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Sonntäglich (Domenicale)

di Stefanie Golisch 

aertsen.jpg

Im andren Zimmer
kaut sich der Tod
Bissen um Bissen
altes Fleisch zurecht.

 

Hier kochen Würste und Polenta,
ein Kind macht Schularbeiten;
für einen Kuß noch 
wäre Platz hinter der Tür.


Ins Freie gehen die Gedanken
der Zerbissenen, bis
kein Gedanke mehr ist.

 
Im andren Zimmer
kämpft das Kind mit einem
Gedicht, das Sterben heißt es da,
sei abendlicher Friede,
eine hohe Kunst.
 
In Wirklichkeit
ist’s aber nur ein Grunzen,
dazu die Mutter Mittagessen kocht.
 
 
Domenicale
 
Nell’altra stanza
mastica la morte
morso per morso
la vecchia carne.
 
Qui cuoce la polenta,
un bambino fa i compiti;
ancora per un bacio
ci sarebbe spazio dietro la porta.
 
Lontano vanno i pensieri
della carne morsa, finché
pensiero non c’e più.
 
Nell’altra stanza
il bambino lotta con la poesia.
Morire, dice il poeta,
è pace serale,
una sublime arte.
 
Per lui è soltanto un grugnire
mentre la madre gira la polenta.
 

2 Commenti

  1. penetrante come può esserlo lo spazio breve tra due lampioni accesi e che basta ad illuminare uno scorcio di giardino che sembra vuoto a notte alta, ma non lo è.
    è lo stesso giardino ma, tra quei due lampioni, di notte, è più facile scriverci su una storia.

    questa poesia va letta in lingua madre e con piacere ho rispolverato le nozioni poco più che scolastiche di questa magnifica lingua.

    diceva Else Lasker-Shuler :”Mi sento vecchia, così come di colpo è invecchiato questo giorno.”, ma qui non c’è nessun colpo, tutto accade con meticolosa cadenza: un morso, un colpo di mestolo, e il bambino che scrive.
    la morte, il cibo, il futuro sono le colonne sincroniche
    che dall’incipit alla fine tengono il lettore avvolto.
    tre colonne che corredano completamente inarcando di totale pienezza l’essenziale ruralità e ruvidezza della scena.

    e di là ci sono i morsi della morte, di qua una madre che gira la polenta – i pensieri sul fuoco, c’è il bambino che fa i compiti
    ecco. la normalità anonima vita- morte, – anonimato che appartiene ai più e proprio per questo, innesca in essi un tenerissimo riconoscersi.
    normalità così scioltamente espressa e avvicinata al comune sentire con una semplicità notevole e che in poesia oggigiorno è difficile trovare trascritta.
    qui la morte non è un mito ma “gioco biologico” di sopravvivenza come il preparare da mangiare o come l’infanzia, quest’ultima che, ancora ignara, sfiora la morte, in questo caso, come sfiora una cornacchia trovata morta in un campo di grano.
    non c’è ansia, non è nemmeno dolore questo aspettare che il pensiero diventi nebbia lontana, che la carne consumi la carne e che le ossa trovino il tempo di pulirsi quando non vi è niente altro da fare.
    versi che fanno parola, miniatura che morendo evolve immensa, lascia l’idea di proseguimento, lascia il calore della polenta nel piatto.
    (almeno questo è il mio leggerla)
    un saluto
    paola

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sergio garufi
sergio garufihttp://
Sono nato nel 1963 a Milano e vivo a Monza. Mi interesso principalmente di arte e letteratura. Pezzi miei sono usciti sulla rivista accademica Rassegna Iberistica, il quindicinale Stilos, il quotidiano Liberazione, il settimanale Il Domenicale e il mensile ilmaleppeggio.
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