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Elias Canetti. Paranoia e potere

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di Davide Gatto

[segue da qui]

La prospettiva del predatore: il sopravvissuto, ovvero il potente, ovvero il paranoico

La massa aperta è quanto mai instabile e sempre prossima alla disgregazione, le mute si trasformano le une nelle altre, la vita – a pensarci bene – è una sorta di apprendistato continuo alla metamorfosi, sia per sfuggire ai pericoli che per dare il meglio di sé.[1] Tutto scorre fluido intorno a noi e dentro di noi. Canetti attribuiva tanta importanza a questa qualità umana che nell’intervista alla Tv svizzera citata in apertura dichiara il proposito di dedicare un secondo volume, di fatto mai realizzato, di Massa e potere al tema specifico della metamorfosi.[2]

Non tutti gli individui però sono inclini a scivolare di forma in forma, di massa in massa per sfuggire ai predatori di ieri e di oggi e di fatto costituire i volubili aggregati sociali che fanno la storia e le civiltà. C’è infatti chi percepisce l’altro, isolato o ancor più in massa, sempre come ostile, si sente costantemente perseguitato e sviluppa una vera e propria passione per il sopravvivere: è il potente, colui che si sente al sicuro solo quando tutti gli altri sono a debita distanza, anzi alla massima distanza possibile, rappresentata dalla loro morte.[3] Ogni sua parola, ogni suo gesto non sono che la versione domesticata del ruggito o delle movenze minacciose del predatore: vere sentenze di morte.

Di fatto il potente non è antropologicamente diverso da ciascuno di noi, in quanto “l’essenza del potere”, “il meccanismo del potere”, il suo “processo” sono biologicamente inscritti nel nostro corpo e quindi nella nostra psiche, se solo si pensa al ciclo necessario della nutrizione che altro non è se non ghermire qualcosa con le mani, stritolarlo tra i denti, dissolverlo con la digestione ed evacuarne i resti.[4]

Mentre però la maggioranza degli esseri umani ricorre al dissolvimento della propria individualità – alla cui libera espressione ciascuno ambisce, ma a giudizio di Canetti senza speranza – nella massa (ovvero nelle diverse formazioni sociali cui essa può dare luogo) o in continue trasformazioni che rendano inafferrabile la potenziale preda che sentiamo di essere, il potente al contrario percepisce se stesso come unico e superiore, mira ad annientare la massa – fisicamente o metaforicamente – da cui si sente sempre minacciato e a cui intende comunque sopravvivere, e naturalmente si sforza in ogni modo di inibire le trasformazioni, che riconosce bene come tentativi di fuga.[5]

Efficace a tratteggiare questa possibilità umana a divenire potenti o – che è lo stesso – a godere dello status privilegiato di sopravvissuto[6] è questa volta il ricorso alla descrizione clinica di accessi psichiatrici come il “Delirium tremens” tratti dalle pagine vive di Kräpelin e di Bleuler[7]: gli stati alterati della coscienza, non diversamente dalle testimonianze dirette degli etnologi, rivelano il materiale psichico autentico, profondo che struttura la coscienza dell’uomo al di qua della sua piena consapevolezza.

Tratti fondamentali della sintomatologia di un malato di questo genere – come della psicologia del potente – sono la visione di masse ostili, in particolare di “animaletti, topi, insetti” che “invadono il suo corpo in grandi eserciti”, la percezione concreta che tutto intorno a lui tenda a rimpicciolirsi, una miniaturizzazione che egli però “avverte come se fosse un gigante”, e infine allucinazioni di masse che si trasformano continuamente in altre masse, che egli osserva straniato e “naturalmente molto a disagio”.

Ora, tutte queste tendenze – unitamente ad altre caratteristiche su cui Canetti si soffermerà minutamente prima dell’”Epilogo”, nel capitolo significativamente intitolato “Sovranità e paranoia”[8], e specificamente a proposito del caso Schreber in esso compreso – [9]sono esattamente le stesse che animano la psiche del potente, tanto che – conclude lo studioso – “il paranoico è il preciso ritratto del potente”: in entrambi è prevalente “il desiderio di sopprimere gli altri per essere l’unico, oppure, nella forma più mitigata e frequente, il desiderio di servirsi degli altri per divenire l’unico con il loro aiuto”.

 

Il comando e la spina

Se il mondo degli uomini, la loro storia sono innanzitutto mossi dalla paura – ab origine dalla paura di morire -, il potente che quest’ultima incarna sta di fatto alla base dei sommovimenti sociali che attraversano i tempi e caratterizzano le epoche. Basta la sua presenza minacciosa infatti perché gli uomini si coagulino in una massa quanto più ampia possibile e – come una mandria di gazzelle in fuga al solo odore del leone – trovino una loro compatta direzione di marcia. Di fatto – ragiona Canetti – è come se il potente avesse impartito un ordine: fuggite se non volete morire.[10]

Nella forma domesticata delle civiltà cosiddette evolute, il comando non ha tuttavia perduto la suggestione di quella primitiva minaccia ed è pertanto l’arma tipica del potente. Un’arma che gli basta sfoderare per ridurre gli uomini alle proporzioni di insetti in fuga che – come si è visto sopra – popolano le visioni megalomani di tanti malati psichiatrici, ma che per altro verso, una volta sortito il suo effetto, lascia una traccia indelebile in chi si è piegato a quella minaccia, in chi ha obbedito al comando: Canetti chiama “spina” questa traccia e afferma che “La spina permane in chi esegue il comando”.[11]

La scelta del termine “spina” evoca efficacemente il fastidio e il disagio che prova chi esegue un ordine – “estraneo” alle proprie deliberazioni e “individuale”, specifica Canetti -; tanto è il desiderio di ciascuno di liberarsi delle “spine” dei comandi ricevuti ed eseguiti che tutta la vita di ogni individuo può essere vista come lo sforzo inconsapevole di raggiungere questo obiettivo.[12] Naturalmente – osserva acutamente Canetti – a ogni uomo sembrerà di dare corso alla sua vita in piena libertà, seguendo i propri impulsi, ma questo accade da un canto perché uno dei modi più efficaci per sbarazzarsi del disagio dell’ordine eseguito è appunto seguire l’impulso “naturale” ad impartire a qualcun altro, in condizioni analoghe, il medesimo ordine, dall’altro perché il processo del comando viene introiettato fin da bambini per statuto educativo universale.

Se d’altra parte non è possibile liberarsi della colpa dell’ordine eseguito – precisa Canetti chiaramente alludendo ai panni di “miti carnefici” indossati dai gerarchi nazisti a Norimberga, se non anche da Eichmann a Gerusalemme[13] -, la “spina” può continuare a restare nella coscienza dell’individuo come un corpo estraneo, qualcosa che gli è stato conficcato a forza e di cui pertanto non si sente responsabile: “Quanto più il comando fu estraneo, tanto meno ci si sente colpevoli per averlo eseguito (…). Chi eseguì il comando considera se stesso vittima, e perciò generalmente non prova alcun sentimento per la vittima vera e propria”.[14]

Esistono poi altri modi per estrarre la “spina” dell’ordine eseguito, tra i quali spicca l’aggregazione ad una massa che Canetti definisce “di capovolgimento” e che si costituisce quando la liberazione dal rancore per gli ordini ricevuti non è più possibile individualmente: “Se si tratta di soldati, l’avversario sarà l’ufficiale. Se si tratta di lavoratori, l’avversario sarà il padrone”.[15]

In generale comunque quando un comando viene impartito ad una massa, esso si diffonde dall’uno all’altro simultaneamente, riproducendo quasi preventivamente il meccanismo appena illustrato di liberazione della “spina” tramite cessione ad un altro, cioè trasmettendogli a propria volta il comando ricevuto. Per non parlare del fatto che la costituzione in massa genera sempre una euforia e un senso di libertà dalla paura tali che quale che ne sia l’occasione – anche l’emanazione di ordini “estranei” – essa riuscirà in ogni modo gradita.

Un ultimo ordine di osservazioni Canetti svolge sugli effetti del comando-spina anche sul potente che lo usa come arma contro gli altri. Il potente è perfettamente conscio che i suoi ordini lasciano tracce indelebili sui suoi sottoposti e che l’accumulo di “spine” costituisce per lui una minaccia: “Chi è fuggito o si è arreso dinanzi alla minaccia, sicuramente si vendicherà. Si è sempre vendicato, quando è giunto il momento (…)”.[16] Questo fenomeno, che Canetti definisce “angoscia del comando”, colpisce in proporzione al grado di potere ricoperto e finisce per acuire l’ossessione paranoica del potente, che moltiplicherà i suoi ordini-spine fino a quello “subitaneo di una morte di massa. Egli dà inizio a una guerra”[17] in cui molti dei suoi moriranno, al solo scopo di liberarsi della sua angoscia.

Tirando le somme della sua disamina, Canetti riconosce che ciò che rende davvero pericoloso un potente, o meglio, ciò che può fare di ciascun uomo un potente pericoloso – “Il successo dipende esclusivamente dalle circostanze casuali”[18], osserva lo studioso – è proprio la sua facoltà di impartire ordini e di infiggerli come spine nella carne viva di chi è a lui subalterno, con tutte le conseguenze sopra descritte. A chiusura del volume e in modo diretto Canetti afferma che “Chi vuole riuscire ad aggredire il potere deve guardare negli occhi senza timore il comando e trovare i mezzi per sottrargli la sua spina”.[19]

Come? Canetti è esplicito anche su questo punto: “Solo il comando eseguito fa rimanere la sua spina in chi vi ha obbedito. Chi ha eluso gli ordini non deve neppure conservarne la traccia. «Libero» è solo l’uomo che ha imparato a non rispettare gli ordini, e non quello che se ne libera soltanto in un secondo tempo”.[20]

 

L’epilogo dell’Autore nella controluce del nostro presente

I capisaldi teorici che regolano la formazione e il funzionamento delle masse in rapporto al potere, nonché la natura profonda di quest’ultimo, sono a giudizio di Canetti operativi anche oggi, anche se sotto il velo di forme di domesticazione variabili in relazione al grado di civiltà considerato: essi configurano una vera antropologia e, per conseguenza, una altrettanto vera sociologia.

All’altezza del 1960, dunque, Canetti vede nettamente predominante la funzione dell’accrescimento, che è sempre al fondo un accrescimento di uomini anche quando – come nell’era della produzione tecnologicamente assistita e dell’incipiente consumismo – esso si manifesta attraverso la moltiplicazione seriale e esponenziale di oggetti. Canetti d’altra parte in più passi del suo saggio associa strettamente sviluppo della civiltà e spinta alla crescita, che solo arcaicamente poteva essere sostenuta da una muta di guerra, ma che ora è intimamente pacifica.[21] Tanto pacifica che essa ha addirittura i tratti di una religione universale nel cui culto si riconoscono entrambi i blocchi della cosiddetta Guerra fredda, “Capitalismo e socialismo”.[22]

È del tutto evidente che Canetti, per quanto guardingo verso quello che definisce “il moderno furore dell’accrescimento”[23], considererebbe innaturali le posizioni espresse, per esempio, da Bataille ne La parte maledetta (1967), con il suo ideale di dispendio senza contropartita come condizione perché l’uomo ritrovi se stesso e perché le nazioni troppo ricche si liberino delle loro eccedenze, pena l’esplosione dell’energia vitale in guerre e distruzioni al loro interno.[24] È pur vero che Canetti si augura “fra le nazioni un avvicendamento pacifico e regolare nell’esercizio del potere”, ma al di là dell’inconsistenza che per natura hanno tutti gli auspici egli mai mette in discussione la radicata – e da lui ampiamente argomentata – tendenza degli uomini all’accrescimento.

Per quanto poi sia dato cogliere tra le ultime righe del saggio la consapevolezza almeno embrionale di questioni che sarebbero giunte a maturazione in seguito e che ci attanagliano con forza oggi – quale quella della omologazione antropologica sotto il segno dell’imperante consumismo[25], o quella del cortocircuito logico tra aspirazione a una crescita infinita e limitatezza dello spazio biologico[26] -, credo che il loro mancato sviluppo debba essere inteso non come una lacuna, ma come un invito a riflettere, a raccogliere e a sviluppare nell’ottica di un dialogo culturale senza tempo e senza confini le numerose sollecitazioni contenute nel saggio di Canetti, nella fattispecie le due segnalate.

Un invito peraltro raccolto, tra innumerevoli altri, da Pier Paolo Pasolini nella sua fitta attività di polemista contro la “nuova civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto”[27], o dai teorici della cosiddetta “decrescita” – Ivan Illich e Serge Latouche su tutti -, impegnati a strappare gli individui “dall’ immaginario dello sviluppo e della crescita”, a operare una “de-colonizzazione dell’immaginario” consumistico globale e a promuovere un modello economico alternativo, estraneo al “circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti, come pure della frustrazione crescente che questa genera.”[28].

[1] Ivi, p. 407: “La capacità di metamorfosi dell’uomo, che gli ha procurato tanto potere su tutte le altre creature, (…) è uno dei più grandi enigmi: ciascuno la possiede, ciascuno la usa, ciascuno la considera perfettamente naturale. Ma ben pochi si rendono conto di dovere ad essa il meglio di ciò che sono”.

[2] “C’è poi il problema delle metamorfosi, che mi ha interessato e che non ho finito di trattare nel primo volume di Massa e potere: continuerò nel secondo”. Vd. http://www.raiscuola.rai.it/articoli/elias-canetti-secondo-magris-e-calasso/3956/default.aspx: “

[3] Elias Canetti, op. cit., p.277: “La soddisfazione di sopravvivere, che è una sorta di piacere, può divenire passione pericolosa e insaziabile”.

[4] Ivi, p. 253: “Qualcosa di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato dall’interno; si vive soltanto grazie a questo processo. (…) È chiaro però che tutte le fasi di questo processo, non solo quelle più esterne e semicoscienti, trovano riscontro anche nella psiche. (…) Gli escrementi, che rimangono al termine del processo, sono carichi del nostro reato. Da qui si può capire cosa noi abbiamo ucciso. (…) L’uomo è veramente solo soltanto con i suoi escrementi”. Tutto il capitolo, intitolato Gli organi del potere (pp. 243-269), è uno dei più suggestivi del saggio.

 

[5] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi Edizioni, Milano, 1981, p. 458. Dopo aver chiarito che “Il potente conduce una battaglia ininterrotta contro la metamorfosi spontanea e incontrollata” con un processo invertito rispetto a questa che egli definisce “antimutamento”, Canetti chiosa che “L’accumulo di antimutamenti determina una riduzione del mondo”.

[6] Ivi, p. 290: “Il capo vuole sopravvivere, e perciò si rafforza. Quando egli ha dei nemici cui sopravvivere tutto va bene; altrimenti, sopravviverà alla sua gente”.

[7] Si vedano, ivi, le pagg 434- 447, da cui sono tratti anche i virgolettati del capoverso successivo.

[8] Ivi, pp. 499- 561; per “Il caso Schreber”, in particolare, pp. 528 ss.

[9] Ivi, pp. 560-561

[10] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi Edizioni, Milano, 1981, p. 366: “Il comando deriva dunque dal comando di fuga: nella sua forma originaria, esso ha luogo tra due animali di diversa specie, l’uno dei quali minaccia l’altro. (…) La fuga è l’ultima e l’unica istanza cui ci si può appellare contro quella sentenza di morte”.

[11] Ivi, p. 368.

[12] Ivi, p. 369: “Lo sprone, come solitamente si dice, a raggiungere questo o quello, costituisce l’impulso più profondo a emanciparsi dagli ordini un tempo ricevuti”.

[13] Per i “miti carnefici” cfr. Eugenio Montale, “La primavera hitleriana”, in La bufera e altro; per il resto almeno Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 2011 (anche se il processo ad Eichmann comincerà nel 1961).

[14] Elias Canetti, op. cit., p. 402

[15] Ivi, p. 398

[16] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi Edizioni, Milano, 1981, pp. 372-373

[17] Ivi, pag. 571

[18] Ivi, pag. 544. Interessante anche il prosieguo del testo citato: “La loro ricostruzione, con l’illusione che vi si manifestino leggi determinate, si chiama storia. Al posto di ogni grande nome potrebbero essercene cento altri. (…) Ciascuno ha appetito e ciascuno sta come un re su uno sterminato campo di cadaveri d’animali”.

[19] Ivi, pag. 571

[20] Ivi, pag. 370

[21] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi Edizioni, Milano, 1981, pp. 566-567. Significativo che egli consideri “La guerra come mezzo di rapido accrescimento (…) esaurita in uno scoppio di carattere arcaico nella Germania nazista e (…) eliminata per sempre”.

