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Verbosfiora

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di Joe Ross / traduzione di Andrea Raos

Toracecaldo risolinosalto parcoschermo invito materia
Sillabadipendenza carezza golagrattato biplano
Spallaingobbito lavoratoreperversione tambutobattito salariodirigente
Liberomercato crepasquadra incrociocultura falcato embriobistecca
Perifericamenteannegato trascuratezzacaduto amoreaffamato rimasuglio.

L’eleganza del Riccio (Ignazio)

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di

Francesco Forlani

 

Conosco Ignazio da molti anni e ho imparato a conoscerlo attraverso un bel progetto editoriale da lui curato insieme a Paolo Graziano. Ne animava le pagine  un coraggioso manipolo di redattori, cronisti, critici della cultura e dello spettacolo, penne finissime come quelle di Anna Smeragliuolo e di Giusi Marchetta, fotografi come Salvatore Di Vilio, solo per citarne alcuni. Sulle pagine di Fresco di Stampa quello che mi colpiva della scrittura di Ignazio, sia che si trattasse di editoriali o di inchieste era la sobrietà dello stile, l’incisività, l’asciuttezza della frase, quella concretezza che richiama la parola inglese concrete, cemento; the jungle concrete, la giungla di cemento potrebbe essere anche il titolo di quella Campania divisa tra Napoli e Caserta, quella per intenderci che coinvolge città come Aversa dal prefisso telefonico napoletano e dal codice postale casertano. Aversa, la città di cui Ignazio  è non solo uno storico cronista ma uno dei suoi maggiori animatori intellettuali, una delle voci, insieme a quella di Pino Montesano o di Salvatore D’Angelo, di quella radura che è la storica libreria Quarto Stato fondata da Ernesto Rascato.

Questa conversazione, tra Ignazio Riccio e Gianluca Di Gennaro  procede per condensazioni, divagazioni, tappe obbligate, quella di Scampia per esempio nel capitolo 7 , e riflessioni che offrono attraverso le parole del giovane attore napoletano veri e propri spiragli di vento, di correnti d’aria in grado di rendere respirabili luoghi altrimenti cupi, ossessivamente rinchiusi su di sé.

La storia di Gianluca Di Gennaro però non è solo la storia di un giovane attore che riesce a “cogliere” il momento giusto, a giocarsi le sue chance, il debutto a quattordici anni in Certi Bambini ( Premio Flaiano per la migliore interpretazione), le serie, soprattutto Un posto al soleLa Squadra e da ultima Gomorra dove interpreta lo zingariello, insomma di uno che nonostante the jungle concrete ce l’ha fatta. Il valore di questo libro è a mio avviso nel tono generale dello scambio tra i due autori, un tono senza retorica, quel tono di chi è interessato a sapere, più che a far  sapere, parlare più che far parlare. Il suo valore inoltre non va cercato nel memoir che data la giovane età del protagonista, ventotto anni, sarebbe un po’ prematuro, quanto nel tentativo costante di farsi testimone di questo tipo di narrazioni cinematografiche e attraversare con vere e proprie turnè il territorio per disinnescare certi pericolosi dispositivi di sovrapposizione fiction-realtà e certe altrettanto pericolose derive mimetiche che in questi nostri territori “di confine” della legalità ma non solo, visto il successo internazionale di Gomorra, sono all’ordine del giorno. Scrive così Ignazio:

“Scampia per Gianluca non è solamente una tappa lavorativa. Tra il giovane attore e gli abitanti del luogo, durante e, soprat- tutto, dopo le riprese de L’oro di Scampia, si è instaurato un rapporto speciale. L’incontro con Gianni e Pino Maddaloni e con le associazioni che operano per il rilancio del territorio, sommato all’affetto spontaneo dei ragazzi che vivono nelle vele, i cosiddetti borderline, sempre sul filo tra il bene e il male, hanno spinto Gianluca ad assumere un impegno morale e materiale nei confronti di questa gente, di cui lui stesso ci racconta.”

Ecco perchè auguro a Ignazio e Gianluca, al loro libro, di continuare a girare per le scuole, per i quartieri a rischio, facendosi oltre che testimoni messaggeri di un altro mondo possibile al di là di quello che viene solitamente raccontato.

ps

Pochi giorni fa in una delle due scuole medie in cui insegno, in quasi Normandia, un giovane che sembrava appena uscito da una strada dei quartieri, ma francese da almeno tre generazioni, con uno sguardo a metà tra la sfida e la complicità mi spara passandomi accanto : “song xxx di Scàmpia“. Mi sorprende, mi ha quasi battuto, ma poi faccio in tempo  a girarmi e a correggerlo: Scampìa, on dit Scampìa, je t’ai eu!

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Nota di lettura sull’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018

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di Andrea Raos

Se il terrorista di Macerata abbia avuto dei complici, lo stabiliranno le indagini.

Gli ispiratori (i “mandanti morali”) devono essere oggetto di dibattito politico e sociale.

Ma io, quando ho letto i primi articoli dopo l’attentato, d’istinto mi sono detto “Che bravi che sono stati!”, al plurale.

Nomi

1

Paola SIlvia Dolci / Michaela D'Astuto, I processi di ingrandimento delle immaginidi Paola Silvia Dolci

 

i molti sessi dello sguardo

I.

p’tit caporal

i.
36 nodi di vento contrario
il mare è un toro meccanico
ho visto due delfini e una sirena
spaventosa

ii.
carte postale, île rousse
ogni mattina offro il caffè ai pesci
e pianto un seme di albicocca nella sabbia
stasera ti scrivo dalla rhumerie, brugal,
coi mori sotto i platani le cosce incollate
sono così disordinata che sospetto
mi gettino i libri fuoribordo

Lettera aperta alla comunità maceratese (a tutela di quanto si è lasciato fuori)

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[ricevo e pubblico la lettera di Giorgiomaria Cornelio, giovane autore che da due anni vive a Dublino, ma ha vissuto i precedenti 19 a Macerata. E’ un appello complesso, che stasera mi pare tanto più prezioso. Dopo aver vissuto il panico e lo choc di una città sotto assedio ieri mattina, la furia e i fattoidi dei social, la solidarietà irresponsabile di alcuni, e poi le parole semplificatorie e roboanti di vari commentatori politico-televisivi, e ancora la rabbia e l’incredulità a ripensare alla messa in scena dell’attentatore, la foto fattagli in caserma che gira tra i social in stile rivendicazione jidahista, dopo questa massa di pulsioni incontrollate, bisogna subito tornare a pensare, e profondamente, e a rinsaldare una tradizione antifascista e una vocazione all’apertura che qui è ancora ferma, compatta, anche tra i più giovani. rm]

Cari compagni,

la violenza imperdonabile è un sigillo di trascuratezza: consiste, cioè, nel misconoscere con ostinazione il carattere di una città. Nel pretendere, scioccamente, che si faccia parte di una comunità poiché si è italiani, indigeni, figli dei padri. Casa è, piuttosto, il luogo eletto a dimora del proprio nomadismo, del proprio rivolgimento, della propria testimonianza di passo: abitare non solo un paese, ma un’aria che si progetta come indizio di comunità. Macerata abita, da troppo tempo, soltanto la fodera della propria geografia, dimenticando la sua vocazione sotterranea, le sue arborescenze tutte sparse per gli anfratti, le sue presenze e i suoi “roveti ardenti” d’inarrivabile poesia. Per viverla, questa Macerata, occorrerebbe inventarsi (una volta ancora) di essere stranieri nella lettura dei suoi luoghi per restaurare una smemoratezza che è, nello stesso momento, un obbligo a ricordare, a sporgersi un tratto su un istmo di memoria che sempre allude a un oblio d’acqua. Si tratta di farsi custodi di un appello, di appellarsi a quanto per l’immediato ci è sconosciuto, ad una promessa di non appartenenza catacombale. L’unica storia possibile, ora, è la storia dei fiati lasciati fuori, delle testimonianze rimaste inascoltate che pure costituiscono un progetto a venire, e che per questo vanno custodite: una città è quanto sempre veniamo facendo, non quanto è dato per fatto. Un poeta maceratese, Remo Pagnanelli, scrisse:

«Forse, se ascolti bene, c’è l’eco di qualcosa che è accaduto prima e che, non per imitazione, lo ripeto, è innominabile. Altro non esiste e se doveva esserci è restato nel cielo delle infinite possibilità. Cercale anche per me.»

I fatti di questi giorni sono gli indizi di una violenta approssimazione: l’ostinarsi a rivendicare un’identità che sola garantirebbe la qualifica di “veri cittadini”. Ma costituire una comunità vuol dire sfollare la definizione dei suoi dati certi e smentire la naturalità del “primo uomo”.
L’urto sismico costringe a ridefinire la propria geografia nella stessa maniera in cui una scossa sociale dovrebbe essere intesa come radicale occasione per ritrattare i propri modelli: farsi stranieri in casa propria è, oggi, una necessità ineludibile. Un piano di edificazione è possibile laddove si è disposti ad abolire le qualifiche e le specifiche fissate come immutabili, e laddove si è disposti a cercare e a custodire quanto trabocca dalla propria cronistoria cittadina.
Non è più tempo, oramai, di liturgie della distruzione.

Giorgiomaria Cornelio

 

 

 

 

 

 

Facciamo un esempio. Simonetta Spinelli

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di Jamila Mascat

 

A fine 2017  DWF ha dedicato un numero speciale a Simonetta Spinelli, venuta a mancare a febbraio dello scorso anno.  Il numero raccoglie tutti i suoi scritti  – Scritti politici– pubblicati su DWF tra il 1986 e il 1998, anni in cui Simonetta ha fatto parte della redazione della rivista. Ciascun testo è stato riletto e introdotto  – si legge nella presentazione del numero – da donne “che con lei hanno avuto una relazione significativa”. Mi sono sentita per molti versi un’intrusa in mezzo a questo gruppo di donne, intime compagne di Simonetta, che per lei  hanno certamente significato molto. Posso dire, a mia volta, che l’incontro con i suoi scritti ha significato tanto per me.

Mi è stato chiesto di rileggere un testo del 1993 intitolato Le faccio un esempio, che ripubblico qui sotto (e a seguire la mia rilettura per DWF).

Questo l’indice del numero

MATERIA

Poesia
Edda Billi

Sì, Simonetta è proprio ancora come dicevi tu
RILETTURA DI JE NE REGRETTE RIEN, 1986
Patrizia Cacioli e Paola Masi

Chi ha parlato per noi?
RILETTURA DI IL SILENZIO È PERDITA, 1986
Francesca Manieri

Fantascienza. Nuovi mondi e nuovi corpi
RILETTURA DI DEL SESSO E DI ALTRE ALIENE QUOTIDIANITÀ, 1991
Liana Borghi

Il lesbismo come politica
RILETTURA DI NELL’INSIEME E NEL DETTAGLIO, 1991
Bianca Pomeranzi

Facciamo un esempio
RILETTURA DI LE FACCIO UN ESEMPIO, 1993
Jamila Mascat

Decostruire – Ricostruire l’immaginario
RILETTURA DI HO FATTO A PEZZI LA REGINA CRISTINA, 1998
Monica Pietrangeli

SELECTA

ELENA GENTILI. LA MIA PRESENTAZIONE PER DWF, 1993
Simonetta Spinelli

Recensioni a cura di Simonetta Spinelli, 1994-1998

***

Le faccio un esempio 

di Simonetta Spinelli,  DWF, 1993,1 (17), pp. 18-21

Un corso di aggiornamento – tema: prove oggettive di valutazione – in cui vengo edotta su come misurare i livelli di apprendimento della popolazione studentesca che ho davanti, con la formula matematica x per  fratto c (margine di casualità delle risposte). Una classe – tema: un’insegnante poco seria in azione (si fa per dire) – e Vanessa che suda e cambia colore perché ha deciso (lei, io nemmeno ci provo) di farsi ‘verificare’ (ma lei non lo sa che le interrogazioni nei recenti progetti ministeriali si chiamano verifiche.

Anche Vanessa è una studente poco seria. Mangia a tutte le ore, soprattutto quando è a dieta.

