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Posti a sedere

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di Luciano Mazziotta

 

in casa invece c’è quello che occorre.

tre facce due parlano e l’altra

li osserva. poi quella che osserva

inizia a parlare e l’una che prima

parlava si ferma che adesso

li osserva oppure si alza

si lava le mani girata

che allora non guarda.

                                   come se a turno

l’una o l’altra o quell’altra

dovesse star muta in un angolo.

tre facce due parlano e l’altra

dovesse fare la spia.

Terza promessa

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di Raffaele Mozzillo

Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’inferno,
eliminerà i vizi, libererà dal peccato, distruggerà le eresie

La polvere pizzica gli occhi quando scendono nel fosso a farsi di Marlboro di contrabbando e gassosa, però non li ferma, sono comunque lì a riempirsi i polmoni di merda e a gonfiarsi lo stomaco. Stanno imparando a ruttare, Mariarosaria è la meglio. Glieli fa in un orecchio all’improvviso, i rutti, e le lacrime gli vengono agli occhi per l’emozione. Quelli di Lello sfiatano un poco, ma nel complesso l’esecuzione è apprezzabile, almeno a guardare Mariarosaria e a come scoppia in un applauso a ogni sua esecuzione. Hanno provato a cambiare marca, ma non c’è stato niente da fare: gassosa Arnone è un’altra cosa.

L’altra Cambridge. Un Massachussets quotidiano tra confessioni e traslochi

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di Eloisa Morra

Misi piede a Cambridge la prima volta per inseguire un amore; avevo da poco compiuto vent’anni, autunno inoltrato: foglie fradice affogavano il porch della casetta di East Cambridge condivisa con il figlio d’un rifugiato iraniano (con cui, ricordo, discutemmo a lungo sull’origine della pasta Alfredo) e con Brad, un ricercatore della Divinity School che passava il giorno a pensare a Adorno e Marx. L’inclinazione del pavimento della cucina rendeva affettare un avocado per l’insalata un’impresa ardita, e qua e là le pareti del soffitto rivelavano buchi: quando chiesi di cosa si trattasse mi venne risposto che in inverno i topi si infilavano nelle condotture alla ricerca di un cantuccio caldo, e chiunque fosse sano di mente teneva a portata di mano uno spray da passare nei muri per scampare all’invasione.

 

La primavera tarda ad arrivare

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  di Gianni Biondillo

Flavio Santi, La primavera tarda ad arrivare, Mondadori, 2016, 306 pagine

Ora che anche un ottimo poeta come Flavio Santi s’è messo a scrivere gialli, le certezze granitiche di una certa critica paludata che ragiona a compartimenti stagni inizieranno a vacillare. Io, ovviamente, non ci trovo nulla di strano che un poeta scriva un romanzo, per lo più “di genere”. Se esiste una peculiarità del “giallo” italiano sta nell’attenzione allo scenario dove muovere i personaggi piuttosto che alla macchina inesorabile della trama. Un’indagine, da noi, è soprattutto una scusa per raccontare un territorio. Santi lo ha fatto con le sue poesie dialettali e, in continuità, lo fa ora con La primavera tarda ad arrivare.

Protagonista del primo capitolo di quella che si prefigura già come una serie, è Drago Furlan. Poliziotto bonario, dall’indole contadina, che passa più tempo in osteria a chiacchierare con gli amici che in commissariato; quarantenne bamboccione, eterno fidanzato che vive ancora con la madre; tifoso accanito dell’Udinese e goloso seriale di frico e polenta. Drago non è esattamente il ritratto del ruvido sbirro contemporaneo. Per lui già andare a Udine è come perdersi in una metropoli. Un ispettore (neppure commissario) che non vede un morto da almeno vent’anni, passati in gran parte a coltivare pomodori. Fino ad oggi, fino al ritrovamento fortuito del cadavere di un anziano, freddato con un colpo di pistola in mezzo alla fronte.

Santi racconta l’indagine, e di conseguenza il Friuli, con una scrittura lieve, scanzonata, a tratti pop. Eppure mai superficiale. In realtà, sotto pelle, non ostante l’apparente leggerezza, tutto il libro appare come un accorato canto d’amore e di nostalgia. Furlan magia e beve di continuo come a stimolarci gusto e olfatto, sensi primari che ricollegano al territorio, ai suoi prodotti, alla sua storia millenaria. È come se Santi volesse farci tornare ad un Friuli che forse non esiste più. E che forse per questo continua ad esistere, nelle sue parole.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione numero 9 del 1 marzo 2016)

p.s. questa recensione è dello scorso anno, nel frattempo è uscito un secondo volume dell’Ispettore Furlan: L’estate non perdona.

Diario parigino 7: la “terrasse” parigina e l’abnegazione al godimento

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di Andrea Inglese

 

A Parigi non è che sia facile vivere e che la gente si diverta. Vivere in una capitale, in una grande metropoli europea, persino mondiale, in un centro culturale d’eccellenza, cosmopolita, brulicante d’iniziative erotiche inconsuete, di punti di vista inauditi sull’abbigliamento, di credenze su come rendere lo scorrimento del tempo più arioso e inebriante, impone una certa responsabilità, esige in ogni caso competenze, preparazione, allenamento. Non è come chi vive in una periferia qualsiasi, in mezzo ai grigi vialoni dell’anonimato, dedito solo a centri commerciali feroci e a manovre nei parcheggi sotterranei.

Sole di mezzanotte ( bagatella dell’apericena)

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di Giorgio Mascitelli

Quando Guido della Veloira vuole fare il figo, si mette gli occhiali da sole.

In sé non c’è nulla di male, viviamo in un’epoca di ampia tolleranza ed è un saggio piacere di attardarsi a giocare proprio quando la vita mette fretta; tuttavia da un punto di vista tecnico la questione è di tutt’altro genere perché bisogna ammettere che Guido della Veloira prova questo impulso con particolare intensità nelle ore crepuscolari, all’ora dell’apericena, insomma, e vi è forse una correlazione tra la propensione al consumo di detta forma d’intrattenimento alimentare e l’utilizzo degli occhiali da sole al tramonto o subito dopo.

Ora le scelte sono scelte e non si possono sindacare, ma poi bisogna notare che tanti fanno la scelta di Guido della Veloira e in sé non c’è nulla di male, un po’ di conformismo non ha mai ucciso nessuno, anzi la vita di tutti i giorni si svolge anche perché  c’è un pizzico di conformismo nella maggior parte delle cose che facciamo. Il problema risiede piuttosto nell’implicita convinzione di Guido della Veloira di compiere una scelta esclusiva quando indossa gli occhiali da sole all’ora dell’apericena. Questo significa, dovrebbe significare, perché ormai in questi giorni di luce breve non c’è più nulla di certo ( e i miei occhi invecchiano a vista d’occhio),  che c’è un problema di percezione di sé, il che costituisce senza alcun dubbio un inconveniente.  Per tutti è difficile riconoscere la propria esperienza come un’esperienza tra le altre, ma addirittura Guido la pensa come l’inevitabile prodotto di un’accorta programmazione e di scelte felici.

Questa storia delle scelte è un po’ come quando all’apericena  ci si sofferma a considerare con ponderazione se si vuole lo spritz con l’aperol o con il campari, senza ricordare che spesso sono più importanti il vino, la quantità d’acqua e, in definitiva, lo stato d’animo con cui si beve. In pratica l’unica scelta possibile occupa tutto lo spazio mentale così che non si veda il resto del campo. Del resto anche l’apericena, la sua oggettiva importanza nella vita moderna e in particolare l’apericena con gli occhiali da sole va considerata come un parziale risarcimento ( di cosa non occorre precisarlo qui perché i tempi non sono maturi).

L’inconveniente principale di chi trascorre l’apericena indossando occhiali scuri sono due. Il primo, davanti al buffet, è di faticare a distinguere le vivande, specie i vari tipi di pasta fredda, cosicché spesso non si sa ma si presume quel che si porta al  tavolo nel piatto; il secondo è di protendere il viso verso l’interlocutore come fa quello che procede in base a quanto sente. D’altra parte viviamo in un’epoca o quanto meno in quest’epoca  frequentiamo apericene in cui nessuno porta più l’orologio ma tutti sanno esattamente che ora è, così è possibile che chi porta gli occhiali da sole veda meglio degli altri.

Non si registrano scontri nell’afflusso ai tavoli imbanditi con le pietanze per l’apericena tra i portatori di occhiali da sole che evidentemente sanno muoversi con destrezza. Si è sviluppata tutta un’abilità nel leggere nella penombra causata dall’occhiale nero le dimensioni dei volumi e degli spazi; abilità invero tanto più commendevole quanto più superflua dal momento che basterebbe togliersi gli occhiali per vedere le cose nella loro vera luce. Ma essi non vogliono levarseli, nemmeno Guido della Veloira che pure avverte un brivido di dubbio: per desiderare di vedere le cose nella loro luce bisognerebbe che questa fosse almeno presentabile, non certo questa luce livida breve che adesso va per la maggiore. Insomma essi non vogliono levarseli ed è difficile dar loro torto. Piaccia o meno,  questa è la legge dell’apericene in cui ci tocca vivere.

