fai bene a ricordare Mario Baudino: a lui si deve l’organizzazione al Salone del libro di Torino di un convegno sul mito che vide tra i protagonisti James Hillman, Pietro Citati, Carlo Fruttero, oltre che chi scrive. Tanti anni fa, quando il Salone ragionava ancora senza influencer, tiktoker e autrici di romance, e non sembrava una proiezione del Foglio, con la sua prosopopea modaiola. Baudino è uno scrittore che ha una sua versione disincantata, ironica, non meno felice di momenti mitici. E fai bene a chiamare in causa Pessoa. Anche Borges ci starebbe, ma so che non è nelle tue corde. È nelle mie, lo adoro. Gli devo sempre qualcosa.
MM Ricordo un tuo romanzo, ambientato a Nizza, un altro anziano, e altri romanzi e poesie e quel mare. Ricordo una volta che ti hanno chiesto in mia presenza a Sanremo, mi pare, durante un’intervista: e le sue radici? E hai risposto in mare… Non perché nel fango si possono sporcare, ma in mare come scelta baudelairiana. E ancora: era da tanto che pensavi al verso di Shakespeare?
GC Ricordi bene, caro Marino. In Il male veniva dal mare, del 2013, era centrale il personaggio di un senzaterra, Marlon, anche lui accampato sulla spiaggia, in questo caso sulla spiaggia sotto la Promenade des Anglais di Nizza, città dove ho avuto casa per molti anni, e che ho vissuto con particolare intensità. Tra le mie poesie, ce n’è una che inizia: Il mio demone è un senzatetto. C’è una continuità tematica, il Senzatetto diventa un archetipo, un simbolo chiave. Non ho progettato io che lo diventasse. È lui che ha scelto me, veniva prima di me, ha deciso di abitarmi senza che io potessi farci niente. Anche il mare è cruciale come tema e come simbolo in tutta la mia opera. Un paese come l’Italia, dalla tradizione delle repubbliche marinare, con migliaia di chilometri di costa, non ha paradossalmente una letteratura di mare. Non la prevede neppure. Quando uscì il mio Terzo ufficiale, nessuno in Italia ne colse il lato marinaro, dovetti aspettare la traduzione francese e quella greca, perché il libro venisse inserito in quella corrente di libri di mare che comprende autori come Melville, Stevenson, Conrad. Ho detto che ho le mie radici nel mare? Ma nel mare niente è stabile e fermo, il movimento è la sua caratteristica prima, insieme all’infinito. Forse ho anche radici nel vento, nel cielo. Non so. Non sento di appartenere a niente. E guarda che non è bello. Avere un senso di appartenenza ti dà sicurezza, impegno, coraggio. Io mi sento solo radicato nella mia lingua italiana, nella sua tradizione magnifica. Siamo partiti parlando del sogno. E alle origini della letteratura italiana c’è il sogno di Dante. Prima di quello che lo porta a fare il più straordinario pellegrinaggio con la visione dell’Aldilà che mai essere umano abbia fatto (solo il Profeta Mohammed, pare, prima di lui), fa un piccolo viaggio magico, fantastico, intessuto di giovinezza, amicizia, avventura, gioco, piacere, amore condiviso, su un veliero inviato da Mago Merlino, il buon incantatore: la quintessenza, l’apoteosi del sogno. Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io/fossimo presi per incantamento/ e messi in un vasel che ad ongi vento/per mare andasse al voler vostro e mio. Io ho sempre quella nave in mente, e con essa l’amicizia, la giovinezza, il viaggio, l’eros, il ragionar sempre d’amore. Il titolo shakespeariano non è farina del mio sacco. Spesso gli editori scelgono il titolo, ma per esempio Il male veniva dal mare è un titolo sbagliato, io volevo un più modesto e diretto Meduse assassine. In questo caso invece è un titolo ben scelto, di cui sono grato a Bompiani editore.
MM Non mi sono addentrato nella specificità di ogni figura che si racconta. Vorrei però fossi tu a dirci – perché un’idea credo tu l’abbia – quale sia stata, o quali siano state, le voci che più di ogni altra, hanno fatto abbassare le palpebre al vecchio nel desiderio che non finissero mai.
GC Gea e Pan sono all’inizio e alla fine, chiudono il cerchio. Le figure che il senzatetto ascolta con più reverenza, lo dichiara, sono quella di Nausicaa (mia fonte di ispirazione, ho scritto su di lei e il suo rapporto con Ulisse un poema drammatico, intitolato proprio Nausicaa) e Antigone. Poi sorride con Ermes, con Pigmalione, altro gran sognatore…