[22] Ibidem

[23] Ibidem

[24] Cfr. Georges Bataille, La parte maledetta preceduto da La nozione di dépense, Bollati Boringhieri, Torino, 2015, pag. 87. Si veda a questo proposito anche il mio saggio su questo libro pubblicato da Jamila Mascat su Nazione Indiana al seguente link: https://www.nazioneindiana.com/2017/04/01/la-parte-maledetta-georges-bataille/

[25] Si consideri il passo seguente di Elias Canetti, Massa e potere, p. 566: “ La vendita di per sé, se fosse completamente autonoma, tenderebbe a raggiungere come compratori tutti gli uomini. (…) Tutti gli uomini dovrebbero conseguire una sorta di uguaglianza ideale, quali compratori solvibili e disponibili.” Il corsivo questa volta è mio.

[26] Ibidem, subito di seguito: “Ci vorrebbe altro però; perché una volta che tutti fossero stati raggiunti e avessero comprato tutto, la produzione vorrebbe crescere sempre di più”. Ancora mio il corsivo.

[27] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 2012 (articolo apparso su “Paese Sera” l’8 luglio 1974 come lettera aperta a Italo Calvino), pp. 53-54.

[28] Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, rispettivamente pp. 22 e 13.

La guerra dei mondi

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di davor

1) – Pentimento di un Suv romano

– Posso parlare?

– Ti ascolto.

– Vorrei provare a spiegarmi…

– Non sarebbe meglio se prima ammettessi le colpe?

– Forse hai ragione. Allora, vediamo… E’ vero, sono enorme. Ingombro le strade della città. Consumo troppa benzina. Inquino più delle altre auto. Ecco.

– Tutto qui?

– Cos’altro devo dire?

– Non sei esattamente una piuma. Qualche accenno a cosa succede quando corri troppo, quando sbandi, magari quando investi qualcuno?

– E’ vero, sono pericoloso: se l’impatto con un’auto normale può ucciderti, con me muori di sicuro.

– Mi basta sapere che sei consapevole della tua inutilità.

– Inutilità? Non ho detto questo.

– Ma si deduce dalle tue parole. Sei inutile, ammettilo.

– Ok, lo ammetto. In una città come Roma sono inutile.

– E in molti altri posti.

– Ma è qui che vivo! E poi vorrei aggiungere a mia discolpa che costruirmi così non è stata una mia idea. Lo so che è banale, ma è vero anche questo.

– Hai ragione. Non sei responsabile della tua mostruosità. Dobbiamo imputarla al cinismo e all’idiozia di chi ti ha progettato e costruito.

(silenzio)

– A chi appartieni?

– A una donna.

– E per cosa ti usa?

– Mi porta in giro per il quartiere Prati. Quasi tutti i giorni mi lascia in doppia fila a via Settembrini e va a fare la spesa. Compra verdure biologiche, carciofi organici, queste cose qui.

– È bionda, fa l’avvocato quando le va, anche suo marito è avvocato e hanno un figlio.

– Sì! Come fai a saperlo?

– Ho tirato a indovinare.

– Accidenti, sei in gamba. Però il marito non fa l’avvocato. Si occupa di marketing. E anche lei, in realtà, non è un avvocato vero e proprio, pur avendo una laurea in giurisprudenza.

(silenzio)

– Un altro degli scopi per i quali mi usa è accompagnare il figlio in piscina.

– Anche lì, immagino, doppia fila.

– Esatto.

– Non ti senti odiato in quei momenti?

– Vorrei sparire e farmi piccolo piccolo.

– E il marito non ti usa?

– No. Lui ha un altro Suv, più grosso di me.

– Però!

– A volte penso che… (esita)

– Cosa pensi?

– Penso che dovrebbero usare in modo più intelligente i loro soldi. Anche se non è nel mio interesse pensarlo. Sinceramente non so più quale sia il mio interesse.

– Sei migliore di quanto credessi. Il tuo problema è che hai capito, purtroppo per te.

– E so anche dove dovrei stare.

– Dove?

– Chiuso nel garage.

– Senza mai uscire?

– Lì dentro per sempre. Così non darei più fastidio a nessuno.

***

2) – Schema d’infiltrazione aliena sulla Terra per mezzo dei Suv

Estratto recuperato nel laboratorio di uno stabilimento automobilistico in disuso, nel nord degli Stati Uniti. La traduzione è incompleta. Alcuni termini (ad es.: “cavallo di Troia”, “intelligence”) si allontanano dal significato letterale per agevolare la comprensione.

«… per questo motivo riassumiamo le delibere dei Consigli di guerra nr. #387767, #387768¸ #387769 in uno schema che in punti chiave illustra la strategia da adottare per la conquista del pianeta Terra:

1) Scartare l’ipotesi di una guerra frontale nella prima fase di conquista. La nostra lieve superiorità tecnologica nel campo bellico non assicura l’annientamento della razza umana. Si creerebbero sacche di guerriglia che prolungherebbero il conflitto e a lungo andare rafforzerebbero la resistenza del nemico.

2) Optare per una guerra subdola. Sfiancare l’umanità senza che se ne accorga.

3) Potenziare la nostra intelligence e boicottare lo stile di vita degli uomini, accentuandone le incongruenze.

4) Attendere il momento opportuno per l’attacco.

5) Sabotare i centri economici, politici, culturali – che gli uomini chiamano “città”. Infiltrarsi nelle città e indebolirle. Creare le condizioni per un nostro intervento in una fase di conflitto già aspro tra uomo e uomo. Semplificare la nostra conquista.

6) Non infiltrare direttamente guarnigioni del nostro esercito (troppo rischioso), ma usare un cavallo di Troia. Al riguardo il Consiglio di guerra approva le raccomandazioni di XW34-Fg Czar, responsabile del dipartimento Colonizzazione, e accetta la sua proposta: innestare quindi un nostro agente nel corpo di un uomo, tecnica già sperimentata con successo (si vedano, tra gli altri, i dossier “Barbarossa”, “Mussolini” e “Nixon”).

7) L’agente scelto WE56-JU Suv si autotrapianterà nel corpo dell’ingegnere X, umano responsabile del settore nuovi progetti della casa automobilistica Y. Compito di WE56-JU Suv, una volta prese le sembianze di X, sarà la progettazione di un nuovo veicolo per lo spostamento umano su terra (i.e. un’automobile) particolarmente inquinante, ingombrante e potenzialmente distruttivo.

8) Realizzare una nuova specie di automobili rivolte agli strati sociali terrestri più pericolosi e distruttivi, stando alle nostre ricerche: vale a dire i ricchi (n.b.: sulla Terra esistono ancora le classi).

9) Progettato il veicolo, infiltrare altri agenti nei settori di controllo mentale che gli umani definiscono “marketing”. Obiettivo: diffondere il mezzo di trasporto nelle città, ambienti dove il cavallo di Troia si rivelerà particolarmente nocivo e fuori luogo.

10) Puntare nel giro di quindici anni (calendario umano) alla destabilizzazione delle metropoli fomentando le condizioni per un clima di violenza e odio tra gli abitanti, già indeboliti dalle sostanze tossiche emesse dalla nostra invenzione e incattiviti dal terrificante impatto urbano dell’automobile prodotta da WE56-JU Suv.

10) Conclusa la fase uno, passare alla fase due o dell’intervento bellico diretto.

Il Consiglio approva il piano e dà mandato all’agente WE56-JU Suv di attrezzarsi immediatamente per la missione assegnata».

Bienvenue Italie: Jamila Mascat

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Questo è il quarto articolo ( qui il primo, il secondo e il terzo)  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczeck nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi (effeffe)

Take a walk/ En marche

di Jamila Mascat

Camminare non le era mai piaciuto, probabilmente perché era così abituata a spostarsi a piedi per inseguire i trasporti – i treni, gli autobus, a suo modo gli aerei – sempre a passo svelto e maldestro, che non sapeva più bene distinguere una passeggiata da una rincorsa, e detestava quella sensazione di affanno da affaticamento quasi quanto detestava il singhiozzo, il suo e quello degli altri per solidarietà. Quando le diceva “facciamo due passi” ed era un invito implorante, e più spesso “facciamo due passi?” come per stupirla con una domanda stupida, restava a guardarlo, interdetta, o anche contrariata, talvolta obiettando che non ce n’era alcun bisogno e adducendo argomenti contrari che in verità mancavano di fantasia. Pur avendo assecondato spesso il suo desiderio, pur avendo accondisceso spesso a camminare con lui, non importa se controvoglia, non aveva ancora maturato un’idea chiara e distinta di cosa – una figura, un’immagine, una visione – potesse corrispondere a questo nome comune, molto comune – la “passeggiata” – nella testa di una persona adulta qualsiasi, che non frequenta le Dolomiti da molti anni, che non porta a spasso né cani né figli, che non deve sgranchirsi le gambe la mattina da quando è in pensione e che non crede che la flânerie si riduca a due gambe in giro in ordine sparso, tantomeno a quattro. O allora una flânerie piccolo-borghese, più piccola che borghese. O ancora un concetto così vuoto che precipitava i suoi ragionamenti in un vortice di inadeguatezza e che invocava un riempimento urgente, benché in fondo non lo meritasse.

Le pareva che la “passeggiata” si sottraesse con ostinata antipatia a qualunque sforzo immaginativo da parte sua, che le fosse preclusa e si negasse alla sua vista, mentre lei voleva vederla e non solo saperla. Ovviamente sapeva bene qual era il senso di quella “passeggiata” che nel giro di pochi minuti trascorsi a dibattere sull’opportunità di mettersi in moto, sui vantaggi del restare seduti o distesi o svestiti e sudati, seguiva l’esortazione di lui a camminare. “Camminiamo? Facciamo una passeggiata”. Nell’accondiscendere si rendeva ben conto del fatto che quel movimento insensato e senza meta aveva suo malgrado tanti significati, tra cui per esempio, anzi per primo, quello di “smettiamo di fare quello che stiamo facendo non per fare altro, come se ne avessimo voglia, ma soltanto per non fare più quello che stavamo facendo”. Reset, o della passeggiata. Un’interruzione, immotivata e sgradevole, che avrebbe distribuito separatamente, ma in parti uguali e inversamente proporzionali, rabbia e sollievo tra l’uno e l’altra. A volte una controproposta timida, la sua, che si fingeva sfacciata non tardava ad arrivare: “Prendiamo la macchina”, il contenitore che li avrebbe mossi vietandogli di muoversi e costretti a spostarsi da qualche parte.

La parte era tutto per lei, e per chi come lei aveva bisogno di situarsi e stare da una parte, possibilmente quella giusta, la sua parte, e non dall’altra, la parte opposta. Disegnarsi, anzi segnarsi come un puntino su un planisfero diviso a matita in quattro spicchi. Gli chiedeva un gesto, un cenno, una conferma, una risposta: Io sono qua e tu? L’importante era saperlo con anticipo. Perciò concepiva soltanto gli spostamenti, non le passeggiate a vanvera, ma i tragitti da qui a lì. Le linee non le servivano per unire brevemente due punti in superficie ma per tratteggiare trincee con il tratto grossolano di un pennarello rosso spuntato da una caduta. In trincea nessuno passeggia né gli uomini contro né i caporali allo sbando. Troppo faziosa per camminare, divorava la città, una qualunque, la nota e l’ignota, in cerca di indicazioni stradali su cartelli appuntiti e direzionati. Esigeva itinerari ben delineati contro il nomadismo metropolitano e il vagabondaggio di quartiere che si illudeva di aver abolito le frontiere. Un itinerario prestabilito come una manifestazione nella capitale – da Repubblica a Piazza del Popolo, da République a Nation.

Una manifestazione era un concetto pieno di intuizioni, l’antipasseggiata per eccellenza, lo spostamento di una parte in marcia. C’è chi marcia su Roma per non marcire con andatura marziale, e chi incede en marche arrière vestendo dal nulla i panni usurati del nuovo che avanza; chi marcia e chi marca male. La marcia da Selma a Montgomery, Alabama, con Doctor King in primo piano scolpito in bianco e nero come una statua ambulante, in silenzio per chilometri e chilometri ricordando il sangue e Jimmie Lee Jackson ucciso che non c’era più. Ci avevano provato tre volte con determinazione e con devozione, le braccia incatenate, dritti verso il voto, il diritto di voto, “the ballot or the bullet”, incalzava Malcolm X. Oppure la rivincita del terzo escluso né ballot né bullet: cavalli scagliati dai cavalieri in divisa all’assalto dei manifestanti a piedi. Il 7 marzo 1965 erano riusciti appena ad attraversare il ponte – l’Edmund Pettus Bridge alle porte di Selma – come avrebbe voluto esserci o magari essere il ponte e sentirsi tutti quei passi compatti addosso. Era un domenica che non si dimentica, bloody Sunday.

Il 10 marzo la folla di nuovo in marcia, con qualche cautela e animo riservato raccoglieva le forze per il round finale. Il 21 marzo la valanga nera si gonfiava strada facendo – 25.000 paia di scarpe – fino ad arrivare alle porte di Montgomery dopo aver percorso ottanta chilometri in quattro giorni.

Non era stata una passeggiata. Qualcuno avrebbe dovuto raccontargli quella storia a fumetti, in una lingua franca e spensierata, ammorbidita dai tratti acrobatici di una penna giocosa, la sola lingua che lui intendesse e che lei non conosceva.

 

Cuntu di questi giorni

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di Gian Piero Fiorillo

Era lì, sono sicuro. M’è preso un colpo. Adesso ci sono solo i cocci del finestrino per terra. Ci hanno fregato la macchina. E mo’ chi glielo dice a Sonia? Saltano le vacanze? Che palle, madonna che palle.

 

Le vacanze non saltano, non saranno due ladri di galline a fermarci, il nipote di Sonia ci presta la Golf, andiamo a sporgere denuncia, poi le telefonate ai parenti. Slittano gli orari, spese aggiuntive per riconvertire i biglietti, rifare il pieno, ricomprare le pinne e le maschere. Soldi buttati, vacanze recuperate. Roma Vulcano ci mettiamo trentasei ore ma sembrano settantadue, lasciamo il raccordo che sono le quattro del pomeriggio, già stravolti. La più allegra è Sonia, forse per non farci pesare che la macchina rubata era sua. Susanna guida e giura che si farà tutto il viaggio in una botta sola: tanto ce la faccio, dice, ci so’ abituata. E guida. Ci sono abituata e guida, non cede il volante, ha detto che non lo cede, di certo non a me che ho un problema agli occhi e quasi non ci vedo. Non a Sonia che tutta sta voglia proprio oggi non ce l’ha. La Golf del nipote è una bella macchina ma vuoi mettere la BMW? Però la Golf si guida meglio, dice Susanna, è più facile. Certo, quella era sportiva, bassa, scattante, questa sembra una matrona. Ci fermiamo a un autogrill. Vuoi che ti do il cambio? No, no, ce la faccio benissimo. Susanna resiste fino a Messina, poi crolla. Troviamo una stanza all’hotel Europa, commento scontato: meglio che al California. Loro due scendono a mangiare, io direttamente a letto. Mi portano un arancino. Lo mastico dormendo. Dormo dalle dieci e mezza alle quattro del mattino. Mi sveglio con il magone e un buco allo stomaco. Trovo un pacchetto di cracker ma non basta. Sto per mettermi a piangere. Porci. Merde. Per una volta che avevamo una macchina decente. Neppure assicurata contro il furto, tanto la tenevamo in garage. Tranne stanotte, porca troia. E Sonia che non sembra preoccuparsene. Lo fa per noi, per non rovinarci la vacanza. Meglio che non ci penso. In valigia ho la Bibbia, uomini e no, il tè nel deserto, Herman Hesse. Le conferenze brasiliane di Franco Basaglia. Mi ci attacco come un poppante. Testo vulcanico. Sembra di sentirlo, Basaglia, mentre piega con veemenza l’italiano di quegli anni ai miraggi dell’agitatore. Condensa significati in ogni parola e li compatta come il cacciatore che pressa la polvere nella cartuccia. Esploderanno. Mille sentieri e una sola direzione. Incendiario. Spiazzante. Zarathustra con le parole di Husserl e Marx. A un certo punto un tale, sapendolo comunista, gli ricorda che in Unione Sovietica i dissidenti politici vengono internati in manicomio. Lui non arretra: Io penso che tutti gli internati nei manicomi sono dissidenti politici. Ma se viene internato un intellettuale la stampa di tutto il mondo si ribella, mentre se viene internato un alcolista nessuno lo nota – perché? perché l’alcolista è povero. Leggere queste cose alle cinque del mattino sveglia. Brucia, vecchio rudere ex-antagonista ora impiegato statale con la tua brava settimana di ferie e i week-end fuori città. Brucia con gli acciacchi dell’età. Io penso che tutti gli internati nei manicomi sono dissidenti politici! Altro che ragione e moderazione, prudenza e compromesso: questa è la codardia degli epigoni. Brucia contestatore irrancidito in castigati bermuda di lino. I capelli superstiti si incendiano sulla fronte e ti regalano l’illuminazione: il potere non ha inventato i manicomi per rinchiudere i malati di mente, ma la malattia mentale per giustificare i manicomi. E internarvi i dissidenti. Con la scusa di una diagnosi medica. Bastardi, venduti, carrieristi tutti i medici, tutti! Niente fottuti medici per favore, disse Ronald Laing morendo d’infarto. Tutti i pazienti psichiatrici sono prigionieri politici! Questo bisognerebbe urlare ai congressi, nelle conventicole psy, nelle riunioni, ai familiari, per le strade, nei reparti psichiatrici degli ospedali. Tutti lo sono e tutti lo siamo. Siamo tutti malati di mente e prigionieri politici. Internateci tutti, abbottateci di farmaci, neurolettizzateci tutti! Bisogna scendere subito e gridarlo per le strade di Messina, fuori dall’albergo, sul lungomare! Subito! Immediatamente!