Arginare l’odio

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di Valeria Rosini

Dirò prima di tutto che il libro di Monica Romano “Trans, storie di ragazze XY” (Mursia, 2015, 13 €) è leggibilissimo, scritto con un linguaggio semplice ed immediato, adatto anche per gli adolescenti, per i quali sarebbe una lettura importantissima. Ma è un libro essenziale anche per adulti acculturati che vogliano calarsi nelle complicazioni e nelle particolarità dell’esperienza di vita di una persona Trans. Un libro quindi, davvero, per tutti.
È in gran parte una narrazione in prima persona della protagonista, che si chiama Ilenia, e che ci accompagna dalla sua infanzia all’età adulta.  Il personaggio – si intuisce – dev’essere la sintesi di tante storie che si somigliano, ma mi sembra che ci sia molto dell’autrice, almeno nella parte in cui racconta di riuscire a vincere le sfide più difficili, rifiutando di ritirarsi dal mondo, proseguendo la scuola nonostante tutto, fino a riuscire a laurearsi e ad affermarsi nel mondo del lavoro. E questa non è cosa da poco.  Perché se è vero che abbiamo alcuni luminosi esempi di persone che ce l’hanno fatta ad essere accettate nel mondo ‘diurno’, quello del lavoro, delle relazioni sociali, della politica, dell’intellettualità, è ancora vero che la maggioranza delle persone che vivono questa condizione, vivono da prigioniere nel ‘mondo della notte’. Infatti, un implacabile circolo vizioso le stritola ancora troppo spesso, senza che riescano a trovare scampo. La derisione e il rifiuto sociale impediscono di finire la scuola, di trovare un lavoro, di avere amici.  Oggetti di bullismo e di esclusione, vivono una solitudine assoluta. Le famiglie che le cacciano di casa per nascondere la vergogna, insieme all’impossibilità di trovare fonti di sostentamento, e l’essere viste da tutti come viziose adatte solo ad eccitare le fantasie su di una sessualità perversa (non propria, ma altrui), finiscono quasi inesorabilmente per sospingerle nel circuito della prostituzione e spesso della droga per poterlo sopportare. “Ma le cose cambiano” ci dice, a più riprese, Monica Romano. E avverte soprattutto i giovani:  per quanto  infernale sia il presente, il futuro sarà migliore. Non perdetevelo!
Le pagine introduttive mostrano l’aspetto peggiore: il modo in cui gran parte dei giornalisti dipinge al pubblico lo stereotipo delle persone transessuali. Siamo nel 2009 e la scena è quella di due amiche di fronte ai servizi dei telegiornali che inseguono Brenda, la donna transessuale del caso Marrazzo (trovata poi morta nella sua casa, soffocata dal fumo di un incendio doloso il cui colpevole non sarà mai trovato, forse mai cercato). La aspettano sotto casa, la rincorrono nei giorni dello ‘scandalo’, si permettono di darle del tu e la chiamano al maschile. La nominano “Brendona” e il suo cognome non esiste, palesando tutta la morbosità da cui loro – i giornalisti – vengono irretiti, trasmettendola al pubblico. I titoli dei giornali non sono da meno, nemmeno per quel convenzionale, e magari un po’ ipocrita, rispetto che circonda chiunque di fronte alla morte: «Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo», o  «Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo». L’angoscia delle due amiche viene alla fine stemperata da una risata con cui concordano di avere un primato imbattibile: quello di essere indiscutibilmente le prime nella classifica degli esclusi. Gli omosessuali hanno ancora molti detrattori, ma sono tutelati e protetti da molti, e oggi hanno perfino una legge che ne tutela le unioni. Gli immigrati sono oggetto di paura, di rifiuto e di infinite contestazioni, ma godono della solidarietà dei movimenti di sinistra,  dei sindacati e della Chiesa. Solo i transessuali sono ancora oggetto di un odio che sembra non trovare argine, la loro condizione percepita come oscura e del tutto incomprensibile.
Si passa quindi alla narrazione in prima persona di un ragazzino che parla di sé al femminile – Ilenia, appunto –  e che sembra proprio non riuscire nemmeno a focalizzare il problema: sembra non riuscire a capire il perché di tanta aggressività, odio, disprezzo e violenza che su di lei si abbatte quotidianamente.  Andare a scuola è un incubo! Uno sprazzo di luce le sembra di intravvedere quando un compagno immigrato e nero diviene oggetto di un atto di bullismo: la lezione infatti si ferma. Gli insegnanti avviano un’altra lezione, contro il bullismo e le discriminazioni, per la tolleranza delle diversità e per l’accoglienza. Allora la nostra protagonista scrive in un tema tutto quello che subisce ogni giorno, ma la reazione non è la stessa. L’insegnante la prende da parte e, con molto imbarazzo, le dice che se si comportasse un po’ più da maschio, tutto questo non le succederebbe. Ilenia se ne dispera, eppure ci prova.  Va dal barbiere, si fa rasare i capelli,  cerca abiti più simili a quelli dei compagni maschi, prova e riprova allo specchio posture, modi di camminare, atteggiamenti.  Eppure le cose vanno ancor peggio.  Prima di tutto perché si sente malissimo (cosa sta facendo?  Si maschera?  Si traveste? Cerca di essere quello che non è?  E cosa è?).  E poi perché le provocazioni dei compagni, invece che attenuarsi, si aggravano.
In questo racconto quello che colpisce di più è che, nonostante tutto questo, Ilenia conserva l’amore per lo studio.  E’ sempre molto brava a scuola, sempre tra le prime della classe.  Questa, che è la migliore delle reazioni possibili, non è la più frequente. Per Ilenia sarà un elemento fondamentale della sua salvezza, insieme a molte altre cose che le succederanno più avanti, come gli incontri con persone a lei simili, e alla vita associativa che via via andrà sviluppando. Ma per la maggior parte delle persone – lo sa bene chi, come me, ha lavorato come psicoterapeuta – condizioni ambientali così avverse, così mirate a distruggere la stima di sé, impediscono reazioni positive e stimolano quelle di natura depressiva: fanno ritirare in se stessi, impediscono di esprimere anche le capacità che si possiedono e ciò finisce per confermare la disistima in se stessi e nel mondo, bloccando il futuro.
Se un messaggio viene da questa parte del libro direi che è questo, rivolto soprattutto ai ragazzi e alle ragazze:  se tutto intorno a voi va male, non mollate quello che vi piace e che potete fare in proprio, come leggere e studiare, o coltivare qualsiasi vostra capacità che vi dia soddisfazione, anche se nessuno ve la riconosce.  Perché, quando vi chiedete angosciosamente chi siete, lì trovate la vostra risposta.  O, almeno, una prima possibile risposta.  La seconda è che “col tempo le cose cambiano”.  Sono già cambiate moltissimo.
La solitudine si è ridotta.  Le possibilità di incontro moltiplicate.  La rete consente scoperte, informazioni, incontri un tempo impensabili.  Le associazioni di autoaiuto e di sostegno alla socialità e alla ricerca di una dimensione esistenziale vivibile si sono incalcolabilmente moltiplicate.  L’attività politica volta all’affermazione dei diritti è oggi alla luce del sole.  Già oggi, nulla è come prima. Nel libro si trovano poi informazioni sui graduali cambiamenti legislativi per la riattribuzione di genere all’anagrafe e per il cambio del nome sui documenti, cambiamenti che ci sono già stati e quelli che ancora si attendono. Si trovano informazioni sui cambiamenti già avvenuti nelle definizioni di questa condizione da parte della psichiatria, assestata oggi sulla quasi benevola definizione “disturbo della identità di genere” o “disforia di genere“, e di quello ancora atteso della cancellazione definitiva dall’elenco delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (come già avvenuto per l’omosessualità, definita oggi come “normale variante della sessualità umana“). Ci sono cenni di storia dei movimenti LGBT nel mondo, e qui in Italia.
Ed infine, appena accennata, anche la questione filosoficamente più complessa e forse più interessante, su cui molto accesamente si discute, all’interno del movimento, e si discuterà ancora:  l’adeguamento del corpo con ormoni e chirurgia – percorso lungo e sofferto, e difficile da realizzare davvero – risponde ad un vero proprio bisogno o si tratta ancora di sudditanza ad una visione binaria del mondo che vuole tutto incasellato nel maschile o nel femminile, senza vie di mezzo?  O non sarebbe meglio  che l’ambiente attorno si abitui sempre più a vedere persone la cui appartenenza di genere non è definita o stabile? Questa forse è la domanda delle domande.

 

NdR: Valeria Rosini è psicanalista

MSQ→AMS→PAR #5

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di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Quinto episodio, di cinque. In versione italiana, primo, secondo, terzo e quarto. In versione francese sul sito amico Remue.net, premier, deuxième, troisième e quatrième. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Quello che vedo, lo vedo bene, sì, almeno, è l’impressione che mi fa, tutto quello che vedo sembra buono,

Nitimur in vetitum: Tabù di Giordano Tedoldi

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di Alfredo Zucchi

Il romanzo nicciano è un genere a parte: una narrazione di pensiero, il cui motore ha a che vedere con la figura dell’eticità dei costumi – la morale, si usa dire semplificando, ma così facendo si riduce e si strozza la questione. Svetta tra i romanzi nicciani L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Negli ultimi anni in Italia sono apparsi due notevoli romanzi nicciani: Contronatura di Massimiliano Parente e Tabù di Giordano Tedoldi, presentato da Tunué in occasione del trentesimo Salone del Libro di Torino. Mentre Parente in Contronatura prende la via cafonal,  la scelta di Tedoldi è più letteraria: affonda le radici nel genere del dramma borghese per piantarvi il seme della discordia –  per sfondare e attraversare il genere, appropriandosi, passo a passo, di forme e contenitori diversi (simbolismo, espressionismo, rappresentazione sacra). In qualche modo Tabù ripercorre, al suo interno, le stesse tappe che abbraccia il teatro di Strindberg (tra i nicciani della prima ora: non tedesco, non contaminato dal nazismo, non francese né esitenzialista – una rarità).

Le convenzioni narrative del dramma borghese (la lingua, i personaggi, il contesto, i conflitti) sposano alla perfezione il veleno che il narratore delle prime tre parti del romanzo, Piero Origo, ha nella lingua. Si adattano ai suoi fendenti, si lasciano martoriare. Il movimento (in discesa: è vera catabasi) che porta Piero da una casa borghese, dove scopa la moglie del suo migliore amico, alla rovina è vertiginoso. Piero è affilato come il rasoio di un Occam autolesionista[1]: il suo desiderio distrugge e ricrea; il suo pensiero non accetta mediazioni o consolazioni – davanti al dubbio supremo, non esita a colpire e colpirsi. Piero crea dubbi, fenditure, ferite in chi lo circonda – dubbi sui valori, sulle leggi che si ritengono inviolabili, sulla stessa desiderabilità del punto di vista normativo. È un personaggio col martello. La forma delle prime tre parti del romanzo è una grotta o uno scavo fino al cuore pulsante delle cose.

Ci sono tuttavia almeno due Nietzsche. Quello che Tedoldi interroga, e a cui attinge, è il Nietzsche novecentesco: apollineo e dionisiaco, anticristo, il Nietzsche di Bataille (noi senza paura/ tante aurore devono ancora risplendere). L’altro Nietzsche, quello del ventunesimo secolo – i cui pensieri speculativi vengono oggi ripresi e citati nel quadro della teoria dell’evoluzione, da fisici teorici nel contesto della meccanica quantistica – nessuno l’ha ancora interrogato in letteratura. E di fatto, proprio quando Tedoldi si allontana inesorabilmente dalla cornice del dramma borghese – non nei temi ma nella forma: dalla quarta parte in poi – il libro comincia a soffrire.  La prima avvisaglia è l’emergere dello strato metatestuale, prima sopito o innocuo (i cambi di voce, il libro che si fa oggetto e soggetto narrativo, l’improvviso tu al lettore, le false attribuzioni, la cifratura dei toponimi).

La seconda riguarda gli inserti fantastici. C’è modo e modo di interrogarsi su “cosa sia il reale” – l’indagine vorticosa, spiazzante, violenta e delicatissima della prima metà del libro, poggiata sulle basi salde del realismo letterario, fa spazio a una forza diversa nella seconda metà, una forza che proprio mentre impenna nel fantastico non riesce a prescindere dalla traccia della verosimiglianza: vuole una prova – per quanto inverosimile e tirata per i capelli essa sia – una prova dirimente. Sembra che nei passi finali, e in due svincoli decisivi, l’autore non sia riuscito a inventarsi di meglio, che abbia voluto, a ogni costo, costringere la storia in una direzione, quando forse quest’ultima intendeva prendere altre pieghe.

(Un anno fa, in un intervista via posta elettronica in occasione della ristampa di Io odio John Updike, quando ho citato una frase di Julio Cortázar in cui lo scrittore argentino indica una differenza ontologica tra forme narrative brevi e forme estese, Tedoldi ha risposto: «Il platonismo è una cosa seria, troppo seria per lasciarla in mano a Cortázar.» Mi pare invece che una dose del tunnel cortazariano avrebbe solo giovato alla chiusa di Tabù – in qualche modo, in narrativa, la chiusa di una testo, la sua possibilità e la sua esecuzione, è la prova ontologica).

 

Nonostante questi dubbi – questi strappi che costringono il lettore fuori dal flusso fino a quel momento impetuoso, irrefutabile del testo – anche nella seconda metà del libro si verificano momenti di puro rapimento. La voce del narratore principale delle parti 4-6, Padre Eusebio Kuhn – le sue esperienze, la sua moralità, la sua percezione distorta – immersa nella rovina di Piero, allarga ulteriormente lo spettro – se Piero può tutto e niente, vuole tutto e niente, il desiderio trattenuto e filtrato di Eusebio dona al libro la spinta essenziale del voyeurismo. L’intreccio tra i due personaggi rivela inoltre un altro tema nitzscheano fondamentale: l’amicizia virile. Un legame forte e debole allo stesso tempo, in cui, a differenza della relazione di Piero con Domenico, suo sedicente migliore amico, non si fugge il conflitto ma lo si cerca costantemente – in cui la serenità è una ricompensa, una rarità post bellum.

 

La capacità di Tabù  di soggiogare il lettore sta anche, forse soprattutto, nella precisione e profondità con cui Tedoldi descrive le dinamiche relazionali. Solo, tête-à-tête, trio, partouze: c’è tutto nel romanzo. C’è una capacità di penetrare i pensieri e le voglie di ognuno e di tutti, di giocare col binomio sacro oscenità-evidenza con maestria e naturalezza – un acume psicologico che ammalia, seduce e feconda come una serpe.  In questa traccia, in cui ogni gesto, ogni desiderio, è spontaneo e ipocrita insieme, spiccano le pagine sull’amore di Piero per Emilia, la moglie del suo migliore amico – l’amore a distanza, ormai ritualizzato, idolatria pura  e morte viva; allo stesso modo spicca il gesto fondatore della relazione tra Piero e Eusebio, principio primo dell’amicizia dionisiaca. E in realtà ognuno dei personaggi principali porta con sé un carattere unico e indimenticabile (Antonia l’amazzone, Dolly il furetto di dio, Marco il rosicone, Eva Kate Moss, Messabianca la Pura), possiede una forza che viene dalla riduzione delle variabili a un unico elemento essenziale. Questa riduzione agisce come un detonatore di conflitti atomici tra i personaggi – le esplosioni, a loro volta, lasciano strascichi perduranti, irreversibili.