I grafici sono labirinti in cui inciampa, rotola, si perde. I suoi ormoni entrano in agitazione solo quando vede la sua cavalla – e di ciò dà ampia testimonianza scrivendo Prune in ogni spazio libero del banco (nel senso di spazio non precedentemente occupato da disegni di cuori con scritto dentro Prune). Il margine di casualità delle risposte rappresenta la sua metodologia di studio. Se affronta, sudando e soffrendo, l’interrogazione è solo perché non vuole perdere la faccia con me (mi ama, per quanto trovi insensata la mia fissazione per l’economia). Per lei sono un’eccentricità culturale. Conosco un mucchio di parole e di cose. Sono il suo vocabolario e la sua enciclopedia. Le evito di fare le scale per raggiungere la biblioteca. Chiedermi spiegazioni ai più disparati quesiti è meno faticoso. Se non avessi il vizio di ossessionarla con la fatidica frase: “Fammi un esempio”, per lei sarei quasi perfetta. La ricerca degli esempi è il suo prezzo da pagare ad un insegnamento non convenzionale, ma le risolve, in fondo, il problema dei grafici. Per il resto, grazie al cielo, io sono io e il mondo è il mondo. E del mondo conosce le regole, e dove non conosce, e non trova esempi, rintraccia scorciatoie. E utilizza, per ovviare alla mancanza di logica e al disinteresse costante per tutto ciò che non somigli a un cavallo, la sua enorme carica empatica. Fa il cucciolo. Si fa adottare. Le riesce, a volte, anche con me. Comunque tenta. E allora mi guarda con l’aria di una che si vuole far perdonare, perché ha imparato un’altra lezione più antica, che non è la mia ma funziona: se non trovi l’esempio svicola, distrai, aggira, mimetizzati.

Per Vanessa il femminile è questo. Poi esiste l’autorità: un incrocio dove il maschile e il femminile vivono una confusione di generi che – se avesse le parole per dirlo – chiamerebbe neutro, ed esprime una mozione d’ordine. Io non sono un’autorità perché non esplico funzione magistrale. Perché credo che l’unico magistero possibile sia “fare un esempio”. E che l’esempio sia altro dalla mozione d’ordine. Che codifica il linguaggio invece di inventarlo e blocca, così, proprio la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là. Quello che non è stato detto. E che Vanessa rintraccia, a volte, solo nella materialità della sua vita, quando mi sorprende, nel tentativo di spiegarmi l’ultima prodezza della sua passione, e rotola sulle parole note, e si intriga e poi, all’improvviso, le si accende di complicità lo sguardo, e mi racconta – su un patto di ascolto che dà per fondato tra me e lei, e in cui si dimentica che mi vive come un’eccentricità culturale – “Prune, sa… le faccio un esempio”. Ciò che fa ostacolo tra lei e me – e fa sì che Vanessa legga in termini di eccentricità culturale la consapevolezza di essere un soggetto sessuato e la visione del mondo che ne deriva – è la mancanza di un’autorità femminile, nel senso di autorità di un soggetto collettivo che rimanda immagine, tanto da rendere possibile il collegamento tra la sua materialità di vita e la mia in un orizzonte di senso comune. Al di fuori di questa mediazione, il passaggio di consapevolezza è parziale ed episodico, legato ad un ascolto che non si pone come regola di necessità, ma viene utilizzato a senso unico, e ritradotto in termini di attitudine caratteriale, disponibilità da dama di S. Vincenzo o altro (che nessuna, per favore, mi venga a spiegare che anche le dame di S. Vincenzo nel loro piccolo ecc., perché non è qui il punto).

La teorizzazione è fondata, ma mi sembra che grande sia la confusione sotto il cielo stellato. Vanessa, se non fosse Vanessa, mi chiederebbe: “Mi faccia un esempio”.

Questo mi sembra faccia ostacolo: abbiamo perso la capacità di esemplificare. Il che non è senza conseguenze. La forza del movimento è stata costruire pensiero e dimensione culturale aperte, in espansione, in cui ognuna poteva rintracciare il senso che partiva dalla sua vita e alla sua vita restituiva rimandi. L’autorevolezza collettiva era costituita da un costante lavoro di svelamento da cui, chi da quell’appassionamento si lasciava prendere, come da un’irrimandabile necessità, era partecipe e beneficiaria. La costruzione di linguaggio si articolava su una miriade di esperienze singole e collettive, di interpretazioni che sedimentavano una cultura altra: ogni esperienza esemplificativa di un punto che rafforzava trama di rapporti e colore. Costruire somiglianze e appartenenze era costruire parallelamente la reciproca necessità di ascolto. Segnale in un rumore di fondo continuo, la voce dell’altra/delle altre era la banda sonora verso la quale indirizzare la propria voce, evitando dispersioni nel vuoto. Abbiamo insieme assunto lo spazio come spazio nostro. Spazio di un corpo, di luoghi, di discorso. Del farsi corpo, luogo, discorso verificavamo – per esempi – gli esiti.

Proprio sugli esiti c’è stato un arroccamento. Ognuna ha scelto il suo esito. E questo ha spostato l’attenzione dal collettivo al singolare, dalle pratiche alla pratica, dall’autorevolezza all’autorità.

Se individuo un esito come l’unico possibile, non ho bisogno, né desiderio, di ascolto. L’ascolto mi fa perdere energia, mi distrae dal mio esito. Il percorso che ignoro, all’ascolto del quale mi chiudo, è come se non esistesse e, quindi, non crea dissonanze con il mio. Né mette in discussione l’equilibrio che quell’esito e quel percorso stabilizzano. Ma un percorso che ho, scientemente, deciso di non conoscere, mi evita la fatica di esemplificare. Perché l’esempio serve a chi considera necessità politica l’ascolto. Funziona a doppio senso. O non funziona. Se non episodicamente per la solita banale casualità. Se l’ascolto non è una necessità, e può essere interdetto, fondare autorevolezza collettiva è fatto di scarso rilievo. Prioritario è il rafforzamento di un’autorità, che è tale perché capace di trasmettere quell’esito, indiscusso perché dato come indiscutibile. In quest’ottica, autorevole non è ciò che svela senso, ma ciò che – collegato all’autorità – svela e ripete quel senso. E ripropone negli stessi termini – perché deve riprodurre quell’esito – la medesima forma di autorità: genealogicamente definita da tratti somatici simili a quelli trasmessi da madre in figlia (anzi più somiglianti, visto che i padri nel DNA delle figlie riescono sempre ad infilarsi).

Correlata a questa iperfetazione dell’autorità è la proliferazione massiccia non di figure femminili (che era quanto qualcuna di noi si augurava) ma di ‘eccentricità culturali’. Cioè di individualità femminili scollegate le une dalle altre, definibili attraverso caratterizzazioni più macchiettistiche che politiche. Semplificazioni per stereotipi: la lesbica, la filosofa, la stravagante. Ordini di scuderia al posto di donne concrete che costruiscono spazio di libertà: sei “della differenza sessuale” o “del pluralismo democratico”. Il Palio di Siena – direbbe Vanessa – si corre per contrade. La banalizzazione è oppositiva: o/o. Non ammette sfumature né passaggi. Fissa un codice di stretta osservanza, traducibile solo attraverso parametri dati. Prevede una regola rigida e un meccanismo sociale di controllo. Al contrario dell’esemplificazione, che tende a riassumere la singolarità dell’esperienza ma, nello stesso tempo ne evidenzia percorso ed esiti, e ne restituisce un senso passibile di essere applicato a situazioni altre. Non fonda categorie ma metodologia di indagine. E proprio per questo è trasmissibile, in quanto allarga la dimensione del possibile senza immediatamente costruire una gabbia.

Se non esiste questo rimando dall’esperienza singola a quella collettiva e viceversa, se non assumo la stravaganza, rispetto a me e rispetto ad un’altra donna, come categoria conoscitiva, e non rintraccio nel mio e nel suo essere eccentrica ad un codice, e negli esiti di svelamento che tale eccentricità produce, il punto di incontro e di comunicazione che costruisce tra noi discorso, probabilmente avrò fondato un equilibrio, ma non libertà, né autorità femminile. Sarò al più quella dispensatrice di mozioni d’ordine, che Vanessa a volte teme e a cui a volte aspira, perché – come dice lei – “Quel povero cavallo mio non ne può più dell’economia”.

 

*** 

Facciamo un esempio

di Jamila Mascat, DWF,2017, 1 (113)

Comincio facendo un paragone, non un esempio, che forse a Simonetta non sarebbe stato gradito. Lo faccio per deformazione professionale (il mestiere è affibbiare concetti a fenomeni, e viceversa), ma anche per distinguere meglio, non per assimilare. In un saggio sul metodo, intitolato “Che cos’è un paradigma?”, G. Agamben illustra le virtù di questa forma esemplare per la ricerca in filosofia, da Kant a Kuhn passando per Foucault. Per Agamben, il paradigma, che in greco è “esempio”, permette a chi conduce l’indagine filosofica di  isolare e comprendere figure, connettere eventi ed espedienti, produrre scomposizioni e ricomposizioni, espandere e inventare.  L’intento che anima il discorso di Agamben  non è pedagogico né politico, ma metodologico, sebbene  l’autore, citando Heidegger, esprima un certo disagio nei confronti della speculazione su questioni di metodo: quasi si trattasse di affannarsi ad affilare coltelli quando in realtà  non c’è nulla da tagliare.

Simonetta sceglie l’esempio per “la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là”. A voler fare etimologia da bar, si direbbe che mentre il paradigma indica, mostra e dimostra (παραδείκνυμι), l’esempio opera una trazione, un’estrazione, un movimento centrifugo, qualcosa che somiglia più a una scoperta che a una prova (eximere).

L’esempio è eminentemente politico e pedagogico perché è il primum dell’impegno, perché nuoce gravemente al solipsismo, perché consente l’esercizio di un’euristica dal basso. Nulla a che vedere con gli exempla medievali, nessuna esemplarità da erigere sul piedistallo per combattere le forze del male e le tentazioni eretiche; nulla a che vedere con le mozioni d’ordine, come dice Simonetta.

Piuttosto nell’esempio si condensa la fatica genuina di scoprire e condividere quel che è proprio, e che non merita di rimanere relegato nei confini angusti delle singolarità-a-tutti-i-costi o nella gabbia delle “eccentricità culturali”.

“Abbiamo perso la capacità di esemplificare”, scrive. Abbiamo smesso di considerare fondamentale e doveroso il compito di parlare per essere comprese? Abbiamo  dimenticato che partire da sé non significava rimanere al punto di partenza? Abbiamo frainteso?

Le mie studentesse di Gender Studies, studente direbbe Simonetta, student* direbbero loro, hanno un’idea troppo pudica, o semplicemente distorta, della parola femminista. Ne fanno una parola timida e modesta che può pronunciarsi solo alla prima persona singolare, che può parlare per sé e di sé, ma difficilmente può parlare d’altro (di ciò che non ha sperimentato, vissuto, toccato con mano) e ancor meno può parlar d’altre. Tutto quel che trascende la membrana del sé finisce male e rischia d’imbattersi in due peccati capitali : l’impostura o l’astrazione. Le invito a peccare in continuazione, ma con scarso esito e con un certo rammarico.

Giovedì, di nuovo, si parlava in classe di astrazioni. “Donne” sarebbe una di quelle glaciali astrazioni, fuori moda e impronunciabile. E se dicessimo “patriarcato”, “sfruttamento”, “libertà”, “imperialismo”? Ancora astrazioni impietose, colpevoli di radere al suolo la miriade di cose, modi e maniere plurali che fioriscono su questa terra, con il solo scopo di renderle nominabili e, per approssimazione, in un certo senso, comuni. Possiamo davvero farne a meno?

Ho suggerito che possiamo, e che anzi dobbiamo, permetterci di astrarre quanto basta per salvaguardare un mondo condiviso dalla minaccia dei linguaggi privati e dei private jokes che non divertono nessuno.

Poi ho tirato in ballo Simonetta, ho scritto il suo nome alla lavagna con un pennarello verde scuro, e ho usato il suo esempio degli esempi. Che non fa appello all’astrazione, ma è servito a perorare la causa dei rimandi ad altro contro quella dei vissuti a circuito chiuso. L’esempio è un fenomeno singolare, concreto e ben radicato da qualche parte, che si lascia volentieri trasportare altrove. Dovremmo prendere esempio dagli esempi, esigere di essere trasportabili, forse non ovunque, ma da qualche parte.

Alla fine ho fatto un esempio, distopico: come sarebbe un mondo in cui nessuna è più capace di esemplificare? Rinunceremmo a conoscerci. Non avremmo più nulla in comune. Perderemmo comunanza, ridotte a fare comunella. Smetteremo di tradurci l’una per l’altra. Non avremmo niente da imparare. Ci resterebbe poco da fare, in effetti. Forse solo chiamarci per nome, e poi retrocedere in silenzio, a riposo.