 

Sei sveglio? – è la voce di Sonia.

Più di così.

Dobbiamo andare.

Perché?

 

È giorno. Ho parlato all’alba e all’aurora e non mi hanno risposto. Ora c’è da rispettare il programma diurno: lasciare Messina, arrivare Milazzo, fare biglietto, prendere traghetto, essere Vulcano primo pomeriggio. Partiamo. Guida ancora Susanna. Siamo a Milazzo alle nove e scopriamo che il primo traghetto con trasporto auto parte alle diciotto. Revisione del programma: aspettare. Sonia ha i sandali rotti, cerchiamo un negozio, intanto li leghiamo con una cordicella. Ci fermiamo al Petit Hotel per un caffè. Apprezziamo le maioliche della hall. Veniamo accolti con simpatia, di turisti sfigati devono vederne molti. Si chiacchiera. In Sicilia si trova sempre qualcuno disposto a farlo. Mica sono heideggeriani in Sicilia. Sono autentici senza sapere di esserlo. Autentici e chiacchieroni. Curiosi e diffidenti. Ci studiano. Li informiamo che vorremmo andare al mare, visto che manca molte ore al traghetto. Stilano per noi una graduatoria di spiagge. Finiamo alla baia del Tono. C’è un chiosco. Sonia e Susanna prendono l’ombrellone, io mi accomodo all’ombra di un tendalino. Gelato e conferenze basagliane. Leggendo, mi sembra di sentire ancora la sua voce: Questa mattina il giornale dava una notizia che sembra fatta apposta per la conferenza di oggi: una donna denuncia la tortura nell’ospedale di… no, no, tortura… il traduttore evidentemente è d’accordo con me perché ha fatto un lapsus molto interessante, ha tradotto tortura con trattamento… Quando pronunciava queste parole Franco Basaglia non sapeva di essere condannato a morte. Era il 1979 e c’erano ancora focolai d’opposizione in Italia. Ma la mannaia stava già scendendo sulla sua nuca e su tutto il movimento. I mastini arrotavano i coltelli.

 

Sonia risale dalla spiaggia: Non vieni a farti il bagno? l’acqua è bellissima.

Sto facendo un bagno di rabbia sociale.

Astratti furori?

Sai qual è l’altro libro che ho nello zaino?

Uno sulla resistenza.

Uomini e no. Se un uomo commette questi crimini, può ancora dirsi uomo? e se commette questi altri crimini più atroci, è ancora un uomo? e Hitler, possiamo dire che anche Hitler è un uomo? Sì, sì, sì… è un uomo. Anche il più feroce torturatore, il criminale più efferato alla fine è un uomo.

Ma l’uomo può scegliere.

E se uno non può scegliere è ancora un uomo?

Se non può scegliere non è un uomo.

Arriva anche Susanna: Vi sembrano argomenti da mare?

Se uno non può scegliere è solo un corpo, materia. Come Vulcano che manda lapilli e non lo sa.

Vado a vedere se ci danno da mangiare, dice Susanna.

Il Cosmo intero non saprebbe niente di sé senza gli uomini. Il giorno che spariremo il Cosmo avrà perso coscienza. Niente sale di rianimazione.

Susanna sorride e va verso il banco. La seguiamo in silenzio, la mia mente continua a seguire il filo dei pensieri. Se l’uomo muore il Tempo non scorre. Non più fiume – pozzanghera. Peggio: si dissolverebbe nel nulla. Il cosmo ridiventa caos. Le stelle, enormi pire che danzano nel vuoto. Se fosse un movimento musicale sarebbe “tragico senza angoscia”.

 

È ora di avviarci al traghetto, dice Sonia.

Quanto ci mette per Vulcano?

Un’ora e mezza, forse un po’ meno.

Andiamo, il Tempo può attendere.

Un’ora o due che gli cambia.

 

Venite, venite, dice l’addetto della Siremar dopo che le viscere del traghetto hanno sputato un numero incredibile di autotreni, autoarticolati, furgoni, macchine, moto. Iniziamo le manovre d’imbarco instupiditi dal calore dell’asfalto. Siamo nel culo della balena, penso. Visioni di draghi che ingoiano vittime. Venite, che aspettate? grida l’addetto – ah, ma a voi vi conosco, ci andate tutti gli anni a Vulcano, che ci trovate su quello scoglio, eh? Lo zolfo, rispondo. Lo zolfo! ma voi lo sapete che è lo zolfo? è il peto del diavolo, lo zolfo. Che schifo! Andate, andate ancora più dietro, andate che ci avete spazio – venite avanti voialtri, avanti, avanti, qui sulla sinistra, dietro voi, avanti, lasciategli lo spazio che deve scendere il professore – i miei ossequi professore, arrivederci!

 

Lo conosci? chiede Sonia.

Deve avermi preso per qualcun altro.

Forse fa così con tutti.

È facile, sì.

Ancora non c’è la folla di agosto.

Sarà per questo.

 

Ponte. Srotolo un asciugamano e mi stendo su una panca di metallo. Penso allo zolfo e al carattere sulfureo dei siciliani. I minerali del sottosuolo influenzano i caratteri? All’Elba sono tutti pesanti come il ferro? Sull’Amiata hanno l’argento vivo addosso? Macché. Conosco bene l’Amiata, più vai in cima più sono tristi. Forse perché il mercurio l’hanno raspato via tutto. Sonia si avvicina, mi accarezza: A cosa stai pensando? A niente, vorrei essere già arrivato. È bello arrivare col tramonto, dice, mette malinconia però è bello.

 

Infine sbarchiamo. Saliamo verso Vulcanello. Pochi minuti, ecco il resort. Riconosco i corridoi sofferenti, gatti emaciati, piante arse. Mi ricordano una colonia penale, è per questo che ci vengo. Tutto squadrato, povero, trascurato come celle di rigore. Calce sporca, cespugli bruciati, lucertole in fuga. Sole a picco, salsedine. Tutta la Sicilia è una grande colpa, la colpa del Fuoco che ha voluto farsi terra.

 

Abbiamo saputo del furto della macchina, dice l’uomo della reception, se volete potete recuperare il tempo perduto restando un giorno in più, naturalmente senza sovrapprezzo. Siamo molto grati. Sonia dice: solo al Sud succedono queste cose. Ma non lo senti? è milanese, obietto. Eh, per questo s’è trasferito al Sud. Ridiamo di cuore, siamo arrivati. Pace col mondo.

 

L’inquietudine riaffiora a mezzanotte. Nessuno di noi prende davvero sonno. Sarà la stanchezza. Ci si alza per bere, maledire le zanzare, aprire un poco di più la finestra, fare pipì. I fantasmi dell’isola non risparmiano nessuno. Il vulcano mi tocca i nervi, dice Susanna. Ha voglia di parlare. Ho sognato la vita, dice. Come la vita? Era una specie di verme argentato, forse un pescetto, un’acciuga. È volata lontano e poi ero in una stanza chiara e ripiegavo i panni via via che li ritiravo dallo stendino. Li scuotevo cantando, in un controluce abbagliante. Mi piace scuotere e ripiegare le lenzuola. È sempre una festa. Ma all’improvviso i panni cricchiavano e si rompevano come rametti secchi.

Paura di essere fragile.

La vita era scivolata via dalle lenzuola insieme a quell’acciuga.

Hai dormito pochi minuti.

Eppure ho sognato. E tu?

Mi hanno svegliato i gatti, avete sentito?

Gridavano così forte.

Mi davano una senso d’angoscia. Li hai sentiti anche tu?

E come no, hanno fatto un casino. Ma forse facevano l’amore.

Stanotte è anche saltata la luce e le lampadine d’emergenza si sono accese all’improvviso. In quel momento mi sono svegliata di nuovo.

Anch’io. Me n’ero quasi dimenticata, dice Sonia. Poi si gira verso di me.

E tu, cosa hai sognato?

Ho pensato tutto il tempo.

A cosa?

A una strana frase delle Conferenze brasiliane.

Ti pareva.

Un certo dottor Mendonça, sapete cosa dice questo dottor Mendonça?

No.

Dice: Nella pratica, la teoria è differente.

Eh?

Sì, dice proprio così, e nasce una polemica. Basaglia come al solito infuoca la posta.  Mendonça è assente, ma lui prende subito di mira quello che l’ha citato. Non sopportava altri oracoli.

Mendonça processato in contumacia.

Ma che significa Nella pratica, la teoria è differente?

Io la vedo così. Prendi un fabbro nella sua officina. Ferro e fuoco li piega al suo volere, ma non sa niente di chimica o di fisica. Ha un sistema teorico tutto suo, immagini e concatenazioni mentali. Finché funziona, fosse pure che le fiamme sono lingue di strega, va bene lo stesso: le evita e non si ustiona.

Il fabbro aristotelico.

Ridi pure. Ma gli psichiatri fanno lo stesso.

Non hanno una teoria?

Ne hanno troppe e inutili. Devono inventarne altre, personali, o chiudono bottega. Nessuna vita si accontenta di stare in uno schema premontato.

Ah, basta. Siamo in vacanza!

I vostri sogni contro le mie teorie.

Che nella pratica sono differenti.

Non ci parlo più con voi, non mi ascoltate nemmeno.

Ti abbiamo ascoltato, ma adesso dormiamo.

È mattino.

Fa già caldo.

Poi andiamo al mare.

Senza libri.

È ammesso solo Mandrake.

Lo fanno ancora?

Boh.

Gli intellettuali verranno dati in pasto ai pesci.

Il mio non era un discorso intellettuale, al contrario.

Basta.

Dormiamo.

Siamo troppo stanchi.

Allora andiamo subito al mare.

Sì. Ci rinfreschiamo e poi si dorme meglio.

Chi si muove per primo?

Andate, io resto ancora un po’.

Non pensare troppo, mi raccomando.

 

Le guardo mentre riempiono due grandi borse di stoffa, cosa non riescono a metterci dentro. Vanno. Io resto ad aspettare la mia anima, che è ancora a Roma e lavora in un centro di salute mentale. Il corpo ha impiegato trentasei ore per arrivare qui, l’anima è più lenta. Fra un giorno o due verrà e vivremo insieme il tempo restante. Per adesso non riesco a staccarmi dalla vicenda psichiatrica nazionale, in cui tutti si sentono avanguardia ma continuano a fare le stesse cose da quarant’anni. Atrofia della rivoluzione. Tiro fuori il Corriere dallo zaino. La prima famiglia tornata a Karemles, un villaggio iracheno devastato dalla guerra, trova che i serpenti sono diventati padroni delle macerie: in particolare la zarraga, una velenosa e aggressiva vipera del deserto. Non ci sono più i contadini a ucciderla e così s’è diffusa senza incontrare ostacoli. Come si fa a vivere con il rischio di aprire una porta ed essere attaccati? Molto peggio degli Uccelli di Hitchcock. Mi conforta sapere che a Vulcano regna il blacco, un colubride per noi innocuo. Dà dei morsi se viene catturato, ma non riesce a iniettare il veleno perché i denti sono posizionati molto indietro, in fondo alla gola. In compenso fa razzia di topi e insetti, li ammazza mentre li ingoia. Non vorrei essere nei loro panni, sudo freddo solo a pensarci. Spossatezza. Doccia. Ancora avvolto nell’accappatoio, mi sdraio sotto le pale del ventilatore. Ne ascolto il motore affaticato. M’addormento. Ora sono in un lido davanti al mare. C’è un chioschetto, La Capannina. La spiaggia è deserta. Dietro la toilette un bordello frequentato da nazisti, alcuni sono gay e si misurano l’uccello. Il più dotato deve uccidere la maîtresse per diventare capogruppo. Mi allontano, ma la scena si ripresenta. I nazisti hanno ridicoli baffetti tatuati su tutto il corpo. L’assassino della maîtresse viene portato in trionfo. Un vecchio camerata gli porge un ippocampo. L’assassino non gradisce. Era un regalo, balbetta il vecchio. Fugge terrorizzato. Arriva alla Capannina, presidiata dalle milizie governative. Fa caldo, intorno ai quaranta gradi. È una fornace, speriamo che non scoppino altri incendi, dice un soldato. Sergente, che posso fare? chiede il fuggitivo. Il sergente prende una barretta rossa dal frigorifero e gliela porge. Sembra un frammento di foratino. Il vecchio camerata piange. Ha forti dolori all’addome. Ha mangiato la barretta, dice qualcuno. Arrivano le donne con i capelli sciolti, sottili come ombre. S’è suicidato. Povero caro. Non l’ha fatto con intenzione. Credeva fosse hashish. Era nuovo di qui? Forse un bagnino. Era un nazista. Non credevo. Voleva avvelenare il ragazzo. Si chiamava Cosma. Cosma? Sì, Cosma. Cosma.

 

Cosa c’è? mi chiede Sonia svegliandomi. Si sentiva in colpa per avermi lasciato solo. Fate l’elastico, le dico, andate avanti e tornate indietro a riprendermi. Dai, vieni a farti il bagno, che aspetti? Arrivo, arrivo subito. Siamo in vacanza. Sì, sì, viva le vacanze. E viva il mare. E la Sicilia. E i capperi di Salina. E il pescespada. E la lava del vulcano. Sai che ti dico? oggi staremo in acqua tutto il giorno, l’hai portato il materassino? Era in macchina. Ah, pure le ciambelle? Shhh… senti questa musica? sono indiani che pregano. Quasi tutto il personale dell’albergo è straniero. Sono sikh? Non lo so. In Sicilia è tutto musica, dalle cicale al dialetto, e in più adesso ci sono i sikh che cantano. Ogni cosa è perfetta in questo paradiso. Per turisti. E così sia.

 

 

*** roma, luglio 2017

 

Bienvenue Italie: Ornela Vorpsi

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Questo è il terzo articolo ( qui il primo  e il secondo )  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczek nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi (effeffe)

Have you seen my shoes

di Ornela Vorpsi

Il caso volle che un giovedì del mese di marzo, (opportunamente illuminato da un sole ancora freddo), prendessi la metropolitana aerea, e che un paio di scarpe mi gettasse in un terrore insostenibile. Mi ero seduta di fronte a un uomo perso nella lettura del suo giornale. L’uomo portava delle scarpe gialle. Queste scarpe, senza alcun dubbio, facevano prova della più assoluta innocenza, il loro proprietario era ignaro del senso di smarrimento che stavano per procurarmi.

Quella mattina mi sentivo molto bene. Il mio corpo si era svegliato vigoroso, e il desiderio della vita mi scorreva nel sangue in pulsazioni sane e regolari. Fin quando, per caso, il mio sguardo cadde sulle scarpe gialle che l’uomo aveva ai piedi. Scarpe profondamente straniere. Provenivo da un paese in cui le scarpe erano accessori, strettamente funzionali, non si dava alcuna importanza alla forma. La forma contava solo quando riguardava l’essere umano, e persino in quel caso si diceva che la forma più importante era quella che uno si porta dentro. Nel mio paese la qualità delle scarpe non sempre era buona. Un intero popolo è stato equipaggiato con quelle orrende scarpe in finto cuoio, abbinate a certe suole di gomma che provocavano la comparsa di vesciche piene di siero.