 

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Tabù
Giordano Tedoldi

Latina, Tunué, 2017

  1. 360

 

 

 

[1] Occam autolesionista fa l’amore con gli animali: rappresentazione non-naturalista, fedele, di Nietzsche all’apice dell’euforia torinese.

Spiagge, eterotopie, corpolatria

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Date: 2008 - 2012.Location: Piscinao de Ramos, Rio de Janeiro, Brasil.Description: Ramos. Credit: Julio Bittencourt

di Ornella Tajani

Si on ouvrait les gens, on trouverait des paysages.
Moi, si on m’ouvrait, on trouverait des plages.
Agnès Varda
[da Les plages d’Agnès]

 

L’eterotopia foucaltiana è un luogo reale che accoglie la dimensione dell’immaginario. Secondo Jean Rieucau e Jérôme Lageiste, curatori del numero della rivista «Géographie et cultures» dedicato a La plage : un territoire atypique«la nozione di eterotopia di deviazione, intesa come spazio in cui gli individui assumono un comportamento deviante rispetto alla norma prestabilita, aiuta a spiegare meglio l’idea della spiaggia come luogo di fuga, in cui determinate pratiche diventano possibili».

 

 

L’eteropia, continuano i due autori, presuppone l’esistenza di un sistema d’apertura e di chiusura che la isola e al contempo la rende accessibile. La decodificazione dei codici sociali riscontrati in spiaggia può consentirne una migliore comprensione come costruzione sociale e culturale. L’eterotopia costituisce anche una rottura temporale, una fuga dalla vita quotidiana.

Per Gorges Cazes, la spiaggia è «una successione di desideri dominanti».

 

 

Mostriamo il nostro corpo – scrive Lageiste -, ci offriamo ostentatamente allo sguardo altrui, al desiderio altrui […]. Il gioco sessuale praticato in spiaggia ricorda in molti modi le tattiche d’approccio primitive e ormai vietate. Così il sesso costituisce senza dubbio uno degli elementi d’attrazione della spiaggia. In Brasile la «corpolatria» è ormai talmente intrinseca […] da aver assunto le forme di una grande esposizione pubblica dei corpi sulle spiagge urbane.

 

 

Corpi. E da ognuno
si leva una voce. Molti
come cercando, come andando lenti
verso una sacra meta
camminano nell’acqua.
Altri più frettolosi sulla riva
portano passi decisi verso un niente.
Qualcuno più piccolo scava, edifica,
qualcuno disteso, immobile
sonda i propri complicati pensieri.

Questa è la carne della specie
stesa sotto un cielo magnetico
[…]
Mariangela Gualtieri
L’agosto celebrava proprio là
la sua grande orgia pagana

da Le giovani parole (Einaudi, 2015)

 

 

«Si tratta di relazionarsi con una natura addomesticata, facile da conquistare, soddisfacente dal punto di vista del gioco che vi si svolge […] La spiaggia non richiede nessuna competenza fisica, morale o intellettuale per poterne fruire. La spiaggia appare come un luogo riposante perché offre un compromesso fra il confort della distesa sabbiosa e il carattere imprevedibile, indomabile del mare che la osserva a distanza» [Lageiste].

 

 

Le foto sono tratte dalla serie Ramos di Julio Bittencourt [qui il suo sito], che ha fotografato per tre anni le piscine artificiali di Ramos, fra le favelas della zona nord di Rio de Janeiro. Nella sua prefazione al libro che presenta questo lavoro, Martin Parr ha scritto: «you can almost smell the beach when you look at these images».

 

Il paesaggio pensato di Mario Giacomelli Intervista con Arturo Carlo Quintavalle

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di Corrado Benigni

«Quante cose col passare degli anni si dimenticano…Ma ricorderò tutta la vita Mario Giacomelli che arrivava dalla sua Senigallia a lasciarmi una busta rossa con le sue fotografie. La sua delicatezza e gentilezza. Giacomelli era un uomo schivo, umile, generoso, che quasi mai raccontava di sé. Per lui parlavano le sue fotografie». Così Arturo Carlo Quintavalle, già professore di Storia dell’arte medievale all’Università di Parma, tra i primi in Italia a scoprire il talento di Mario Giacomelli, ricorda il grande fotografo. Nel 1980 ha curato la prima importante monografia analitica sul maestro marchigiano, in occasione della grande mostra al Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Come scrisse allora nel saggio introduttivo del volume: «L’intera fotografia di Giacomelli si può leggere, trascrivere come autoanalisi come e forse molto più di tante altre, e se si dovesse indicare per essa una valenza, o almeno una valenza emergente, questa pare essere forse l’angoscia, e la pulsione di morte unita insieme ad un mitico sogno, quello della memoria che, come ogni ricordo, è appunto amore».

Tra i temi trattati dal fotografo marchigiano, quello del paesaggio è stato senz’altro il più importante, un motivo che ha percorso dall’inizio alla fine il suo lavoro. «L’opera di Giacomelli ha segnato in modo decisivo il formarsi di un nuovo approccio nei confronti della fotografia di paesaggio», spiega Quintavalle.

Quando e come vi siete conosciuti?

Negli anni Settanta, un periodo in cui io facevo la spola tra l’Italia e le università americane, dove ero già stato nel 1964 alla University of Chicago. Un tecnico della fotografia, mio collaboratore all’università, Rienzo Losi, che andava in vacanza in un campeggio delle Marche, mi disse che era diretto da un bravo fotografo e che dovevo assolutamente conoscerlo. Io, in quegli anni, ancora non sapevo chi fosse. Così un giorno è venuto a Parma per mostrarmi le sue fotografie. Mi sono accorto subito che erano foto di alta qualità e da lì è cominciato un rapporto che è durato negli anni, fino a fare la mostra allo CSAC nel 1980. In quell’occasione ho curato un importante volume sulla sua opera, dove sono stati ripubblicati molti testi sul fotografo, fra cui quelli di John Szarkowski, Nathan Lyons, Giuseppe Turroni. Io stesso ho introdotto la mostra e ho costruito una scheda sui diversi nodi delle opere. Penso che quel volume possa ancora oggi essere utile, l’ho realizzato dialogando con il fotografo. I miei incontri con Giacomelli si sono prolungati nel tempo, anche dopo la fine della mostra, lui era molto schivo, ma sempre generoso, arrivava, magari quando tornava da Milano, lasciava la busta rossa con le foto da donare allo CSAC e poi partiva, magari salutandomi soltanto davanti alla porta dell’aula dove facevo lezione.

Cosa la colpì di Giacomelli?

Aveva un bello sguardo, era una persona dolce con una bella stretta di mano e uno sguardo ironico. Non era un teorico della fotografia e tantomeno disquisiva sul bello, credo avesse però una forte cultura storico-artistica, almeno sull’arte contemporanea. Certo quando scorreva con me le fotografie che mi portava, non le spiegava mai, né sul piano tecnico e nemmeno sulle scelte di taglio, di temi, o altro. Parlando diverse volte ho capito che, ad esempio per il paesaggio, lui intendeva modellarlo e quindi suggeriva ai contadini di scavare i solchi col trattore in determinati luoghi e secondo un disegno preciso, insomma una Land Art in chiave marchigiana. Ma la spiegazione di quelle scelte, di quelle rappresentazioni del paesaggio nasce dal suo dialogo con Alberto Burri, con cui deve avere avuto scambi e comunque una diretta conoscenza delle opere. Insomma Giacomelli era tutto fuorché una persona estranea al dibattito culturale.

Perché, secondo lei, era così restio a parlare del proprio lavoro?

Innanzi tutto per pudore. Aveva sì la consapevolezza di essere un grande e originale fotografo, ma non come altri che misteriosamente a quel tempo erano professionalmente forse più affermati di lui. Certo ogni sua fotografia era costruita. In alcune ricerche tarde era sua abitudine portare con sé degli oggetti, dei frammenti del mondo contadino che poi disponeva negli spazi che intendeva riprendere. Il suo era uno sguardo attento agli spazi, al modellarsi del paesaggio ma anche ai frammenti, ai dettagli più minuti, aveva un profondo senso della materia e della sua durata. E aveva una forte attenzione alle persone, come si comprende bene dai ritratti. Pensando al paesaggio, quel progetto di disegno dei solchi, e la scelta delle riprese dall’alto, magari dall’aereo, e poi la decisione di tagliare le foto in un certo modo e di controtipare i negativi per aumentare i contrasti ed eliminare molti dei grigi, tutto questo era una scelta consapevole che fa, di supposte fotografie realistiche immagini di totale invenzione. Giacomelli certo non legge le sue Marche o l’Appennino centroitaliano come un paesaggio da cartolina, si trasforma invece in progettista di una ricerca, di un’arte che ripensa un territorio. Insomma una diversa idea, una land art che penetra nel profondo della storia, come dicevo, legata a un diverso senso della materia e della sua durata.

Eppure lui non si sentiva vicino alla Land Art…

Vero. Se noi adoperiamo i catrami, le muffe, i gobbi, le cuciture, i sacchi di Burri, abbiamo una chiave di linguaggio per capire il senso della materia e la costruzione di Giacomelli; bisogna però considerare che le fotografie si costruiscono con un progetto mentale. Giacomelli lavorava in camera oscura in maniera incredibile, controtipava i negativi per indurirli. Rielaborava molto le immagini in laboratorio; in questo modo le fotografie che stampava avevano una forte incidenza sul piano della scrittura, della grafia. Il modo di stampare di Giacomelli mi ha sempre ricordato il lavoro di Giovanni Battista Piranesi, i suoi numerosi passaggi sulla lastra prima di arrivare all’immagine finale, all’ultimo ‘stato’ dell’incisione. Questo discorso non c’entra con la Land Art, ma ha a che fare con la scrittura, la grafia e l’accento delle sue fotografie. I fotografi, anche se in apparenza non hanno una formazione accademica, hanno sensibilità e cultura precisa e conoscono molto di più di quello che la gente, guardando i loro scatti, riesce a intendere: dietro il lavoro di Giacomelli si sente l’attenzione a Burri, ma anche a Castellani e a Lucio Fontana.

Che importanza ha il tema del paesaggio nell’opera di Giacomelli?

In Giacomelli, ripeto, il paesaggio è progettato, costruito, nulla è lasciato al caso. Le sue fotografie sono sempre delle scene vuote, con rarissime figure, costruite con grande rigore. Nei suoi paesaggi c’è grande attenzione per l’ordine geometrico. Se dovessi pensare e spiegare Giacomelli come un inventore di immagini, direi a uno studente di approfondire Mondrian o Malevič, l’astrazione, e poi di guardare come quelle griglie finiscono nelle cosiddette foto ‘di natura’ di questo autore. Se non si fa questo non si possono comprendere le sue immagini. Nelle foto di Giacomelli non c’è la contemplazione o il patetismo dell’Informale, e nemmeno sublimazione, ma durezza. Proprio nei paesaggi c’è una cattiveria, in qualche maniera un pessimismo nel considerare le cose. Sono un racconto di vita e hanno il senso di un testamento.

Le serie dei Paesaggi in che rapporto stanno con il ciclo del Motivo suggerito dal taglio dell’albero?