Tutto nel mondo è burla

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di Giorgio Mascitelli

Tutto nel mondo è burla/ l’uom è nato burlone,/la fede in cor gli ciurla,/ gli ciurla la ragione sono i primi versi della fuga che conclude il Falstaff verdiano. Benché sia avviata dallo stesso Falstaff, questa fuga è intonata da tutti i personaggi beffati e beffatori o spesso entrambe le cose. Questo aspetto cambia tutto il senso dei versi: infondo se a cantare fosse il solo Falstaff, la cosa non sarebbe interessante perché il fatto che un cialtrone veda in luce cialtronesca tutto il mondo non fa problema. La fuga invece falstaffizza, per così dire, tutti i personaggi e la misura di Falstaff diventa la misura del mondo. C’è di che preoccupare ben più di un cardinale se fede e ragione vacillano davanti alla burla. Qui è probabile che  il librettista Arrigo Boito  abbia una reminiscenza della sua gioventù scapigliata e attraverso di essa dell’ironia romantica.

Nella vita contemporanea l’affermazione che tutto nel mondo è burla è diventata per così dire uno scarto di lavorazione, un residuato dello stile di vita, un sottinteso  che non si sa bene dove smaltire perché nessuna forma di coscienza, anche quella minima banalmente funzionale all’espletamento di una serie di operazioni che il sistema richiede, può sopportare di vivere in un mondo dove, se tutto è burla, lo sono anche i drammi del proprio narcisismo. In più è difficile trovare negli esseri umani in carne e ossa l’encomiabile souplesse di Falstaff, che essendo beffato anziché beffatore, non per questo perderà appetito e buon umore. Il rischio concreto è invece quello di imbattersi costantemente, talvolta anche nello specchio del proprio bagno, in Falstaff dimagriti, irritabili e sommariamente scolpiti dal fitness del logorio della vita moderna che vedono stagliarsi il proprio dramma su un mondo che considerano, di solito in modo subliminale e inconsapevole, pura burla.

Per sgombrare il campo da equivoci: questa idea che tutto nel mondo sia burla non produce necessariamente persone inclini alla risata, specialmente tra coloro che non sanno di avere quest’idea. Anzi spesso il modo in cui  la coscienza la sperimenta soggettivamente è una forma di conflitto interiore tra la spinta a raccontarsi una storia su di sé con le sue necessità drammatiche e l’evanescenza del mondo, oggi poi acuita dalla sua percezione in forma virtuale.  Di solito, tuttavia,  conflitti di questo tipo sono generati dall’ideologia dominante e nel contempo la celano . Come si è detto sopra, qui però  la cosa è di natura più singolare perché l’idea del mondo come burla non è affatto funzionale all’ideologia dominante, che tende invece a costruire una sua religione del denaro, ma è piuttosto un effetto collaterale o meglio una reazione psicologica al contatto prolungato con forme invasive di razionalità strumentale.

Il problema letterario della rappresentazione critica di una società dominata dall’idea che tutto nel mondo sia burla è molto complesso: non si tratta infatti di far emergere e cortocircuitare una forma di falsa coscienza ideologica perché quest’idea non è paragonabile a pregiudizi sociali come, per esempio, quella che gli schiavi siano tali per natura o che l’economia sia una scienza naturale. Data la sua natura di effetto collaterale, questa idea è la forma apparentemente oggettiva in cui si presenta l’immutabilità di fondo dei rapporti di potere e di produzione nella nostra società a una coscienza reificata, che è qui un modo veloce per dire una coscienza che non si percepisce affatto come dentro la storia, come prodotto e soggetto di mutazioni storiche.

Un modo di rappresentazione naturalistico, per così dire, potrebbe essere quello di creare un personaggio tipico, che incarni l’idea che tutto nel mondo è burla e che agisca in situazioni tipiche. E’ un modo di rappresentazione diretto e chiaro in cui possiamo ridere impunemente del personaggio, che riflette nella sua tipicità un processo magari anche diffuso, ma estraneo alla condizione dello scrittore e del lettore. “Se leggi, allora non sei così” e “De nobis fabula non narratur” sono i messaggi sottesi alla forma di questa rappresentazione, il che non impedisce naturalmente che per queste via si possano scrivere capolavori di tipo paesaggistico, in cui il presente di questa percezione è raccontato come se fosse quello di un paese o di un tempo lontani. Le forme, oggi molto in voga, da docufiction rendono invece più difficile la percezione di questa situazione perché, usando materiali di documentata verità, ubbidiscono alla spettacolarizzazione della realtà, che è uno dei fattori che ha prodotto nel nostro tempo la convinzione che tutto sia burla.

La rappresentazione per via umoristica presenta il vantaggio, che è al contempo uno svantaggio, di consentire spazio per svariate avventure dello scrittore e del lettore. Eppure lo scrittore umoristico è singolarmente sprovveduto di fronte all’idea che nel mondo tutto è burla: egli sa imitare parodicamente il discorso di un avversario o metterlo in ridicolo tramite l’ironia, ma qui non ci sono avversari; sa far emergere, rendendo ipertrofico un dettaglio strano e casuale, una verità nascosta, ma questa non è una verità nascosta bensì un’opinione condivisa; sa far girare le parole in modo che l’insensatezza del linguaggio illumini l’insensatezza di ogni cosa, ma qui il problema è illuminare l’insostenibilità che tutto sia burla salvo le proprie tragedie private. E’ chiaro che per un tema del genere ci vorrebbe uno scrittore tragico, ma la nostra cultura da almeno un paio di secoli non produce e più e, soprattutto, ha rimosso le premesse simboliche che ne consentivano la nascita. Lo scrittore umoristico allora deve sapere di agire come un supplente di una letteratura tragica che non è più possibile nell’attuale contesto non perché, giova ripeterlo, non ci siano più tragedie nel mondo, ma perché non è più sostenibile la loro dicibilità.

Non c’è naturalmente nessuna censura o nessun interdetto nei confronti della tragedia, anzi possiamo liberamente oggi informarci su una quantità di tragedie pressoché illimitata, anche se nella maggior parte dei casi in forme spettacolarizzate, è semplicemente il corso delle vite nella nostra società che lo rende impossibile. Infatti se, come spiega Hartmut Rosa, la nostra società è determinata da una continua accelerazione dei tempi della vita e in particolare se ‘l’accelerazione sociale è definita da una crescita nei ritmi di decadenza dell’affidabilità di esperienze e aspettative e dalla contrazione degli archi temporali definibili come “presente”’ ( H. Rosa Accelerazione e alienazione, trad.it. Torino 2015), non c’è modo di rappresentare comprensibilmente e credibilmente  in forma tragica questo processo esasperato di caducità dell’esperienza, che permette di credere che tutto nel mondo sia burla.

Allora resta soltanto la scrittura umoristica, ultima supplente, per tentare di esprimere cosa implichi veramente l’assunto che tutto nel mondo è burla, ma è una via contorta che si avvicina per approssimazione, allusivamente, in quelle forme paradossali che oscillano tra oscurità e illuminazione, al suo oggetto.

 

 

 

 

Su Pacific Palisades, dal libro alla scena

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di Mario De Santis

Avevo letto Pacific Palisades prima di vederne la mise en scene fatta con la regia e la lettura di Alessandro Baricco e la con video installazione e con la musica dal vivo di Michele Tescari suonata dall’autore e dai suoi musicisti, a Roma nel programma RomaEuropa Festival.

Il testo mi era sembrato diverso da quelli scritti da Voltolini che avevo letto negli anni 90, ad iniziare dal primo Un’intuizione metropolitana. Il registro di Voltolini finita la lettura su carta, mi aveva lasciato l’impressione di una partitura che rispetto ai primi libri, avesse minori combinazioni sonore nella prosodia, minori risonanze di ritmi, era come rallentata, non insisteva sulla ricercatezza verbale.  Insomma quello che Lotman direbbe un “tasso figurale” più basso, anche se paradossalmente con la scelta del verso – lungo – e gli accapo – il libro si dispiegava in un poema, in un dispositivo narrativo più nettamente versificatorio e “largo”. LA prima lettura è stata però corretta dalla sua esecuzione nello spettacolo per la scena su cui tornerò alla fine nella postilla**

Nel libro c’è pur sempre un’intuizione, ovvero un pensiero che  rincorre sé stesso, non solo la percezione ma in misura maggiore il ricordo, mescolando tutto. Tiene assieme un intreccio di storie che sembra affondare nella biografia autoriale, con sfumature di luci, atmosfere, riflessioni sul tempo. Pacific Palisades narra di varie figure di un’Epopea famigliare, sei fratelli dispiegati biograficamente nel secolo Ventesimo che fu popolare e industriale – e in questo caso comprendiamo quanto, interamente, con questi caratteri, si debba considerare torinese

Quando non aprire

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Mariasole Ariot, Quando non aprire

di Mariasole Ariot

Quando chiudere la porta, quando aprirla, quando la porta è piena, quando la luce è incomprensione, quando la pelle è putrefatta, quando la luce è accesa, quando è scesa sulle cose …

Come un polittico che si apre

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Esce domani in libreria per l’editore Marcos y Marcos il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  Come un polittico che si apre, libro intervista con Marco Corsi per i settant’anni dell’autore. Ne diamo qui volentieri un’anticipazione. Buona lettura a tutti. 

di Franco Buffoni

ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI:

SUL VIVERE IN SOCIETÀ 

Siamo tornati al clima di partenza, perché queste conversazioni si sono protratte nell’arco di un anno. Oggi il tempo è benigno, promette una discreta primavera, e vorrei parlare della tua attività di pensiero e di impegno nei confronti della società… prenderei le mosse da un titolo che sbirciando in metropolitana in questi giorni mi ha particolarmente colpito, su uno di quei giornali gratuiti che vengono diffusi ad ogni angolo: “Anche i gay possono adottare”. Ecco, vorrei riflettere con te sull’utilizzo di un termine ancora inquadrato come categoria estetica, invece che come realtà di un individuo, come suo modo di essere all’interno della società; un appellativo ancora lontano da un riconoscimento dei diritti naturali della persona. A partire dall’aggettivo “naturale”, vorrei chiederti della differenza tra “diritto naturale”, per certi versi sempre tirato per la coda dai conservatori, a dispetto di quel “diritto positivo” che si è affermato con l’illuminismo ma che ancora non si è imposto completamente. C’è questa frizione evidente, anche con le direttive ONU e le direttive europee. Che cosa vuol dire, per te, trovarsi ancora in Italia nell’evidenza di una situazione sociopolitica che si rispecchia in un titolo come “Anche i gay possono adottare”?

Quel titolo è certamente uno specchio dello stato anche della lingua italiana. Il fatto di dover ricorrere a un ex aggettivo della lingua inglese è sintomatico. Gli inglesi però metterebbero la s del plurale. Altrimenti parlano di gay community, che comprende tutte le categorie che noi tentiamo di rappresentare con la sigla Lgbt, a cui continuiamo ad aggiungere lettere. Adesso è Lgbtqi per comprendere anche Queer e Intersex. Peraltro, quando la sigla era solo di quattro lettere, personalmente preferivo Glbt per una questione metrica. Glbt è quadrisillabico, mentre Lgbt è un pentasillabico. Questa cosa la dissi in pubblico a un convegno di militanti e vidi attorno a me solo occhi sgranati: capii che non era il caso di insistere. Dobbiamo ricorrere ai termini inglesi perché non abbiamo le parole adatte, se non nella volgarità dei dialetti. (Omosessuale perlatro è un termine medico ottocentesco). E non abbiamo le parole perché non avevamo il reato, i nostri codici non contemplavano il crimine. Invece il mondo di lingua inglese aveva il reato e lo definiva, poi l’ha abolito, ma sono rimasti i termini per definire lo status. Noi non avevamo il reato, persino il codice Rocco non menziona l’omosessualità: si mandavano al confino gli omosessuali come disadattati o asociali. Tornando al tuo titolo, è evidente che l’espressione ad effetto “Anche i gay” strizza l’occhio a quella parte di pubblico che ritiene gli omosessuali altra cosa da sé. Così denunciando una non-accettazione intrinseca. In effetti oggi un giudice in Italia può solo valutare caso per caso. Quella invocata dal titolo sarebbe stata la stepchild adoption, che M5s non volle far passare, sulla pelle di sei milioni di italiani e delle loro famiglie, per mettere in difficoltà il Pd.

Già, il canguro…

Non riesco ad esclamare: Right or wrong my country! Che poi un giudice illuminato a Trento emetta una sentenza a favore, vuol dire soltanto che la società civile è più matura del legislatore, che il potere giudiziario è più avanzato rispetto al legislativo. Quanto alla riflessione generale che la tua domanda presuppone, ebbene, mi illusi negli anni settanta e primi ottanta che le cose si stessero finalmente muovendo: divorzio, aborto, cambiamento di sesso, legge Basaglia…

Poi che cosa accadde?