Un giorno, poiché le mie vesciche avevano raggiunto delle proporzioni spaventose, mia madre mi portò dal medico. «Niente da fare – dichiarò lui -, sono le scarpe che provocano questa reazione. Dentro il nto cuoio, il piede non respira, e la gomma di certo non aiuta. Ma non si preoccupi signorina – proseguì – i suoi piedi si abitueranno pian piano: cosa non ha sopportato l’umano di ciò che gli è piovuto addosso? Conosce il proverbio? Ciò che spacca la roccia, l’uomo lo regge».

Molti anni dopo mi resi conto che alcune di quelle scarpe racchiudevano una storia, una storia che le precedeva. Il loro passato – talvolta immenso – si confondeva con un profumo che mi era estraneo, il profumo di Robespierre, di lettere fragranti d’amore e di visi gracili. Erano, oserei dire, scarpe colte. Nel mio paese non avevo mai visto delle scarpe colte.

Avevano quasi sempre un’aria riservata, al tempo stesso lussuosa e discreta, per cui ogni volta che ne vedevo un paio, pensavo immancabilmente al nonno dell’uomo che portava quelle scarpe colte. Lo vedevo andare a caccia mentre la nonna suonava il pianoforte, prima dell’ora del tè, e la cameriera faceva avanti e indietro per la casa, spolverando i mobili di ciliegio.

Erano scarpe che brillavano di una luce sicura, spesso marrone, o nere. Le contemplavo, nella mia fantasia calpestavano tappeti morbidi e rossi, parquet profumati di cera al miele; poi, quando mostravano qualche segno di stanchezza, gli lasciavano il tempo di riprendersi, dopo avervi inserito una specie di meccanismo di legno che ne curava la forma.

Cercavo di immaginare a cosa potesse somigliare il piede che sonnecchiava dentro quelle scarpe; la mia immaginazione lo faceva pallido, liscio, morbido come anella, e osservando sui miei piedi i vecchi segni delle vesciche mi sentivo quasi in colpa. Quelle scarpe m’intimidiva no un po’.

Ma le scarpe che vidi, quel giovedì, nella metro di Milano, erano scarpe che non rientravano in nessuna delle categorie di scarpe che avevo costruito senza volerlo. perché possedevano una storia.

Le scarpe gialle non appartenevano né alla classe operaia, né alla borghesia, né tanto meno all’intellighenzia. Il mio cuore sussultò e, abbandonando il petto, si ritrovò improvvisamente nello stomaco, che prese a battere al suo posto. Guardai le scarpe gialle, strettamente annodate attorno alle caviglie dell’uomo, e osservai con estrema attenzione le loro suole di gomma, di un beige translucido, che mi sembravano due ramponi insensibili e possenti ancorati al suolo. L’insensibilità di queste scarpe, ecco cosa mi gettò in un terrore senza nome. Non conoscevo il loro linguaggio. Ma esistevano davanti ai miei occhi, come il mondo intorno a me, come l’uomo che le portava, come la mia mano che stringeva con tutte le sue forze la sbarra gelida per sostenere il mio corpo, quel corpo che vibrando mi indeboliva. Poi ne ho parlato a qualcuno, gli ho detto che un paio di scarpe gialle e insensibili mi avevano terrorizzato. È scoppiato a ridere. Ride, non la smette di ridere, mentre le mani continuano a tremarmi, vittime di queste scarpe che non trovavano posto nella struttura involontaria della mia creazione.

 

2084. La fine del mondo

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di Gianni Biondillo

Boualem Sansal, 2084. La fine del mondo, Neri Pozza, 254 pagine, traduzione di Margherita Botto

Ati, dopo un lungo periodo di convalescenza in un sanatorio arroccato alle pendici di una montagna, è pronto ad affrontare il lungo viaggio di ritorno a casa, nella città di Qodsabad. Il rientro alla sua vita civile è colmo di dubbi esistenziali. Che realtà è quella che gli tocca vivere, in un impero smisurato, qualcuno dice grande come l’intero globo, sotto l’egida di un governo teocratico che non ammette alcun pensiero autonomo? In una società dove tutto è nelle mani di una burocrazia capricciosa è considerabile blasfemo anche solo pensare al concetto di “libertà” (figuriamoci parlarne con qualcuno)? Chi sono esattamente i membri della Giusta Fraternità, sacerdoti inflessibili dell’unico credo, il culto del divino Yölan e di Abi, il sacro Delegato di cui nessuno ha mai visto il volto?

2084. La fine del mondo, già dal titolo vuole rimandarci al grande fratello orwelliano di 1984, e ai suoi temi etici. Cos’è un individuo di fronte alla grande macchina omologatrice del potere centrale? Come viene utilizzato, e con quale ferocia, il dispositivo propagandistico che invade la coscienza privata di ogni abitante di questa dittatura religiosa?

La difficoltà di ogni romanzo ucronico sta nella capacità di creare un mondo e uno scenario credibili e coerenti. Boualem Sansal ci riesce benissimo. Grazie all’ausilio di una scrittura che sa essere enfatica, come è ogni lingua di ogni regime teocratico, senza mai essere pedante. Si parteggia per la solitudine di Abi e per la sua ricerca della verità, anche a costo della sua probabile sconfitta di fronte alla macchina repressiva. La critica all’uso della religione come arma del consenso è potentissima in questo romanzo visionario. Il più laico che abbia letto da molto tempo, non a caso scritto da un intellettuale che conosce le derive ideologiche del mondo arabo di questi anni. Perché è di oggi che si parla, come è ovvio, in questo romanzo ambientato in un futuro medievale, spaventosamente orwelliano. Sansaliano, anzi.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione numero 16 del 19 aprile 2016)

Bienvenue Italie: Helena Janeczek

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Questo è il secondo articolo (qui il primo) del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni.  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczek nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. Dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi. (effeffe)

Natural Born Italian

di Helena Janeczek

Un giorno litigavo con mia madre alla stazione di Gallarate. Lei avrebbe voluto aspettare che il temporale si calmasse, io togliermi al più presto i vestiti fradici. Qualcuno ci ha segnalate ai carabinieri. Con i miei occhi chiari e le Converse stinte, risultavo la badante violenta della sciuretta elegante. A quel punto non serviva che spiegassi chi ero e nemmeno che mia madre, pur scossa da una terribile crisi di pianto, trovasse il modo di confermarlo ai carabinieri. Ci hanno separate. Non potevo avvicinarmi a mia madre. L’hanno fatta salire sulla gazzella, accompagnata al mio portone e aspettato finché non sono arrivata, a piedi.

È strano quando cadono le maschere. Da un lato il pregiudizio capace di vedere cose mai accadute – la straniera che malmena la povera signora italiana. Dall’altro la maschera che io stessa porto tutti i giorni – il colore della pelle, la lingua del posto parlata senza un accento che non sia quello locale. Sarei stata più felice se avessi potuto raccontare quanto sia bello portarsi dietro tante lingue e trovarne una da cui farsi adottare. Amarla molto, la lingua madre adottiva, sentirsi ricambiata come una bambina che impara. L’innamoramento che vela lo sguardo e rende fiducioso ogni gesto è finito, in questi anni.

Vivo in Italia dal 1983. Ho lasciato la Germania dopo aver terminato il liceo. Nel tempo passato sin d’allora – trentacinque anni – molte ragazze hanno concluso il ciclo che va dalla nascita alla laurea, al primo impiego o addirittura al primo figlio. Di italiano ho: un figlio, un passaporto, un codice fiscale. Ho smesso di scrivere in tedesco sin da quando ho pubblicato Lezioni di tenebra, nel 1997.

Però qualcuno sistema ancora i miei libri nello scaffale della letteratura straniera, qualcun altro s’è lamentato (giuro) che gli editori lavorano così male oggigiorno da omettere l’edizione originale e il nome del traduttore. Qualcuno mi presenta sempre come scrittrice tedesca (o polacca, o polacco-tedesca, o polacco-tedesca d’origine ebraica), anche se non so l’ebraico, pochissimo il polacco e, in tedesco, faccio ormai fatica a scrivere persino un’email. Qualcuno trova gusto a segnalare un errore ortografico come prova che non sappia davvero l’italiano, mentre a un Mariorossi la stessa svista verrebbe imputata come prova di distrazione o d’ignoranza.

Che ci restassi male era frutto della mia ansia da parvenue delle lettere italiane, variante del narcisismo dell’artista. Il problema era mio, non dell’Italia da cui non si poteva pretendere che fosse pronta tutta intera a rendersi conto di non appartenere più soltanto ai Mariorossi. Me lo ripeto anche oggi, però il clima che si respira mi porta a percepire queste sciocchezze come sintomi di poco conto d’una questione assai più seria.

Italiani si nasce – non si diventa. Anzi, non basta neanche nascere in Italia per essere considerati italiani. Lo dimostra l’ostruzionismo feroce e la scarsa premura a superarlo che blocca da anni la nuova legge sulla cittadinanza: una legge che non si propone neanche di sostituire lo ius sanguinis con lo ius soli, ma lo vincola allo ius culturae, vale a dire alla frequentazione d’un ciclo scolastico. Il pregiudizio esplicito è assai più grave di quello implicito, quello che in inglese viene chiamato bias. Il problema è che non sono disgiungibili. Il razzismo nasce da un terreno ricco di pregiudizi latenti che si annidano anche in chi non può essere tacciato di razzismo (o omofobia o maschilismo). Capita che l’irritazione tiri fuori un “frocio”, “puttana”, “negro di merda” alla persona più convinta delle proprie idee progressiste. Certo, quando si è arrabbiati, si dicono cose che non si pensano davvero. Ma in quel momento si sente veramente il bisogno di ferire. E il sentimento è così forte da fornire pronta l’arma delle parole più offensive.

Negli anni Ottanta la presenza di stranieri in Italia era minima, i bambini di colore facevano tanta tenerezza. Predominava un senso d’accoglienza e nel mio caso – dato che venivo dalla favolosa Mitteleuropa che esisteva soprattutto nel catalogo Adelphi – pure una cospicua esterofilia. Poi sono arrivate le ondate migratorie e, con esse, la xenofobia e il razzismo. Nei primi decenni, c’era motivo di sperare che i processi di integrazione avessero attenuato ostilità e paure, cosa che, in parte, è avvenuta fino agli anni recenti, gli anni della crisi che hanno reso il razzismo più incarognito e cristallizzato, e dunque un perno centrale della politica. Oggi “xenofobia” è quasi sempre un eufemismo. Esistono generazioni di ragazzi che sanno parlare e scrivere solo in italiano, ai quali si continua a negare ciò che, di fatto, sono: italiani. Non erano ancora nati o erano piccolissimi, quando cominciai a lavorare a Lezioni di tenebra. Però le leggi scritte e anche quelle non scritte le detta la maggioranza che, in tempi di populismo, pretende d’incarnare il popolo tout court. Per la visione tanto diffusa secondo cui vengono prima gli italiani – quelli di sangue – né a me né a tanti ex studenti delle scuole e università italiane che oggi sono romanzieri poeti e saggisti spetta il diritto d’intendere come nostra la vera patria d’uno scrittore: la lingua in cui s’esprime.

Fossi più giovane, sarei forse tentata di rifare i bagagli. Ma le scelte che vent’anni addietro mi aprirono il futuro, sono oggi diffcilmente reversibili. Qui ho messo radici, qui vorrei restare, in fin dei conti. Così mi sto abituando all’idea che scrivere in questa lingua sia diventato un gesto che si inserisce nel quadro d’un conflitto destinato a durare a lungo e, probabilmente, incrudelire. In questa luce diventa secondario che i miei libri appaiano apparentati a quelli di molti autori con un retroterra nell’Europa centro-orientale e nella storia ebraica. La realtà che conta la determina chi ha il potere di stabilire chi sta dentro e chi sta fuori: sicuramente o soltanto sul piano dell’inclusione simbolica che è poi quella che riguarda la collocazione d’uno scrittore. Un tempo mi chiedevano di Joseph Roth e Elias Canetti, di Walter Benjamin e Hannah Arendt, convinti che li avessi letti in originale, e sottintendendo, se non una filiazione, una particolare vicinanza. Oggi risponderei che non faticherebbero a riconoscersi nelle vicissitudini del rapper romano Fat Negga, al secolo Luca Neves, che nel 2016 ha rischiato l’espulsione a Capo Verde dov’è stato solo una volta, da bambino.

Erano migranti e rifugiati: ostracizzati, detenuti nei campi d’internamento delle nazioni libere, sottoposti a infinite angherie per un visto o un permesso di soggiorno. Alcuni si tolsero la vita. L’impresa di continuare a scrivere in qualsiasi lingua avessero poi scelto, fu faticosa e lacerante persino per i più fortunati e combattivi, come ogni decisione che comporta una rinuncia, un parziale sacrificio. Ho avuto una vita infinitamente più facile e nutro una sincera gratitudine per la benevolenza che ho trovato in Italia. Ma sono figlia di profughi.

Considerazioni estive su letteratura e contemporaneità

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di Giorgio Mascitelli

Le stagionali polemiche sul premio Strega hanno il merito, aldilà dei contenuti specifici delle stesse, di porre implicitamente una domanda su ciò che è contemporaneo in letteratura. Da un lato sembrerebbe proprio che premi di questo genere, che di solito uniscono al giudizio di giurie competenti delle ricadute importanti in termini di successo di pubblico, siano gli strumenti più adatti per rispondere a quell’interrogativo. Poco importa per il presente discorso se le accuse spesso rivolte al premio Strega di premiare non i testi realmente meritevoli ma quelli promossi dalle grandi case editrici siano fondate o meno, non sto qui prendendo in considerazione la letteratura alla luce dei valori letterari o estetici, ma la letteratura in quanto fenomeno della contemporaneità: il fatto che i testi vincitori spesso abbiano anche un notevole successo commerciale significa in qualche misura che essi giustificano la loro vittoria se non da un punto di vista letterario, almeno sociologico. Del resto è verosimile che un storico del futuro, se volesse tracciare un ritratto dello spirito o quanto meno della mentalità del nostro tempo e agire in maniera metodologicamente rigorosa, userebbe come fonti i libri premiati o più direttamente quelli in testa alle classifiche di vendita. Allo stesso modo potrebbero dirci di più, per esempio, sugli anni Venti Guido da Verona o Salvator Gotta rispetto a Svevo o Pirandello.

E’ innegabile che, in un certo senso, è perfettamente contemporanea solo un’opera che trionfa nel proprio tempo perché va incontro alle aspettative di esso in maniera immediata e diretta. Se questo vale per epoche passate in cui la letteratura era un fenomeno essenzialmente elitario, a maggior ragione vale per il presente, uno dei tratti caratteristici del quale è la diffusione di un’estetica del profitto ossia della convinzione diffusa che il valore estetico di un’opera dipenda dal suo successo commerciale  ( vorrei chiarire che questa espressione, per quanto qualcuno la possa trovare un po’ brutale, non ha una valenza ironica, ma si limita a descrivere magari senza troppi fronzoli un’idea oggi molto seguita) perché proprio l’avere successo rappresenta uno dei valori fondamentali del nostro tempo.

Eppure questa concezione della contemporaneità nella sua apparente naturalezza quasi alle soglie dell’ovvietà presenta degli elementi di crisi. Infatti essa veicola con sé, direi con la medesima ovvietà con la quale si impone ai nostri occhi, l’idea che la contemporaneità coincida con ciò che essa stessa pensa di sé, ma siccome naturalmente contemporaneità è una parola astratta e non è un soggetto pensante, si potrebbe concretizzare questo concetto indicando in coloro che aderiscono ai valori dominanti in quest’epoca il suo referente. Si tratta insomma di una concezione della contemporaneità che tende a farla coincidere con l’ideologia prevalente, che qui non intendo tanto nella sua più comune accezione politico-filosofica quanto come sistema di valori in senso lato. A sua volta questa idea della contemporaneità presuppone un presente assoluto, e dunque senza possibilità alternative, come realizzazione pura e semplice di ciò che doveva essere. In altri termini si tratta di un’idea del contemporaneo che tende a eliminare da sé qualsiasi germe di futuro e qualsiasi traccia di passato (un futuro che può sussistere nell’attuale solo in quanto promessa di alterità e un passato che può parlare al presente solo nella misura in cui non ne è la premessa, ma illumina invece una discontinuità o una frattura). Una letteratura che per essere pienamente contemporanea rinunciasse a dialogare con queste due dimensioni finirebbe con il favorire due errori opposti: l’uno quello classicamente classicistico di ritenere che la letteratura debba trascurare il presente, regno del transitorio, per occuparsi solo delle cose eterne, qualunque cosa ciò voglia dire, l’altro di considerare letteratura solo in quanto conferma di quello che c’è qui e ora sotto i nostri occhi.