Credo che il taglio dell’albero, con le immagini delle concrezioni, della scorza, a volte delle radici, sia un discorso sul tempo inteso come durata, come storia, proprio come nella serie dei Paesaggi. Poi si potrebbe fare un’interpretazione autobiografica, ritrovando in esso la metafora della vecchiaia, della morte, della paura. Lui aveva una consapevolezza precisa e viveva confrontandosi molte volte con la fine. Viveva la durata della vita e rappresentava l’albero come angoscia della morte. D’altronde in pittura l’albero isolato è da sempre una rappresentazione autobiografica palese.

Nelle nature di Giacomelli, pur in assenza di presenze umane dirette, forte è la componente antropomorfa, spesso come proiezione del suo sguardo, della sua immaginazione.

Nella sequenza dell’albero tagliato, abbattuto, ferito, scorticato, ritroviamo lui. L’isolamento dell’albero, il suo taglio, è una proiezione autobiografica dell’autore. Ci sono fotografi che si raccontano e parlano fin troppo e altri che parlano pochissimo, come Giacomelli. Il paesaggio ha invece soprattutto a che fare con la figura della madre, una terra madre, appunto, una figura femminile. Potremmo interpretare il paesaggio di Giacomelli come interpretiamo quello di Giorgione. Nella Venere di Dresda il paesaggio sul fondo del quadro corrisponde all’articolazione del nudo di donna in primo piano. O, ancora, certi paesaggi di Giacomelli ricordano quelli del tardo Giovanni Bellini; l’idea insomma di un paesaggio che si fa figura.

Nelle colline e nei pendii che fotografa c’è anche una componente sensuale.

Proprio la sensualità è una chiave per capire i paesaggi di Giacomelli. Lui ha uno sguardo sensuale su queste curve della terra, delle colline, vede, forse evoca, forme femminili. Coglie in questi paesaggi da un lato la dolcezza, la sensualità, dall’altro l’angoscia. Eros e thanatos, potremmo dire.

Come uno scrittore fa con un racconto, che ha un inizio, uno sviluppo e una fine, Giacomelli ha costruito vere e proprie narrazioni per immagini. Per questo le sue fotografie dei paesaggi risultano così organiche pur essendo state scattate in anni diversi.

È così. La dimensione, il contrasto, la sequenza delle fotografie è esattamente questo. Per Giacomelli era importante la scelta del ritmo e del senso narrativo che dava a ogni ciclo. In generale la chiave per comprendere le fotografie di Giacomelli è leggere le sue immagini come pagine di un diario, diario di un rapporto fra un grande autore che, attraverso le fotografie, racconta le sue ossessioni, le sue angosce, le sue paure. I grandi paesaggi di Giacomelli sono densi di paura, di un senso di morte durissimo, come molti quadri di Burri. Naturalmente Giacomelli era una figura veramente generosa, aperta, ma non direi solare. Solo a lui poteva venire in mente di realizzare fotografie come quelle di Verrà la morte e avrà i suoi occhi. Qui la pelle dei vecchi è corrotta come le terre dei paesaggi che lui fotografa.

Dalle fotografie di Giacomelli si intuisce la sua straordinaria immaginazione analogica, come forma di pensiero e di sguardo sul mondo.

Io credo che lui riconoscesse nel naturale come l’esistenza di un corpo e credo percepisse e considerasse le colline come corpi fisici, corpi da “vestire” con un aratro, un trattore, corpi da mascherare con delle coltivazioni, corpi che avevano una precisa esistenza. La sua formazione letteraria non era vicina a Montale o Saba, piuttosto poteva evocare certe poesie di Giovanni Pascoli, le Myricae, soprattutto, ovvero Cesare Pavese, in particolare il Pavese de La luna e i falò. La sua opera è tutta tesa a raccontare un’ossessione di morte ma anche la memoria di un paesaggio amato. Tuttavia la sua cultura era attenta soprattutto alla ricerca figurativa, ho detto di Burri e Fontana, ma conosceva a fondo anche l’astrazione, quella storica, indispensabile per capire l’impaginazione, la struttura delle sue opere. Giacomelli si lega comunque piuttosto alla ricerca di Paul Klee che a quella di Max Bill o di Josef Albers. Non era vicino a Morlotti, a Birolli o a Cassinari, che pure raccontavano altri paesaggi; il loro, infatti, è un paesaggio evocato, pensato attraverso Cézanne ma scomposto, corroso dalla matrice Informale. Quello fotografato da Giacomelli è invece un paesaggio vissuto, amato, stratificato di memorie dell’arte ma anche segnato dal dramma, dalla denuncia di una solitudine, dalla sconsolata consapevolezza della fine.

MSQ→AMS→PAR #4

1

di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Quarto episodio, di cinque. In versione italiana, primo, secondo e terzo. In versione francese sul sito amico Remue.net, premier, deuxième e troisième. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Di colpo mi rendo conto che si tratta piuttosto di un’atmosfera poliziesca, voglio dire la mia esperienza, la mia vita assume questo tono, questi colori di poliziesco, pensavo di avere una vita tranquilla, e invece no, la situazione è tesa,

Radio days

4

 

 

London Still Calling

di

Mirco Salvadori

 

 

 

 

 

Lascio la Laguna, mi inoltro nella provincia vicentina e raggiungo Rosà, un piccolo paese alle porte di Bassano del Grappa.

Con un breve reading, immergendomi in un luogo un tempo famigliare, reso alieno dai tanti anni trascorsi lontano dalle strobo, dai banchi mixer e dal danzante sudore, aprirò la porta al passato. Sarò cerimoniere di un rito antico, nero come il vinile che dona il nome alla mia storica meta. Mentre viaggio seleziono i miei pensieri, apro i file dei ricordi ed estraggo un momento zippato e catalogato da decine di anni nel profondo dei miei scassati ingranaggi mnemònici.

Mi ritrovo a percorrere lo stesso tragitto in vaporetto: San Marcuola/Piazzale Roma, appostato nell’unico spazio vitale disponibile di fianco alla cabina di pilotaggio, lí dove nessuno puó travolgerti con l’insulto del braccio teso che sorregge una lancia munita di offensivo cellulare innestato sulla punta, a due centimetri dal tuo volto.

 

 

 

Delle rimembranze: inverno 1979. I file man mano si aprono e torno a quel giorno di 37 anni or sono. Ricordo bene cosa tenevo in mano durante quel tragitto in vaporetto. Lo tenevo bene in vista quel disco con la copertina che urlava London Calling! La usavo al pari di uno striscione durante una delle tante manifestazioni che normalmente frequentavo, ci credevo. Ostentavo la reliquia sfidando chiunque a guardarla, anche solo di sbieco. Chi osava soffermare lo sguardo sulla foto dell’incazzato Paul Simonon in azione riceveva il mio sguardo di disprezzo: che ti guardi, mezze maniche! Lo tenevo stretto sul petto, ero l’unico su quel mezzo pubblico che sapesse cos’era rivolta, rabbia, voglia di rock. Avevo 23 anni e mi sentivo fiero, giovane, sicuro. Quello dell’imberbe stupidità era un territorio a me sconosciuto.

 

 

Guido mentre l’insana e improbabile melodia degli Autechre mi aiuta a rafforzare con tagliente lucidità la visione che torna a quel giorno, suggerendomi sommessamente un pensiero: era tutta una finzione, per me allora era impossibile comprenderlo ma tutta quella boria nascondeva solo una veritá; ero già vecchio e in ritardo. In ritardo sul punk, sull’indie rock , sulla rivoluzione. Ero un vecchio ventitrenne inquieto che stringeva tra le mani un doppio lp per giovani incazzati la cui copertina rendeva omaggio ad un ancor più vecchio e morto eroe, sommerso di lustrini e frange nei suoi bianchi completi da bianco d’America. Nel 1979 la mia consapevolezza era decisamente basica.

 

 

 

Parcheggio ed entro, scendo quegli scalini un tempo superati con fatica cercando di trattenere un carro con sopra due pesantissime casse cariche di dischi. Penetro lungo la navata di questo vecchio tempio dove ben poco è cambiato o forse tutto, chissà. Dovrei chiederlo al buon Lallo, sempre seduto a guardia della sua creatura nel botteghino all’entrata ma lo trovo appoggiato al banco del bar che mi guarda curioso: quando ho sentito il tuo nome mi son chiesto se eri veramente tu quel Salvadori che avrebbe letto stasera, lo stesso della radio, quello delle feste dark, hai idea quanti anni sono trascorsi? Un sorriso gli circonda il viso, un sorriso nel quale mi perdo per qualche istante, avvolto nella densa nebbia della commozione.

 

 

 

La voglia di tornare nel buio quadrato, dietro al banco mixer mi assale, una voglia mista di curiosità malata e pesante consapevolezza del tempo trascorso. Seguo l’insostituibile guida nel limbo di una discoteca un tempo mio paradiso privato. Charlie Out Cazale, divino Virgilio che ancora vigila con aria disincantata sul giovane girone danzante, lo fa dall’alto del suo mai esausto antico elettrodomestico che usa la malìa del Tango come gas refrigerante. Tutto è scomparso, non esiste più la confusione d’un tempo: i dischi dimenticati dal resident dj di turno, il paio di cuffie rotte, i mille bicchieri di plastica testimoni dei mille drinks bevuti, il grande mixer e gli insostituibili giradischi. Tutto è volato via assieme alle stagioni che si sono ininterrottamente alternate per oltre trent’anni. Il furioso vento giunto da un futuro allora remoto ha portato con sé la fredda professionalità di due lettori cd, miseri immobili simulacri rilucenti spie che brillano intermittenti, come invisibili lucciole sospese nel calare della notte.

 

Lascio la postazione di mixaggio e torno al bar mentre i giovani volti d’un tempo, trasformati dallo scorrere degli anni incrociano il mio sguardo. Mi appoggio al bancone stringendo in mano un ritrovato Cuba libre, un tempo il primo di una lunga serie che al pari dei catarifrangenti lungo l’autostrada, segnavano il percorso da qui fino all’alba. Tra poco salirò sul piccolo palco di fronte alla pista da ballo, con il mio raffazzonato reading aprirò le porte al rock, quello da anni elegantemente indossato da Renato Abate in arte Garbo.

 

Ci siamo salutati poco fa al ristorante, ritrovati dopo un primo incontro veloce a Verona qualche anno addietro. Guardo il buon vecchio new waver cercando di immaginare cosa possono vedere i suoi occhi, dietro quelle ampie lenti. Non ci conosciamo affatto, se non per via di qualche recensione e intervista dedicate a lui e ai suoi dischi, i pochi ancora rimasti di un’era per me lontana, i pochi che ancora riesco ad ascoltare senza cambiare traccia dopo il primo riff. Non siamo in amicizia ma sento di condividere la stessa provenienza. Apparteniamo al medesimo mondo antico, un luogo che ho lasciato tempo fa, lo stesso che ancora lo accoglie e forse protegge.

 

Passo al secondo drink ed entro nel backstage scambiando qualche parola di rito; sono un ospite di passaggio, viandante senza amici nè legami giunto da un luogo lontano, anima in pena che si fermerà il tempo necessario a capire dove realmente si trova. Ora mi nutro di strane sillogi che odorano di silicio, penetro nei circuiti indefiniti dei numeri e galleggio in assenza di peso nello spazio che si crea tra il silenzio e il suono che produce. Al ritmo delle pelli preferisco quello dei tasti del laptop, allo scalmanato fragore elettrico abdico, nascondendo le tracce della mia fuga dentro scie di purezza elettronica. Sono un ascoltatore che corre costantemente avanti, felice di perdersi in luoghi nei quali sentirsi ancora capaci di attendere con stupore lo scorrere della puntina sul prossimo solco.

 

 

Alberto Milani, bravissimo chitarrista del gruppo di supporto inizia il suo improvvisato carpet sonoro sul quale tra poco inizierò a stendere la mia storia colorata di nero, nero fitto come il colore di quei capelli e di quelle unghie che ancora abitano il mio ricordo. Sarà un breve racconto per celebrare gli anni del fulgore oscuro, quel lasso di tempo racchiuso nel trattino che unisce il post al punk. Una recita più volte interpretata nella vita e sul foglio di carta:

 

Agli Amici che ci hanno lasciato.