Accadde che la revisione craxiana del concordato nel 1984 portò al subdolo imbroglio dell’ottopermille, che arricchì enormemente la Cei. Abolendo l’assegno statale di congrua ai sacerdoti, sparirono i preti del dissenso: la loro sopravvivenza ormai dipendeva direttamente dalla Cei, che poteva affamarli come e quando voleva. Cl e Opus dei si infiltrarono nei centri di potere e i diritti civili in Italia restarono al palo.

Con la seconda metà degli anni Ottanta l’Aids…

Paralizzò tutto, anche sul piano del costume, ma fece sorgere una solidarietà nuova tra appestati e reietti: un senso di comunità; poi ebbe inizio il ventennio del Menzogna, quello secondo il quale Eluana poteva ancora partorire. La nostra timida ripresa è dovuta all’Europa: grazie ai danesi, agli olandesi, ai belgi e via via a tutti gli altri: noi come sempre fanalino di coda. Il nostro ritardo e la parzialità della legge approvata nel 2016 dimostrano una grave arretratezza, implicita per altro nella prima parte della tua domanda, con la menzione di diritto naturale e diritto positivo…

Vogliamo parlarne brevemente?

La teoria del diritto naturale, o giusnaturalismo – alla quale i clerico-fascisti ancora oggi si rifanno – postula l’esistenza di una serie di princìpi eterni e immutabili, inscritti nella natura umana, cui si darebbe il nome di diritto naturale. Il diritto positivo – cioè il diritto effettivamente vigente – non sarebbe altro che la traduzione in norme di quei principi. Per le confessioni religiose ovviamente si tratta dei princìpi dettati dai loro testi sacri. Per gli studiosi laici ottocenteschi i princìpi furono quelli di giustizia e di equità, oppure concezioni quali il “popolo” e lo “stato”. Non essendoci accordo sui princìpi – a meno che essi non siano imposti da un potere autoritario – il fondamento stesso della teoria del diritto naturale venne considerato obsoleto già alla fine dell’Ottocento, quando cominciò ad affermarsi il positivismo giuridico o giuspositivismo che, contrapponendosi al giusnaturalismo, asserisce che il diritto è solo ed esclusivamente diritto positivo, e non può esservi spazio per alcun diritto naturale trascendente il diritto positivo. La filosofia del diritto si sposta così dal campo del trascendente a quello dell’immanente, dal dominio della natura a quello della cultura. Sono in tal modo poste le basi per il successivo e fondamentale passaggio che nel secondo Novecento porterà al costruttivismo relativistico giuridico. Quindi il ricorso alle categorie del diritto naturale nel secolo XXI per contrastare unioni omoaffetive e GPA non ha alcun fondamento scientifico. E’ antistorico, patetico.

Per rimanere su un terreno linguistico, quando parlo con persone della tua generazione, a dispetto del confronto che posso avere con i coetanei o con quarantenni che non provengono da territori accademici e di ricerca… ecco, tu prima hai fatto ricorso a un termine come fascista, connotandolo. Quanto si è dimenticato, quanta parte di memoria è andata persa con l’evoluzione dei costumi e dei comportamenti? Insomma, che cosa è accaduto? C’è stata davvero una rivoluzione socio-politica? E il Welfare? Se un tempo il costume condizionava il pensiero politico, quanta memoria bisogna recuperare per uscire da una condizione così disarmata e ondivaga che non riesce a produrre niente di concreto a livello sociale, politico e economico?

Vorrei risponderti sempre sulla base degli studi che ho compiuto. Solitamente chi scrive nel campo della memorialistica omosessuale è qualcuno che ha studiato, che ha potuto riflettere su sé stesso: un intellettuale, scrittore poeta filosofo. Un individuo, portato all’individualismo. Il popolo, nella sua saggezza, ha sempre risolto questi problemi a modo suo. E pure la chiesa cattolica. La soluzione della chiesa era una bella veste nera che tutto ricopriva, dal collo fino ai piedi, e poteva diventare anche rossa o persino bianca… Mentre il popolo si era inventato le categorie dei femminielli, delle checche… trovando un ruolo per queste persone, proprio come lo trovava la chiesa. Perché nelle nostre famiglie contadine, il figlio più sensibile, più intelligente, più delicato di salute, quello meno adatto a produrre figli e arare i campi, andava in seminario. Poi va beh, se ci scappava qualche chierichetto ogni tanto, si chiudeva un occhio. L’attenzione ecclesiastica per i pre-adolescenti c’è sempre stata. Che cosa credi che accada – da sempre – nelle scuole coraniche? La differenza è che oggi nel mondo occidentale la si denuncia definendola pedofilia: è il tramonto di un’epoca e di una civiltà culturale.

Dicevi dell’intellettuale…

C’era una élite intellettuale che talvolta lasciava qualche testimonianza. Non tutti, certamente. Gadda per esempio, distrusse ogni traccia delle sue memorie; resta una lettera di Montale del 21 novembre 1946 indirizzata al critico Silvio Guarnieri: “Carissimo Silvio, qui le cose non vanno bene, ora i giornali escono a due pagine perché manca la corrente per le industrie, cartiere comprese; e così anche la collaborazione al «Corriere» (unico mio reddito) sarà molto ridotta. (…) Landolfi è sempre a Pico ed è meglio per lui che stia là. Il «Mondo» è morto. Carlemilio è a Venezia con alcuni pennerasti (si impaluda sempre più) e degli altri meglio non parlare… Tuo Eusebio”. Il sommo poeta s’inventa un dispregiativo per gli amici omosessuali dell’omosessuale Gadda, storpiando il nome di Sandro Penna.

Toglie il fiato…

Poi c’era il popolo che aveva le sue soluzioni, mentre i codici ignoravano il problema. Questa secolare tradizione è stata messa in discussione da istanze giunte dal mondo anglosassone e nord-europeo. Sappiamo bene con quanta ostilità da parte della chiesa cattolica e delle destre. Attraverso la musica leggera e il cinema nuovi modelli sono penetrati nel tessuto sociale più semplice e popolare. E il costume è mutato. Ricordo che in una circostanza pubblica, quando uscì Zamel nel 2009, avevo fatto un lineare excursus citando i vari pionieri della emancipazione omosessuale, fino all’Associazione americana di psichiatria che il 17 maggio 1990 ottenne la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: da qui la festa del 17 maggio ormai celebrata in tutti i paesi civili. Ebbene, alla fine, bonariamente, un ascoltatore intelligente osservò: “Dal suo discorso sembrerebbe che da Stonewall nel 1969 si sia passati al manifesto del Gay Liberation Front e poi al 17 maggio come per una lineare evoluzione. E che le legislazioni nei vari paesi ne abbiano preso atto derubricando il reato di omosessualità tra adulti consenzienti. Fino al riconoscimento delle unioni civili e poi del matrimonio egualitario. Però se pensiamo alla fascia medio-bassa della popolazione, che è la più numerosa, forse più dei documenti da lei citati hanno giocato un ruolo fondamentale le canzoncine di Raffaella Carrà”. Credo che il gentile interlocutore avesse ragione. Forse oggi citerebbe Maria De Filippi che apre al tronista gay… In effetti le canzoncine della Carrà permisero un’espressione di gaiezza totale agli zii operai d’Italia. Come oggi Maria De Filippi entra nelle case degli ex-contadini e dei piccolo borghesi mostrando che domani il figlio timido potrà salire su quel trono e scegliersi un fidanzato. Sui grandi numeri inevitabilmente Elton John e la Carrà sono imbattibili. E noi intellettuali con le nostre rivendicazioni di diritti costituiamo un’astrazione. Ci vogliamo anche noi, certo, ma è evidente che nella società italiana prima è venuta Raffaella Carrà con la sua subliminale operazione, e solo molto più tardi la (parziale) acquisizione legislativa. In pratica si doveva riconoscere qualcosa che nella concezione giuridica italiana non era mai stata sancita come reato. Che semplicemente non esisteva.

Interférences #15 / Il romanzo come arte. Intervista a Lakis Proguidis sull’Atelier du roman

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[Da oggi, presento anche su NI dei pezzi mensili pensati in origine per il sito alfabeta2 e per la rubrica Interférences: interventi di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.]

a cura di Andrea Inglese

A. I. – Sei direttore da 24 anni di una rivista intitolata L’Atelier du roman, nata a Parigi all’inizio degli anni Novanta e che, da allora, non ha smesso d’interrogare, difendere, esplorare le ragioni della scrittura romanzesca al di là di ogni frontiera storica e geografica.

Post in translation: Karen Blixen

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Nota

di

Kareen De Martin Pinter

 

Leggere questo ritratto di Karen Blixen (1885-1962) è seguirne le tracce disseminate nella società danese di fine XIX secolo, entrare in una famiglia borghese, la sua, chiusa in se stessa, religiosa, protestante, luterana, che ha tentato in tutti i modi di soffocarla avendo in testa un’unica cosa: la morale.

Nata in un mondo per cui le donne erano né più né meno che graziosi vasi di fiori a cui bisognava insegnare le buone maniere, il canto, il disegno, il cucito e la musica solo per assicurare loro un matrimonio migliore, la piccola Karen Christentze Dinsen, affettuosamente soprannominata dal padre Tanne, riceve intorno alla culla la visita di sette fate, come in una fiaba, ognuna desiderosa di donare una qualità. La prima fata si chiama Nietzsche, ha appena pubblicato un’opera importante e la mette in guardia dalle ideologie che tenteranno di piegarla al conformismo. “La morale cristiana, il peccato, tutte menzogne. Solo il tuo destino conta!”, l’ammonisce.

La seconda fata, un leone, le dona l’occasione di incontrarlo e di poterlo ammirare. La terza, Shahrazad, le fa dono dell’arte di raccontare storie che possano salvarle la vita.

La quarta, il diavolo, chinandosi sulla culla della piccola Tanne le promette di tornare ancora, durante la sua esistenza, per metterle i bastoni tra le ruote finché lei non gli cederà la sua anima in cambio del bene più prezioso.

La quinta fata, Shakespeare, le regala il potere dell’immaginazione, perché la verità è nell’illusione, nel sogno, nel meraviglioso.

La sesta fata, un re africano, le offre l’adorazione per il sole.

La settima è una cicogna che non avrà il tempo di parlare perché il padre di Tanne interrompe la compagnia chiedendo di lasciare tranquilla la sua bambina. La preferita.

Il montaggio dell’opera è vicina al cinema e la tecnica dell’acquarello scelta da Terkel Risbjerg lascia spazio al surreale, a sfumature dolci.

Quando Karen Blixen è costretta a lasciare il Kenya (non prima di aver assicurato la terra ai suoi Masai) e a tornare in famiglia, c’è da chiedersi quale futuro abbia in serbo il destino per questa donna divorziata, ammalata di sifilide, contratta dal marito, e con il fallimento finanziario della piantagione di caffè sulle spalle.

“Morire non è una soluzione” le sussurrerà la vecchia madre echeggiando il suicidio del padre di Karen quando lei aveva dieci anni. Quel padre che le aveva insegnato ad amare l’avventura, la natura e il canto degli uccelli. Sarà il diavolo allora ad intervenire, ancora una volta, dopo aver fatto morire il padre e schiantare l’aereo del suo vero grande amore ai tempi dell’Africa. Le promette il potere di trasformare in opera tutta la sua vita, in cambio della sua anima. L’ anima, ormai, cosa vuoi che sia, le mordicchia all’orecchio come quando era nella culla. Tanne, ripiegata nello studio del padre, accetta.

Nessun editore danese fa caso a lei, anzi, al suo pseudonimo maschile, Isak Dinesen, dal nome del padre. Ma gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte i suoi racconti. Un successo. E allora Karen Blixen riprende a viaggiare, col suo vero nome, inizia a raccontare altre storie, la sua vita, e a trovare un senso in tutto ciò che scrive. E a proteggere gli uccelli.

“Imparerà il nome degli uccelli, per prima cosa” dice il padre spingendo le sette fate fuori dalla camera della bambina e poco prima che la moglie piombi nella camera: “Imparerà a riconoscere i loro canti, per poter poi sentire il suo.”

La madre di Tanne lo rimprovera, entrando: “Ti avevo detto di sorvegliarla. (…) Ha soprattutto bisogno di calma e pace. Lasciala tranquilla adesso, deve dormire.”

E, come il volo delle cicogne durante il lungo viaggio della Blixen verso la sua Africa, sembra che il padre abbia davvero vegliato su tutta la vita di Tanne facendole trovare quel bene prezioso che è la sua voce in mezzo al coro dell’universo.