Il contemporaneo è però qualcosa di più articolato e complesso di quanto il senso comune ci faccia credere: se prendiamo questa definizione di Giorgio Agamben “la contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo” ( Giorgio Agamben Che cos’è il contemporaneo? Roma 2008, p.9), si può vedere come il contemporaneo contenga un elemento di estraneità al presente che è essenziale per evitare uno schiacciamento acritico su di esso. Come mette in luce lo stesso filosofo, in questa prospettiva l’idea di contemporaneità viene a coincidere in larga parte con quella nietzscheana di inattualità. Si potrebbe aggiungere che la letteratura ha connaturata una potenziale inattualità in quanto la scrittura letteraria contiene in sé una forma di anacronismo, anche quando si presenta nei modi dell’innovazione più decisa, nel suo essere un discorso che si riallaccia ad altri discorsi precedenti tramite le convenzioni che regolano l’appartenenza al campo letterario.

C’è un elemento più radicale da citare ancora ed è il fatto che il discorso letterario contemporaneo esiste solo all’interno di quella presa di distanza dal proprio tempo di cui parla Agamben. Non si tratta soltanto di una distanza critica, di una non condivisione dell’andazzo delle cose, ma è anche un modo di osservare il presente e i suoi fenomeni e le sue idee con uno sguardo gravido di passato e di futuro. E’ per questo che spesso testi intimistici alle soglie del solipsistico o fantastici o visionari sono stati più contemporanei del proprio tempo di opere realistiche che intendevano creare grandi affreschi compiutamente descrittivi. Potrà sorprendere che in un pensatore come Adorno, dai gusti letterari decisamente antirealistici, si possa incontrare l’affermazione che si perde inevitabilmente qualcosa a non leggere un’opera nel momento storico in cui è stata scritta. E’ possibile leggere questo avvertimento non come lo scrupolo del filologo che cerca la precisa genesi storica del testo, ma in nome di una storicità negativa, per così dire, che riflette sulle distanze che il testo prende dal proprio tempo.

Purtroppo, da questo stato di cose ne segue che la letteratura è sempre altrove  rispetto alle nostre attese e in un altrove che non può essere indicato a chiare lettere ai bene intenzionati che ne domandassero l’esatta localizzazione. Per tutti noi allora è più facile continuare a leggere sulla nostra comodissima poltrona ( la nostra poltrona mentale, intendo) anziché metterci in contatto con questo altrove, anche perché  mettersi in viaggio per un luogo che non si sa è una cosa che funziona bene solo nelle pubblicità delle agenzie di viaggio e quindi non ci resta che attendere che fortuitamente questo altrove arrivi fino alle nostre poltrone. Queste considerazioni, però, non devono indurre in stati d’animo apocalittici,  innanzi tutto perché sono considerazioni estive strappate alla canicola e di questa trattengono una sfumatura oziosa e poi perché esse portano in realtà sollievo consentondoci di guardare con maggiore rilassatezza alle attività dei premi letterari e degli uffici stampa della grande editoria.

 

 

Bienvenue Italie: Igiaba Scego

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Con questo primo intervento si apre il dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczec, nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi (effeffe)

 

This must be the place

di

Igiaba Scego

Dietro la Piramide Cestia c’è uno dei cuori pulsanti e più nascosti di Roma Capitale: Il Cimitero Acattolico. Lì sono sepolti Antonio Gramsci, i poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il pittore russo Karl Brullov, l’indimenticabile poetessa Amelia Rosselli. Ed è lì che ogni tanto vado per salutare questi grandi della terra che tanto ci hanno dato e tanto hanno lasciato. Ho un personale culto degli antenati e guardando queste tombe, quei nomi incisi, quelle date che indicano un inizio e una fine terrena, dico a me stessa “Igiaba devi essere una brava cittadina” e poi in un sospiro aggiungo “e fare lo sforzo di diventare una buona antenata”. Questa frase non è mia. L’ha scritta Naomi Klein, l’ambientalista Naomi Klein. Ricordo che appena la lessi sulla rivista Internazionale ne rimasi fulminata, essere un buon antenato, ecco era proprio quello che volevo diventare. Anch’io come voi un giorno sarò in un’altra dimensione e comunque non più in questa. Cosa avrò lasciato di me su questa terra? Cosa di importante? Ecco perché camminavo tra quelle tombe, per ricordarmi che la nostra vita non è solo un appagamento momentaneo, ma un programma che comincia con noi e può avere ripercussioni nel futuro, per quando non ci saremo più.

Guardo i nomi incisi sulle tombe. C’è Johan David Ǻkerblad un diplomatico svedese, amante dell’oriente. Conosceva il greco. Il turco, l’arabo, naturalmente il latino. Aveva abbandonato la carriera diplomatica per dedicarsi alla filologia. Morì in solitudine, ma la sua tomba porta addosso il fulgente segno dell’amicizia, perché furono i suoi amici a fare una colletta e ad erigere la tomba 5 anni dopo la sua morte. Poi c’è il buon Juan Rodolfo Wilcock, l’autore de la Sinagoga degli iconoclasti, che aveva lasciato l’Argentina perchè si sentiva fuori asse nel suo paese immerso nel peronismo. Non solo decise di fare di Roma la sua casa, ma anche di fare dell’italiano la lingua della sua scrittura. Mi ricorda le scelte fatte da tanti miei amici migranti che invece di scrivere nella loro lingua madre, hanno dato forma all’io letterario che portavano dentro in italiano. Per ironia della sorte la richiesta di Wilcock per diventare italiano venne accolta solo dopo la sua dipartita. Quella cittadinanza che non fu sancita dal passaporto, fu invece donata spontaneamente dalla letteratura. Però la mia meta oggi è una tomba, piccola, quasi nascosta, che contiene in sé una meravigliosa storia di afrodiscendenza e riscatto.

La donna, l’antenata, che sono andata ad omaggiare si chiama (perchè un antenato è sempre coniugato al presente) Sarah Parker Remond. Molti non l’hanno mai sentita nominare. È un nome che non si trova nei libri di storia, che non abbiamo studiato a scuola. Ma è un nome importante. Un nome che dovremmo far incidere nei nostri cuori e a cui dovremmo dedicare piazze, vie, monumenti. Sarah era nata a Salem, in Massachusetts, da John Remond e Nancy Lenox nel 1815. Famiglia numerosa dove la politica circolava copiosamente nelle vene di ogni componente. I Remond avevano fatto della loro grinta una seconda pelle. Già da piccola Sarah era spinta verso la lotta. Il suo essere afroamericana non si fermava solo ad una vaga rivendicazione di diritti, ma si trasformava in azione per lei. Il suo primo discorso antirazzista, o come si diceva allora, abolizionista (c’era ancora la schiavitù purtroppo) lo fece a 16 anni e da lì non si è più fermata. Dove ha potuto ha portato il verbo di un mondo diverso, da fare e costruire insieme. Un mondo senza sofferenza e schiavitù. Suo padre, un nero nato libero, si dava molto da fare. E casa Remond era sempre piena di persone, bianche o nere, che lavoravano per la causa. Mi immagino il casino di fogli, discorsi, prese di posizioni furenti, agorà ateniesi e il parapiglia che l’attivismo porta di solito con sé. Probabilmente non si dormiva mai a casa Remond, Ed è proprio in questo ambiente stimolante e di lotta che si è formata Sarah.

Le foto che ho trovato di lei sul web, ritraggono una matura donna vittoriana, con una crocchia in testa e un atteggiamento molto composto. E poi ci sono i suoi occhi. Nonostante la distanza temporale che ci separa, gli occhi brillanti di Sarah non riescono a celare la sua anima di fuoco. Vedo in quegli occhi la ribellione verso le ingiustizie che attraversa il suo corpo nero e il corpo nero dei suoi affetti. L’odio purtroppo Sarah lo ha conosciuto bene. Avrà un brutto scontro con esso nel 1835.

Sarah Parker Remond amava l’opera ed è proprio in un giorno apparentemente come tanti che si reca all’Howard Athanaeum di Boston per assistere all’opera Don Pasquale. Era testarda e caparbia Sarah e si rifiuta quel giorno (quasi 100 anni prima di Rosa Parks) di dirigersi verso le sedie assegnate agli afroamericani, rifiuta le poltrone della segregazione razziale. Era decisa, voleva resistere ad ogni costo. Sapeva bene che era pura follia, ma più la spintonavano più si aggrappava a quella poltrona con tutta se stessa. La forzarono a lasciare il teatro in malo modo e non paghi la spinsero letteralmente giù dalla scala. Ma Sarah che lottava per i suoi diritti e i diritti della sua gente, non accettò l’ingiustizia subita e citò in giudizio chi l’aveva oltraggiata. E fatto inaspettato vinse la causa. Molti anni prima di Rosa Parks quindi una afroamericana aveva deciso di non piegarsi a quel modello razzista che imperava nella sua nazione. Di fatto Sarah Parker Remond ci ha insegnato, da buona antenata, la disubbidienza.

Guardo la sua tomba e penso che questa creatura dalle mille meraviglie ha incrociato nel suo percorso l’Italia. Si parla spesso di Grand Tour, dei tanti grandi della letteratura, delle arti e delle scienze che sono venuti in Italia a fare un’esperienza, un soggiorno, una vacanza. I nomi sono tanti, da Lord Byron a Goethe, passando per Henry James o Mary Shelley. Ma il mainstream ci ha portato sempre a pensare che sono sempre stati i corpi bianchi a viaggiare su e giù per lo stivale e a godere delle bellezze di questa penisola nata dalla materia delle sue differenze. E invece sfogliando il libro della storia, quella con la S maiuscola, capiamo che l’Italia è stata attraversata non solo da una babele di popoli che l’hanno conquistata di volta in volta, ma anche da soggiornanti che venivano davvero da esperienze e culture tra le più disparate. Dalla Tunisia alle Filippine di fatto c’è stato un Grand Tour che non ci hanno mai raccontato. Ma quello che mi ha sempre colpito è l’arrivo in Italia di donne come Sarah Parker Remond che nella penisola non cercavano solo un soggiorno un po’ particolare, ma un rifugio dall’odio che infiammava la loro terra natia.

L’Italia (e ci suona paradossale se pensiamo all’Italia di oggi, attraversata dalla xenofobia e dallo stereotipo) era una terra aperta e accogliente. Non respingeva le diversità, ma dava a quest’ultima un luogo confortevole dove vivere. Ed è qui che Sarah Parker Remond si è di fatto reinventata. Dopo una vita dedicata alla causa, viene in Italia e a 42 anni si iscrive a Medicina, al Santa Maria Nuova di Firenze. Lei amante dei classici, del latino, dell’arte rinascimentale trova in Firenze una casa accogliente dove crescere intellettualmente. Farà per molto tempo la pendolare tra Roma e Firenze, si specializzerà in fisica e eserciterà la professione per più di 20 anni senza far mai ritorno negli Stati Uniti. In Italia Sarah ha trovato anche uno sposo, l’artista sardo Lazzaro Pintor Cabras e ci sono testimonianze del suo interesse per la questione della “razza” nella penisola, erano gli anni del primo colonialismo liberale, Sarah non solo ne ebbe sentore, ma probabilmente vide in azione il primo vagito di quel razzismo coloniale che tanti danni farà nel Novecento.

Ora sto qui davanti alla sua tomba. Ed ecco, mi dico, una buona antenata. Mi chiedo se diventerò come lei. Continuo a camminare tra tombe, sculture, angeli desolati. Mi guardo intorno. Inquieta. Cerco una tomba che non c’è. Ma il cui posto è qui, dovrebbe essere qui, almeno per me. È solo un caso che ha portato Edmonia Lewis a morire a Londra. Ma Edmonia appartiene a Roma come nessuna. E per me anche se non c’è fisicamente una sua tomba al cimitero Acattolico, lei è qui almeno idealmente come fantasma o come idea. È qui a Roma che Edmonia Lewis è diventata grande, qui che è diventata l’artista che ha sempre desiderato essere. Edmonia nata nel 1844 ha condiviso, pur non sapendolo forse, lo stesso bisogno di fuga dal suo paese di Sarah Parker Remond, il bisogno di essere come gli altri. Edmonia, figlia di una nativa americana Chippewa e di un nero libero, era ben conscia che la sua epoca era contro le persone “mescolate” come lei. E come nella biografia di Sarah, anche per Edmonia c’è stato un episodio che le ha fatto capire quanto la società della sua epoca era contro il colore della sua pelle, la tessitura dei suoi capelli ricci, la forza dei suoi muscoli meticci.

Come molti Edmonia cerca di barcamenarsi nella sua situazione precaria. È un’epoca, quella che segue la guerra civile americana, dove un nero era sia schiavo sia uomo libero. Dipendeva molto da dove eri nato, cresciuto, se il padrone ti aveva liberato. I neri liberi si davano da fare, per andare avanti, per superare la condizione di sottomissione in cui i loro avi erano stati costretti a vivere. Si era consapevoli che però era anche tutta questione di fortuna, perchè lo stato di libertà poteva essere revocato in qualsiasi momento. Era noto che c’era chi catturava gli uomini liberi e li rivendeva al miglior offerente infischiandosene di lotte e rivendicazioni. Erano tempi duri quelli in cui Edmonia Lewis diventava ragazza. Con l’aiuto del fratello Samuel era però riuscita ad iscriversi al Collegio Orbelin, uno dei pochi che accettava afroamericani tra i suoi studenti.

E lì che Edmonia a ronterà per la prima volta i fantasmi della nazione, quelli che non perdonavano ai neri il colore della loro pelle. Edmonia viene accusata ingiustamente di aver servito del vin brulè a delle sue compagne di corso e a causa di questo episodio verrà picchiata selvaggiamente. Non me la so immaginare Edmonia ferita, sola, agonizzante tra le nevi delle montagne americane. Non voglio vederla ferita, sola, agonizzante…

La mia testa rifiuta questa immagine.
L’immagine che ho di lei invece è quella che si trova sui siti web e che troneggia sulla copertina di Forever Free. Oltre la barriera del colore. L’esilio romano di Edmonia Lewis scritto dall’ottima Luisa Cetti. Eccola Edmonia, uno scialle pesante e un fez. Eccola con il suo viso da bambina che non guarda mai verso l’obbiettivo. Ammiro soprattutto le mani di Edmonia. Perchè sono loro a plasmare la materia della sua arte: la scultura.
Ed è proprio a Roma che gli scultori vengono per formarsi. Roma, come ci ricorda Louisa May Alcott in Piccole donne, era il centro di ogni desiderio, è lì che si andava per “diventare la migliore artista del mondo”. Ed Edmonia è lì che si dirige a Roma.
Leggere il libro di Luisa Cetti è appassionante. Lei, esperta di Ottocento statunitense, sembra inseguire Edmonia in ogni vicolo, in ogni piazza e porta anche noi lettori dentro le pieghe di questa vita straordinaria. Vediamo una Edmonia all’inizio alla mercé degli abolizionisti, perchè sono loro a pagarle il soggiorno romano e le maestranze, poi la vediamo piano piano emanciparsi e diventare sempre più romana. Luisa Cetti ci descrive una Roma che abbiamo solo vagamente intravisto nei romanzi di Henry James.

Una Roma babele di lingue, di costumi, di scandali persino. Una città cosmopolita ed elettrizzante come oggi non è più. Soprattutto la scultura la caratterizzava. Il Neoclassicismo e Canova in particolare erano per gli artisti stranieri dell’epoca i modelli da inseguire. La scultura italiana nei salotti londinesi e newyorchesi era diventata di fatto una moda e tutti correvano a Roma per aprirsi un proprio atelier. Edmonia non aveva il colore amato dalla sua Nazione di appartenenza, ma trova in Roma un’alleata per fuggire al destino che il potere le voleva cucire addosso. Non importa il colore, ma la bravura a Roma, nella Roma ottocentesca. E lei è brava veramente. La inseguo idealmente per la città, per le case dove ha abitato da Via della Frezza (vicino all’antico atelier del Canova) a Via San Nicola da Tolentino, fino ad arrivare a Via Venti Settembre 4.

Qui Edmonia lavora, ama, diventa cattolica, forgia la sua arte. Dalla fatica iniziale passa a gestire maestranze locali. E qui incontra nel 1876, dopo 20 anni a Roma, uno dei più grandi intellettuali afroamericani della sua epoca, Frederick Douglass, che aveva raccontato in un libro importantissimo la sua esperienza da schiavo. Laura Cetti, insieme ai biografi statunitensi di Edmonia Lewis, hanno lavorato su pochi elementi a loro disposizione. Lettere, qualche sporadica intervista, tracce in diari di artisti dell’epoca, aneddoti, fotografie.