Ai new wavers con i quali ho condiviso lunghi tratti di cammino.

Alle donne e agli uomini di oggi che, un disco nero corvino tra le mani, sorridono ancora inquieti ma colmi di esperienza e di Vita …

 

Leggo mentre la mano serra il microfono in una morsa dolorosa, leggo mentre la chitarra incalza il mio raccontare, leggo davanti ad un mare in tempesta che spuma e si infrange contro il banco del bar, un oceano di ondate che urlano e ridono, flutti incontrollabili di giovani vite distanti anni luce da quanto sto volontariamente disperdendo attraverso l’amplificazione del mio raccontare. Forse qualcuno anche mi percepisce, penso mentre leggo, qualcuno che rispetta le regole dell’ascolto, qualcuno che ha vissuto con me quel periodo, qualcuno che c’era e comprende la lingua con la quale mi esprimo. Il basso incalza la chitarra, la mia storia volge alla fine mente goffamente mi inchino davanti al lieve e sempre atteso applauso.

 

Serata di full immersion nel suono d’un tempo, questa. Eccolo lì, in pieno open act a precedere con la sua band il live di Garbo. Il ricordo del Valente amante dell’art decò mi coglie di sorpresa. Un altro superstite di ere remote trascorse seduti sugli scalini della Fenice. Punk, new wavers, new romantics, freaks e ragazzi comuni seduti tutti sugli scalini di un gran teatro delle arti nel quale solo pochi riusciranno in seguito ad entrare. Eccolo interpretare il ruolo del frontman suo malgrado intonso, candido nella sua assenza di alcol e droghe che lo trasformano in attore tenero ed elegantemente educato, dietro un microfono abituato all’urlo sporco di rabbia.

 

La sua intenzione di morir giovane è meravigliosamente fallita, è riuscito ad indispettire il tormento che forse ancora alberga lì dentro, nelle sue più intime fibre. Un fidato cubino pericolosamente appoggiato sul synth alla sua destra, il principe dell’avanguardia musicale italiana anni ’80, colorata di inconfondibile elettro-rock, si offre al suo pubblico. Lo fa naturalmente sapendo di avere alle spalle una band decisamente preparata e affiatata. Garbo distribuisce le sue ultime manciate di dolci rêveries e testi impossibili da scordare. Da abile frequentatore di palchi sa come ammaliare il suo pubblico giocando la carta del paternalismo da viveur sfoderato con furba ironia nelle lunghe pause tra una canzone e l’altra. Avvolge e affascina le ragazze degli anni ’80 che lo imitano cantando a squarciagola tutte le sue canzoni, scende dal palco e con timbro di voce inconfondibile coinvolge una platea con la quale interagisce e si diverte. Siamo ben lontani dall’icona androgina, lontani da Berlino e da quella classica domanda che tutti ora iniziano a porgli. Lontani dalla morte e dalla fredda determinazione romantica di un’epoca che si prendeva troppo sul serio. Assisto in disparte alla performance di un grande entertainer che non riesco più a collocare nel tempo, le immagini mi giungono al rallentatore. Dove siamo esattamente ora tu ed io Renato? Che ci facciamo in questo luogo che, diciamocelo, non ci appartiene più. Alza il volume, sintonizzati su Radioclima e aiutami a fermare questa noia che va, aiutami a capire una volta per tutte quanti anni ho, quanto pesa il tempo che ci portiamo appresso. Il rock preme, aumenta il suo battito e sfonda la barriera di contraddizioni che mi tiene in bilico tra i due mondi nei quali da sempre mi dibatto. Mi unisco al coro imprimendo al mio comportamento un’improvvisa e non prevista accelerazione mainstream. Ora canto, canto con te Renato e chi se ne fotte se qualcuno passando mi vedrà intonare “…e dentro a quel letto mi sento protetto dal tempo che esplode e chiede di me!”.

 

 

Mi avvio verso l’uscita girando le spalle a quell’attimo di tempo ancora sospeso sulle note di On The Radio, un omaggio al Bianco Duca. Una canzone nata nella Berlino…dove tutto andava bene. Parole che profumano di radio e di stelle tra le quali Bowie ora si muove con tutta l’agilità dell’esperto astronauta. Avvio il motore e guardando di sfuggita lo specchio retrovisore scorgo l’espressione sicura di uno sguardo convinto; Londra chiama e lo farà per molto tempo ancora.

 

CREDITI FOTOGRAFICI – LUCREZIA PEGORARO               **esclusa la foto 1

 

Il posto dei tigli

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   di Claudia Bruno

Le mattine di giugno hanno un profumo tutto speciale, che sa di pistilli e cielo, foglie verdi e vento fresco sulle strade accaldate. È così che i tigli alla fine non si trattengono, e si lasciano sbocciare tra le foglie grappoli di fiori.

Non pensate che si possa restare indifferenti a questo incantesimo, no. I fiori di tiglio hanno un profumo inconfondibile, quello delle gioie nascoste, dei piaceri rimasti a lungo inascoltati. Il profumo delle attese segrete, degli imprevisti benaccolti. Un odore grato, a cui essere grati.

Neanche fare, neanche vedere. Sul cinema di Magdalo Mussio

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di Giorgiomaria Cornelio

 

Per la casa editrice Quodlibet è stata pubblicata recentemente un’antologia di scritti critici dal titolo Marginalia, a cura di Paola Ballesi, che traversa l’opera di Magdalo Mussio sul filo d’un discorso pittorico.

Mussio è stato il poeta della memoria randagia, della memoria a non concludere, cioè di tinte, umori e timbri dati come incrostazioni, resti indecisi di senso: «in principio era la rovina». Non si tratta di indugiare nel conforto della catastrofe, di spacciarsi, cioè, ancora per spacciati, ma di disorbitare l’assunto comune, di dire: ci troviamo, come sempre, alla fine dei tempi. Così pure è il suo cinema: uno sforzo di raccogliere -attraverso stanze animate- un etimologiario di termini devoti all’origine eppure da sempre scomparsi ed evasi.

(Senza titolo di Magdalo Mussio)

 

Tre film, tra gli altri: Il potere del drago (1971), Il reale dissoluto (1972), Umanomeno (che nel 1973 vinse il Nastro d’Argento); tre violazioni assemblate in forma di fiaba o forse di riaffioramenti mitici «sul versante ghiacciato del ritmo».  Bisogna innanzitutto dire che Mussio fu collaboratore in Canada di Norman Mclaren, i cui lavori sono già pareti di segni, di antefatti obliterati e messi in circolo, in gioco, giocati e contesi allo stesso tempo con lo spazio vuoto e con la misura del suono (Blinkity Blank, del 1955).  «E Bisanzio è distrutta» tuona una voce ne Il potere del drago… eppure, non assistiamo ad uno statico scandagliare dei ruderi, ma piuttosto ad un pedinamento dell’enigma sismico della superficie, di cui s’affrontano soltanto le tracce e le tracce delle tracce, i rilievi e i numeri dimenticati.

Ancora sulla questione della profondità: ugualmente nel disegno e nello schizzo, il tratto è conteso tra la memoria e la mano. Derrida apre il suo La memoria di un cieco con un frammento di Diderot: «Scrivo senza vedere. Sono venuto, volevo baciarvi la mano. È la prima volta che scrivo nelle tenebre senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà leggete che vi amo».  Regno della scancellatura e della sopraffazione, ma anche fedeltà agli itinerari incerti: così come Cy Twombly dipingeva al buio o con la mano sinistra quadri visitati da memorie verbali, anche Mussio battezza nel suo cinema un elenco di inventari animati e sconnessi come preistoria degli oggetti: nominarli è chiarirne il carattere -di stampa, di riproduzione- affollato di imposture: corpo certo o il luogo di una perdita. Ma nominarli è anche e soprattutto porne la questione in essere, impuntarne il senso e l’eclissi. «Neanche fare, neanche vedere, per proprio riscuotere della vita superflua quel poco di chiarore che essa può pagare» scriveva Emilio Villa.

 

(Apollo di Cy Twombly)

 

Quelli di Mussio sono film colmi di ibridi fecondi, di ibridi inchiodati alle scenografie araldiche, alle macchine industriali o ancora a giostre ospitanti vicende del mito; sono, cioè, film di figure che continuamente si androginizzano, si danno (visitandosi di fotogramma in fotogramma) un nuovo appello: «(…) e si disse che la Terra è tutta torbida, e sotto di essa giace un altro continente» (Il reale dissoluto).  In questo senso (in questo succedersi di montaggi e verifiche incerte), l’intera opera di Mussio potrebbe essere percepita come un’unica grande riflessione attorno all’onnipresente movimento cinematografico delle cose (ecco perché una storia del cinema andrebbe fatta incominciare prima dei Lumière, come tra l’altro aveva già indicato Saint Pol Roux nel suo Cinema Vivente: «(…) la prima presentazione ebbe luogo presso Nabucodonosor. Una sera, sul muro del palazzo che faceva da schermo, si poté leggere in caratteri luminosi: Mane Thecel Phares. L’autore-proiezionista del film altri non era che Daniele dal profondo della fossa dei leoni. Poi vennero le lingue di fuoco. E di seguito, fino ai fratelli Lumière, dal nome così appropriato.»)

 

 

Opera del solco, di materia in lotta, di contesa e fedeltà sregolata verso il segno filmico, liturgia della distruzione e proposta d’etimo (coltivato e irrisolto), la grafica di Magdalo è una parentesi che instaura col cinema d’animazione una conversazione rimasta tutt’ora priva di approfondimento. Anche per questo urge uno studio che sappia vivificarne la misura, affinché il silenzio, come spesso Mussio ha ripetuto, «apprenda a non tradirsi nel tacere».

 

NOTA (2017-2020)

 

Mi pare sempre più evidente quanto già Mussio aveva avuto modo di affermare in un suo appunto del 1977, che qui cito:«[…] ho pubblicato, su Marcatrè, delle colonne di numeri, dall’alto in basso e da destra a sinistra, ebbene non so spiegarlo (ma forse è facilissimo per gli altri): è lì che la macchina da ripresa, il supporto/pellicola pienamente realizzato è chi guarda».

L’affermazione che la vera macchina da presa «è chi guarda» è un’ulteriore conferma di quanto si poteva comprendere proprio da un’attenta osservazione delle «colonne di numeri»: il cinema di Mussio sarebbe, prima ancora che una serie di cortometraggi, un qualcosa di interno al montaggio dei segni, e insieme un processo di accensione della percezione, un modo animare lo spazio ben teorizzato da Von Hildreband ne Il problema della Forma nell’arte figurativa (1893). Spiega Andrea Pinotti: «Per Hildreband, […] il movimento è ciò che permette l’articolazione del senso, è ciò che permette di connettere gli elementi disponibili nello spazio, è ciò che permette di formare l’oggetto […]. Per questo l’opera d’arte contiene sempre le indicazioni della mobilità, perché essa stessa è un suo prodotto e nello stesso tempo chiede al fruitore di mettere in movimento la propria attività percettiva che gli consente di comporre/scomporre l’immagine.»

Il cinema, dunque, come movimento percettivo: qualcosa di non fissabile in un’unica disciplina, ma piuttosto l’attentato che ogni disciplina ben “delimitata” rivolge contro se stessa.

 

 

Il rovescio della libertà

1

di Giorgio Mascitelli

Massimo De Carolis, Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà, Macerata, Quodlibet, 2017, € 22.

Sarebbe un vero peccato che la ricezione di questo libro di Massimo De Carolis restasse confinata agli addetti ai lavori del dibattito filosofico- politico contemporaneo non solo per i meriti di una scrittura chiara e  non priva di un rigore didascalico che non dà mai per scontati i concetti chiave su cui si fonda l’argomentazione, ma anche per le qualità, per così dire, cartografiche del testo: mi sembra infatti che questo saggio costituisca una vera e indispensabile mappa per orientarsi nella crisi politica, economica e di valori odierna.