 

 

 

TITOLO: La Lionne, un portrait de Karen Blixen

AUTRICE: Anne-Caroline Pandolfo

ILLUSTRATORE: Terkel Risbjerg

Ed. Sarbacane (France)

Il fatale talento del signor Rong

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di Gianni Biondillo

Mai Jia, Il fatale talento del signor Rong, Marsilio editori, 2016, 412 pagine, traduzione di Fabio Zucchella

Rong Jinzhen è stato il più geniale crittografo cinese del secolo scorso. Ma questo lo scopriremo solo a metà della lettura di Il fatale talento del signor Rong. Prima di giungere a questo punto l’autore, che è anch’esso personaggio del romanzo, decide di cercare nel passato le ragioni del suo genio. Rong Jinzhen era destinato a diventare quello che è diventato. Perché aveva una antica ava capace di interpretare i sogni e un nonno professore all’università. Una dinastia di menti aperte e curiose. Una famiglia dalla testa grossa, in tutti i sensi. Rong Jinzhen ha avuto un’infanzia complicata, abbandonato dalla madre, cresciuto da un vecchio tutore inglese che lo ha educato leggendogli la bibbia e gli ha lasciato sul letto di morte un incarico gravoso, che diverrà stimolo involontario della sua intelligenza matematica. Ancora adolescente, fragile e geniale entrerà in contatto con un matematico ebreo che riconoscerà il suo talento prodigioso. Fino all’incontro con i servizi segreti.

L’autore riesce a comporre una storia che avvince e allo stesso tempo non rispetta alcuna stanca regola delle spy stories all’occidentale. Sembra, quello raccontato in questo romanzo, il reportage di un giornalista curioso, di uno scrittore che nella vita vera ha lavorato per anni come crittografo e che quindi conosce un mondo fatto di muri invalicabili, di porte chiuse, di misteri da tenere segreti. Al punto che si dubita se Rong Jinzhen sia vissuto per davvero o sia solo il sogno di un crittografo diventato scrittore.

Mai Jia evita orientalismi inutili. Racconta la Cina da cinese, nel secolo di Mao, della seconda guerra mondiale, dell’invasione giapponese, della rivoluzione culturale. Il tutto visto nel chiuso della testa di un genio fragile, ai limiti dell’autismo. Ai limiti della follia.

“Non volevo servire i nazifascisti.”

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di Orsola Puecher

a mio padre

I

La canzone + 1 poesia sugli alberi

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di Andrea Inglese

 

Io la prima cosa che vorrei fare

la prossima cosa che vorrei fare in tutta la mia vita

è la canzone non scrivere una canzone

dopo alla fine di tutto saprò anche scriverla

ma per la canzone bisogna innanzitutto farla

MEMORIE DELL’OLOCAUSTO “Brundibár” 26 e 27 gennaio 2018 Pesaro/Fano

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[ ancora – anche in quest’anno di “fascismi di ritorno” – come ogni anno – non solo per la commemorazione di un giorno – ma per la inesausta necessità di ricordare ogni giorno – di spendere ancora parole e immagini e suoni ]
 

Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.

da W. Benjamin Sul concetto di storia [1942]

 
MEMORIE DELL’OLOCAUSTO
 
Gli alberi crescono, nuvole corrono, gli anni in fretta passano.
Dall’opera Brundibár
 
Conferenza con supporti multimediali
a cura di Orsola Puecher
 
La storia triste e luminosa della piccola partitura manoscritta di un’opera per voci bianche, “Brundibár” del compositore ceco Hans Krása (Praga, 30 novembre 1899 – Auschwitz, 17 ottobre 1944), eseguita moltissime volte dai bambini del campo di concentramento di Terezin e arrivata fino a noi per testimoniare e ricordare con la forza della musica e della poesia quei bambini, più di un milione, e gli artisti che persero la vita e ogni traccia dei loro stessi corpi fisici nella tragedia dell’Olocausto. Parole di speranza, vita e futuro, che risuonano alte di fronte al vuoto orrore che sarà il loro destino.
 
Bblioteca San Giovanni Pesaro
VENERDI’ 26 gennaio ORE 17.00
locandina in ⇨ pdf
Evento facebook
Per informazioni:
Biblioteca San Giovanni – Comune di Pesaro
via Passeri 102 – 61121 Pesaro
tel.: 0721/387.770
fax: 0721/387.766
e-mail: biblioteca@comune.pesaro.pu.it
www.biblioteca.comune.pesaro.pu.it
Facebook Biblioteca San-Giovanni Pesaro
 
 
Mediateca Montanari Fano
SABATO 27 gennaio ORE 17.00
locandina in ⇨ pdf
Evento facebook
Per informazioni:
MEMO Mediateca Montanari – Memo – Comune di Fano
Piazza Pier Maria Amiani s.n. – 61032 Fano (PU) – T. 0721 887 343
http://www.sistemabibliotecariofano.it/
Facebook MEMO – Mediateca Montanari
Organizzato da:
Comune di Fano, Assessorato alle Biblioteche
Mediateca Montanari – MeMo
 

Inventare (e osservare) se stessi

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di Enrico Palandri

Io e mia sorella Olga siamo stati bambini insieme e siamo finiti in ambienti sociali molto diversi. Quand’era piccola le facevo fare il portiere di calcio o il traditore russo di una guerra napoleonica. Ci sposavamo, morivamo eroicamente su qualche campo di battaglia, ci imbarcavamo in velieri costruiti con un pigiama e una scopa, impiantati su una piramide di cuscini, attraversando insieme oceani in tempesta per lasciarci alla fine, in lacrimosi addii, lungo le banchine di porti atlantici. Ascoltavamo insieme i toni di voce dei nostri genitori, le loro urla, le loro riappacificazioni, avvertivamo le variazioni dei loro umori uniti nello stesso sentire. Ci legavamo con nodi complicatissimi. Ci infliggevamo punizioni crudeli ma alla fine ci concedevamo il perdono, perché era così che tutti i giochi finivano, nella liberazione dai ruoli che ci eravamo attribuiti.
Poi i miei amici hanno iniziato a desiderare Olga. “C’è tua sorella?” chiedevano prima di accettare un invito a casa a giocare con me, e così certe sue amiche, che passavano da lei per arrivare a me. Nuove intenzioni nella pubertà tracciavano un confine tra l’affettività giocosa dell’infanzia e le imboscate del desiderio sessuale. Abbiamo iniziato a evitarci, la parentela è diventata melensa, uno sciroppo denso di ambiguità. Dalla straordinaria intimità dell’infanzia ci siamo ritrovati quasi estranei, spesso infastiditi l’uno dall’altra.
La prossimità dell’età prepuberale è restata però con noi, clandestina, un nocciolo per cui ancora oggi dire “mia sorella Olga” implica una primitiva complicità. Animale, un rumore nel bosco. Ci avvertiamo nei toni di voce e nei movimenti più che da quello che diciamo, anzi, ci sentiamo autorizzati da questa sensibilità a ignorare cosa pensa davvero l’altro, convinti di saperne di più, come quando ci affrontavamo da ragazzi e arrivavamo subito al conflitto, che era sempre emotivo.

. . .

Era in questo modo che mia sorella Olga era diventata una sensitiva di umani, capace di avvertire l’arrivo di una tempesta tra i nostri genitori come un animale che si aggira per la campagna in cerca di un tronco cavo sotto cui aspettare che passi il temporale. Dopo anni di vicinanza emotiva a loro due, si era affacciata al mondo con un’allenatissima intelligenza emotiva. Si era trasformata in una rabdomante dei sentimenti, sapeva leggere le sorgenti e i corsi d’acqua sotterranei dell’anima e dei sensi come nessun altro: “Lui è gay ma non lo sa;” oppure: “Lei deve trovare qualcuno che l’insulti, il marito invece la tratta come una crocerossina…” Le scappavano frasi così perché il mondo era per lei umanità, conosceva la natura degli individui come altri conoscono la montagna, il mare o la musica. Era questo che attraeva tanti intorno a lei. Quando l’ascoltavo mi chiedevo come facesse a conoscere così bene persone che aveva appena incontrato: a lei è sempre bastato guardare gli umani per capire sotto la superficie delle convenzioni sociali il conflitto che avevano con se stessi, le tracce della violenza psicologica, un genitore manesco, il genere sessuale, la vera età diognuno. Era stata questa la formazione della sua infanzia e ne era diventata maestra.

. . .

NdR: qui si può trovare la recensione di Marco Belpoliti su L’Espresso a “L’inventore di se stesso” di Enrico Palandri (Bompiani, 2017), dal quale sono tratti i due brevi passi

Una come lei. Incontri e pratiche di poesia

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UNA COME LEI

incontri e pratiche di poesia

Biblioteca Italiana delle Donne
Da gennaio a giugno 2018 per 6 martedì.

Una come lei è il titolo di una poesia di Anne Sexton.

La poeta unì l’urgenza di comunicare all’esigenza di nominare un problema taciuto: la condizione naturale e innaturale di una soggettività femminile che cercava spazio e parola all’interno della società, in cui pubblico e privato erano inconciliabili, e si era quello che si sarebbe dovute essere.

L’idea di Anna Franceschini e Roberta Sireno, curatrici della rassegna assieme alla Biblioteca Italiana delle Donne è quella di creare questo spazio da costruire nel tempo: un luogo raccolto, esclusivo ed inclusivo, che contenga riflessioni nate da incontri e avvicinamenti sulla poesia e sul fare poesia. Si tratta di un percorso che avrà inizio il 23 gennaio 2018 e terminerà il 19 giugno: un arco di sei mesi con appuntamenti a cadenza mensile per fare il punto sulla scrittura in maniera creativa, attraverso il confronto con autrici che hanno reso salde ed efficaci le proprie parole.

Crediamo che la parola si alimenti nel confronto, l’affermazione e la conferma altra da noi fa diventare parola la parola detta. Sembra un gioco, ma sappiamo di essere quando troviamo le parole per definirci. Creazione e confronto sono le basi, la partenza  di questo tempo dedicato a stare insieme all’interno di un contesto intimo in cui spogliarsi dalle formalità e ridurre le distanze, unendo l’essere autrice con l’essere donna e cosa significhi esserlo, se vale ancora questa differenziazione e, infine, se è necessario affermarla.

Ai laboratori seguirà un momento pubblico, destinato a tutti le/gli interessat*, durante il quale sarà presentato il lavoro editoriale e di scrittura: un momento per dare visibilità e rilievo a donne che si affermano prendendo parola e spazio, raccontando le proprie capacità e le proprie opere.

Per questa prima occasione sono state invitate: Anna Maria Farabbi, SARTORIA UTOPIA
con Manuela Dago e Francesca Genti, Cristina Alziati, Chiara Di Monte e Chiara Calderone, Nadia Agustoni, Francesca Matteoni.
Un insieme differente di voci, pratiche e percorsi che esprime la complessità e la ricchezza della poesia.

UNA COME LEI incontri e pratiche di poesia è un progetto a cura di Anna Franceschini e Roberta Sireno con Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna/Centro delle Donne Città di Bologna.

Grazie alla collaborazione con la Libreria delle Donne di Bologna durante gli incontri sarà possibile acquistare i libri della poete.

Grazie a Antica Casa Zucchini B&B alcune poete invitate saranno ospitate nelle meravigliose stanze di questa dimora storica nel centro storico di Bologna con vocazione letteraria. http://www.anticacasazucchini.i

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Il Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne di Bologna nasce da un progetto dell’Associazione Orlando che lo gestisce in convenzione con il Comune di Bologna dal 1982. Il Centro si occupa di promuovere pensiero e protagonismo femminile nella società e sostiene il diffondersi di politiche e iniziative attente alle relazioni e alle differenze di genere. Parte integrale del Centro fin dalle origini è la Biblioteca Italiana delle Donne, a oggi la più importante biblioteca in Italia specializzata in cultura femminile, studi di genere e femminismo e l’Archivio di Storia delle Donne, aperto nel 2007 che contiene carte, documenti sonori, immagini relativi alla storia del Centro delle donne di Bologna e, più in generale, alla storia di gruppi, organizzazioni del femminismo italiano e internazionale.

La Biblioteca Italiana delle Donne è una biblioteca collegata all’Istituzione Biblioteche del Comune di Bologna.

Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna
Via del Piombo, 5 | 40125 Bologna
tel +39 051 4299 411 | bibliotecadelledonne@women.it
www.bibliotecadelledonne.it  | www.facebook.com/centrodonne/

CALENDARIO
da gennaio a giugno 2018 per 6 martedì

ore 18 laboratorio e ore 19 incontro pubblico
I posti disponibili per il laboratorio sono terminati
info bibliotecadelledonne@women.it

INGRESSO LIBERO

23 gennaio 2018

Anna Maria Farabbi

Anna Maria Farabbi è poeta, narratrice, saggista e traduttrice. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: per la poesia La casa degli scemi, Lietocolle, 2017; Dentro la O, Kammer edizioni, 2016; Abse, Il ponte del sale, 2013; per la narrativa leièmaria, Lietocolle, 2013; per la narrativa ragazzi Caro diario azzurro, Kaba edizioni 2013; per il teatro la morte dice in dialetto,  Rossopietra, 2013. Per la saggistica: Louise Michel, è che il potere  è maledetto e per questo io sono anarchica,  Il ponte editore 2017, Perugia, da Unicopli nel 2014; per la poesia per ragazzi Talamimamma, Terra d’ulivi. Nel 2015, per Terra d’Ulivi ha curato l’opera postuma di Claudia Ruggeri, Uovo in versi e, ugualmente postuma, Erotica di Maria Grazia Lenisa  per Lietocolle. Dirige la collana Signature per Terra d’Ulivi e la collana Una via altra di pane, tavola, vino e molto silenzio per Lietocolle.

27 febbraio 2018

SARTORIA UTOPIA
con Manuela Dago e Francesca Genti

Sartoria Utopia è una capanna editrice che progetta, stampa e cuce libri di poesia dei più interessanti autori della scena poetica contemporanea italiana e si occupa della promozione e della diffusione di opere d’arte e letteratura sostenendo progetti artistici, culturali e formativi legati al mondo del libro.

Il progetto nasce a Milano nel gennaio 2012 dalle menti e dalle mani di Manuela Dago e Francesca Genti – amiche, poete e artiste – e dal desiderio di affidare i loro testi a libri-oggetto che rispecchino l’attitudine e la poetica delle due autrici.

Da subito si manifesta il desiderio di accogliere in questa esperienza altri autori da loro amati e riversare sui loro lavori la stessa attenzione che Francesca e Manuela prestano ai propri.

E così, per gioco e per magia, prende corpo il piccolo catalogo di Sartoria Utopia.

Ogni libro è pensato in una forma che sia il più vicino possibile ai testi che custodisce, cucito e serigrafato a mano o decorato da collage che ne fanno un pezzo unico. Le copertine si ispirano ai contenuti cercandone un equivalente cromatico che possa colpire l’occhio e innescare una reazione emotiva, fattore che, secondo Francesca e Manuela, è fondamentale nel testo poetico e nell’arte.

Segno distintivo di Sartoria Utopia è la vivacità: intellettuale e esistenziale, elemento essenziale che Francesca e Manuela cercano di portare dal loro quotidiano nella scrittura e nell’arte e viceversa, in una sorta di ludica osmosi. Sartoria Utopia infatti è un progetto che non vuole rimanere relegato all’ambiente puramente letterario o degli addetti ai lavori, ma tracimare usando la poesia, la carta, il colore, i pennarelli, gli acrilici, le matite e il filo di lino: cosa c’è di più utopico di questo? Il loro motto non a caso recita non esiste che non esiste.

www.sartoriautopia.it | https://www.facebook.com/SartoriaUtopia

 

Francesca Genti è nata a Torino il 27 giugno 1975, vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Bimba Urbana (Premio Delfini, Mazzoli, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009; Sartoria Utopia, 2015), L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014) e Il mio bambino mi ha detto (Sartoria Utopia, 2016, con illustrazioni di Manuela Dago).

Come narratrice ha scritto i racconti Il cuore delle stelle (Coniglio Editore, 2007) e il romanzo La Febbre (Castelvecchi, 2011). Con la casa editrice quintadicopertina ha partecipato al progetto “Abbonamento all’autore”. Suoi testi sia in prosa che in poesia sono apparsi in varie antologie e riviste tra cui «Nuovi Argomenti», «alfabeta2», «Lo Straniero» e su alcuni lit-blog come «Nazione Indiana», «La poesia e lo spirito», «La dimora del tempo sospeso» e «Poetarum silva». Con Manuela Dago ha fondato Sartoria Utopia, capanna editrice di libri di poesia cuciti a mano.

Manuela Dago è nata in Friuli nel 1978 e inizia a scrivere poesia dall’età di 12 anni. Da grande si trasferisce a Milano dove conosce Francesca Genti con la quale nel 2012 fonda Sartoria Utopia, piccola casa editrice di libri fatti a mano. Oggi vive a Bologna, è mamma e sarta utopica. Ha pubblicato le plaquette Un mare piccolo (Cormons, Culturaglobale, 2012) e Altre forme di vita (Milano, Sartoria Utopia, 2012). Ha illustrato il libro per bambini Il mio bambino mi ha detto (testo poetico di F. Genti; Milano, Sartoria Utopia, 2016).

Poesie che non mi stavano da nessuna parte (Sartoria Utopia, 2017) è il suo primo libro di poesie.

20 marzo 2018

Cristina Alziati

Cristina Alziati è nata a Milano nel 1963 e ha studiato filosofia. Vive in Toscana e lavora come traduttrice. Autrice di poesia, il suo esordio risale al 1992, anno in cui pubblica in antologia una silloge di versi accompagnata da una convinta presentazione di Franco Fortini; la silloge confluirà nella raccolta poetica A compimento (Manni, 2005; Premio Pasolini – Opera prima 2006). Edita da Marcos y Marcos nel 2011, la sua più recente raccolta Come non piangenti ha vinto il Premio di Poesia Marazza, il Premio Letterario Pozzale Luigi Russo (2012) e il premio Stephen Dedalus -pordenonelegge (2013). Suoi versi successivi compaiono nella rivista «Lo Straniero» (n. 161, novembre 2013).

17 aprile

Chiara Di Monte Chiara Calderone

Chiara Calderone nasce a Marineo nel 1990 e studia lettere ed italianistica formandosi tra Palermo e Bologna. E’ interprete di Lingua dei Segni Italiana e attualmente svolge un dottorato in linguistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Chiara Di Monte nasce a Cremona, e si forma tra Milano e Venezia, conseguendo nel 2014 il titolo di interprete di Lingua dei Segni Italiana presso l’Università Ca’ Foscari. Si avvicina alla poesia, seguendo la traccia di poete Sorde del calibro di Rosaria Giuranna, e si esibisce spesso all’interno di festival poetici e culturali, come nel 2012 durante la Giornata Mondiale dei Sordi a Roma. Da sempre sensibile a tematiche etiche e sociali (nel 2008 passa tre mesi in Nigeria come educatrice di bambini sordi all’interno dell’International Model School for the Deaf), è molto apprezzata per le sue performances con cui promuove un forte impegno civico e una sempre più consapevole identità Sorda.

22 maggio

Nadia Agustoni

Nadia Agustoni (1964) scrive poesie e saggi. Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie, lit-blog. Del 2017 sono I Necrologi, del 2016 è Racconto Aragno, del 2015 Lettere della fine Vidya e la silloge [Mittente sconosciuto] Isola Edizioni; del 2013 è il libro-poemetto Il mondo nelle cose (LietoColle). Una silloge di testi poetici è nell’almanacco di poesia Quadernario (LietoColle 2013). Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura ancora per LietoColle, Il giorno era luce, per i tipi del Pulcinoelefante, e la plaquette Le parole non salvano le parole, per i libri d’arte di Seregn de la memoria. Del 2009 la raccolta Taccuino nero (Le voci della luna). Altri suoi libri di poesie, usciti per Gazebo, sono: Il libro degli haiku bianchi (2007), Dettato sulla geometria degli spazi (2006), Quaderno di San Francisco (2004), Poesia di corpi e di parole (2002), Icara o dell’aria (1998), Miss blues e altre poesie (1995), Grammatica tempo (1994). Vive a Bergamo.

19 giugno

Francesca Matteoni

Francesca Matteoni (1975) cura laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegna storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduce laboratori intuitivi sui tarocchi. Ha pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel  X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014).È redattrice di Nazione Indiana e gestisce il sito Fiabe, da cui è nato Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori.  È presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ha all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il suo primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ha curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abita in un borgo delle colline pistoiesi. Questo è il suo ripostiglio: http://orso-polare.blogspot.com

Auto-antologia-7. Italo Testa

1

Devi fare attenzione, orientare lo sguardo
in direzione del flusso: è bianco il velo
che lambisce i contorni, che accieca:

tu al bianco devi cedere, muto
aderire all’indifferenza delle cose.

(da: Gli Aspri inganni, Lietocolle, 2004)

SCANDIRE IL TEMPO

Devi intonare la litania dei corpi
di quelli esposti nel riverbero dei fari
di quelli accolti nel marmo degli ossari

devi orientarti per i tracciati amorfi
tra le scansie dei centri commerciali
scandire il tempo di giorni disuguali

devi adattarti al ritmo delle sirene
lasciare i ripari, esporti agli urti
abbandonarti al canto degli antifurti

trasalire nel lucore delle merci
cullarti al flusso lieve dei carrelli
sognare animali e corpi a brandelli

devi nutrirti di organi e feticci
profilare di lattice ogni fessura
pagare il conto e ripulire con cura

recitare il rosario dei volti assenti
svuotare gli occhi, ritagliare le bocche
aderire alla carne e schioccare le nocche.

QUESTO, CHE TU VEDI

questo, che tu vedi, corpo che giace
tra due corpi, questo sono io, che tu
vedi, non importa come il corpo

si muova, dove abbia luogo la scena
come ombra nel vano degli occhi
come scena sul linoleum verde

questo, è un corpo che cede, opaco
s’adegua alla pressione degli arti,
s’inoltra nella cecità terrestre,

questo, riflesso in sillabe è il mio volto
su cui si alternano, sconnesse, altre
membra, a due a due deformano

l’impronta, il bordo che ti contiene,
questi due corpi, che tu ora vedi,
da entrambi i lati con moti divergenti,

freddi lambiscono i confini, i profili
svuotano di me, ammasso di vene
irretito nel battito sordo degli arti,

cono deforme che sul linoleum
striscia, intaglia ombre alle pareti
percorse da carne bianca e remota.

 

LEGIONI

Quelli che sono morti prima non contano
essendo già morti, non potranno morire.
Sono i morti degli altri, non dovrai
defalcarli dalle liste, nel ritratto di noi
tutti, i viventi, non sono mai comparsi
da sempre immersi negli spazi vuoti
sono i morti degli altri, i morti altrove.

Quelli che stanno per morire non contano,
come lembi d’ombra già si sfrangiano
in letti sfatti si piaga il ricordo
di figure erette, movimenti netti.
Sono i morti della prossima ora,
attendono sul retro la folata di vento,
sono gli altri morti, i morti ovunque.

Quelli che sono ancora vivi non contano,
ad ogni battito incancrenisce il volto,
il fiato si piega mentre vanno ad occupare
i posti che di ora in ora si svuotano.
Sono i morti senza saperlo, in incognito
marciano verso i grandi inceneritori,
siamo noi i morti, i morti da sempre.

Quelli non ancora nati non contano,
per tracce già segnate si trascinano
insanguinando la terra, parti oscuri
che il vento dissemina, l’acqua cancella.
Sono i morti che iniziano a vivere,
dediti all’apparenza, proni all’inganno
sono tutti i morti, i morti.

 

UN’ALTRA NOTTE

Un’altra notte in stanze ammobiliate
seguendo le intermittenze alla parete,
un’altra notte, su un copriletto stinto
ascoltando i rumori dal muro a fianco.

Un’altra notte con lo sguardo al soffitto
nell’alone dei neon che lava il corpo,
un’altra notte, quando parte un colpo
lasciarsi andare giù a peso morto.

Un’altra notte a tremare dietro il muro
sotto la ventola che incombe nel buio,
un’altra notte mentre gocciola il termos
brilla sull’inguine il seme disperso.

Un’altra notte, questa notte e sempre
lo stesso buio che ingoia la mente
sotto alla croce in agguato sul muro
chiudendo gli occhi per sentirsi al sicuro.