Ma qualcosa si intuisce nelle righe di chi si è occupato di Edmonia. Soprattutto arriva la sua grande forza. Me la immagino mentre cammina per Roma, tra la Fontana di Trevi e piazza Navona, con Frederick Douglass e consorte. Afroamericani che si incontrano in un territorio neutro per loro libero da soprusi.

Anime nomadi in cerca non solo di una casa, ma di una normalità che veniva a loro completamente negata.
È morta a Londra Edmonia Lewis, ma per lei casa era Roma e alla Città eterna rimarrà sempre devota. Non a caso nella sua iscrizione funebre (uscita sul Tablet, un giormale londinese) viene indicato come luogo di origine Roma ed esattamente Via Gregoriana 7, non gli Stati Uniti D’America che per Edmonia ormai erano solo un mondo alieno. Roma di fatto è la sua R(h)ome, la sua casa, la sua home, lì dove il suo spirito è fiorito.

Edmonia…

Sarah…

R(h)ome.

due antenate.

Una casa.

Le saluto idealmente e lascio il cimitero Acattolico felice di essermi immersa nelle loro storie. Basta un attimo e il panorama cambia. Mi tuffo nel traffico apocalittico della Capitale d’Italia. Sono contenta. Sorrido. Le mie antenate mi hanno dato forza. Ora sono pronta ad affrontare l’ignoto.

Dopo internet: intervista a Giovanni Agnoloni

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 Marino Magliani intervista Giovanni Agnoloni a proposito del suo romanzo “L’ultimo angolo di mondo finito” (Galaad, 2017)

MM La prima cosa che salta alla mente, leggendo il tuo “L’ultimo angolo di mondo finito” è che, pur appartenendo a una trilogia, e pur basandosi su un evento epocale, ma senza ripetere alla nausea cosa è successo, l’autore mette il lettore nelle condizioni di acquisire quasi con naturalezza il dato più importante della narrazione, il crollo di internet, tra il 2025 e il 2029, in gran parte del mondo occidentale. È questa una delle cose buone del libro: l’eccesso raccontato semplicemente; la catastrofe (la fine della Rete, badate bene, non sciocchezze) narrata senza l’iperbole. La multinazionale Macros (immaginate se l’avesse chiamata Macron!) ha devastato la Rete. Il progetto criminale è di sostituirla con qualcosa che possa permettere la conquista del mercato: la creazione degli ologrammi, una sorta di eteronimi (ogni persona ne possiede uno) che finiscono per “suggerire” la vita e gli acquisti all’umanità. Come ti è venuta in mente questa storia, quando hai deciso di scrivere una trilogia sulla materializzazione di un futuro “impoverito”?

GA Diciamo che è stato un concorso di spunti occasionali di tipo diverso, ma tutti legati all’impressione di fondo che la Rete abbia modificato fin troppo la nostra vita, rendendoci, sia pur connessi tecnologicamente, scissi da noi stessi e dagli altri. Dove prima si fissava di bere una cosa insieme a bar per fare due chiacchiere, o si faceva una telefonata, oggi si interagisce sul Messenger di Facebook o su WhatsApp. È un concreto impoverimento, ché spesso tutto questo va proprio a sostituire la capacità di relazionarsi con il prossimo nella vita reale (penso all’episodio-limite, che lessi anni fa sul giornale, di un ragazzino che, dopo aver trascorso una serata fuori con gli amici senza dire una parola, tornato a casa si era messo a chattare con loro!). E va anche a detrimento dell’interesse per la lettura attenta, con cui il mezzo digitale non si concilia bene. Ormai, sui mezzi pubblici, trovare qualcuno che legga un libro è una rarità, mentre tutti gli occhi se ne stanno bassi sui cellulari. Quindi ho pensato: e se internet non ci fosse più? Non come “profezia”, ma come ipotesi astratta, per chiedersi fino a che punto siamo diventati incapaci di essere presenti, nella nostra vita e in quella di chi ci è vicino, attuando un diverso – e ben più importante – tipo di connessione. Aggiungo poi che, nel corso della trilogia (o quadrilogia, se consideriamo anche lo spin-off di “Sentieri di notte, ovvero “Partita di anime), diventano difficoltose anche le comunicazioni telefoniche, a distanze progressivamente più ravvicinate. I droni e la nuova Rete da essi propagata in America rappresentano, fin dal terzo libro della serie “La casa degli anonimi, la fotografia di una capacità intrusiva nelle vite delle persone di fatto già oggi dispiegata dalle multinazionali della comunicazione online e della tecnologia – a dimostrazione di come i miei romanzi, nonostante l’impiego di alcuni stilemi fantascientifici, siano in realtà distopie fortemente realistiche. Con l’introduzione da parte degli eredi della Macros, nel quarto libro “L’ultimo angolo di mondo finito, degli ologrammi-copia (o spin-doctor, come a me piace immaginarli) in tutta Europa o quasi, l’isolamento diventa praticamente individuale: alle persone non interessa più comunicare con gli altri, poiché il loro ologramma-copia dà loro tutte le indicazioni di cui hanno bisogno, esprimendo il meglio di esse in base alle informazioni raccolte sul loro conto dal Sistema quando la Rete ancora esisteva. È una sorta di monito a stare attenti a quello che diciamo di noi su internet, e a non dimenticare che quelli della Rete sono strumenti sì utili, ma mai capaci di diventare fini a se stessi o di sostituire la consapevolezza di sé e l’autenticità delle relazioni.

MM I colori grigi sono come una coltre di polvere che copre il mondo, e i protagonisti di questo romanzo sono dei cercatori che man mano diventano i ricercati, e tornano poi a loro volta a cercare. A quale personaggio sei più affezionato? A Kasper che cerca Kristine, a una editor di nome Emanuela, a Aurelio, ai fratelli Ahmed e Afef?

GA Sono tutti, in modi diversi, parti di me. Riflettono aspetti del mio lavoro di scrittore-traduttore (che implica anche un occhio da editor) – e quindi ecco Kasper e Kristine, che sono autori di romanzi e saggi, ma anche Emanuela, certo –, della mia passione musicale (Aurelio è un chitarrista, e io studio chitarra classica), della perdita che ho vissuto nella mia vita affettiva e ha influenzato decisivamente anche la mia capacità creativa – e quindi penso ad Ahmed e Afef, che, da fratelli, si erano persi e si sono ritrovati, ma in generale a tutti i protagonisti. Tutti vivono viaggi saturi di assenza: da Kasper che cerca la sua musa letteraria, a Emanuela che spera di ritrovare il suo grande amore perduto, e allo stesso Aurelio che deve affrontare il demone della scomparsa (volontaria) di suo padre dalla sua vita, quando era ragazzo. Quello che sento più vicino probabilmente è Kasper, che è uno scrittore “nomade” un po’ come me, e che insegue una donna ideale calata nel mondo, visione in carne e ossa che a tratti balugina e a tratti scompare.

MM E a quale paesaggio? Abbiamo Dubrovnik, New York, la Polonia e Firenze, il Sud Italia e il Portogallo: sembra la mappatura delle lingue da cui traduci, il Nuovo e il Vecchio mondo.

GA Sì, in effetti in queste storie confluiscono le mie esperienze di viaggiatore e la mia passione linguistica, che poi è diventata una professione, unendo virtualmente l’Europa e l’America, con le lingue neolatine (francese, spagnolo e portoghese) e l’inglese, parlate sia al di qua che al di là dell’Oceano. Il tutto, però, non voleva essere uno sfoggio di “internazionalità”. Era soprattutto utile a sviluppare una trama articolata, che evidenziasse come la crisi della Rete (e la crisi a causa della Rete) avesse toccato diverse zone del mondo: se la connessione oggi è globale, non potrebbe non esserlo anche la disconnessione. Ogni luogo, poi, è carico di atmosfere particolari, che sollecitano diversamente i sensi, e questo era molto importante per far sentire il lettore sempre radicato nel qui, in contrapposizione alla percezione di (sterile) ubiquità che internet tende a dare.

MM E infine, la musica: ce n’è moltissima, anche se la genesi credo si possa dire sono i Beatles? Mi verrebbe da chiederti se ascolti molta musica quando scrivi, ma ho appena saputo che hai ripreso a suonare, e allora la domanda: ti capita di essere lì a suonare e di interrompere per descrivere un cielo di Manhattan punteggiato dai droni?

GA Sì, la musica è centrale, perché Kasper cerca Kristine basandosi su indizi apparentemente casuali trovati in giro per l’Europa, legati alla storia dei Beatles (una mia grande passione), e poi parte per l’America seguendo le orme di John Lennon. Spesso ascoltavo i quattro di Liverpool, nel periodo in cui scrivevo il romanzo, anche durante il lavoro. Poi, da circa un anno e mezzo, ho ripreso a studiare chitarra classica, col Maestro Ganesh Del Vescovo, e così ho maturato una consapevolezza ancor più piena del nesso sottile (ma robustissimo) esistente tra suono, lingua e letteratura. E questa ricchezza di sonorità ho cercato di trasfondere nel romanzo, non solo nelle parti attinenti a Kasper e al chitarrista Aurelio (spesso ritratto nei suoi momenti creativi, tanto ne “L’ultimo angolo di mondo finito” quanto nel precedente romanzo “La casa degli anonimi”), ma in tutte, e in particolare negli estratti del romanzo “L’addio di Kristine Klemens” citati in questo libro conclusivo della mia serie: qui la prosa si fa quasi poesia, per lasciar emergere un significato veicolato proprio dal suono. Quanto ai momenti in cui studio chitarra, di solito sono a tarda sera o di notte (tanto dove abito non disturbo nessuno), e per quanto non mi sia quasi mai capitato di alternare l’esecuzione di un pezzo con la scrittura, certe sonorità o timbriche su cui mi stavo esercitando mi hanno trasmesso suggestioni che in seguito ho tentato di trasmettere alle mie pagine.

 

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (Galaad Edizioni, 2012; pubblicato in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (Galaad, 2014) e La casa degli anonimi (Galaad, 2014).
Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema.
Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista.
Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli.

Biagio Cepollaro, undici poesie da La curva del giorno

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di Biagio Cepollaro

*
il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

 

*

il corpo cresciuto su se stesso per più di cinque
decenni ha visto mutare forme e modi del desiderio
ora nell’abbraccio non sente distanza ma sempre di più
avverte il medesimo: il comune diventa motivo
di compenetrazione tenera come prendendosi cura

 

*
il corpo sente la sua felicità come uno stato assai precario
ma anche miracoloso e vorrebbe dirne e scriverne quasi
che queste operazioni scolpissero nella pietra i segni
del suo giubilo

 

*
il corpo conduce la sua vita facendo astrazione dalla collettiva
mitologia che unica attraversa il globo condizionando immagini
e azioni: è come se in memoria avesse un altro tempo quando
i corpi nel loro insieme si pensavano come storia e come progetto
quando la speranza non era solo di sopravvivere ma di vivere insieme

 

*
il corpo si sa storico per sua intrinseca durata e per suo inevitabile
e progressivo decadimento ma si sa storico anche per contrasto
una volta gli altri erano avvertiti da lui come compartecipi non era
felicità se non collettiva e da soli uno poteva solo riprendere
fiato ma non vivere la vera vita se non come diminuzione

 

*
il corpo è stato a lungo sollecitato nel piacere e anche
ogni mattina nell’andare al lavoro grazie alla prontezza
degli arti alle buone articolazioni che danno il giusto
vincolo al moto. ora alla finestra si sofferma di fronte
al parco mentre da sopra il nuvolo scoraggia ad uscire.
una brulicante umanità si muove e così anche tra le foglie

 

*

il corpo sa che il palazzo di fronte non si regge
per la sua grammatica ma per la pietà del sisma
che lo risparmia: è questione di proporzione ed è
meglio abituare lo sguardo al grande per non
credere che il piccolo basti e che sia tutto: la forza
del fragile è stare dentro una certa verità delle cose

 

*
il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

 

*
il corpo nel verso dice la sua presenza
sfuggita al racconto della storia e non compresa
neanche dalla presunta compattezza
di un io: lui è là che si muove o sta
nella consumazione cellulare che viene
non detta -prima e dopo- ogni parola

 

*
il corpo nel verso si sottrae al senso
stabilito e si muove come se non vi fosse
argine e direzione: è luogo questo
dove sembra fermarsi il potere
tale è l’impatto del singolo corpo
che di sé nella lingua fa allegoria

 

*
il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

 


 

La registrazione video di una lettura di questi testi si può trovare qui

Un video di una lettura di altri testi  si può trovare qui   (Teatro Elfo Puccini di Milano,  25 novembre 2013 )

La curva del giorno (2011-2014), L’arcolaio editore, Forlì 2014, è il secondo libro della trilogia Il poema delle qualità.

Il primo libro è stato editato da La camera verde di Roma nel 2012 e raccoglieva testi poetici scritti tra il 2008 e il 2011.Il testo in pdf  è archiviato qui.

Il terzo libro, dal titolo Al centro dell’inverno, che conclude la trilogia è in corso di lavorazione presso L’arcolaio editore.

Relativamente al primo libro de Le qualità si rimanda a delle conversazioni in interventi critici, mentre gli interventi su La curva del giorno sono reperibili qui

Salviamo Monte Inici

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Un attacco senza precedenti sta devastando il territorio di Castellammare del Golfo, uno dei luoghi turistici più pregevoli della provincia di Trapani.

Nel giro di un mese sono stati presi di mira in rapida successione Monte Inici con quattro incendi consecutivi, Monte Sparagio e la Riserva dello Zingaro. L’ultimo attacco, martedì 25 luglio, ha persino lambito una chiesetta e alcune abitazioni nella periferia del paese.  
Ma questi roghi non sono gli unici che nei giorni scorsi hanno interessato la Sicilia e l’intero Paese. Le fiamme hanno devastato ettari ed ettari di bosco e messo a repentaglio l’incolumità di cittadini e turisti anche in Campania, Lazio, Sardegna, Toscana. 
Noi non sappiamo quali interessi specifici ci siano dietro questi che non esitiamo a definire veri e propri attentati all’ambiente, non abbiamo le prove del giro d’affari che può muoversi intorno alle operazioni di spegnimento degli incendi o alla manutenzione e riqualifica delle aree bruciate.
Sappiamo però riconoscere il linguaggio mafioso e possiamo affermare che quello di fronte al quale ci troviamo, pur senza lupara né tritolo sotto i ponti, è un attacco di stampo mafioso. 
Lo è nelle modalità, perché colpisce il bene comune per favorire gli affari di qualcuno o realizzare le vendette di qualcuno, e lo è negli effetti, nel senso di rabbia impotente e nello sconforto prodotto nei cittadini, che assistono inermi alla devastazione del proprio territorio.
Proprio per questo non possiamo rimanere passivi di fronte a questo ennesimo attacco all’ambiente, all’economia del Paese, alla nostra stessa dignità di cittadini.
La complessità del problema e la sua pervasività sull’intero territorio nazionale ci spinge a chiedere un intervento forte e risolutivo da parte delle istituzioni. 

Chiediamo quindi al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato di istituire prontamente una commissione di inchiesta su quanto sta avvenendo in Italia in questi giorni, volta ad accertare cause, mandati, esecutori degli atti, ma anche ad individuare mancanze, omissioni ed eventuali errori nella gestione della prevenzione e delle emergenze da parte degli organi preposti.
Chiediamo alla Magistratura di intervenire con delle indagini congiunte tra le procure, anche attraverso l’istituzione di un apposito pool di magistrati che sia in grado di affrontare  il fenomeno in tutte le sue articolazioni  e di chiarire quale strategia si nasconde dietro a questi attentati contro l’ambiente.

Comitato Salviamo Monte Inici

Roberto Alajmo, Andrea Bajani, Gianni Biondillo, Caterina Bonvicini, Paola Caridi, Cristiano Cavina, Paolo Chicco, Teresa Ciabatti, Diego De Silva, Enrico Deaglio, Enzo Di Pasquale, Marcello Fois,  Alessandro Garigliano, Helena Janeczeck, Filippo Landi, Bjorn Larsson, Giuseppe Elio Ligotti, Valerio Magrelli, Rossella Milone, Michela Murgia, Valeria Parrella, Alessandra Sarchi, Evelina Santangelo, Fabio Stassi, Chiara Valerio, Hamid Ziarati

Overbooking: Renzo Paris

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Nota critica

di

Alida Airaghi

a Il mattino di domani di Renzo Paris

 

 

Quanta voglia e rimpianto di vita, nell’ultimo volume di poesie di Renzo Paris (Celano, 1944). A cominciare dal titolo, così propositivo e aurorale (Il mattino di domani), per continuare poi nei temi affioranti in tutt’e quattro le sezioni scandite stagionalmente, che dalla primavera dell’infanzia arrivano alla «ridicola vecchiaia» dell’inverno.