Assunto di partenza di De Carolis è che il neoliberalismo non sia semplicemente una dottrina politica ed economica, ma un’ideologia complessiva che tende a rimodellare tutti gli ambiti dell’esistenza umana a partire da una certa antropologia, ossia da una certa idea dell’uomo e della sua natura, e a presentarsi come una tecnica di governo di ogni dimensione della vita. Non è un caso, infatti, che il testo fin dal sottotitolo si richiami a un concetto, il disagio della civiltà, estraneo alle categorie politico-economiche oggi in voga e tipico del pensiero filosofico umanistico e psicoanalitico. Coerentemente con questa premessa, la tesi che l’autore sviluppa “è che a spingere, ai nostri giorni, il neoliberalismo verso il suo inesorabile tramonto non siano le urgenze economiche o gli equilibri politici fluttuanti, ma principalmente la sua incapacità di riconoscere, capire e governare fino in fondo proprio la dimensione antropologica primaria che esso stesso ha contribuito a fare emergere.” ( p.16). In pratica il mondo che è stato generato da decenni di politiche neoliberali è totalmente ingovernabile e persino incomprensibile secondo quegli stessi metodi di governo.

L’idea cardine su cui è stata costruita questa operazione di governo è la catallassi: questa parola, coniata su un prestito dal greco da alcuni economisti neoliberisti, indica l’ordine spontaneo che nasce da una sorta di gioco di mercato a cui partecipano tutti i membri di una società nel perseguire i propri interessi individuali. Questo ordine non solo è superiore a quello prodotto da qualsiasi pianificazione politica ed economica, ma soprattutto non attiene soltanto alla sfera dello scambio economico. Infatti la catallassi investe tutto l’agire umano che, in sintesi, è improntata a una regola generale del do ut des, che funziona in tutti gli ambiti dell’agire sociale. In altre parole le regole di mercato non funzionano solo per l’economia, ma definiscono la stessa azione umana in ogni momento dell’esperienza sociale. E’ questa tra l’altro uno delle grandi differenze con il liberalismo classico, nel quale, per esempio, Adam Smith affiancava all’egoismo razionale del soggetto di mercato uno spazio in altri ambiti della vita per azioni determinate da sentimenti morali.

Il gioco della catallassi è, secondo i neoliberisti, l’unica possibilità per una società di resistere ai rischi di rifeudalizzazione, con questo termine viene indicata la tendenza da parte dello stato o di gruppi di potere privato di bloccare la libertà di scelta dei cittadini ottenendo di solito ubbidienza in cambio di protezione. Le politiche di governo devono pertanto contrastare questi rischi creando le condizioni nella società perché la catallassi possa operare. Queste politiche però devono per quanto possibile ridurre al minimo le decisioni, ossia l’atto politico vincolante per l’intera collettività, e invece, tramite una serie di provvedimenti amministrativi e di incentivi e l’introduzione di regole informali, in breve tramite quella che si chiama governance, favorire la scelta individuale.

Ovviamente De Carolis ha qui buon gioco a mostrare che la caratteristica essenziale della nostra società dopo trent’anni di governance neoliberista è proprio quella della rifeudalizzazione: dall’abnorme aumento di potere di gruppi privati in grado ormai di trattare i governi nazionali dall’alto in basso come ai tempi di Carlo il Temerario, alla sempre più frequente nascita di enclaves ormai non sottoposte alla legge fino al ritorno delle compagnie di ventura e dei signori della guerra nei paesi ‘salvati dalla dittatura’ dalle varie guerre umanitarie. Con un’analisi stringente e rigorosa De Carolis mostra come tale risultato non sia il prodotto di congiunture impreviste ma l’esito naturale delle teorie neoliberali. La catallassi infatti non è nient’altro che la semplificazione idealizzata delle condizioni in cui si svolge concretamente il gioco del mercato. Basti pensare a titolo d’esempio che la distinzione fondamentale in questa teoria tra ‘decisioni’, negative perché basate su un’imposizione di una volontà sovrana sugli individui, e ‘scelte’, positive in quanto espressione della creatività individuale che non vincola nessun altro, è nella realtà molto meno netta, dove le scelte di alcuni soggetti potenti si trasformano in vincoli per la libertà di scelta di molti subordinati e in definitiva in decisioni travestite da scelte. A questo proposito sono molto illuminanti le considerazioni che De Carolis dedica all’uso di metafore sportive da parte dei teorici neoliberali per illustrare l’azione della catallassi perché richiamano l’idea di una competizione paritetica retta da regole formalizzate e stabilite in precedenza quando nel quotidiano non esistono o quasi circostanze del genere.

Nonostante ogni giorno emerga sempre di più l’evidenza dello scacco del neoliberalismo nel gestire le grandi questioni del nostro tempo e in definitiva nel governare il disagio della civiltà, De Carolis rileva che esso ha ottenuto un grande successo antropologico nella modificazione della cultura diffusa che vede sempre più soggetti affidarsi al gioco della catallassi in ogni ambito della vita e a un’accettazione della prospettiva della atomizzazione della propria vita sociale. Il neoliberalismo ha ottenuto questo successo perché ha lavorato sul desiderio di riconoscimento individuale tramite la sua misurazione con un valore apparentemente oggettivo quale il denaro; in questo modo esso offre, tradotta in una forma misurabile e secolarizzata, l’idea calvinista del successo terreno come segno della benevolenza divina, che Max Weber considerò essere alla base dello spirito del capitalismo. Dunque sconfitta socioeconomica e successo antropologico del neoliberalismo sono due volti della stessa medaglia.

Incidentalmente  vorrei osservare che l’attacco alla cultura umanistica perché improduttiva a cui si  assiste oggi e le riforme della scuola, che mirano a liquidare qualsiasi funzione di formazione culturale della stessa, in un quadro del genere assumono un significato ben più profondo di quello comunemente attribuitogli: non si tratta semplicemente di un attacco ad articolazioni dello stato sociale, ma l’eliminazione di pericolose fonti di idee per una vita alternativa rispetto a quello dell’umanità atomizzata e dedita al gioco del mercato che il neoliberalismo prefigura.

Il libro di De Carolis si conclude con la constatazione che il tramonto del progetto neoliberista rende necessaria una nuova alleanza politica per governare le contraddizioni lasciate aperte. E proprio il ritorno della politica o meglio il ritorno di una dimensione politica nelle nostre vite  può essere il cammino di uscita da un processo di atomizzazione sociale ormai dominante, visto che l’ascesa del neoliberalismo  non sarebbe mai stata possibile senza il processo di radicale depoliticizzazione che ha investito il mondo occidentale nel suo complesso a partire dalla seconda metà degli anni settanta.

 

 

 

MSQ→AMS→PAR #3

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di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko

Terzo episodio, di cinque. I primi due in versione italiana, qui e qui. In versione francese sul sito amico Remue.net; qui e qui gli episodi precedenti. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.

Ho finito davvero per incontrare qualcuno, alla fine, ma non chi mi aspettavo. Avevo in testa delle apparizioni un po’ esotiche, un po’ stravaganti, e già non pensavo più agli animali, a dirla tutto ne ho abbastanza degli animali. Non sono mai presenti, non gli si può dare fiducia.

Gli anelli di Saturno

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 traduzione di Alessandra Giannace

https://saturn.jpl.nasa.gov/science/rings/

Prima d’ora gli scienziati non avevano mai studiato la dimensione, la temperatura, la composizione e distribuzione degli anelli di Saturno, osservandole dall’orbita stessa del pianeta. La sonda Cassini è riuscita a catturare straordinarie interazioni tra le lune e gli anelli, a rilevare – degli stessi- la più bassa temperatura mai registrata finora, a scoprire che dalla luna Encelado si origina l’anello E del pianeta e, infine, ad osservare gli anelli durante l’equinozio, quando il Sole li colpisce direttamente sul bordo, rivelandone dettagli e caratteristiche mai visti prima.

 

Punti chiave:

 

  1. Le particelle che formano gli anelli di Saturno possono essere minuscole come un granello di sabbia o gigantesche come montagne.
  2. La sonda Cassini ha scoperto che i getti d’acqua che si osservano sulla superficie della luna Encelado forniscono la maggior parte del materiale che costituisce l’anello E, il più esterno degli anelli di Saturno.

3.Cassini ha osservato che gli anelli presentano tratti caratteristici chiamati “raggi”, i quali possono essere più lunghi del diametro della terra. Gli scienziati sostengono che siano formati da minuscole particelle ghiacciate tenute in sospensione da una carica elettrostatica, e che vivano soltanto poche ore.

  1. Durante l’equinozio di Saturno, la luce solare colpisce gli anelli sul bordo e di conseguenza essi proiettano lunghe ombre rivelatrici della presenza di ammassi grandi diversi chilometri.

 

5.In tutto il sistema solare, nessun altro pianeta ha gli anelli belli come quelli di Saturno: sono così estesi e luminosi da essere stati scoperti non appena i primi telescopi furono puntati al cielo.

Galileo Galilei fu il primo a scandagliare i cieli con un telescopio e ad assicurarsi lo status di gigante dell’astronomia scoprendo le quattro grandi lune di Giove, nel 1610. La distanza tra Saturno ed  il Sole è circa due volte quella tra Giove ed il Sole, eppure i suoi anelli sono cosi grandi e brillanti che Galileo li scoprì nello stesso anno in cui notò le quattro lune di Giove.

 

Cassini ha osservato che mentre alcune delle  lune di Saturno rubano particelle agli anelli, altre ne riversano all’interno.

 

Nei 400 anni trascorsi dalla scoperta di Galileo, gli anelli sono diventati la caratteristica più particolare e forse anche la più riconoscibile tra tutti i pianeti del Sistema solare. Da dieci anni, la sonda Cassini li studia più da vicino di quanto altre sonde abbiano mai fatto.

Insieme alle lune, gli anelli rappresentano la terza componente essenziale del sistema di Saturno;  spessi circa 10 metri, sono composti quasi interamente da miliardi (se non addirittura migliaia di miliardi) di blocchi di acqua ghiacciata, alcuni piccoli come un granello di sabbia, altri imponenti come montagne.

La missione della sonda Cassini ha contribuito a comprendere meglio alcuni dei comportamenti più strani degli anelli e ad osservarne di nuovi.

Poche altre attrattive, nel sistema solare, sono più straordinariamente belle del pallido Saturno abbracciato dalle ombre dei suoi maestosi anelli.

 Al fine di osservare meglio la dimensione, la composizione e la distribuzione delle particelle che formano gli anelli, la sonda Cassini ha studiato  il modo in cui la luce di una stella lontana cambia quando li attraversa e come anche la luce solare venga rifratta dagli stessi.

È stato scoperto che mentre alcune delle lune di Saturno sottraggono materiale agli anelli, altre lo convogliano all’interno.

La maggior parte del materiale che si trova nell’anello E – l’anello che si estende all’esterno dei più splendenti anelli principali- proviene dalla luna Encelado, la quale orbitando intorno al pianeta, rilascia particelle ghiacciate e gas. La sonda ha inoltre scoperto che molte delle lune di Saturno orbitano letteralmente negli anelli (alcune solo parzialmente) costituiti da particelle schizzate via dalle stesse lune in seguito agli impatti con micro meteoriti.

La sonda ha persino individuato tratti caratteristici a forma d’elica, spesso lunghi migliaia di chilometri, la cui comparsa era stata segnalata per la prima volta nel 2006. Le eliche si formano per via dell’influenza gravitazionale delle piccole lune – grumi composti dallo stesso materiale degli anelli e dal diametro di circa 1 chilometro – cosi chiamate poiché più piccole di una vera luna, ma più grandi di una singola particella degli anelli.

Le piccole lune scaraventano le particelle degli anelli centinaia di metri al di sopra e al di sotto degli stessi, formando così le caratteristiche eliche immortalate dalla sonda.

Queste particelle vengono sollevate nello stesso modo in cui una barca in movimento crea una scia dietro di sé: quelle più vicine a Saturno si muovono più velocemente delle piccole lune, mentre quelle più lontane si muovono più  lentamente rispetto alle stesse, e poiché l’interazione è gravitazionale, man mano che le piccole lune orbitano, formano scie. “È come se l’acqua intorno alla piccola luna si muovesse in due direzioni opposte” ha dichiarato Linda Spilker, una degli scienziati del progetto. Nonostante queste scie gravitazionali somiglino ad eliche, non ruotano.

