Trevor Joyce, Storia del pavone (e coda)

di Lorenzo Mari

In un’Irlanda che non è soltanto degli Heaney e dei Muldoon – per citare due autori di riconosciuta levatura internazionale – è attivo da decenni Trevor Joyce, nato a Cork nel 1947 e protagonista di alcune importanti iniziative culturali, come la casa editrice New Writers’ Press, la rivista “The Lace Curtain” e il festival di poesia e altre arti SoundEye. Pubblicato da case editrici come Shearsman e Veer2 e vincitore del premio N. C. Kaser 2017 dopo Tom Raworth (1938-2017) – quest’ultimo, poeta anglo-irlandese di spicco del British Poetry Revival, e forse più conosciuto in Italia, anche in funzione di suoi legami con vari autori e traduttori – Trevor Joyce è anch’egli voce poetica internazionalmente riconosciuta, eppure mai tradotta in italiano (fatta eccezione, per quanto a mia conoscenza, per alcuni testi a mia cura presenti nel numero in uscita di Versodove).

Da quest’ultima, piccola selezione è stata espunta una mia prima traduzione di “The Peacock’s Tale” di Joyce, perché all’epoca ancora piuttosto inconsapevole del retroterra letterario, culturale e politico di un testo che è, per altri versi, dal chiaro e netto impatto culturale e politico all’interno della mai sopita “questione irlandese”. Era tuttavia prevedibile che si dovesse tornare più volte, e più distesamente, su un testo che esemplifica così bene alcuni tratti fondamentali della poetica di Trevor Joyce, tesa a coniugare un grande lavoro di scavo e al tempo stesso di stratificazione linguistica con il suo perdurante interesse, anche traduttivo, per varie tradizioni poetiche popolari esterne all’Europa occidentale e per la stessa tradizione letteraria irlandese, sia in gaelico che in inglese (con due opere, nell’ultimo decennio circa, che affrontano lo scoglio Edmund Spenser come Fastness e Rome’s Wreck).

In questo senso – com’è possibile leggere in questo documento di grande importanza per l’interpretazione del testo, apparso su un numero di Drunken Boat del 2006, intitolato “Toward Oulipo”, cui si rimanda – “The Peacock’s Tale”, successivamente inclusa nell’antologia What’s in Store. Poems 2000-2007 (1a ed.: 2008; 2a: Shearsman Books, 2025) è un testo diviso in due parti: la prima è una prosa che rielabora il lemma “Irlanda” dell’edizione dell’Encyclopaedia Britannica del 1842, mescolandola con altre fonti, come ad esempio le Chronicles of England, Scotland and Ireland (1578) di Raphael Holinshed; la seconda è una serie di dodici sestine di versicoli, unite tra loro da profondi legami intra- e intertestuali. Tra questi, uno dei più importanti viene dalla lezione della poesia cinese, con varie forme di versificazione parallela – specie per i distici – che introducono una sorta di rima ‘semantica’ accanto alla sua più convenzionale caratterizzazione, nella tradizione inglese, di tipo fonosimbolico: “The Peacock’s Tale” segue questa struttura, con soli 12 versi completamente svincolati da struttura e che, per le caratteristiche forse serendipitous della traduzione, costruiscono in italiano – con alcune variazioni, talvolta legate all’andamento stesso del testo di partenza – una sequenza poetica autonoma, qui riprodotta come coda alla traduzione.

La “rima” principale – suggerisce Joyce su Drunken Boat – è tra lo spogliarsi dei propri indumenti e l’essere sfigurati, con un rimando chiaro alla violenza sia fisica che culturale connessa alla dominazione imperiale britannica sull’Irlanda, che si ripercuote, ad esempio, nel repertorio culinario della prima sequenza di “rime” interna al testo (oggetto di una serie di trasformazioni in italiano, da “scòsciati” a “scàlcati”). In questa complessità, la traduzione, pur avvalendosi di strategie compensatorie, ad esempio per le “rime” fonetiche, o per le insistite paronomasie – si arresta (provvisoriamente, in una ricerca che può essere continuata ad libitum, e in altri modi: come ogni traduzione…) davanti ad alcune circostanze che rasentano la più classica delle situazioni di “intraducibilità” (nel caso di usi polisemici o di morfologie impossibili in lingua italiana: è il caso, tra gli altri, dell’omofonia nascosta nel titolo, fra tale e tail, di get up – utilizzato anche come omofono dell’indumento getup – del ballo bunny hug – di cui non sembra esserci traduzione italiana corrente – di lie – con un significato che sembra prevalere, all’interno del testo, di “dire una menzogna” – e di leach – che porta con sé il riferimento, inattingibile in italiano, del taglio della carne di maiale in gelatina, leach a brawn). Pare difficilmente riproducibile anche la sequenza interna di verbi che rimanda ai quattro verbi sintatticamente reggenti usati nella frase finale di ciascun paragrafo della prosa.  