(da: Biometrie, Manni, 2005)

 

SARAJEVO TAPES

VI [16 luglio, spalato: h. 9]

un bagno d’ocra, di rocce, di scaglie t’accoglie
muri a secco e alle fermate d’autobus
murales stinti con bottiglie di pepsi

per vie d’acqua, confluendo la macchia verde
si penetra all’interno
il perimetro del mare ritaglia in occhi verdi
laghi cinesi, una cartolina dal mondo:

lasciati invadere dall’inganno dei colori
lascia scorrere i profili

gli occhi degli uomini furono fatti
per guardare: e lasciateli guardare

 

VII [per mostar: h. 16]

mi dicono che i tuoi occhi sono vuoti
mi dicono che i tuoi occhi sono stupefatti

segui lo sventolio dei drappi
il rosso, il bianco, il blu
distesi tra le rocce, sulle case
in costruzione a fianco della strada

mi dicono che i tuoi occhi non vedono prati
mi dicono che i tuoi occhi s’incantano

conta, ad uno ad uno,
i parallelepipedi bianchi
le bianche distese, da ogni lato
l’abbraccio del paesaggio
fitto di cippi, giallo di luce

mi dicono che i tuoi occhi si dissipano
mi dicono che i tuoi occhi, i tuoi occhi

a seguire le cave di sabbia sul fiume
dopo mostar, i mucchi di sabbia e di terra
scavati, nella luce, senza ombra,
per ogni gruppo di case una distesa
di pietre bianche, erette, immobili

 

VIII [kanton-sarajevo: h. 19]

quando la valle si apre, tra file di discariche
e in mezzo, più verde del verde, il fiume
e i molti bagnanti nell’acqua, come insabbiati
nel verde: le reti, gli attrezzi da pesca ad asciugare
sui ponti, lindi, nuovi, tra le lapidi agili e bianche,
come i minareti dritti nell’azzurro, acuminati.
poi il verde s’infittisce di chioschi, la stella
rossa dell’heineken campeggia sulla conca
del kanton-sarajevo, ovunque meno rocce
e nessun animale disperso sui prati
ad ogni istante si crede di vedere un gregge
e ci si sorprende invece a contare i fori, sulle facciate
e già si vorrebbe scendere, a toccare col dito
a mettere mano a ciò che manca

 

XI [19 luglio, sarajevo, miljacka: h. 10]

ausstellung

prendi un’arancia, prendine un’altra
allinea 365 arance su di un parapetto
365 macchie sul bordo del fiume:

prendi un’arancia, sbucciala a morsi
scoprine il bianco sotto la pelle
macchia di sangue la linea dei denti

prendi un’arancia, apriti un varco
posa la testa sulla pietra del muro:
365 arance dense di luce

(da: canti ostili, Lietocolle, 2007)

ROMEA, MATTINA

Qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino
il bordo incandescente e l’anima buia dei rami,

qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato
a calarmi all’alba dentro a un vestito di brina,

qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,

qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno
l’intonaco di case insaponate nella nebbia,

qui ho perduto nell’acqua il tuo pegno raschiato dal cuore
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,

qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo
qui sull’argine alto mi sono inumato nel freddo.

 

MATTINALE

I

FINCANTIERI, 3 A.M.

tre del mattino. le pale meccaniche
ritagliano in campi blu la notte:

alle fermate d’autobus lo sterno
s’alza, s’abbassa, segue un suo ritmo

sordo, illuminato dal bagliore
del gas che avvampa sui cantieri.

quelle sugli angoli, cui il passante
ieri ha venduto la sua innocenza

fissano immobilizzate i fari
tra i container nudi sullo spiazzo.

senza appetito potrà cibarsi
l’automobilista insonne al chiosco

dove un ago ti cala sulla lingua
se non attacchi la vita a morsi:

e con la luce che irrompe sui viali
sciama il disgusto, e può avvicinarsi

il tuo fiato a quello degli altri
che affilano i talloni contro i pali

uguali, sempre, sotto queste spoglie
alle poiane in agguato sulle valli,

le utilitarie sfrecciano e ghermiscono,
depositano le ossa tra le foglie:

tre del mattino, le pale meccaniche
fendono ancora la notte, e immobile

l’airone acquattato sugli scogli
sogna la preda tra le salicornie:

 

II

SAIPEM, 6 A.M.

la luce più di tutto, e le cisterne
bianche, allineate al mattino

come un gregge disperso nell’azzurro

e poi le gru che girano l’ombra
sul muro e lustre emergono dall’acqua

a colmare i vuoti tra le nuvole:

ogni cosa saluta quando imbiancati
sfolgorano i cavi dell’alta tensione

nella polvere sospesa dell’alba

e a fiotti i papaveri tingono
il grano ancora verde e contornano

i pilastri di cemento in costruzione.

ogni cosa si è lasciata vedere
dal traforo dei teli aranciati

di recinzioni ai bordi dei cantieri:

i calcinacci dorati, pozze d’acqua
piovana dietro alle betoniere

inerti e rivestite di luce.

ogni cosa dalla macchina in transito
si mostra incomprensibile e chiara:

la pietraia e i banchi di ghiaia

la tua testa assonnata, la mia vita
guidata oltre il vetro tra le cose

abbandonate sulle dune erbose:

 

OGNI COSA

o l’ombra che di spalle divora
il fianco, il vano della luce
che ti assale e a morsi ritaglia
nell’agone della stanza, ritta
e in attesa, le braccia lungo il corpo,
i piedi a contatto del suolo,

la figura messa di traverso
a misurare il grigio e il bianco,
a fissare il lampo negativo
che separa la stanza dal tempo:

così aspettiamo giorno per giorno,
un foglio in mano, lo sguardo perso,
così esposti al gran teatro
disegniamo una diagonale
nello spazio, ci sporgiamo attoniti
se qualcosa si mostra, arretriamo
se qualcuno, mai, in qualche luogo
ci sfiora, se la luce divide
i piani, ritaglia il mattino:

o quando i volti ci confondono
e più non sappiamo, più non vediamo
nella fuga dei binari il segno
di questa vanità che ci afferra
e scuote, quasi fossimo dadi,
pedine gettate a caso
intorno a un tavolo, su una scala
che gira e scompare nel vuoto:

e risalire i gradini lucidi,
appoggiarsi alla balaustra
con tutto il peso affacciarsi al mondo
dall’arcata di un ponte sospeso
tra due rive, e dire che sì, è vero,
in quel punto non siamo più niente
solo macchie nere nell’aria,
anche se gli alberi si piegano
al vento, solo questo, e nient’altro:

nemmeno le cisterne sui tetti
ci eguagliano, indifferenti
a ogni scintillio e abbaglio,

nemmeno l’incendio al tramonto
delle facciate allineate
e la teoria delle finestre cieche:

se reggiamo qualcosa nel pugno
e ci affrettiamo prima che sia buio,
se appoggiati al terreno smuoviamo
le foglie, senza sosta perdiamo
il filo, ripetiamo la parte:

non basta allora studiare il cielo,
contemplare i tetti opachi
e le lamiere arroventate
non basta affidarsi alle case
distanti, ai muri assolati:

sinché la sagoma resta intatta,
siamo di nuovo con gli occhi a terra,
correndo da una stanza all’altra,
inseguendo una promessa o un’ombra
aspettiamo che il corpo si muova,
lo sorprendiamo in pose nuove,

stiamo lì, col capo arrovesciato
un po’ assonnati sopra il letto,
le gambe appena reclinate
contiamo le pieghe sul lenzuolo
o i solchi incisi sul sentiero:

e non fa in fondo alcuna differenza
se la strada curva all’orizzonte
o svolta veloce tra i rovi,

come la piega del braccio tenda
i nervi in un fascio rappreso
o la striatura di una roccia
rivesta la costa di un campo:

ancora una volta non resta
che questo aspettare a mani giunte
farsi inquadrare senza opporre
resistenza, disarmati andare
incontro alla luce che viene,
ci disegna e nega, ci assorbe
in un giorno qualunque, ci dona
un luogo, tra le cose immote,

o un istante da abitare
fermi sulla sponda di un balcone,
di sbieco su una sedia, dormendo,
pensando, facendo ogni cosa:

(da: La divisione della gioia, Transeuropa, 2010)

 

non ero io

  1. non ero io, non vedi, in quella folla, non erano le mie mani, a toccarsi, non erano le mani, soprattutto questo, dico ancora una volta, soprattutto questo, e non riuscivo a trattenerle, tutte quelle immagini, a destra e a sinistra, la pressione che monta, non ero io, torno a dirti, non l’avrei fatto, non mi sarei spinto dentro, non è così? non sono sempre stato questo, quello che conosci, con gli occhi chiusi, la testa un po’ piegata, non potevo proprio essere io, a trascinare i piedi, ad avanzare, perché questo conta, maledettamente, questo conta sempre, chi ha fatto cosa, chi si è girato e ha risposto, chi ha preso la pietra, l’ha rigirata tra le dita, anche quella volta, non potevo esserlo, con la ciocca insanguinata, la tempia destra sul selciato, non ero io, non potevo proprio esserlo, che cosa c’entravo, nel parcheggio vuoto, dietro il distributore, che ci stavo a fare, no, credimi, non ero io

 

  1. a questa altezza, qui, a volte, solo alcune cose si mostrano, solo alcune, le altre sfarfallano, passano veloci, e scansano, solo alcune cose, se non scartano di lato, se non si sottraggono, solo alcune cose, con tutti i dettagli, le forme precise, le curvature, solo alcune cose, e il resto niente, guarda, solo alcune, che le puoi contare, con tutti i dettagli, le riconosci, solo alcune, a questa altezza, le altre entrano, entrano ed escono, uno dopo l’altra, non si fissano, solo alcune cose, solo alcune, nel nostro raggio, e sempre le stesse, ti sembra, sempre le stesse a questa altezza, solo alcune cose si mostrano, basta un indizio, e le ritrovi, e gli intervalli, hai visto, gli intervalli e le cadenze, seguono un ritmo, hai visto, che ricorre, una sequenza, un battito, hai visto, uno dopo l’altro, tornano, uno dopo l’altro, come se fosse, che so, un ritornello, come se qui, a volte, a questa altezza

 

  1. ovunque, non vedi, come tutto, come tutto accada ovunque, non vedi, ad esempio, siamo qui, su questa strada, in questo angolo, puoi figurartelo, è semplice, siamo qui, e c’eravamo già stati, non ti puoi sbagliare, le coordinate, l’angolo di incidenza, siamo qui, proprio qui, di fronte a quel muro, la calce ancora fresca, e la distanza è la stessa, non varia mai, altrove, crediamo, di essere altrove, dopotutto, ma siamo sempre qui, non ci siamo mai mossi, di fronte alla cancellata, dietro la sbarra, qui e ovunque, oppure, non vedi, la ruvidità, l’attrito che ci frena, sono dei dettagli, devi farci attenzione, sembrano diversi, ci giureresti, sembrano diversi, ma non conta, ancora una volta, sembrava qui, proprio qui, qui e ovunque, non vedi, come tutto, come tutto sembra definito, netto, e poi niente, è proprio qui, è proprio qui che accade, è proprio qui, ancora, come tutto, ovunque

(da: Tutto accade ovunque, Aragno, 2016)

 

Autopresentazione

Ripenso a questi versi, sulla soglia de Gli aspri inganni, la sequenza poematica con cui nel 2004 uscivo dal mio isolamento, da un lungo apprendistato segreto, senza padri e sodali sino a quel punto, condotto sotto copertura, e in provincie straniere. “Tu al bianco devi cedere, muto / aderire all’indifferenza delle cose”. Ora per allora: questa poesia, l’interrogazione del mondo come immagine, di ciò che si lascia vedere. Si attesta sulla frontiera del visibile, di quanto che si offre allo sguardo e attraversa il campo dell’apparenza. Il mondo come immagine rinvia a se stesso, è offerta della visibilità.

Non che in poesia non vi siano elementi astratti, concettuali. Ma questi sono come presi in figura. E’ per così dire la loro pelle ad entrare nei versi. A differenza delle arti visive, in poesia, almeno in quella lineare, l’unica materia di queste figurazioni sono le parole. Fare presa sul fondo iconico del linguaggio, sul fatto che il linguaggio può essere usato come immagine di qualcosa, ma è esso stesso figura, figurazione disposta nello spazio.

Se la poesia fosse un’arte biometrica ante litteram. Biometrie. Una tecnologia dell’identità, perché attraverso la parola e la sua scansione un vivente registra la sua presenza e si rende rintracciabile nel silenzio stellare. A differenza delle tecnologie biometriche contemporanee, non procede unicamente a quantificare e digitalizzare dati biologici. Un’arte biometria arcaica, mossa da una tensione trasfigurante: una biologia della voce, che dà corpo e forma al grido primordiale. Qui si manifesta un’ambiguità irresolubile: la volontà di dare forma all’esperienza, in ogni espressione poetica riuscita, si rovescia nel riconoscimento di una forma già presente, che tuttavia non può essere senza l’effetto di voce che la mette in salvo.

