Ovidio – Metamorfosi – VI 1-62 – Minerva e Aracne

Trad. di Daniele Ventre

A così fatte parole prestò la Tritonia l’orecchio,
anche approvò le canzoni degli Aoni e l’ira dovuta.
Poi, fra sé e sé: “Vale poco lodare, avrò anch’io la mia lode,
non lascerò che il mio nume lo spregino senza castigo.”
Dunque rivolge il pensiero al fato di Aracne Meonia,
che per le lodi nell’arte del tessere, a quanto ebbe udito,
non cedé a lei. Non per stato né origine della sua gente,
ma per sua arte era nota; ebbe Idmone di Colofone
padre e nel rosso focaico bagnava imbevute le lane;
era già morta sua madre: anche lei fu del popolo e uguale
per condizione al marito. Ma fra le città della Lidia
ebbe per l’abilità memorabile nome, seppure,
nata da piccola stirpe, abitasse la piccola Ipepe.
Solo per ammirare il suo tessere meraviglioso,
abbandonarono Ninfe la vigna del loro Timolo,
abbandonarono Ninfe i gorghi del loro Pattolo.
E non soltanto le vesti compiute era bello guardarle,
ma anche il loro compirsi (ebbe tanta grazia nell’arte),
sia che avvolgesse la lana nei primi gomitoli grezza,
o con le dita seguisse il lavoro o stirandoli in lungo
ripercorresse e addolcisse il vello a spianare i suoi fiocchi,
o con il pollice svelto volgesse il girevole fuso,
o ricamasse con l’ago; la intuivi da Pallade edotta.
Lei tuttavia lo negava, offesa da tanta maestra:
disse: “Gareggi con me: non sarà che io vinta la ceda”.
Pallade finge sé vecchia, di falsa canizie le tempie
veste e perfino puntella malferme al bastone le membra.
Poi così prese a parlare: “L’età più matura ha non solo
mali da cui rifuggire e negli anni tardi è del bene.
Non disprezzarlo un consiglio, il mio; per la massima gloria
del lavorare la lana tu in mezzo ai mortali gareggia;
cedi alla dea, temeraria che sei, dei tuoi vanti perdono
chiedi con supplice voce; darà il suo perdono, se chiedi.”
Lei la squadrò a occhi torvi e lasciò le trame iniziate
e frenò a stento le mani e tradendo l’ira nel volto
tali parole scagliò contro Pallade che si occultava:
“Priva di senno e disfatta da lunga vecchiezza tu vieni
e l’aver troppo vissuto ti nuoce. Una nuora, se l’hai,
una tua figlia, se l’hai, le ascolti codeste parole.
Io ne ho abbastanza di senno in me; non pensare che avrai
vinto col tuo ammonirmi: io ho sempre lo stesso pensiero.
Lei perché non è qui? Perché evita questa contesa?”
Disse la dea: “Lei è qui”. Poi svestì l’aspetto di vecchia,
e si mostrò come Pallade. Onorano il nume le Ninfe
e le Migdònidi nuore: la vergine sola non trema;
e tuttavia arrossì, sul volto un rossore improvviso
le si diffuse e di nuovo svanì, come è solito il cielo
subito farsi purpureo, appena si parte l’aurora
per poi incendiarsi in un breve istante, al levarsi del sole.
Lei nell’impresa persiste e per brama di un folle trofeo
corre al suo fato; né già si sottrae, la figlia di Giove,
né l’ammonisce più, né rimanda oramai la contesa.
Non c’è indugio, ambedue imbastiscono in luoghi contrari
e con il gracile stame intessono tele gemelle;
tesa è la tela al telaio, il pettine scerne lo stame,
passa di mezzo alle punte del pettine acute la trama,
quella che dita profilano e i spianano denti intagliati,
di fra gli stami condotta, se il pettine su vi si abbatte.
Oltre si vanno affrettando e succinte ai seni le vesti
muovono dotte le braccia, passione a ingannare lo sforzo.

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daniele ventre
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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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