L’11 Agosto 2009, Cassini è diventata la prima sonda a fornire agli scienziati una vista estremamente ravvicinata degli anelli di Saturno durante il suo equinozio.

 

 Un pianeta “sull’orlo”

 

Proprio come quello della Terra, l’asse di Saturno è inclinato. Per metà del suo anno, il pianeta “inanellato” è curvato verso il Sole che illumina, quindi, la superficie superiore degli anelli. Per l’altra metà, invece, Saturno si inclina all’indietro permettendo al Sole di illuminare il polo sud cosi come la superficie inferiore degli anelli. In questo modo, per due brevi periodi in ciascuna delle orbitazioni di Saturno attorno al Sole, il bordo degli anelli è rivolto direttamente ad esso. Questo fenomeno chiamato equinozio permette ai due emisferi del pianeta di ricevere la stessa quantità di luce per un breve periodo. Tuttavia, Saturno impiega trent’anni terrestri per compiere un giro intorno al Sole e, di conseguenza, l’equinozio si verifica ogni 15 anni. Così come un albero al tramonto proietta un’ombra molto più lunga della sua effettiva altezza, l’equinozio di Saturno produce ombre che ingigantiscono le caratteristiche peculiari degli anelli, altrimenti troppo piccole per essere studiate. “Volevamo vedere se gli anelli fossero irregolari – ha detto la Spilker – ma non lo sono”. Eppure la sonda ha osservato che gli anelli di Saturno sono molto meno regolari e levigati di quanto gli scienziati pensassero.

Anche gli innumerevoli ammassi di ghiaccio negli anelli proiettano ombre enormi sugli stessi; gli scienziati pensavano fossero lunghi solo alcuni metri, ma in realtà il più grande di questi ammassi si estende per  chilometri al di sopra delle circostanti particelle. Alcuni di questi grumi sono alti quanto le Montagne Rocciose.

Durante l’equinozio, e grazie ad uno spettrometro ad infrarossi, Cassini ha monitorato la temperatura degli anelli, utile a stabilire la composizione, la dimensione, la forma e tutte le altre caratteristiche delle particelle che li compongono. Poiché in quella fase del ciclo del pianeta,  il Sole colpiva direttamente il bordo e non la superficie degli anelli, la loro temperatura era la più bassa mai registrata prima d’ora. L’anello A, per esempio, si era raffreddato fino a -230 gradi C°.

Inoltre, approfittando sempre dell’equinozio, la sonda ha potuto osservare meglio alcuni fenomeni ancora poco conosciuti, come ad esempio, i cosiddetti “raggi”. Individuati per la prima volta nel 1980 dalla sonda Voyager, i raggi sono strutture radiali (simili a dita o spicchi) situate negli anelli, e che ruotando insieme ad essi, ricordano per l’appunto i raggi di una ruota.

I raggi sono dunque delle marcature radiali, quasi spettrali, scoperte 25 anni fa dalla sonda Voyager.

Si pensa siano composti da particelle sottilissime di ghiaccio spinte in alto sulla superficie dell’anello da una carica elettrostatica; il meccanismo è lo stesso che induce un palloncino carico di elettricità statica a far rizzare i capelli sulla nostra testa, ma su scala più imponente. I raggi possono misurare oltre 16,000 chilometri ed essere più grandi del diametro della Terra, ma nonostante la loro dimensione, appaiono e scompaiono molto velocemente: possono formarsi nel tempo che ci serve per fare colazione e sparire prima che sia ora di pranzo.

I raggi non sono stati avvistati per un lungo periodo che va dal 1998 al 2005, anno in cui la sonda Cassini è arrivata nell’orbita di Saturno, riuscendo ad immortalarli a 360° soltanto tre anni dopo. Le immagini sono state assemblate a formare un video.

Raggi, ammassi, eliche, piccole lune, anelli che formano lune e lune che formano anelli; non resta che domandarci come avrebbe reagito Galileo se avesse potuto osservare gli enigmatici anelli di Saturno cosi come la sonda Cassini, e il mondo intero, possono ora vederli.

 

 

 

Filosofi per lo ius soli

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[Un appello]

Ci rivolgiamo alle senatrici e ai senatori della Repubblica affinché venga approvata la legge che conceda finalmente la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati non solo per ius soli, ma anche – com’è giusto che sia – per ius culturae. È una legge di civiltà, che supera quel «diritto del sangue» che ancora prevale. Sono tanti gli adolescenti giunti nel nostro paese che, dopo aver frequentato le scuole italiane per anni, attendono un segno concreto di ospitalità. Occorre riconoscere i loro diritti, che sono anche i nostri. Non approvare questa legge sarebbe una sconfitta, prima ancora che per loro, per noi che ci definiamo «italiani», che veniamo dalla tradizione dell’umanismo, che non possiamo dimenticare l’esempio della «cittadinanza» romana, che vorremmo nel futuro prossimo avere più voce in Europa.

Remo Bodei, Donatella Di Cesare, Roberto Esposito
Alessandro Dal Lago, Michela Marzano, Mauro Bonazzi, Adriana Cavarero, Salvatore Veca, Giacomo Marramao, Paolo Flores d’Arcais, Massimo Donà, Marta Fattori, Adriano Fabris, Nicola Panichi, Eugenio Mazzarella, Luca Illetterati, Enrica Lisciani Petrini, Caterina Resta, Piergiorgio Donatelli, Marcello Mustè, Simona Forti, Leonardo Caffo, Elettra Stimilli, Dario Gentili, Fabio Polidori, Luca Taddio, Leonardo Amoroso, Massimo Adinolfi, Davide Tarizzo, Laura Bazzicalupo, Massimo De Carolis, Giusy Strumiello, Gian Luigi Paltrinieri, Olivia Guaraldo, Giulio Giorello.

Una manifestazione per il diritto di cittadinanza, foto di Marco Merlini

La crisi della riproduzione e la formazione di un nuovo “proletariato ex lege”

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Intervista di Francesca Coin a Silvia Federici

Negli anni Settanta siete state le prime a parlare contro il lavoro domestico mostrando come il processo di accumulazione nelle fabbriche iniziasse sul corpo delle donne. Cosa è cambiato in questi anni?

Il lavoro gratuito è esploso, quello che noi vedevamo allora dall’angolatura specifica del lavoro domestico si è diffuso a tutta la società. In verità, se guardiamo alla storia del capitalismo vediamo che l’uso del lavoro non pagato è stato enorme. Se pensiamo al lavoro degli schiavi, al lavoro di riproduzione, al lavoro agricolo dai campesinos ai peones in condizioni di semi-schiavitù, ci rendiamo conto che il lavoro salariato è stato in realtà una minoranza circondata da un oceano di lavoro non pagato. Oggi questo oceano continua a crescere nelle forme di lavoro tradizionali ma anche in forme nuove, perché ora anche per accedere al lavoro salariato devi fare quantomeno una parte di lavoro non pagato. In Grecia mi hanno detto che ormai è necessario fare sei o sette mesi di lavoro non pagato nella speranza di trovare un lavoro pagato, quindi in varie situazioni si ripete la stessa dinamica: ti assumono a titolo gratuito, lavori sei o sette mesi e poi ti lasciano a casa. La coercizione del lavoro non pagato è ormai una pratica sempre più diffusa. Le scuole da questo punto di vista sono state le prime a servirsene. In questo caso è stata centrale l’idea dell’addestramento. Il training viene presentato come un beneficio per lo studente ma in verità lo spreme sin dai primi anni. L’età, infatti, si sta accorciando, si comincia a parlare di lavoro gratuito già nella high school. Nei giornali in questi giorni si parla molto di worker gig. Gig è un’espressione che viene dal mondo musicale dal jazz, una gig è un pezzo improvvisato, ora questo concetto viene applicato al mondo dell’impiego. Si tratta di prestazioni a chiamata senza alcuna garanzia che estendono il mo- dello Uber a tutti i settori, a indicare una precarizzazione della vita trasversale al mondo del lavoro che ha raggiunto livelli elevatissimi. Questo è importante dal punto di vista del femminismo, in parti- colare dal punto di vista di quelle femministe che consideravano l’ingresso nel lavoro salariato come una sorta di avanzamento o di emancipazione, mentre si prefigura sempre più come lavoro non pagato.

Tu avevi già indicato tempo fa come la crisi del fordismo fosse contraddistinta dal ripetersi di “crisi riproduttive” caratterizzate dall’erosione di tutte le sicurezze sociali. La trasformazione degli ultimi quarant’anni è stata quasi stupefacente, da questo punto di vista, perché da un lato ha reso sistema il lavoro non pagato e dall’altro ha tentato di renderlo invisibile attraverso un discorso colpevolizzante che attribuisce le cause dell’agonia sociale odierna a chi più ne fa le spese. Penso per esempio alla narrazione che produce e stigmatizza “i furbi del cartellino” – se ne parla in questi giorni – a nascondere lo smantellamento del welfare dietro il bisogno di disciplinare tutti quei soggetti che – si dice – “vivono alle spalle della società”. Che implicazioni ha tutto que- sto nelle relazioni sociali?

È il mondo sottosopra. Sino agli anni Settanta c’è stata una politica fordista – in verità si tratta di una politica che precede il fordismo e che si fonda sull’investimento da parte dello stato nella riproduzio- ne della forza lavoro. Si tratta di una concezione che culmina con il New Deal al fine di creare una forza lavoro più docile e più produttiva. alla fine dell’epoca fordista questa concezione salta. Dall’in- vestimento statale si è passati alla finanziarizzazione del lavoro di riproduzione, quello che una volta lo stato sussidiava oggi lo si deve pagare. una volta che il sussidio statale è stato eliminato, la riproduzione è diventata un momento di accumulazione. La rimozione dei sussidi ha costretto gli studenti a farsi carico di un debito enorme, quindi ci troviamo oggi con una popolazione studentesca fortemente indebitata prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Lo stesso è avvenuto nel campo della salute e nel campo dell’assistenza sociale, sopratutto per quanto riguarda l’assistenza agli anziani, il day-care e gli asili nido. Gli Stati uniti sono stati all’avanguardia di questo processo. Negli Stati uniti chi ha bisogno di assistenza deve pagare somme consistenti e i pochi assistenti sociali che sono rimasti sono oberati di lavoro. C’è stata una taylorizzazione del lavoro d’assistenza, in questi anni. Da un lato la spesa sociale è stata tagliata e dall’al- tro i servizi sono stati taylorizzati. Dunque oggi coloro che praticano l’assistenza sociale si trovano con un numero di utenti raddoppiato mentre aumenta anche il lavoro non pagato. Questa riduzione al mi- nimo dei servizi è al centro della crisi di riproduzione che stiamo vivendo. Si tratta di una crisi che colpisce anzitutto le donne, i bambini e gli anziani, con forme molto drammatiche. La situazione nelle nursing home, negli ospizi per gli anziani è preoccupante in quanto l’insufficienza di personale viene compensata con una continua medicalizzazione. I maltrattamenti nelle istituzioni di cura siano diffusi e continui. Gli anziani vengono spesso sedati e legati al letto. Non a caso il numero di suicidi tra loro è molto aumentato. L’uso dei farmaci è pratica comune anche tra i bambini nelle scuole al fine di costringerli a essere docili e disciplinati. Questo risvolto della crisi della riproduzione è il risultato del passaggio dalla spesa sociale al mercato. Ciò significa che devi assumerti il costo della riproduzione e in molti ambiti questo ha conseguenze letali per la popolazione. tu fai riferimento anche a un altro aspetto della crisi della riproduzione e cioé al public shaming – i rituali di svergognamento pubblico con cui si accusano i pochi che ancora godono di un minimo di sussidio statale di essere dei privilegiati e dei fraudolenti. Questi malcapitati vengono messi alla berlina e accusati di essere la causa dell’impoverimento del budget quasi fossero loro che dissestano l’economia. In Italia il public shaming ha raggiunto livelli vergognosi. Mi pare im- portante ribadire che si deve rifiutare con forza l’idea che il dissesto finanziario dello stato sia dovuto al misuso del sussidio statale, e dire che è una responsabilità diretta dello stato che in tanti casi costringe il proletariato alla criminalità. Ci stanno costringendo a essere criminali per sopravvivere perché hanno tagliato le forme di sussistenza e di accesso legale alla riproduzione in modo tanto drastico che non è possibile sopravvivere per grosse fasce della popolazione senza entrare nell’illegalità: senza vendere un po’ di droga, senza la prostituzione, l’assegno falso. È per questo che gli Stati uniti, il paese guida nell’applicazione del neo-liberalismo, è anche il paese guida per la creazione di una società carceraria, cioé di una società dove sistematicamente, come sistema di governo, si incarcera una grande parte della popolazione perché non è fonte di reddito e perché è vista come potenzialmente sovversiva e combattiva, come una popolazione che, essendo stata storicamente discriminata, può reclamare riparazioni per quello che gli è stato tolto. e quindi viene preventivamente incarcerata e esclusa da quelle poche vie legali che gli sono rimaste per la sopravvivenza, in un circolo vizioso e perverso. Marx sottolineava come lo sviluppo del capitalismo portasse alla formazione di un proletariato ex lege. potremmo dire che la formazione di un proletariato ex lege è al giorno d’oggi un fenomeno sistematica- mente perseguito a livello globale. Lo vediamo chiaramente nel caso dell’emigrazione. per sopravvivere è sempre più spesso necessario entrare nella illegalità e questo permette poi allo stato di intervenire con violenza sulla forza lavoro.