Non tutte le cose si lasciano dire allo stesso modo. Un diario in versi ha preso forma dapprima dall’esposizione diretta  e dalla percezione che qualsiasi resoconto narrativo sarebbe stato inadeguato all’esperienza in cui si era immersi: un viaggio da Venezia a Sarajevo, non progettato, in cui ti sei trovato come catapultato all’improvviso. Canti ostili: che cosa rimane della poesia, della sua forza di aderenza, della sua capacità di visione, laddove la nostra umanità sembra azzerata? Accorgersi che quella domanda non potrà mai trovare una risposta adeguata, e iniziare a scrivere questo diario, è stata una cosa sola. “Gli occhi degli uomini furono fatti / per guardare: e lasciateli guardare”. C’è una resistenza dello sguardo sorda a ogni smentita: i nastri di Sarajevo sono una registrazione di questa attitudine, di questa ostinazione. Ed è per questa esigenza di aderenza che i versi di sarajevo tapes conoscono una metamorfosi continua, variando in ogni quadro, senza appagarsi di una sola forma: reagendo, credo, all’urto delle cose, di una realtà che continua a mostrarsi perturbante, nonostante il necessario tentativo di ritornare ad una normalità, di ripristinare il trascorrere ordinato dei giorni.

Questa poesia, un’adesione al visibile, è insieme un far vedere, un mostrare, offrire allo sguardo. “Romea, mattina” inizia da questo esercizio di visione, di contatto con il visibile, di adesione al “volto lucente del mondo”: si tratta di vedere esattamente, di cogliere in modo perspicuo quanto si mostra. Noi viviamo nella cecità, i nostri occhi obliterano ciò che si presenta, e per lo più non vediamo nulla. La forma di visione cui aspira questa poesia è una visione della singolarità dell’immagine: questa strada, questo pioppo, questa casa insaponata nella nebbia. Non è il tipo, l’individuo generico, ma la singolarità di questa cosa.  Ma nella visione, questa tratto altamente individuato, questa differenza intrinseca, è colta insieme come qualcosa di universale, l’universalità di questa contingenza. La visione cui tende è manifestativa. Si tratta di liberare l’immagine, manifestarne l’impermanenza, rendere giustizia alla sua individualità.

L’elemento ritmico non è solo l’ossatura, ma anche il nucleo generativo de La divisione della gioia. E’ come se versi, strofe, sintassi, punteggiatura fossero definiti entro una partitura ritmica, una trama che produce lo scorrimento delle immagini e delle voci in sequenza. Non è però una questione formale, perché è solo nella sostanza ritmica che esiste e prende forma il coro di voci, la pluralità di soggetti e tableaux vivants che vengono alla luce e si alternano con l’andamento ora di un tu, ora di un noi, ora di un io. La frase di Hopper – “I was more interested in the sunlight on the buildings and on the figures than in any symbolism” – sembra dire in modo perfetto qualcosa che sta al centro della sua stessa esperienza pittorica, e che riguarda il ripensamento della dimensione figurativa dell’arte. E’ nell’alternanza di luce e ombra che prendono rilievo le figure di “Ogni cosa”, come se altra sostanza non vi fosse che questo manifestarsi. Non si tratta però di epifanie, di momenti di illuminazione improvvisa che intervengono a rompere la trama continua ed opaca della vita ordinaria. La luce interviene qui invece come ritmica dell’esistenza: scorrimento e svolgimento del quotidiano nella sua sostanza filmica.

Ora per allora. Ripenso all’immagine di quei camminatori, la loro evidenza ricorrente, come una sorta di mito, una narrazione per figure – un resoconto, dalla voce di un cronachista – dove l’elemento iconico prevale su ogni altro registro. L’ambivalenza del mito, dove ogni immagine si lascia interpretare in vari modi  senza che alcuna trascrizione possa esaurire l’elemento perturbante dell’immagine stessa nella sua evidenza preconcettuale. Nei camminatori l’immagine è interrogata nella sua ambivalenza, nella sua terribile ambiguità: quale spazio di un attraversamento. Il visibile si manifesta qui come una frontiera, la frontiera del visibile che queste presenze attraversano, transitando nel nostro campo percettivo. La visione è perspicua, chiara, estremamente nitida: ma ciò non toglie che ad essere visto esattamente sia qualcosa di indefinito. Questa chiarezza, questa alta definizione, appare come qualcosa di altamente indeterminato e ambiguo. Tutto accade ovunque. Una radicale estraneità, la radicale estraneità dell’esperienza di questo mondo. Se un mitologema parla di noi, del contemporaneo. Un’immagine ci ossessiona, ci ha invaso. Come possiamo ridescrivere criticamente la nostra forma di vita? Prova a metterla in sequenza, disporla in figura. Non interpretare, mostra.

Nota

Ne Gli aspri inganni tentavo una forma liquida di poemetto. In Biometrie emergevano modi di presentazione seriale, secondo progressioni metriche. Canti ostili era poi pensato come un concept album, centrato sulla scansione documentale di sarajevo tapes – una serie di campionamenti d’esperienza, nella forma del diario di un viaggio da Venezia a Sarajevo e ritorno. La divisione della gioia: la forma lunga diventa dominante e va a costituire un ensemble poematico: l’anta centrale di circa 700 versi – il poema, articolato in quatto movimenti, che occupa la seconda sezione e dà il titolo al libro – funge da attrattore rispetto alla prima e alla terza sezione, che rappresentano una sorta di suo sviluppo per variazioni, gemmazioni, e stacchi formali. I camminatori e poi Tutto accade ovunque sono costituiti interamente da serie che vanno a comporre, per iterazione, un’unica sequenza. Da dove nasce tutto questo? In parte si lega alla genesi di questi testi: è come se vi fossero degli strati differenti, a diverse profondità tettoniche, che corrono paralleli, e vanno aggregandosi autonomamente secondo una loro logica, finché qualcosa non emerge dal sottosuolo come un oggetto riconoscibile che mi forza a pensare il progetto di un libro. Questi libri tagliano trasversalmente il piano cronologico: ciascun libro contiene strati testuali contemporanei se non antecedenti rispetto a quelli che lo precedono. Le date di pubblicazione sono confini arbitrari, segnaposto dove qualcosa torna ad accadere.

 

Nota biografica

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), vive a Milano. E’ cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e ha vissuto e studiato per lunghi periodi in Germania e in Francia. Ha pubblicato in poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), i camminatori (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013); La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), canti ostili (Lietocolle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004). Co-direttore della rivista di poesia, arti e scritture L’Ulisse, è resident dj su le parole e lecose e tra i fondatori di puntocritico. Ha ideato con Paul Vangelisti il poster periodico 2×2 e cura a Brera la collana di multipli coincidenze e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Sue poesie sono state tradotte in Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo e Cinese. Ha tradotto poesia e saggistica, ed è autore di contributi sul pensiero contemporaneo e la teoria critica. Insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

 [Auto-antologie prosegue con Italo Testa e il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a Francesco TomadaVincenzo FrungilloFrancesco FilìaViola AmarelliEugenio LucreziRenata Morresi , Gianni Montieri e Giovanna Frene.  Una mia lettura critica dei testi poetici di Italo Testa si può leggere qui B.C.]

Repoetage: ode ai penultimi

4

 

I Penultimi

 

di

Francesco Forlani

Se ne stanno seduti i penultimi
alle cinque e mezza del mattino
tutti occupati i sedili sulla banchina
prima che il primo treno del giorno
salpi e porti per mari di moquettes
e vetri negli uffici le donne delle pulizie
o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani
senza più nulla chiedere né altro domandare
– colpisce del signore ben vestito accanto
la cura che malgrado il buio dell’ora
ha messo nel lucidare le sue scarpe .
Fa un certo effetto vedere passare senza sosta
il primo treno senza persone, scivolare via
fino al capolinea da cui ripartirà subito dopo
come se fosse quella la rincorsa necessaria,
e pare salutare tutti come un medico
che all’orario di apertura ai pazienti sussurra
-buongiorno, nella sala d’attesa, senza indossare il camice
e fa solo un cenno per aria a dire,
è ora, siamo pronti a partire .

 

*

 

 

27 settembre 2017

Come davanti alle vetrine dei negozi
della haute couture in Avenue Montaigne
così il convoglio dei penultimi
passa davanti alle metrò dei ricchi
e famosi l’Odéon, St Germain de Prés
valgono il passaggio in questa vera alba
perché nero è il colore della pelle
e perché fuori l’alba è ancora senza luce.

*

Come penultimi oggi eravamo tanti
e del nuovo anno avevamo l’estro
di schienadiritta non piegata ancora
dall’ora presta, dal rintocco genuflesso.

E sul tratto di strada- questo volevo dire-
che ci separa, stavolta all’uscio dei portoni
v’erano pini muti e senza luci,
su un lato riversi parevano dormire,

Custodire tra i rami come nidi il ciuffo
dei sogni sognati dai bambini coi pacchetti
regalo degli adulti apparenti donatori.

 

così ci diamo al mondo anche noi.

 

*

Perfino tu, penultima luna
te ne stai appoggiata su un tetto
come una virgola ingrassata
e gravida di penurìa di tempo.

Così ripenso a quella notte
che alla coperta del clochard
distesa sul marciapiede ,sulla grata

del metrò che sbuffa ad ogni ora

era cresciuta la faccia con un raggio
di luna che la faceva pulita e fine
come la maschera del poeta Baudelaire
al cimitero a Montparnasse

E bello è stato, quando oramai il vagone
lambiva l’incerto confine della Normandia
levando al cielo gli occhi ed il cappello
vederti alta in firmamento scuro come un’origine.

*

Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa di freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.

Ora i due amici sulla strada coricati
come un allora facevamo da bambini
capa e piedi, cappa e spada,
come una scarpa fa con l’altra
per guadagnare spazio in quella congruenza.

Mentre più in là oltre l’insegna
ci sono i due amanti sopra a un materasso
matrimoniale e senza muovere un dito
– a stento respirare-
come il filo al gomitolo l’uno intorno all’altra.

Così mentro scendo le scale
appena illuminate dalla scritta gialla
mi chiedo quando è stato
che il vulcano ha incendiato i corpi
e ricoperto di cenere ogni grazia.

*

C’est l’heure! C’est l’heure!
pare che dica dall’alto della torre
l’orologio che domina la strada
e il palazzo della mairie del dodici.

Dei penultimi ora mancano all’appello
i bianchi, le donne delle pulizie,
i commessi viaggiatori e i pendolari
ci sono solo gli operai e la pelle è nera.
(per lo più, innanzitutto)

Poco distante c’è un signore
che a prima vista pare normale
pure a quell’ora che è minima
se non avesse per calze delle buste
di plastica che dall’orlo sbuffano.

Le ginocchia di un manovale
contro le mie altrettanto
impegnato nel flusso passeggero
della prima metro.

E ce ne stiamo attaccati
studenti ed operai
come le lancette
di un orologio che segni
l’esatta metà del giorno
(e della notte)
c’est l’heure! c’est l’heure!

Così penso alla runner
incontrata all’incrocio poco prima
e al braccialetto che portava al gomito
orologio anch’esso divenuto
da misuratore del tempo contabile dei passi.

*

 

Nelle ore in cui soltanto i topi
la fanno da padrona
e l’eco dei passi non li sveglia
né li fa fuggire dalle feritoie
che accolgono l’asfalto delle strade
s’ode dei matti l’orazione
alle stelle ormai scappate via
una nenia che è una forma di preghiera
una ninna-nanna al cuore che protegge
il sonno in quell’ora presta dei piccini
disseminati nei palazzi tutti intorno
cullati da lucine di notte disposte dalle madri
ma sono loro, i matti, che sorvegliano i sogni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paoletta

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di Emanuele Kraushaar

Paoletta me la ricordo bene. Era mora e piccola. Era più bella delle altre di molte volte.
Anche era più silenziosa delle altre.
Era un giro avanti a tutte e io nel bosco col fazzoletto al collo mi ero innamorato di lei, e lei mi aveva chiamato con il nome di un altro e allora io nel bosco le avevo risposto che non ero lui, perché avevo paura che poi lui mi avrebbe fatto del male, perché io sempre avevo paura degli altri e soprattutto del dolore, che qualcuno mi spegnesse una sigaretta addosso, com’era capitato alle medie, o mi facesse girare tenendomi per i piedi sfiorando la polvere, i sassi e ancora la polvere con la testa, o mi dicesse che ero un verme schifoso coi capelli, uno più grande una volta mi aveva detto proprio così, che ero un verme schifoso con i capelli e poi si era gettato sul corpo di una mia compagna di classe e tenendola ferma sul pavimento le aveva sfilato i pantaloni, mentre uno più piccolo di lui le saltava addosso o forse il piccoletto era una mia allucinazione e io vedevo davanti ai miei occhi i lividi che si formavano come fiori sulla sua pelle;