D’altronde, è possibile praticare la lettura (e, dunque, le parti più ardue della traduzione) di questo testo come “non necessariamente legate” a questa introduzione, come suggerisce lo stesso autore in un’intervista su Jacket2. Ci risulta invece difficile immaginare la lettura di questo testo senza esplicitare, da ultimo, il fatto che l’ultima sestina è una citazione diretta dalla grande autrice statunitense Fanny Howe (1940-2025), anch’essa inedita in italiano, a un anno dalla sua morte: “Umano è qualcosa // che se ne va in giro / disintegrandosi”. 

*

“The Peacock’s Tale”
(For Fanny Howe)

The costume of the people is so wretched, that, to a one who has not practiced such visitations, it is almost inconceivable. Shoes or stockings are seldom to be seen on children and often not on grown persons, so yet they stand shod only in the plush of their red bogs, making unsteady verticals.

The rags in which both men and women are clothed are so worn and complicated, that it is hardly possible to imagine to what article of dress they have originally belonged. Duds, threads, fatigues and once-fancy hand-me-downs step out in parallel, all swaddled in knots, bedizened in glad rags; wardrobes run down past the least coherence.

It has been observed that these sheer beasts never dismantle themselves of their clothes when they go to bed; but the fact is, that not only are they in general destitute of blankets, but, if they once took off their clothes, it would be difficult to put them on again. Is not this a terrible way to be naked: wanting spread or comforter, however mute; to lie in envy of the gravel under grass?

Thus, their habit is worn day and night till it literally falls to pieces; and even when first put on, it is usually cast-off fragments; for there is not one subject out of ten who ever gets a coat bespoke, but chaff away instead their little means at hazard, where at last, exposed by numbers and for lack of other stuff, they pawn the nails of their fingers and toes, with shirred and smooth and shaggy, even to their kelder and dimissaries. That’s the way they walk in view: tender and fractious, unsheltered and exposed, while yet not wholly detached, as the moth waits famished and the needle rusts.

*

“Storia del pavone”
(per Fanny Howe)

L’abbigliamento della gente è talmente misero che, per chi non abbia mai praticato questi luoghi, è quasi inconcepibile. Non si vedono quasi mai scarpe o calze ai piedi dei bambini e spesso neppure delle persone adulte, dacché si infilano solo il feltro delle loro rosse paludi, stando a malapena in verticale.

Gli stracci di cui si vestono sia gli uomini che le donne sono tanto logori e aggrovigliati che è quasi impossibile immaginare a quale capo d’abbigliamento appartenessero in principio. Sfilano uno dopo l’altro abiti logori, filacci, divise da lavoro e capi di seconda mano un tempo eleganti, ora tutti tenuti insieme da nodi e ornati di cenci colorati; ormai non c’è più la minima coerenza nei vestiari.

È stato osservato come queste non meno che bestie non si spoglino mai quando vanno a letto; il fatto è che, non soltanto sono in genere privi di coperte, ma, se una volta si togliessero i vestiti, sarebbe per loro difficile rimetterseli. Non è forse un modo terribile di stare nudi: senza coperta né trapunta, per quanto sbiaditi; giacere nell’invidia della ghiaia sotto l’erba?

Pertanto, indossano giorno e notte il loro abito finché non cade letteralmente a pezzi; anche quando lo si infila per la prima volta, si tratta usualmente di brandelli di abiti dismessi; poiché non c’è nemmeno un soggetto su dieci che si faccia confezionare una giacca su misura, invece di sperperare alla cieca i propri scarsi mezzi, finché alla fine, messi a nudo dal numero e per mancanza d’altro, danno a pegno le unghie delle mani e dei piedi, arricciate, lisce o ruvide che siano, e persino i loro grembi e i loro didimi. È così che si presentano alla vista: fragili e irascibili, senza riparo ed esposti, pur non essendo del tutto distaccati, come la falena che muore di fame o l’ago che arrugginisce.

 

*

(coda)

a tutti quei pianoforti
in attesa dei preludi:

e gioite d’essere nel primo,
come un dannato pavone!

(se spogliato del suo,
ha detto alla sua prole) –

e unitevi a noi nella prossima!

non è mai troppo
l’antico flusso di denaro

preferirei di gran lunga…

ma poi chi di voi alzerebbe

chi

 

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renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all'Università di Padova. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto poeti e poetesse statunitensi, tra cui Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni.
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