Stavo leggendo recentemente dei dati sulla Grecia che osservavano come lo smantellamento della spesa pubblica vada contro le donne due volte, la prima volta perché i tagli alla spesa sociale lasciano a casa anzitutto le donne assunte in modo predominante nei settori dell’assi- stenza sociale e la seconda perché i tagli costringono le donne a tornare a svolgere ruoli tradizionali di assistenza e di cura non pagati. Si diceva anche che la violenza sulle donne dovrebbe essere interpretata come cartina tornasole del clima di violenza sociale introdotto dalle politiche di austerità.

La violenza è enormemente aumentata in questi anni. È la violenza della guerra permanente. Ormai ogni pochi anni si distrugge un paese. Il mondo è sempre più un luogo di guerra e un sistema carcerario. La violenza capitalistica continua ad aumentare. Lo si vede dalla recrudescenza delle pene e dalla militarizzazione della vita. Oggi negli Stati uniti e in America Latina le polizie sono addestrate dai militari; gli Stati uniti hanno costruito carceri in tutto il mondo; le compagnie e le corporazioni hanno i loro eserciti privati e il numero delle guardie di sicurezza è in continuo aumento. Il modello della violenza sta plasmando la società e la soggettività a partire dalla soggettività maschile. Come sempre si tratta di processi che colpiscono anzitutto le donne. Di recente ho partecipato a un Forum sul femminicidio in Colombia in un porto del pacifico nella zona di buenaventura dove ci sono stati molti massacri. Lì si possono vedere molti dei fattori che contribuiscono a questa violenza. buenaventura è forse uno dei posti più belli del mondo. e’ una città sul pacifico in mezzo a una foresta tropicale meravigliosa ma recentemente contaminata a causa dell’estrazione dell’oro. Le acque e i fiumi che la popolazione usava per la propria riproduzione sono stati contaminati dal mercurio. Quindi ci sono continui scontri, perché la politica estratta porta allo sfruttamento e all’espulsione delle popolazioni locali. In questi luoghi la violenza, sopratutto la violenza contro le donne, serve a terrorizzare la popolazione. un’antropologa latino americana, Rita Segato, ha scritto un libro interessante a questo proposito. Lei parla di violenza-messaggio, di crudeltà pedagogica nel senso che uccidendo in forme atroci le donne, cioé persone inermi che non sono parte degli eserciti combattenti. Si avverte la popolazione che non può resistere all’espulsione perché si scontra con forze che non hanno pietà. uccidere le donne equivale a dare un messaggio di crudeltà incondizionata. Si deve aggiungere che le donne sono il motore della ripresa dell’economia globale. Negli anni Settanta il lavoro femminile ha riattivato la macchina economica. tradizionalmente le donne si confrontavano con la violenza nella sfera domestica, il marito attraverso la violenza disciplinava la moglie quando questa non compiva il suo lavoro domestico. Oggi le donne per poter sopravvivere devono spesso lavorare in luoghi dove sono particolarmente esposte alla violenza maschile. Si dice che le donne che emigrano dal Guatemala per gli Stati uniti prendano contraccettivi perché sono sicure che nel percorso uomini le stupreranno. Molte cercano forme di sopravvivenza vendendo cose nelle strade così che tutti i giorni si scontrano con la violenza e con la polizia. Il lavoro del sesso, il lavoro nelle maquilas – le nuove piantagioni in cui si lavora anche 14-16 ore al giorno – il lavoro delle venditrici ambulanti.. sono tutte occasioni di violenza. La violenza ha anche un effetto intimidatorio. previene o limita la possibilità di auto-organizzazione. La militarizzazione della vita fa sì che le donne si scontrino sempre più con uomini che lavorano con la violenza: il soldato, la guarda carceraria, la guardia di sicurezza. Questa militarizzazione ha un’influenza sulla soggettività e sui rapporti personali. Fanon scriveva che chi tortura tutto il giorno non può trasformarsi nel marito modello quando torna a casa, perché continuerà a risolvere i conflitti con le modalità a cui è abituato. Questo oggi lo vediamo in una società che è sempre più orientata alla guerra dove lo sfruttamento si regge sulla violenza diretta e questo ha sempre più influenza sui rapporti tra donne e uomini.

Negli anni Settanta mostravate come lo sfruttamento si fosse na- scosto nella soggettività, nella femminilità, naturalizzato e reso invisibile al punto che il lavoro delle donne veniva considerato una dote naturale. Trasformare quest’invisibilità in una lotta politica è stato fondamentale per mettere in evidenza la modalità con cui l’accumulazione avviene attraverso il corpo e sul corpo. Il nascondimento dello sfruttamento nella soggettività – penso al lavoro migrante e a La razza al lavoro di Anna Curcio e Miguel Mellino – viene dato talvolta come acquisito ma spesso mi appare, invece, un dato assai sfuggente. Penso all’idea di homo oeconomicus. Si fa ancora un ampio uso di questa categoria, dell’idea di libertà e dell’imprenditore di sé, eppure oggi l’imprenditore di sé non ha più sicurezze, l’unica sua assicurazione sul futuro è lavorare di più a costo ancor più basso, non è questo homo oeconomicus un’altra forma di sfruttamento presentata come emancipazione?

Questa dell’homo oeconomicus, della scelta e dell’auto-impiego, è un’ideologia del tutto neo-liberale. In realtà l’autonomia concessa dall’auto-impiego è limitatissima. Se da un lato l’irregimentazione della fabbrica dalle nove alle diciassette era una prigione è altrettanto una prigione non sapere se tra sei mesi tu potrai avere un reddito che ti permette di vivere, cosicché non hai alcuna possibilità di pianificare e di programmare. Di fatto non c’è niente di emancipatorio nel vivere con una instabilità continua, con l’ansia permanente di fronte alla precarizzazzione della vita. Bifo ne parlava in uno dei suoi libri. Diceva che la precarietà incide nei rapporti personali, crea personalità disposte a un certo opportunismo, costrette a coltivare rapporti sociali in funzione della sopravvivenza. Questo noi lo vediamo anche nei movimenti. Se una volta c’era una separazione netta tra il lavoro e la politica – la politica entrava nel lavoro quando lo si rifiutava ma il lavoro non era un impiego politico – adesso i confini si confondono, e ciò ha conseguenze negative, perché introduce forme di opportunismo nel politico e io credo che questo sia uno dei problemi maggiori che incontriamo oggi.

Lo scorso anno quando eri in Grecia parlavi degli spazi occupati e degli squat di Atene come esperienze importanti per sottrarre le condizioni della riproduzione al comando monetario. In questi anni ci sono state sperimentazioni molto ricche, forme collettive di esproprio nei supermercati, pratiche di auto-riduzione degli affitti e delle bollette, esperienze di riappropriazione della terra, creazione di circuiti economici alternativi capaci di usare la riproduzione come opportunità per liberare la vita dallo sfruttamento. In che modo si disfa questo comando monetario?

Si sfugge al comando del denaro anzitutto difendendo i nostri “beni comuni” e riappropriandosi del controllo e dell’uso della ter- ra, delle foreste, delle acque. Questa oggi è una delle lotte più impor- tanti che si danno nel mondo, e non a caso il capitalismo sta distruggendo intere regioni per assicurarsi che la loro ricchezza minerale non vada in altre mani. La lotta contro l’estrattivismo, così come contro la monocoltura, il transgenico, il controllo delle transnazionali sopra le sementi è al centro della politica dei movimenti sociali in America Latina come anche negli Stati uniti e in Canada. una delle lotte più forti oggi negli Stati uniti è la lotta dei Sioux contro la costruzione di un oleodotto che attraverserebbe il loro territorio connettendo il Dakota con l’Illinois. rappresentanti di popolazioni indigene, oltre a molti altri attivisti, stanno arrivando da varie par- ti del paese e dell’America Latina per bloccare questo progetto. e’ importante ribadire che queste lotte per la difesa dei beni comuni non sono mai puramente difensive. tutte creano “il comune”. Di- fendere la terra significa difendere anche la possibilità di controllare il territorio che è fondamentale per la costruzione dell’autonomia e dell’autogoverno. In area urbana gli squat e le reti di organizzazione che le donne creano nelle strade – perché oramai la riproduzione in molti paesi sempre più si sposta nelle strade – creano nuove for- me di sussistenza e solidarietà. Nelle favelas brasiliane o nelle villas argentine gli espulsi dalle zone rurali creano nuovi quartieri, nuovi accampamenti dove costruiscono case, orti, spazi per i bambini. Ho visitato una di queste “ville” in argentina, Villa retiro bis, dove ho incontrato donne che mi hanno fatto un’impressione enorme. Ho avuto la sensazione di qualche cosa di nuovo perché sono donne che vivono in una situazione in cui ogni istante della loro vita quotidiana diventa un momento di discussione politica. Il punto è che qui nien- te è dovuto, niente è garantito, tutto deve essere conquistato. tutto deve essere difeso. L’acqua, la luce devono essere contrattate con lo lo stato. però non si permette allo stato di organizzare la propria vita. Si lotta con lo stato per avere le sementi, per avere la luce gratis, per avere l’acqua potabile, per avere materiale per potere costruire la strada invece di avere solamente il fango e quindi è sempre una lot- ta continua. Queste donne stanno cercando di creare una loro vita, sono collegate tra loro, hanno creato la casa delle donne, dove ci sono anche spazi per assistenza preventiva. Gli hanno costruito un muro per separare la “villa” dal resto della città, per impedire altre appropriazioni e loro l’hanno distrutto, usano il teatro degli oppressi come forma di formazione politica, per instaurare un dibattito politi- co tra di loro, per affrontare certi problemi come può essere l’abuso sessuale in un modo anche divertente che invoglia le altre donne a partecipare. ecco, io non so se quanto sta avvenendo avrà la capacità di contrastare la macro-politica, ma so che qualcosa di nuovo sta avvenendo e dobbiamo partire da qui.

Tratta da:

Francesca Coin (a cura di), Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito, Verona, Ombre Corte, 2017, pp. 99-106.

IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé

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Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.

IO SONO QUI è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.

La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.

Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.

Il progetto è composto da 4 macro attività collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.

I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.

Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un evento finale di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.

Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio learning by doing (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.

IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.

Info su pagina facebook IO SONO QUI

www.zappalab.com

iosonoqui.lab@gmail.com