Sono ricordi, personali e collettivi: memorie familiari e sociali, percorsi di crescita culturale e politica. E sono paesaggi, istantanee folgoranti di città straniere o italiane (Mosca, Parigi, Marrakech, Helsinki, e l’amatissima Roma sempre più multietnica). Oppure amori, adolescenziali e maturi (la moglie Marina, amanti dimenticate o redivive, sconosciute esploratrici di Facebook); turbamenti sessuali e tentazioni trasgressive («Lolite di un attimo, ragazze curiose, / per favore, smettete di ricordarmi la vita», «Sono un conduttore erotico, / falotico. Vivo dell’altrui piacere. / Luttuoso, voluttuoso, paciere delle arrabbiate, / braciere delle / scostumate»).

E ancora i “cari fantasmi” che emergono dalle brume di un passato lontano ma affettuosamente rivisitato, con un sentimento di nostalgica riconoscenza (il mondo contadino dell’Abruzzo nativo, la madre, le maestre, i compagni di scuola, la gente semplice del paese; e poi gli amici poeti che non vivono più…).

Una sorta di rendiconto morale, di dettagliato inventario su guadagni e perdite dell’esistenza, che però lascia aperti vitalissimi spiragli di progettualità e joie de vivre, anche quando affronta la malinconia del tempo che passa, dello «stupore dell’ultimo tramonto», del distacco dalle persone e dalle cose amate: «Cara vita, che a poco a poco mi abbandoni», «Ho vissuto per ricordare e adesso // che la memoria si cancella, dove vado?».

Renzo Paris, prolifico romanziere, poeta e saggista – nonché traduttore, critico letterario e docente universitario -, non ha mai lesinato il suo impegno culturale e politico: sempre schierato a sinistra, a lungo collaboratore del Manifesto, di Liberazione e oggi del Venerdì di Repubblica, nei versi non dimentica le tragedie umanitarie contemporanee, la fame del terzo mondo, i profughi delle guerre mediorientali, il terrorismo, la disperazione degli ultimi a cui nulla può offrire riparo e consolazione: né la bellezza dell’arte e della natura, né – ovviamente – la poesia («la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?».

Le composizioni di questa raccolta, tutte in terzine di vario metro, con rare indulgenze a rime, assonanze e calembour linguistici, sembrano ambire soprattutto a una chiara intenzionalità comunicativa, a una oggettività descrittiva che non lascia spazio a nebulose interpretazioni psicanalitiche: decise a rivendicare la propria prosaica adesione alla quotidianità dei gesti e dei sentimenti. Il loro autore continuamente ribadisce il suo ossessivo desiderio di partecipazione alla concretezza del reale, col timore che esso rimanga inappagato: «Nel mondo resto sempre a teatro», «Sono affollato di voci e di nessuna realtà». L’aggrapparsi tenacemente alle cose minime che osserva (insetti, uccelli, facce, parole di amore e amicizia) rimane allora il più solido ancoraggio per i mattini futuri.

 

 

 

Operazione Levante di Angelo Petrella

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Come un jab in pieno volto

di Davide Morganti

Sono sempre stato convinto che bisogna raccontare soprattutto ciò che non si conosce, ciò che non ci appartiene, ciò che è lontano da noi; perché quello che ci sta vicino, prima o poi si presenta. L’ultimo romanzo di Angelo Petrella (Operazione Levante, Baldini & Castoldi, pagg. 391, euro 18) viene considerato un thriller, una spy story, lo è, ma non lo conclude perché le storie che lo scrittore napoletano mette insieme hanno ritmo e potenza e una visione del mondo sulla modernità lucidissima. Questi tre uomini sono la spina dorsale del romanzo: Stanley Kavanagh è un esperto di informatica, distrutto dal dolore per la perdita della figlia e della moglie nell’attentato al Bataclan; Miša Bogdanov, ex agente russo, contrabbandiere di petrolio in Siria, rapito dall’Isis; Bob O’Malley, vicedirettore della Cia, chiede aiuto a Kavanagh per sapere di un attacco agli Stati Uniti di cui è venuto a conoscenza. La scrittura di Petrella incide con precisione nella geografia tragica di questi anni, scompone i confini, li delinea, li disegna; l’azione è continua, frenetica, il caso irrompe talvolta per risolvere o complicare, sparigliando le carte che si hanno in mano.

«I volti sono scavati, i bambini hanno piedi sporchi e paura nel volto, c’è perfino un gruppo di mutilati che si trascina sul selciato. Per il resto, soltanto terra e immondizia e macerie», la capitale dell’Isis è il regno del Lurido, dove la miseria umana ha un fetore peggiore della sporcizia. Trame nascoste, doppiogioco, tradimenti, sesso, morti violente, c’è tutto in questo romanzo che, pagina dopo pagina, suda, ansima, sanguina, soffre e spera con i suoi personaggi; lo stile terso di Petrella è deciso, segue tutti sempre da vicino, sembra un drone che dall’alto va in panoramica per poi abbassarsi e portarci ad altezza occhi. La nitidezza della narrazione spinge a seguire le singole vicende – in realtà ognuna intrecciata all’altra – con simpatia, nel senso etimologico della parola: patire insieme. Ci sono uccisioni che rattristano e altre che rallegrano, si avverte il ritmo di grandi serie televisive come Homeland o di House of cards; il petrolio diventa vergogna e morte, perché si muore e si inganna per questo malefico idrocarburo. Petrella descrive il mondo odierno infoiato di danaro e di potere: la Siria, passaggio obbligato di tanti gasdotti, è un martirio per gli innocenti e ingordigia economica per i politici. Bogdanov si muove tra stupore e rabbia, sopravvive di continuo alla vita, da lei ne è sedotto, non prova a dominarla come vorrebbero le mascelle di Obama e Putin; per questo malandrino russo, la vita è come quei compari che non sai mai se vogliono fregarti o meno, però tu alla loro compagnia non rinunci e la sera, quando ti addormenti, ignori se al mattino saranno ancora lì o no.

«Il Bahrein è un’isola a poco più di quattro ore d’auto da Riad. Un regno noto per il Gran Premio, le spiagge infinite e l’alcool a fiumi. Al punto che i giovani arabi lo soprannominano Saudi bar, recandosi in pellegrinaggio il sabato sera e tuffandosi tra discoteche, cinema e perdizione di stampo occidentale». È un mondo in perenne squilibrio quello che Petrella traccia, un ibrido tra est e ovest, sud e nord: i paesi cozzano tra loro come afflitti dalla deriva (economica) dei continenti, gli urti sono violenti e provocano reazioni a catena; ci sono però le guerrigliere curde e yazide che con il loro coraggio difendono il nord della Siria e provano a restituire dignità agli uomini. Romanzo insolito per l’Italia, abituata a un tipo di realismo minimale, da due camera e cucina e poco altro; invece l’opera di Petrella irrompe con forza, dà una spallata al piagnisteo locale su famiglie e femmine in eterna crisi contro i maschi: c’è una vis comunicativa classica, decisa e spedita. Il libro seduce, invoglia a continuare, l’adrenalina è in ogni pagina, una forsennata tensione che spinge verso Francesca (scoprite da soli chi è), Stan, Taahir (come Francesca), Nadwa. Nomi che contengono storie, storie fuori dal comune, esplosive, sono mine antiuomo, quando le si tocca c’è chi resta ucciso; in quasi quattrocento pagine Petrella ci racconta la follia di questo mondo digitale e carnivoro che corre, corre come la troika di Gogol perseguitata da due tragiche domande: Qual è la tua meta? Qual è il tuo destino? Quesiti che a distanza di quasi due secoli si ripetono. Dove corre l’Occidente e dove vanno la Russia e gli Stati Uniti. Romanzo corale, dunque, di grandi e piccole figure, che annaspano tra deserti e città, tra stanze lussuose e camere povere come la fame.

«C’è una luce sottile che filtra da qualche parte in alto nella cella umida. Nell’eccitazione del momento non aveva notato una finestra con le ante che si aprono dall’esterno: segno che trova nella parte perimetrale della prigione, o del rifugio che sia. Il braccio che pulsa gli fa improvvisamente ricordare tutto. Ha il volto gonfio, il torace pieno di ecchimosi ed ematomi, e le coste gli sembra che traballino». Questa secchezza descrittiva è una delle caratteristiche di Petrella, poco incline a manierismi, le sue parole sono jab sinistro e destro portati con destrezza. Il mondo arabo, i servizi segreti, i potenti della terra, il male di vivere, l’ossessione per i soldi e per la sopraffazione, la lasciva voglia di ingannare, la necessità di Stato, la polvere africana, l’uomo contro uomo; saggio sull’Occidente e sul suo tramonto che per il momento continua più a illuminare con i fuochi delle guerre che a spegnersi nel buio della stanchezza morale.

Angelo Petrella

Operazione Levante

Baldini & Castoldi editore

Pagg. 400 – euro 18

Piccoli combattenti

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di Gianni Biondillo

Raquel Robles, Piccoli combattenti, Guanda, 2016, 155 pagine, traduzione di Iaia Caputo

Non esistono limiti d’età per essere arruolati a combattere contro il male. Lo sa perfettamente la protagonista di Piccoli combattenti. Ha dodici anni e suo fratello minore ancora meno. I genitori sono scomparsi, una notte qualsiasi, portati via da casa con la forza da un gruppo di “nemici”. Tutto è accaduto senza rumore, senza esplosione di colpi. Il “Peggio” è accaduto in silenzio. Più che lo stupore della scomparsa, è la frustrazione di non aver potuto aiutare i genitori che attanaglia i due giovani combattenti. La spiegazione che hanno ricevuto dagli zii è che i genitori si sono lasciati catturare per difenderli. Così riferiscono anche le due nonne che vivono con loro. Una un po’ matta, sempre con la testa nei ricordi di gioventù nel ghetto di Varsavia, l’altra ormai abbandonata al dolore, sempre con un fazzoletto zuppo di lacrime, in attesa davanti alla finestra di rivedere il ritorno della figlia portata via dalle milizie: perché è di desaparecidos, dittatura argentina e militanti montoneros stiamo parlando, in questa lucida favola di Raquel Robles.

È più che evidente che la protagonista del romanzo, non avendo nome, non è nient’altro che la proiezione letteraria dell’esperienza autobiografica dell’autrice, anch’essa figlia di desaparecidos tutt’ora impegnata nella lotta contro i crimini perpetrati negli anni della dittatura.

La forza di questo romanzo sta in una lingua semplice ma mai mimetica – nessun infantilismo – e nella descrizione puntuale della psicologia dei due piccoli protagonisti. Veri e propri eroi di una guerra che non si vede, difensori di una fortezza già espugnata, in attesa di un ritorno che si fa, di giorno in giorno sempre più improbabile, i due bambini crescono in un vuoto incolmabile, eppure ritti contro il male, maturi e consapevoli del loro ruolo testimoniale. Perché nulla venga dimenticato.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione numero 13 del 29 marzo 2016)

LEZIONE SU CARMELO BENE

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di Giorgiomaria Cornelio

 

 

 

 

“E’ stato detto e scritto che Carmelo Bene non ha eredi, è falso. Sono eredi
tutti coloro che, rintracciando nella sua opera quell’alito che continua a cantare
oltre le sue contingenze linguistiche e biografiche, sanno e sapranno registrarlo,
custodirlo, innestarlo nella propria disciplina a salute della conoscenza.”*

 

Nel Giugno di quest’anno è stato pubblicato, per la collana “Minimo Teatro”, il libro Lezione su Carmelo Bene di Maurizio Boldrini, compendio affrancato dalla pretesa di essere totale e quindi studio dei singoli materiali, dei reperti lavati dallo storicismo mirabolante che li ha già predisposti, fissati come tinte del genio.
Boldrini ribadisce, piuttosto, che la poesia è in superficie, che la nobiltà viene dall’esattezza del gesto (il libro saluta i lettori con una nota di Italo Calvino da Lezioni americane), e che le specifiche competono a chi conosce l’elemento primo, non all’industria spettacolare. Troppo occupati a trattenere, di Carmelo Bene, solo quanto è chiassoso  e ricevibile (quello che nel libro Boldrini indica come uno dei suoi “limiti di sartoria”) abbiamo consegnato il resto del canto alla semplice indifferenza. Un esempio su tutti: mentre le Opere pubblicate da Bompiani non sono più disponibili, le due serate al Maurizio Costanzo sono divenute un catalogo mitologico di tic, un roboante oggetto televisivo con una propria grammatica ripetibile, da giocare ad oltranza come partitura scaduta, a conforto di un C.B. “parafrasato”.

A Boldrini interessa invece “essere dalla parte dell’operatore del tracciato labirintico”, quindi studiare, per prima cosa, la lista che Carmelo Bene ha indicato come sintesi dei suoi traguardi nell’ Autografia di un ritratto,  illustrazione del “teatro senza spettacolo”, a proposito del quale Boldrini scrive:

Nel crinale tra il predisposto e il predisposto appresso, in questa zona di scarto, avviene il teatro che lui non sa ed è. Egli qui vive, nell’estremo di un calcolo puramente corporeo dove ogni estetica, anche la più raffinata, declina, riconducendo l’attore all’acrobata, alla presa in volo, che suscita sì meraviglia nello spettatore, ma che è poca cosa rispetto alla maestria dell’operatore. Egli brucia in un gesto le teorie, le letture matematiche e fisiche: è dimostrazione poetica del suo essere indiscutibilmente esatto per l’immediato.

Già nelle pubblicazioni precedenti (La voce recitante ed Enciclopedia dell’attore finito, entrambe pubblicate da Bulzoni), e in particolare nel suo Teatralfilosofia (Mariano e Giovanni Prosperi Editori, 2013) Boldrini evitava le divisioni del pensiero, riconducendo lo studio teatrale a dinamica del degenere, a combinazione del disarmo: chiudere l’operato di Carmelo Bene nella sola attività di regista-attore  vorrebbe dire ignorarne l’etimo indisciplinato e i tanti assalti incontenibili nelle corsie della storia dell’arte. Sembra, però, che si voglia fare con Bene quanto si è fatto, ad esempio, con la Pietà di Michelangelo, opera “posta in attesa secolare di comprensione, depositata nel ricovero dei capolavori invece che adottata come misura di conoscenza, metro di giudizio nelle cause pendenti.”

Altro punto scalato da Boldrini è quello della “macchina attoriale”, lo strumento dell’attore “per mettersi costantemente fuori luogo, fuori da ogni luogo comune, per restituire la voce-immagine alla purezza dell’essere”, quindi come dispositivo per attentare al canto,  per fissare a corpo la cortocircuitazione. Prima di operare questa trascolorazione espressiva (trascolorazione: immediata condensa dell’equilibrio), bisogna che l’attore esamini le singole tinte sulla scena (due le principali: “collera e tenerezza”) e che poi, “recitandosi addosso”, le ribalti combinandole in poesia, sfuggendo perciò all’automatismo e ponendosi in un ambito di percezione in cui il dialogo disintegra  i ruoli di artefice e spettatore:

Lo spettatore fisicamente disapprova l’attore mentre egli si attiva, l’attore lo percepisce immediatamente e reagisce di scarto. È questo concorso, in cui non ci sono né vincitori né vinti, il nuovo luogo inventato in sostituzione del luogo atletico drammatico, del campo di battaglia. Il recitarsi addosso è, pertanto, condizione operativa irrinunciabile per minimizzare la lontananza tra spettatore e attore, perché la distinzione perda senso a favore di un seme di umana comprensione.

Sempre più  l’attore è tolto alla legislazione spettacolare, al suo ruolo di dicitore di battute, per essere nuovamente compreso nell’ambito della strumentazione fonica mossa a flusso organizzato. Insieme, egli s’appresta ad essere misura rigorosa della partitura che esegue: non traduttore delle parole  del poeta ma poeta esso stesso, che dicendo il predisposto, in simultanea si ascolta e reagisce, quindi edifica un nuovo senso non adulterato dalla “bella lettura” o saturato dal congegno sociale-politico. Il passaggio, quindi, è quello che Boldrini definisce “dal simulatore all’acrobata”:

Il simulatore, similattore, finge di essere un personaggio. L’attore, nel senso di Bene, gioca coscientemente, suo malgrado, se stesso sulla corda tesa della poesia. L’interesse fondamentale del primo consiste nel risultare credibile, l’arte del secondo consiste di almeno tre congiunti interessi: essere stupore, essere equilibrio oltre il limite provato dell’equilibrio, essere manifestazione.

