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Maurizio Rossi, Mare Padanum (Lavieri 2006)

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di Cristina Babino

Immaginate un mare che, sedizioso d’ogni (m)argine e limine, inondi la pianura padana con cadenze di lune regolari, con pronostici intervalli di maree.
Cosa resterebbe di quella terra fertile e operosa? Chi l’abiterebbe, ritiratesi le acque in una tregua provvisoria, in attesa di futuri, sicuri cataclismi? E quali venture ci si potrebbe per quei sopravvissuti figurare?
I quattro racconti di Maurizio Rossi (Piacenza, 1950) muovono da questo presupposto inaudito, da un Mare Padanum che, prorompente e incurante, ridisegna, ad ogni ritorno di marea, un sur-realtà magica e comica, parossistica e fuori misura, e che restituisce però,  in lampi e squarci, un’immagine di quel lembo vitale d’Italia inaspettatamente credibile, paradossalmente reale. E per questo tanto più inquietante.


Racconti in cui il fantastico (epiche schermaglie di macchine spazzatrici comunali, scienziati improvvisati alle prese con improbabili esperimenti, animali condottieri d’attempate attrezzature belliche, solo per citarne alcuni), soverchia e sfonda di continuo il reale, ma in cui la “cronaca” dei giorni nostri (l’improvvida influenza aviaria, le truffe ai danni di vecchietti pensionati, le insane e imperscrutabili dinamiche delle amministrazioni comunali, e via dicendo) fa sovente capolino a insinuare il dubbio, a suggerir l’idea che dopotutto non meno inverosimile della fantasia sia la realtà.

I due sgangherati protagonisti, Gerbasius e Panfilius – la cui onomastica latineggiante, tanto ricorrente nel libro, ricorda certi esiti sornioni e macaronici del Merlin Cocai –  si muovono in un’ ambientazione iperrealistica, descritta con minuzia estrema di particolari: dettagli agronomici, paesaggistici, topografici, che ci restituiscono, in tutta la sua fisicità, una pianura padana rigogliosa e pulsante, gremita e vibratile.

Perennemente appesi al desiderio inappagato per Mariella la bella del paese, e sempre in bilico tra la vocazione all’attività agricola istigata dal luogo natio e la sicurezza di un invidiabile posto fisso d’impiegati al locale Ufficio Pergamene (tratto che d’inciso li affratella al loro creatore, quel Maurizio Rossi impiegato presso l’Archivio di Stato piacentino nonché appassionato produttore vitivinicolo), i due si ritrovano loro malgrado coinvolti in intricate vicissitudini, mirabolanti avventure, clamorose peripezie in cui la presenza – e il pericolo – incombente del Mare Padanum sembra far da sentinella, legittimare quasi le condotte umane più assurde, i gesti più inconsulti, le azioni più incoerenti. Rossi dipana così, di fronte ai nostri occhi, divertito e divertendo, tutto il disordine e la follia del mondo, tutto il caos quotidiano in cui siamo immersi, in un susseguirsi senza requie di visioni simultanee, di ossimoriche escalation, di climax e affabulazioni che hanno l’impatto fulmineo e l’ironia mirabolante del fumetto, il fascino lessicale delle invenzioni degne d’un nuovo italico Rabelais.

Per riuscire in tale ambizioso intento, provvidenziale è il ricorso dell’autore a un’arma espressiva nuova e affilata, a una lingua reinventata, dove il latinismo s’accavalla alle omissioni di preposizione, all’intreccio sintattico portato al limite estremo delle sue possibilità, all’uso elasticizzato e interscambiabile di aggettivi e complementi.

Quella di Rossi è una fantasmagoria rurale raccontata con sorprendente perizia narrativa, carica di ironia, di intelligenza, di cultura vastissima mai esibita ma abilmente dissimulata, depositata in significative allusioni, sapienti rimandi, esche gettate in pasto al lettore attento e pronto a lasciarsi trascinare “nelle spire della sintassi” (come recita il titolo della mirabile e preziosa postfazione di Claudio Vela) e di un raccontare che trascina, sconvolge e coinvolge in un turbinio di sequenze accelerate in rapidissima, felice successione.
Un’avvertenza: mantenersi sempre vigili al testo, compartecipi delle azioni, permeabili e ben disposti alla sorpresa. E un consiglio: astenersi lettori passivi.

(Pubblicato su “Stilos” il  6.03.2007)

1 commento

  1. Sembra proprio il mio genere questa raccolta di racconti!
    originale, sintetica, attuale…
    se poi viene narrata in modo affilato, con ironia, ben venga, tra le mie mani!

    Ciao Cris
    sempre più brava!
    :-)

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