Eccedendo l’ingombrante teatrino della storia e la sua praticabilità orizzontale, Bene ha ribadito che l’orchestrazione e la scrittura di scena avvengono altrove rispetto al luogo del dramma. Nel suo Otello dal “gesto addormentato” il mezzo televisivo viene forsennato in caduta, impiegando la cinepresa come protesi per trivellare l’immagine (Boldrini registra solo  66 campi medi su 698 inquadrature: per il resto, primi o primissimi piani). In questa alluvione di volti sparisce una volta per tutte la la custodia della narrazione, in questo caso domestica, e nasce “l’opera lirica altra, poiché sottratta dalla vicenda, amplificata nei meandri del canto, sparata a portata estrema d’orecchio e d’occhio.”

Prima di concludere il suo studio in divagazione (tra le altre cose, il libro è dedicata alla memoria di Riccardo Cucciolla e di Nando Gazzolo), Boldrini lancia un appello a sconfinare questa lezione agli altri ambiti operativi: ne verrà, da parte degli studenti che insisteranno ad orchestrarsi, una lettura spietata del presente. Parte del disinteresse verso il teatro è dovuto, mi sembra, proprio a questa irrigidita circoscrizione, alla letargia di quei dipartimenti già così radicalmente smantellati da Carmelo Bene. Muoviamoci altrove:

È ora che almeno qualche “scienziato” delle sedicenti scienze esatte (esatte per produrre) si prenda il lusso di andare a scuola da scienziati delle arti (…). Potranno così impiantarsi di nuovo nelle rispettive discipline, con una luce che da soli non avrebbero potuto immaginare.

Questo piccolo cosciente nulla che siamo, non è prossimo alla fine, è ancora da inventare!

 

 

*Tutte le citazioni, laddove non riportato diversamente, sono citazioni del libro Lezione su Carmelo Bene, per gentile concessione dell’autore.

Vite salvate #1

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di Davide Orecchio

 

Al mattino ero nel sole, ero sulla strada, io sono una cellula germinale che prolifera nella città, nessuna terapia può annientarmi né cronicizzarmi, comunque mi autocancellerò, ero sul motorino, scendevo verso i quartieri di valle e ho visto una donna salire dal serpente d’asfalto, neppure sul marciapiede, camminava nella mia corsia, è vecchia, s’appoggia a un bastone, su dai fianchi la schiena le architetta un angolo ottuso appena protetto dalla camicia larga coi fiori, questa donna è una cellula germinale che prolifera nella città, ma sta per autocancellarsi, ero nel sole, ero sulla strada, ho visto che la donna si ferma, poi lasciò cadere il bastone, portò la mano sul cuore, per questo ho frenato, chiesi Ha bisogno di aiuto?; non rispondeva, sta per autocancellarsi, non conosco bene la procedura ma credo includa dei gesti come camminare in salita sul serpente d’asfalto, nella corsia delle auto, non sul marciapiede, e lasciare il bastone, e portarsi al cuore la mano, e restare nell’angolo ottuso, la paura viene un momento prima dell’autocancellazione, poi anche quella svapora, noi siamo cellule germinali che proliferano nella città, ci insegniamo l’un l’altra a morire

ma sono sceso dal motorino, l’ho parcheggiato, salgo verso la donna e quando le sono vicino lei mi sussurra Non respiro, ho dolore al petto; allora le mostrai i giardinetti poco sopra di noi dove c’è una panchina sotto l’ombra degli eucalipti, e una fontanella per dissetarsi: Vogliamo andare su insieme?; la donna fa cenno di no: non riesce più a muoversi, forse questa cellula mi sta insegnando a morire, le cellule germinali della città, nel momento in cui imparano a morire, insegnano a morire, ma io ero nel sole, ero sulla strada, non ho voglia di imparare quest’oggi io/l’ho presa in braccio come una sposa, come Benigni con Berlinguer e con la donna ho scalato i gradini di marmo fino alla panchina nell’ombra dell’eucalipto, l’ho messa a sedere, andai alla fontanella dell’acqua e ne raccolsi nelle mani serrate, tornai dalla donna che bevve dalle mie mani, così lei ora respira e dice Forse ho meno dolore,

aspettiamo nell’ombra, le cellule germinali sanno occasionalmente fermarsi, allora l’autocancellazione va in pausa, non c’è ancora la morte, c’è stata, ci sarà, ma non adesso, e questo si chiama presente, e chiedo alla donna Ha un numero che possa chiamare?; lei mi porge il telefono dalla borsetta e disse Cerchi “Serena nipote”, non “Serena portiera”, non si confonda; così chiamai “Serena nipote” che disse Arrivo; così l’aspettiamo, la donna sdraiata, io seduto sulla panchina, offro il mio grembo alla testa grigia di lei, si fermò una Fiat Cinquecento ed ecco “Serena nipote”, ho dato alla ragazza sua nonna, la ragazza l’ha fatta sdraiare nell’auto, le cellule germinali proliferano nella città egoisticamente ma occasionalmente offrono riparazioni alle sorelle gratuitamente, hanno la facoltà di fermare l’autocancellazione delle sorelle, questo solo nel presente, non vale per il futuro, e la ragazza portò via la donna dell’angolo ottuso, e ne raccolse il bastone, ma prima che vada le lascio il mio numero per sapere la fine.

Ed ecco la fine.

Il giorno dopo mi chiama: L’ho portata dal medico, ha detto che poteva morire, è molto fragile, ma si ostina con le sue passeggiate, la proliferazione ostinata delle cellule germinali della città, insomma se non c’eri tu non ci sarebbe più lei, le hai salvato la vita, cosa posso fare per sdebitarmi?

Non puoi fare nulla, nulla di nulla, hai già fatto tutto, mi hai appena detto che ho salvato una vita, nel presente delle cellule germinali questo è possibile sebbene raro, mi hai detto quello che serve.

E questa è stata la mia prima vita salvata.

Immagine tratta da https://pixabay.com/it/users/Witizia-261998.

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

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…Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

Questo è il settimo anno in cui l’Appennino è reinventato e ricreato dall’incontro di poeti e musicisti con gli abitanti di paesi abbarbicati sui crinali tra Emilia e Toscana. Un piccolo festival con una dignità da gigante che si propaga tra bosco e radura, tra monti e borghi disabitati prendendosi tutto il tempo e il lusso dell’ascolto di un paesaggio parlante.

I versi di Bruno Tognolini e il dinosauro fuoritempo e fuoriluogo ritratto da Guido Mencari, raccontano l’anima de l’importanza di essere piccoli con una speciale dedica ai mondi intermedi e incandescenti dei bambini, così vicini e aderenti a quelli inattuali della poesia.

Un’edizione pensata per un pubblico multiforme che segue un ricordo d’infanzia, un giocattolo testimone della serietà del gioco che mette tutti al pari ed entra nel mondo con il passo leggero di chi si accinge a vivere un’avventura.

Sei giorni di festa in sei luoghi speciali, lontano dalle ragioni dei giorni feriali.

Un dinosauro giocattolo a capo di una sequela di esploratori che il primo agosto inizia la sua avventura dal versante toscano, dalla minuscola stazione di Castagno di Piteccio (PT) per ascoltare Paolo Benvegnù e il suo viaggio interstellare dentro i misteri di “H3+”, la molecola che sta alla base dell’Universo ispiratrice del suo ultimo album. Con lui Alessadro RIccioni poeta e bibliotecario dell’Appennino dei cui nativi ‘monti tondi’ la sua poesia porta traccia. La tribù del dinosauro il 2 agosto si sposta in Emilia e si addentra in un bosco di castagni monumentali nei pressi di Granaglione, qui la parola si fa epica grazie alla ‘letteraturap’ di Murubutu, in cui sonorità hip hop classiche fanno da tappeto a testi dalla forte curvatura cantautorale; insieme al “cantante filosofo” il “poeta-oste” Andrea de Alberti che con le poesie tratte dal suo Dall’interno della specie (Einaudi 2017) intraprende un viaggio antropologico-sentimentale dentro l’umanità. Cambiando versante il dinosauro il 3 agosto arriva a Rasora, nel comune di Castiglione dei Pepoli (BO) accolto dall’antica Casa del Popolo e dai testi scanzonati del cantautore Ivan Talarico, già attore e autore di libri dal sapore ironico. Uno sguardo limpido e sbarazzino è anche quello di Carlo Bordini, poeta e narratore romano che, pur non rinnegando le difficoltà dell’esistenza, non cede mai il fianco al nichilismo. Giunti a metà percorso le orme preistoriche conducono a La Scola nel comune di Grizzana Morandi in uno dei borghi più belli del versante bolognese: qui risuonano tre voci femminili, quella dal timbro purissimo della siciliana Gabriella Lucia Grasso che presenta il suo ultimo album Vussia Cuscenza, uscito per Narciso Records, etichetta indipendente fondata da Carmen Consoli. Se la Grasso porta nel fresco delle montagne un po’ della luce catanese, dal nord arrivano le sorprendenti Manuela Dago e Francesca Genti poetesse unite da un’amicizia profonda e dal progetto editoriale Sartoria Utopia, una ‘capanna editrice’ che produce libri di poesia cuciti a mano. Come un cerchio magico la chiusura del festival è in Toscana: venerdì 5 agosto a Monachino, nel comune di Sambuca Pistoiese (PT), in una graziosa valle in cui si intrecciano 4 province. Ad accogliere il dinosauro sono gli animali selvatici evocati dal giovane cantautore maremmano Lucio Corsi nel suo disco delicato e metamorfico Bestiario musicale. La poesia è invece affidata alla voce incantatrice di Bruno Tognolini, autore generalmente considerato per bambini anche se come dice lo stesso poeta, due volte Premio Andersen, quello che scrive è “per i bambini e i loro grandi”.

L’ultimo giorno di festival è a Spedaletto, paese che prende il nome dalla sua antica tradizione di ospitalità: se nel medioevo ai viandanti veniva offerto rifugio, ai seguaci dei piccoli domenca 6 agosto è donata una piazza trasformata da due artisti. A differenza degli altri giorni si inizia alle 19 con Saverio Lanza, musicista, compositore e produttore discografico che presenta il progetto originale Vocazioni, messa spontanea per coro misto con cinque solisti e il coro della Scuola di Musica Mabellini di Pistoia. Dopo la performance, che concilia il sacro al profano, gli spettatori e artisti sono invitati a fare una pausa per prepararsi all’ascolto di Giuliano Scabia, legato al festival da una tenera amicizia e da una profonda affinità elettiva. Per il festival il ‘più imprevedibile dei poeti’, così scrive Gianni D’Elia nella prefazione del libretto edito dalla casa editrice catanese “Le farfalle” che ne custodisce i versi, dà voce ai Canti brevi per il cielo della notte. Dentro un paese mutato dalla presenza di ospiti invisibili; poeti, bestie, persone e dèi sono cinguettati e vivificati da Scabia e amplificati da Saverio Lanza con i cantanti che poco prima hanno partecipato a Vocazioni.

PROGRAMMA

Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito e si terranno anche in caso di pioggia nei luoghi indicati

Martedì 1 agosto ore 21-Castagno di Piteccio, PT

Paolo Benvegnù (live)
Alessandro Riccioni (lettura/incontro)
Mercoledì 2 agosto ore 21 -Parco didattico sperimentale del Castagno, Varano, Granaglione, Alto Reno Terme BO

Murubutu (live)
Andrea De Alberti (lettura/incontro)

 

Giovedì 3 agosto ore 21 – Rasora, Castiglione dei Pepoli, BO

Ivan Talarico (live)
Carlo Bordini (lettura/incontro)

 

Venerdì 4 agosto ore 21 – La Scola, Grizzana Morandi, BO

Gabriella Lucia Grasso (live)
Francesca Genti, Manuela Dago (lettura/incontro)

 

Sabato 5 agosto ore 21-Monachino, Sambuca Pistoiese, PT

Lucio Corsi (live)
Bruno Tognolini (lettura/incontro)

 

Domenica 6 agosto ore 19- Spedaletto, PT

VOCAZIONI, messa spontanea per coro misto di Saverio Lanza
CANTI BREVI PER IL CIELO DELLA NOTTE di Giuliano Scabia

 

ufficio stampa SassiScritti:

Daria Balducelli mob. 349 3690407; d.balducelli@gmail.com

 

Per le indicazioni stradali consultare la pagina FB SassiScritti_ L’importanza di essere piccoli

In caso di pioggia tutti gli eventi si terranno comunque in posti al chiuso nei luoghi indicati

Per tutte le info www.sassiscritti.org ; info@sassiscritti.org ; 3493690407 – 3495311807

 

L’importanza di essere piccoli c’è grazie a: Daria Balducelli, Ambrogina Bertone, Andrea Biagioli, Alessandro Borri, Azzurra D’Agostino, Sante Di Clemente, Lucia Mazzoncini, Guido Mencari, Andrea Montagnani, Lara Monterastelli, Silvia Tesone

Video Andrea Montagnani www.pupillaquara.com Fotografie Guido Mencari www.gmencari.com

Con la collaborazione di:

associazione La Sculca, Pro loco di Spedaletto, Pro loco di Castagno, Parco Didattico sperimentale del castagno, Casa del popolo circolo arci di Rasora, libreria l’Arcobaleno di Vergato, libreria Lo spazio di via dell’Ospizio di Pistoia, Hotel Helvetia Thermal Spa, Califfo ristopub di Porretta Terme, Birra del Reno di Castel di Casio, Le grandi ricette di Anna B. catering Castel di Casio, Hotel Roma di Porretta Terme, gelateria la Baracchina di Porretta Terme, Birrificio Beltaine.

Echi ed echi ed echi . . .

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di Fabrizio Centofanti

Echi

Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qualsivoglia
umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

Diabolos

Chi l’avrebbe mai detto che i sorrisi
sarebbero rimasti a mezza bocca,
che una prosa barocca
non avrebbe arginato la disfatta.
Quanto duro è il cammino
che ti sfratta il demonio dal salotto,
che smantella l’accrocco
che imbastisce di notte, sotto sotto.
Sfìlati dal tempo,
guàrdati dall’alto, come l’uomo
in coma, sul letto d’ospedale.
Appena giunge l’eco della Voce,
attàrdati un momento, non è il canto
del gallo, è la colomba
che allieta le fessure delle rocce,
la gazzella che salta, all’ombra
della croce.

Ritenta, sarai più fortunato

Mi chiedi perché questo, perché quello,
ti angosci, ti contorci, logori
il cervello per spremerne risposte
più improbabili. Tu stesso
sei convinto di perderti nell’onda
dei pensieri, nel rumore assordante
dell’assenza di luce. Non hai provato
a fermarti un istante,
a decidere di prendere e gettare
le abitudini malate,
a compiere l’atto che dà senso, a gustare
l’approdo, dopo tanto
navigare. Una sola cosa
ti manca: amare. Comincia
adesso, cambia
una volta per sempre
le note del tuo canto, attracca al porto
dove l’io riposa.

Volo velo

Di attendere, di credere, di apprendere,
tutto è precluso dal negare,
irridere ogni volta, declassare.
Tappeti volanti della gioia,
rapitela, intanto che si fonde
con l’entourage del diavolo
in cravatta, sottratta all’orbita sacrale
delle cose! Ruttate, vomitate
il vostro odio, da scaffale
ammuffito di mercato.
Alzatela più in alto, che si veda
la stolida vittoria, l’apparente
sconfitta della storia.

Fabrizio è uomo. sacerdote, laureato in lettere moderne e ha scritto su Calvino. E’ l’animatore del blog letterario La Poesia e lo Spirito. Ha pubblicato numerosi libri, alcuni più letterari, altri più vicini alla fede, tutti reperibili qui. Malgrado la mia molto scarsa propensione per la chiesa cattolica romana, personalmente lo stimo molto, come uomo, come amico e come scrittore, a.s.

da “Fermate”

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di Paolo Maccari

 

C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era al tempo dei diversi ricordi.

Letteratura oltre i confini. Clouds over the Equator: A Forgotten History e Wings di Shirin Ramzanali Fazel

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di Simone Brioni

Dopo 23 anni dall’uscita del suo primo romanzo, Lontano da Mogadiscio (ne parlo qui: http://www.laurana.it/pdf/postfazione%20LdM_Brioni.pdf) – una pietra miliare per quanti si sono occupati della scrittura della migrazione e dell’eredità coloniale in Italia – escono due libri di Shirin Ramzanali Fazel in lingua inglese: Clouds over the Equator, la traduzione del secondo romanzo di Shirin, Nuvole sull’equatore (2010) e Wings, una raccolta di poesie. Questa intervista vuole presentare questi due lavori al pubblico italiano e parlare della sfida che la traduzione e l’autotraduzione pongono agli scrittori transnazionali ‘italiani’.